Skip to main content

Energie Rinnovabili – Terza Parte.

Energie Rinnovabili – Terza Parte.

Chiudiamo questa panoramica delle principali forme di energia rinnovabile senza, volutamente, parlare di efficienza energetica, la vera frontiera dello sviluppo che attualmente rappresenta la principale forma di riduzione dei consumi con benefici sia per l’utilizzatore finale sia per il mondo dell’industria in genere.

Ne riparleremo al rientro dalle vacanze, con la mente riposata e l’arrivo della stagione invernale dove regolarmente ci accorgiamo di quanto ci costi l’energia.

Energia Idroelettrica.

Il funzionamento di massima ed il principio sono di estrema facilità: con la creazione di “cadute” d’acqua tramite la predisposizione di appositi invasi a monte, si sfrutta la forza cinetica dell’acqua per movimentare delle turbine. Da lì in avanti il processo è il medesimo per tutte le altre forme.

images

Il 54% dell’energia prodotta da fonti rinnovabili in Italia nel 2011 proviene dall’idroelettrico. Secondo i dati del Gestore dei Servizi Elettrici (GSE), a fine 2011 l’energia idroelettrica prodotta in Italia ammontava a 44.012 GWh.

Questa fonte ha contribuito all’avvio dell’industrializzazione italiana tra l’Ottocento e il Novecento. Dopo essere stata la principale fonte di energia elettrica fino agli anni Sessanta (82% del totale), la quota di questa fonte rinnovabile è progressivamente diminuita, mentre la quantità prodotta è rimasta costante. Negli anni Ottanta, la quota dell’idroelettrico era già ridotta al 25%, mentre la produzione termoelettrica, nello stesso periodo, era passata dal 14 al 70%. Questo è dovuto alla maggior richiesta di energia, infatti, nel 2011 il consumo elettrico italiano è ventiduemila volte più alto che nel 1938 (313.792 Gwh) (Fonte: Terna).

Il potenziale della risorsa idroelettrica nel nostro Paese è sfruttato praticamente al massimo e si è quasi giunti al limite del massimo sfruttamento possibile. Non sembra quindi essere un settore capace di espandersi ulteriormente. Alla “chiusura” del settore contribuiscono il fatto che i siti più favorevoli e convenienti dal punto di vista tecnico ed economico sono già stati utilizzati e insorgono di numerosi ostacoli tecnici, ambientali ed economici alla realizzazione di nuovi grandi invasi e centrali di potenza elevata.

Interessante un aspetto: molto ora si parla di accumulatori di energia. Bene, ad oggi nel settore energetico, gli invasi ed i sistemi di pompaggio di acqua dal basso verso l’alto, sono considerati le migliori “batterie” in circolazione.

Le strade da percorrere nel futuro sono quelle dell’idroelettrico minore (mini e micro idroelettrico) con piccoli impianti a servizio di utenze isolate, che hanno la possibilità di sfruttare la risorsa idrica presente nelle loro vicinanze. In particolare il termine mini idroelettrico indica impianti con una potenza installata inferiore ai 10 MW, mentre con il termine micro idroelettrico si indicano gli impianti con potenza inferiore ai 100 kW. Gli impianti di piccola taglia hanno notevoli vantaggi: permettono di sfruttare piccole differenze di quota e portate minime dei fiumi per ottenere energia elettrica; hanno un basso impatto sul territorio; costi contenuti e consentono di soddisfare il fabbisogno energetico di piccole comunità, fattorie, singole famiglie o piccole imprese. Inoltre, questi impianti sono ideali per fornire energia ad aree isolate o non collegate alla rete di distribuzione elettrica nazionale.

Energia da maree e moto ondoso.

L’immensa riserva energetica offerta dal mare (oltre il 70% della superficie terrestre e occupata da distese oceaniche con una profondità media di 4000 m) si presta ad essere sfruttata in diversi modi. Infatti oltre al calore dovuto al gradiente termico (differenza di temperatura tra due punti), il mare possiede energia cinetica per la presenza delle correnti marine, delle onde e delle maree.

Laddove c’ e un’ampia escursione tra alta e bassa marea e possibile ipotizzare la costruzione di una centrale “mare-motrice”: sulle coste del Canada, o su quelle affacciate sul canale della Manica si raggiunge un dislivello di marea che raggiunge gli 8-15 m; invece nel Mediterraneo le escursioni medie di marea generalmente superano di poco i 50 cm.

 

In una centrale mare-motrice, l’acqua affluisce e defluisce in un bacino di alcuni chilometri quadrati, passando attraverso una serie di tunnel nei quali, acquistando velocita, fa girare delle turbine collegate a generatori (alternatori).images1

 

 

 

Durante la bassa marea l’acqua del bacino defluisce verso il mare aperto, mettendo in rotazione la turbina; quando il livello del mare comincia a salire e l’onda di marea e sufficientemente alta si fa fluire l’acqua del mare nel bacino e la turbina si mette nuovamente in rotazione.

Una particolarità di questo sistema e la reversibilità delle turbine che perciò possono funzionare sia al crescere che al calare della marea.

In generale lo sfruttamento delle maree per produrre energia elettrica e poco efficace; finora sono stati costruiti due soli impianti di questo tipo: il piu importante si trova sull’estuario della Rance in Bretagna (Francia) e ha una potenza di 240 MW, l’ altro è in Russia.

Le onde del mare sono un accumulo di energia presa dal vento. Più sono lunghe le distanze e più vi e la possibilita’ di accumulo.

Vista la vastità del mare e l’energia contenuta in un’unica onda, si ha un immenso serbatoio di energia rinnovabile che può essere usato. Il totale medio annuo di energia contenuta nel moto ondoso (che viaggia per centinaia di km anche senza vento e con poca dispersione) al largo delle coste degli Stati Uniti, calcolato con acqua di una profondità di 60 m (l’energia inizia a dissiparsi intorno ai 200 metri e a 20 metri diventa un terzo) e stato stimato potenzialmente intorno ai 2.100 TWh/anno (2100×1012 Wh).

La produzione di energia da moto ondoso e già una realtà che suscita interesse. In paesi come il Portogallo, il Regno Unito, la Danimarca, Canada, Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda, ed altri ancora vi sono aziende ed istituti di ricerca che se ne occupano in modo esclusivo. Il costo per KWh, utilizzando questa fonte, e gia vicino a quello dell’eolico.

Vedremo cosa ci dirà la ricerca.

Energia Geotermica.

L’ energia geotermica e una forma di energia che utilizza le sorgenti di calore, che provengono dalle zone più interne della Terra, nel sottosuolo.

images2.pg

E’ naturalmente legata a quei territori dove vi sono fenomeni geotermici (in Italia si evidenziano come “zone calde” la Toscana, il Lazio, la Sardegna, la Sicilia e alcune zone del Veneto, dell’Emilia Romagna e della Lombardia) dove il calore che si propaga fino alle rocce prossime alla superficie, può essere sfruttato per produrre energia elettrica attraverso una turbina a vapore, oppure utilizzato per il riscaldamento per gli usi residenziali ed industriali.

Esistono anche tecnologie (le pompe di calore a sonda geotermica) in grado di sfruttare l’energia latente del suolo, in questo caso si parla di geotermia a bassa temperatura.

Queste pompe sono dei sistemi elettrici di riscaldamento (e anche raffrescamento) che traggono vantaggio dalla temperatura relativamente costante del suolo durante tutto l’arco dell’anno e possono essere applicati ad una vasta gamma di costruzioni, in qualsiasi luogo. Le sonde geotermiche sono degli scambiatori di calore (dei tubi) interrati verticalmente (od orizzontalmente) nei quali circola un fluido termoconduttore.

Durante l’ inverno l’ambiente viene riscaldato trasferendo energia dal terreno all’abitazione mentre durante l’estate il sistema s’inverte estraendo calore dall’ ambiente e trasferendolo al terreno.

All’estero eccelle l’Islanda che praticamente si autosostiene energeticamente con la sola geotermia.

Solare termico.

Sono gli impianti più diffusi e diffondibili sui tetti degli edifici italiani. Più che fonte di produzione di energia elettrica essi utilizzano la radiazione solare, attraverso un collettore solare, principalmente per riscaldare acqua, per usi sanitari e, dopo attenta valutazione, anche per il riscaldamento degli ambienti e per le piscine. La tecnologia e matura ed affidabile, con impianti che hanno una vita media anche di oltre 20 anni e tempi di ritorno dell’ investimento che possono essere molto brevi. Una famiglia di 4 persone che utilizza 75 litri di acqua calda a persona al giorno, integrando la caldaia convenzionale a gas con un impianto solare (impianto tipo di 4 m2 di pannelli e serbatoio di 300 litri), può ammortizzare l’investimento necessario, di circa 4.000 Euro, in 3 anni. Questo calcolo tiene conto degli incentivi esistenti che consentono di detrarre dalle tasse parte delle spese di acquisto e di installazione (detrazione fiscale del 55% per la riqualificazione energetica degli edifici, attualmente estesa al 65%).

images3

Solare termodinamico.

La conversione dell’ energia solare in energia elettrica avviene in un impianto solare termodinamico in due fasi:

  • dapprima la radiazione solare viene convertita in energia termica;
  • successivamente l’energia termica viene convertita in energia elettrica tramite un ciclo termodinamico.

La conversione termodinamica della seconda fase e del tutto analoga a quanto avviene nelle centrali termoelettriche convenzionali ed e quindi necessario che l’energia termica sia disponibile ad alta temperatura per ottenere rendimenti elevati.

images4 images5

Pertanto negli impianti solari termodinamici occorre generalmente concentrare la radiazione solare mediante un concentratore, costituito da specchi di geometria opportuna che consentono di raccogliere e focalizzare la radiazione solare verso un ricevitore, che la assorbe e la trasforma in energia termica. L’insieme di concentratore e ricevitore costituisce il collettore solare.

 

P.S.: Buone vacanze.

Energie Rinnovabili – Seconda Parte.

Energie Rinnovabili – Seconda Parte.


Le forme di energia rinnovabile hanno delle potenzialità importanti, un caso molto interessante è avvenuto Domenica 16 giugno 2013, tra le 14 e le 15: per la prima volta nella storia, il prezzo d’acquisto dell’energia elettrica (PUN) è sceso a zero su tutto il territorio nazionale. In quelle due ore energia solare, eolico e idroelettrico hanno prodotto il 100% dell’elettricità italiana.

due

Và ricordato che le fonti di energia rinnovabile sono le prime ad essere trattate nel mercato elettrico proprio per non rimanere “invendute” e in quel frangente vi erano condizioni di vento e sole particolarmente positive in tutto il territorio ed ampie risorse idriche disponibili per le recenti piogge.

Questo non significa che, oggi, sia possibile evitare del tutto l’uso di combustibili fossili ma sicuramente è una dimostrazione che si possa arrivare realmente ad una sempre maggiore copertura nella produzione di energia elettrica tramite fonti rinnovabili.

Tanto vale quindi che gli incentivi vadano in questa direzione.

Energia eolica.

L’energia eolica è il prodotto della conversione dell’ energia cinetica posseduta dal vento in altre forme di energia, nel nostro caso in energia elettrica. I dispositivi predisposti a questo tipo di trasformazione si definiscono aerogeneratori o turbine eoliche.

Una turbina eolica o aerogeneratore trasforma quindi l’energia cinetica posseduta dal vento in energia elettrica senza l’utilizzo di alcun combustibile e passando attraverso lo stadio di conversione in energia meccanica di rotazione effettuato dalle pale.

L’impatto ambientale è stato un serio disincentivo nel recente passato per un’ installazione diffusa di questi impianti. Con il passare degli anni è cambiata però la percezione cogliendone più i lati positivi che, i pochi, lati negativi di questa fonte energetica che ha la migliore resa in rapporto costo del combustibile, pari a zero, e la produzione. Un altro problema, rilevante per produzioni in larga scala, è l’intermittenza della potenza elettrica prodotta. Infatti il vento, analogamente al sole e contrariamente alle fonti di energia convenzionali, non fornisce energia in modo omogeneo e continuativo ed, in particolare, non può essere agevolmente controllato per adattare l’energia prodotta alla richiesta di carico.

Negli anni si sono sviluppate diverse tipologie di turbine e pale per tentare si sfruttare al meglio le condizioni di vento, fra queste và segnalato sicuramente il progetto Kitegen (http://kitegen.com/) che sfrutta il vento a quote più alte dove è noto sia maggiormente presente e costante.

uno

Nell’immagine sottostante viene mostrata una rappresentazione dell’Italia con evidenziate le zone maggiormente ventose. Come si può vedere quasi tutte le aree limitrofe alla costa, come la nostra regione, hanno medie importanti.

tre
All’estero, soprattutto nei mari del nord Europa,  ed in qualche sperimentazione locale, stanno prendendo piede le installazioni di turbine eoliche in mare, in questo caso si dice “off-shore” e sfrutta le migliori condizioni di ventosità che si registrano in quelle aree.

quattro

Energia da biomasse.

La biomassa utilizzabile ai fini energetici consiste in tutti quei materiali organici che possono essere utilizzati direttamente come combustibili o trasformati in combustibili liquidi o gassosi, negli impianti di conversione, per un più comodo e vasto utilizzo.

Il termine biomassa riunisce materiali di natura eterogenea, dai residui forestali agli scarti dell’industria di trasformazione del legno o delle aziende zootecniche. In generale si possono definire biomasse tutti i materiali di origine organica provenienti da reazioni fotosintetiche.

cinque

In Italia le biomasse coprono circa il 2.5% – 3% del fabbisogno energetico, con un apporto di anidride carbonica in atmosfera che può essere considerato virtualmente nullo poiché la quantità di CO2 rilasciata durante la combustione e equivalente a quella assorbita dalla pianta durante il suo accrescimento.

 

I biocombustibili sono un’energia pulita a tutti gli effetti. Liberano nell’ambiente le sole quantità di carbonio che hanno assimilato le piante durante la loro formazione ed una quantità di zolfo e di ossidi di azoto nettamente inferiore a quella rilasciata dai combustibili fossili.

sei

Le opere di riforestazione in zone semi-desertiche permettono di recuperare terreni altrimenti abbandonati da destinare alla produzione di biomasse e contemporaneamente migliorare la qualità dell’aria che respiriamo. Le piante svolgono infatti un’importante funzione di “polmone verde” del pianeta, riducendo l’inquinamento e l’anidride carbonica contenuta nell’aria. Le coltivazioni dedicate esclusivamente a produrre biomasse da destinare alla produzione elettrica non fanno eccezione a questa naturale caratteristica delle piante.

Il fatto che l’energia dalle biomasse si basi soprattutto sugli scarti di produzione delle attività produttive è un’ulteriore vantaggio economico e sociale in quanto il settore riutilizza e smaltisce rifiuti in modo ecologico.

La Finlandia rappresenta l’esempio più calzante per descrivere l’importanza delle biomasse e le possibilità di utilizzo. Gran parte degli scarti della lavorazione della carta e del legno dell’industria finlandese sono destinati alle centrali termiche per produrre energia dalle biomasse. Evitando in questo modo di dover stoccare gli scarti in discariche o pagare per il loro incenerimento.

Nel prossimo ed ultimo articolo le restanti forme di produzione di energia rinnovabile.

Energie Rinnovabili – Prima Parte.

Energie Rinnovabili – Prima Parte.

Nell’attuale contesto energetico ed ambientale globale e diventato rilevante e prioritario (anche a seguito del protocollo di Kyoto) l’ob
iettivo di riduzione delle emissioni di gas serra e di sostanze inquinanti, anche mediante lo sfruttamento di fonti energetiche alternative e rinnovabili, che affianchino e riducano l’utilizzo di combustibili fossili, i quali sono oltretutto destinati ad esaurirsi per il considerevole consumo da parte di diversi Paesi.

Si considerano energie rinnovabili quelle forme di energia generate da fonti che per loro caratteristica intrinseca si rigenerano o non sono “esauribili” nella scala dei tempi “umani” e, per estensione, il cui utilizzo non pregiudica le risorse naturali per le generazioni future.

Sono dunque generalmente considerate “fonti di energia rinnovabili” il sole, il vento, il mare, il calore della Terra, ovvero quelle fonti il cui utilizzo attuale non ne pregiudica la disponibilità nel futuro, mentre quelle “non rinnovabili”, sia per i lunghi periodi di formazione di molto superiori a quelli di consumo attuale (in particolare fonti fossili quali petrolio, carbone, gas naturale), sia per essere presenti in riserve non inesauribili sulla scala dei tempi umana, sono limitate nel futuro.

Se la definizione in senso stretto di “energia rinnovabile” è quella sopra enunciata, spesso vengono usate come sinonimi anche le locuzioni “energia sostenibile” e “fonti alternative di energia”.

Esistono tuttavia delle sottili differenze; infatti energia sostenibile è una modalità di produzione ed uso dell’energia che permette uno sviluppo sostenibile, comprendendo dunque anche l’aspetto dell’efficienza degli usi energetici. Fonti alternative di energia sono invece tutte quelle diverse dagli idrocarburi, ossia provenienti da materiali non fossili. E’ possibile, volendo estremizzare, che una fonte di energia rinnovabile utilizzata male possa non essere “sostenibile”.

Pertanto non esiste una definizione univoca dell’insieme delle fonti rinnovabili, esistendo in diversi ambiti diverse opinioni sull’inclusione o meno di una o più fonti nel gruppo delle “rinnovabili”.

Fatta questa premessa faremo una carrellata delle principali fonti di energie rinnovabile, iniziando da quella che più affascina l’uomo, da sempre.

Energia da Fotovoltaico.

Un impianto fotovoltaico trasforma direttamente ed istantaneamente l’energia solare in energia elettrica senza l’utilizzo di alcun combustibile. La tecnologia fotovoltaica sfrutta infatti l’effetto fotovoltaico, per mezzo del quale alcuni semiconduttori opportunamente “drogati” generano elettricità se esposti alla radiazione solare: il componente elementare del generatore è la cella fotovoltaica, costituita principalmente dal silicio, in cui avviene la conversione della radiazione solare in corrente elettrica. I principali vantaggi degli impianti fotovoltaici possono riassumersi in:

  • generazione distribuita nel luogo dove serve;
  • assenza di emissione di sostanze inquinanti;
  • risparmio di combustibili fossili;
  • affidabilità degli impianti poiché non vi sono parti in movimento (vita utile di norma superiore ai 20 anni);
  • ridotti costi di esercizio e manutenzione;
  • modularità del sistema (per incrementare la potenza dell’impianto e sufficiente aumentare il numero di pannelli) secondo le reali esigenze dell’utente

Nella figura sottostante è rappresentato l’atlante solare mondiale della radiazione media solare sul piano inclinato 30° Sud [kWh/m2/giorno]. E’ interessante notare come aree in cui notoriamente vi sono fra i paesi più poveri, abbiano potenzialmente una risorsa energetica dalle grandi potenzialità.

uno

Lo stesso dicasi per l’Italia:

due

A fronte peraltro degli investimenti fatti tramite il Conto Energia si sono diffusi molti parchi fotovoltaici di grandi dimensioni nel meridione, anche se non mancano alcuni curiosamente presenti nel Nord, con l’arresto però dei contributi a pioggia che avevano “drogato” il mercato, l’approccio del grande parco fotovoltaico è andato in forte riduzione. Non è in effetti un sistema applicabile in larga scala, il rischio poi verificatosi è quello di un ingente consumo del territorio a discapito soprattutto di terreni potenzialmente agricoli. L’approccio ora nuovamente in voga, e forse il modello più corretto, è l’utilizzo del fotovoltaico sul residenziale e soprattutto sui grossi centri commerciali, industriali o comunque edifici di grandi dimensioni particolarmente “energivori”. Sono i cosiddetti “pro-sumers”: producers + consumers (produttori e consumatori). Un modello interessante che unito ad applicazioni di efficentamento energetico possono realmente ridurre i costi energetici per una qualsiasi grande edificio.

Potenzialmente c’è un mercato nuovo ed ampio per sviluppare impianti di questo genere su tutte le nostre città, con le dovute agevolazioni e politiche di detrazione, sia a livello centrale che a livello locale, potrebbe rivelarsi un ottimo strumento per ridurre sensibilmente la dipendenza energetica da fonti fossili, riducendo contestualmente i costi dell’energie

 

tre quattro

Con la possibilità del cosiddetto “scambio sul posto” l’energia non utilizzata di può rimettere in rete “vendendola” ai prezzi di mercato ottenendo quindi ulteriori vantaggi. Unitamente allo sviluppo delle reti intelligenti (smart grid), tema di cui ho già trattato, si andrebbero anche a superare alcuni limiti e vincoli posti dalla rete di trasmissione e distribuzione elettrica consentendo un reale efficentamento anche sotto quel profilo.

Nella prossima parte faremo una carrellata delle altre forme di energia rinnovabile.

La sostenibile pesantezza dell’Aurelia Bis.

La sostenibile pesantezza dell’Aurelia Bis.

Stiamo assistendo al proseguo dei lavori per la realizzazione dell’Aurelia Bis ma è tangibile un ampio scollamento tra ciò che serve ai cittadini e ciò che viene realizzato.

La viabilità ed i relativi flussi di traffico possono e devono essere studiati al fine di ridurne l’impatto sulle persone e sull’ambiente, cercando soluzioni efficenti ed efficaci che, laddove applicate, trovino riscontro con risultati misurabili a fronte di valutazioni preventive anch’esse basate su numeri oggettivi.

Un sistema di monitoraggio del traffico e dei flussi veicolari, per il quale ora la tecnologia può fornirci gli strumenti con soluzioni accessibili economicamente per rilevare correttamente lo stato attuale, raccogliere dati e proporre soluzioni che siano fondate su numeri ed analisi precise, evitando che nascano opere già parziali e poco utili, valutandone peraltro a priori il rapporto costi/benefici, sarebbe lo strumento corretto da usare a monte di ogni progetto.

E’ meglio un piccolo investimento in questo senso, per fare della vera progettazione fondata su dati, che lo sperpero di denaro pubblico su opere la cui utilità è assolutamente NON DIMOSTRABILE da alcuno studio serio in tal senso.

Questo deve dare luogo a una pianificazione a tavolino di un sistema di piano del traffico che comprenda anche le zone limitrofe (PUMT) completo, organico e duraturo.

La ricerca di soluzioni per la mobilità “dell’oggi” e le basi per “il domani” sono e devono essere mirate a coniugare qualità della vita cittadina con le esigenze del vivere quotidiano, a Savona ad esempio, si potrebbe:

 

  • rivalutare il tracciato ferrovia portuale Savona – Vado;
  • eliminare pedaggio autostradale Savona – Albisola tramite la sottoscrizione di un accordo con l’ente gestore dell’autostrada, individuando soluzioni adeguate di compensazione economica;
  • potenziare i mezzi pubblici eventualmente uniti a parcheggi di cintura;
  • realizzare un piano di mobilità ciclabile a valle del quale realizzare le piste ciclabili, non il contrario dove vediamo delle realizzazione avulse che non hanno alcun nesso fra loro, senza appunto una progettazione di base;
  • avviare la predisposizione di un sistema distribuito di ricarica elettrica per incentivarne l’uso, valutando contestualmente accordi con aziende di settore per inserire anche fra i sistemi di traporto pubblico autobus elettrici, basti guardare cosa sta succedendo a Ginevra con il progetto pilota TOSA;
  • prevedere biglietti integrati parcheggi-bus-bike sharing, soluzione presente in molte città anche all’estero;
  • creare zone del centro a traffico limitato, ad esempio estendendo la zona del cosiddetto quadrilatero ottocentesco;
  • in generale ripristinare qualità e condizioni di sicurezza delle strade di periferia o fuori dal centro abito, quali ad esempio quelle del nostro entroterra, in condizioni disastrose con la messa in sicurezza delle zone a rischio frane/alluvioni, che impattano spesso sulla mobilità;

 

L’Amministrazione sostiene che non è facile confrontarsi con un soggetto come ANAS, che non conoscenza l’evolversi del progetto, non aveva visto e non aveva capito, sembra più un libro di di Dan Brown che l’azione di un amministrazione comunale.

Sostiene che non ci devono essere forze politiche a cavalcare la vicenda, sfruttando il malcontento ed il disagio della gente, come chiedere a una punta di non segnare a porta vuota: un’ammissione di colpa, nella forma e nella sostanza.

Eppure le forze alla guida dell’Amministrazione sono le stesse da oltre 20 anni, addirittura nel documento programmatico dell’attuale Sindaco si parla di Aurelia Bis ma oggi, da quando si sono avviati i cantieri, poco o nulla è stato detto ai cittadini che si sono trovati inevitabilmente a fare i conti con dei lavori e dei progetti ai quali sono costretti “subire” l’avanzamento.

Stiamo parlando probabilmente del più grande investimento economico, in ambito di infrastrutture, dal dopoguerra ad oggi nel nostro territorio, tale sembra quasi piovere dal cielo senza che nessuno sapesse niente.

Alla luce dei possibili tentativi per fermare l’opera, per rivalutarne l’efficacia o alternative come poteva essere un parziale ripristino del collegamento ferroviario precedente al ribaltamento a monte, con una sorta di metropolitana leggera di cui già si parlò a suo tempo, è assolutamente comprensibile che ci siano richieste di riduzione dell’impatto acustico e di inquinamento atmosferico da parte dei cittadini maggiormente colpiti dai lavori, con ad esempio pannelli atti a questo; non è sostenibile però proporre una enorme copertura di cemento dello svincolo di Miramare, con piloni di oltre 30 metri, per forse qualche parcheggio in più, senza come già detto un più ampio piano progettuale di mobilità. Ed il costo? E l’impatto visivo per una zona che dovrebbe essere il nostro biglietto da visita ad Est?

Possiamo certo adoperarci per contenere l’impatto, ma c’è da domandarsi perché dobbiamo “ridurci a ridurre” un qualcosa che evidentemente non volevamo realizzato in questi termini, perché il cittadini deve subire quando dovrebbe essere lui parte attiva e interessata?

Idem per lo svincolo di Miramare, che se fosse a 2 sensi rappresenterebbe una sorta di “meno peggio” al peggio: TAPPULLI per migliorare una soluzione pensata male, realizzata peggio.

Oggi vorremmo che l’Amministrazione fosse più trasparente, offrisse più informazioni sul progetto, rendendo le mappe scaricabili dal sito, indisse delle assemblee pubbliche con rappresentanti di ANAS, tecnici di settore, geologi per illustrare ai cittadini i lavori previsti, ci dicesse come intende smaltire le migliaia di metri cubi di terra, dove e come verranno trasportati, garantisse che non vi è nulla di pericoloso e tossico nei residui degli scavi, se è in grado di farlo. Queste sono le domande cui rispondere, non le dichiarazioni sui giornali con soluzioni di dubbia utilità.

SEN, ovvero Strategia Energetica Nazionale – Parte Due

SEN, ovvero Strategia Energetica Nazionale – Parte Due

 

In questa seconda parte di articolo faremo una valutazione dei pareri ricevuti da alcuni dei principali interlocutori che si sono espressi sulla SEN, partendo dall’Autorità che vigila sui prezzi dell’energia nel mercato elettrico.
AGCM (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato o Antitrust,http://www.agcm.it/)
Apprezza innanzitutto  l’approccio che è stato utilizzato, dopo anni di totale silenzio in materia, dando su molti punti un parere strutturato e chiaro, con un equilibrio dovuto al ruolo ricoperto ma che di fatto bada al sodo: valutare il costo dell’energia ipotetico futuro.

Focalizzandosi soprattutto sull’efficienza energetica, esprime un parere in merito ai processi autorizzativi delle infrastrutture, con l’intento di portare sotto il controllo dello Stato centrale il potere decisionale, lasciando il compito ad assemblee consultive e divulgative l’onere di verificare sul territorio le reazioni della cittadinanza. Un po’ blando come sistema partecipativo delle scelte che impattano, la storia insegna, molto da vicino la gente comune.

Sui passaggi relativi ad mercato europeo elettrico ed il cosiddetto “HUB del gas” italiano, matura interessanti posizione in merito a fare dell’Italia un HUB del gas: se porta effettivi benefici in bolletta ed è condivisa a livello europeo allora l’approccio è sensato, poiché di fatto anche altri membri dell’unione ne sarebbero coinvolti per un beneficio generale e condiviso.

Tutto questo inserito all’interno di un mercato elettrico europeo che pare possa vedere le prime luci nel 2014.

Il mercato europeo può rappresentare la svolta in termini di riequilibrio dei prezzi di mercato, L’autorità suggerisce anche modalità di compravendita diverse del gas, all’interno degli scambi di mercato del gas appunto. La posizione favorevole alla creazione di stoccaggi con lo scopo di creare dei flussi di gas “nord-sud” e verso i paesi limitrofi sono sottesi ai punti di cui sopra, ovvero la valutazione deve essere ormai di respiro europeo.
Quanto è importante avere una rappresentanza politica forte nell’Unione europea tanto ora forse ci rendiamo conto che, non avendola, non riusciamo ad imporre alcuna scelta che porti benefici innanzitutto al nostro paese. In via generale convengono con alcune linee guida indicate dalla SEN come le politiche di incentivazione e le disfunzioni della rete di trasporto, da rivedere in ottica di efficentamento.
Forte la valutazione sul prospettato mix energetico: nel 2020, quasi tutta l’energia elettrica italiana sarà prodotta da gas naturale ed energia rinnovabile, stando alla SEN ovviamente. Quest’ultima dovrebbe coprire il 38% del fabbisogno elettrico, rispetto al circa 27% attuale; il gas dovrebbe coprire un ulteriore 38%, rispetto all’attuale 45%, con il restante 24% coperto da carbone (14%) ed import (10%). Non pare all’Autorità che dato questo mix produttivo, si possa prevedere una sostanziale riduzione del prezzo dell’energia elettrica in Italia a meno di non ottenere risultati straordinari sul fronte della diminuzione del prezzo del gas naturale, obiettivo improbo.

Indispensabile infine per l’AGCOM intervenire sui recenti impianti a ciclo combinato a gas, nuovi, numerosi ed oggi praticamente fermi per sovracapacità produttiva e prezzo non competitivo dell’energia prodotta con il gas.

 

Le Regioni.

Hanno un approccio critico perché non vi sono piani di azione concreti all’interno della SEN. Non vi è integrazioni con il PAN (Piano di Azione Nazionale) e il PAEE (Piano di Azione Efficienze Energetica). Non sono citate o ipotizzate le necessarie manovre fiscali per rendere attraente e incentivante l’investimento nel rinnovabile, anzi, qui solleva un tema aperto sul conflitto tra rinnovabili e settore agroalimentare: i recenti ed ampi investimenti in produzione eolica e fotovoltaica, soprattutto quest’ultima, sono andati in conflitto con le necessità di disporre di aree agricole. Inoltre mancano indicazioni concrete e solide sul credito: efficienza energetica e fonti rinnovabili sono fortemente condizionati da investimenti che ad oggi, per la penuria di capitali disponibili, sono a forte rischio.

Levate perplessità anche dagli aspetti di politiche integrative tra Stato e Regioni lamentando l’eccessivo abuso di aree per fonti rinnovabili laddove gli spazi non lo consentirebbero. Viene poi citata la Sardegna che soffre la cronica assenza di fornitura di gas, con tutte le limitazioni che ne conseguono: su questo le Regioni colgo favorevolmente il progetto Carbosulcis (estrazione e lavorazione del cosiddetto “carbone pulito” tramite la “cattura della CO2).

Le Regioni guardano con favore alle strategie quali puntare fortemente sull’efficienze energetica e le energia rinnovabili, sono perplesse sullo scarso orizzonte temporale della strategia, dubbiose quindi sul concetto di HUB europeo. Contrarie ai percorsi di ricerca ed estrazione idrocarburi sul nostro territorio, rilevano nelle “smart grid” un passaggio importante insieme ai sistemi di accumulo che stanno lentamente prendendo piede.

Veniamo alle associazioni del mondo dell’impresa.

Confindustria ANIE lancia una proposta molto chiara: sostituire il parco elettrico esistente, sia in ambito industriale che nell’edilizia, cioè mettere in atto un grande piano di efficentamento energetico per rimettere immediatamente in moto il sistema produttivo del Paese
AiCARR, l’Associazione italiana Condizionamento dell’Aria, Riscaldamento, Refrigerazione, si concentra sugli edifici terziari.
In questi edifici – spiega – caratterizzati da carichi endogeni rilevanti, un eccessivo livello di isolamento porta ad un aumento dei consumi per la climatizzazione estiva, spesso superiore al risparmio energetico ottenuto nel periodo di riscaldamento. È quindi necessario – secondo AiCARR – intervenire sull’involucro per limitare gli apporti solari estivi e utilizzare sistemi di climatizzazione gratuita o ad altissima efficienza.

ANIT, Associazione nazionale per l’isolamento termico e acustico, chiede di favorire la riqualificazione energetica degli edifici esistenti, puntando sulla riduzione deiconsumi di energia e non solo sulla diversificazione dell’approvvigionamento.

La proposta di Confindustria FINCO, la Federazione delle industrie dei prodotti, impianti e servizi per le costruzioni, riguarda il “nuovo” bonus del 55% per la riqualificazione energetica, da sfruttare a piene mani per incentivare gli investimenti in questo ambito.

Queste delle imprese sono un sottoinsieme dei vari pareri ma risulta interessante notare come sostanzialmente rilevano in modo concorde che è sull’efficienze energetica su cui si deve puntare. Ne consegue che anche la SEN, deve essere fortemente rivista alla luce di questa considerazione.

Infine, il parere di chi scrive, in alcuni sintetici punti:

–      Rivedere la SEN con una pianificazione al 2050, utilizzando PAN e PAEE con obiettivi quinquennali misurabili

–   Insistere con molta più intensità sull’efficentamento energetico a partire dalle linee di trasmissione e distribuzione, dove alcune stime parlano di perdite oltre il 20% dal produttore al consumatore. Per poi arrivare al domestico, tramite incentivi e sgravi fiscali, sia dallo Stato centrale, che dalle Regioni e le amministrazioni locali, senza tralasciare la gestione dei rifiuti che deve essere parte integrante della strategia in questione.

–        Sulle rinnovabili si può fare ancora moltissimo, anche e soprattutto sul domestico, per arrivare perché no all’eolico “off shore” con opportune regole e laddove compatibile con l’industria del turismo. Nel Nord Europa sono già realtà.

–        Se dalle importazioni di gas vogliamo avere una fetta importante della nostra dipendenza energetica, è indispensabile affrontare la questione a livello europeo, insieme al cosiddetto mercato elettrico europeo. Gli stoccaggi di gas vanno poi valutati insieme agli stati membri. Se vogliamo avere una Europa unita veramente, si passa anche dalla politiche energetiche.

–         Idrocarburi ed estrazione sul territorio italiano francamente possono dare poche risposte al futuro del paese e porre più problemi ambientali, con ricadute sulla salute, che benefici.

–    La Governance del sistema elettrico, anche tramite sistemi di controllo intelligente, è tecnicamente alla portata, non può che portare benefici.

Ora che si apre una nuova stagione politica e che ci sono nuove forze pronte a mettere in discussione vecchi dogmi, è possibile e doveroso riprendere in mano la pianificazione del sistema energetico nazionale.

SEN, ovvero Strategia Energetica Nazionale – Parte Uno.

SEN, ovvero Strategia Energetica Nazionale – Parte Uno.

 

 Il ministero dello Sviluppo Economico, guidato da Corrado Passera, ha presentato lo scorso 16 ottobre 2012 la cosiddetta Strategia Energetica Nazionale (SEN) che, trattandosi di un atto di indirizzo, dovrebbe assumere la forma di un decreto ministeriale o del Consiglio dei ministri,peraltro l’articolo 7 del decreto-legge 112/2008, convertito dalla legge 133/2008, aveva attribuito al Governo il compito di definire una “Strategia energetica nazionale” intesa quale strumento di indirizzo e programmazione a carattere generale della politica energetica nazionale, cui pervenire a seguito di una Conferenza nazionale dell’energia e dell’ambiente, in cui allora conteneva anche un indirizzo programmatico verso il nucleare, fortunatamente abbandonato grazie al referendum del 2011.
Sottoposta nei mesi successivi dopo Ottobre ad una consultazione pubblica per tutti i soggetti interessati che volevano presentare le proprie osservazioni, effettivamente giunte, si è di fatto arenata a causa delle precipitose elezioni politiche del recente Febbraio e soprattutto dell’inadeguatezza caratterizzante deli governi che si sono avvicendati negli ultimi 20 anni.
L’iniziativa del Governo Monti, sebbene contenga delle linee guida anche discutibili, costituisce un elemento importantissimo, anzi direi fondamentale,  in quanto in Italia l’ultimo documento strategico programmatico sul comparto dell’energia risale al Piano Energetico Nazionale del 1988.

Il ritardo e soprattutto l’assenza di una strategia energetica aggiornata è vergognoso per un paese evoluto come dovrebbe essere il nostro, non affrontare in modo programmatico ed organico la questione energetica è come partire in macchina senza disporre dell’indicatore di benzina: il rischio è trovarsi improvvisamente “fermi” con un decine di milioni di abitanti, contro i 3 o 4 passeggeri della macchina. Dopo il referendum sul nucleare degli anni 80’, si è assistito ad un totale disinteresse alla pianificazione energetica e solo ora, con le ormai evidenti lacune di programmazione, è stata ridata la dovuta importanza ad una pianificazione di questo genere.

Prezzi elevati, carico fiscale eccessivo e carenza infrastrutturale costituiscono un peso eccessivo sia per le famiglie che per le imprese. Quest’ultime, in particolare, che vivono per lo più di esportazioni, si trovano costrette a competere ad armi impari con i gli altri competitors europei e mondiali in decisa posizione di sfavore: quanti esempi potremmo fare sulla questione del costo dell’energia che rende le nostre imprese meno produttive rispetto ad aziende estere, di cui avevo fatto cenni già in un mio precedente articolo…LEGGI

 

A ciò si aggiunge la mancanza di sicurezza degli approvvigionamenti. La dipendenza energetica dall’estero è infatti preoccupante. L’84% del fabbisogno energetico italiano è coperto da importazioni. Il dato si confronta con una quota di importazioni medio nell’Europa a 27 significativamente più basso, pari al 53%.

Per quanto riguarda le bollette, inoltre, si arriva a pagare rispetto ai paesi europei concorrenti fino al 40% in più sull’elettricità e il 20/25% in più sul gas. Costi che dipendono solo in parte (circa il 40/50%) dal prezzo della materia prima, il resto è dovuto alle tasse e ad altri oneri di sistema (tra questi gli incentivi al fotovoltaico costituiscono la voce più cospicua).

 

In cosa sostanzialmente consiste il documento? E’ di fatto un piano di sviluppo e di gestione del sistema di approvvigionamento, produzione e “consumo” dell’energia, che individua quattro obiettivi principali, sostanzialmente condivisibili:
1. ridurre significativamente il gap di costo dell’energia per i consumatori e le imprese;
2. raggiungere e superare gli obiettivi ambientali definiti dal Pacchetto europeo Clima-Energia 2020 cosiddetto “20-20-20”;
3. continuare a migliorare la nostra sicurezza di approvvigionamento;
4. favorire la crescita economica sostenibile attraverso lo sviluppo del settore energetico.

Per il raggiungimento di questi obiettivi, sono state individuate nella SEN sette priorità d’azione che, invece, possono essere discutibili, in alcuni punti estremamente discutibili:


1. la promozione dell’efficienza energetica;
2. la promozione di un mercato del gas, promuovendo per l’Italia il ruolo di principale Hub sud-europeo;
3. lo sviluppo delle energie rinnovabili;
4. lo sviluppo del mercato elettrico;
5. la ristrutturazione della raffinazione e della rete di distribuzione dei carburanti;
6. lo sviluppo della produzione nazionale di idrocarburi;
7. la modernizzazione del sistema di governance.

Come detto mentre i 4 obiettivi di indirizzo sono condivisibili i 7 punti di azione lo sono meno, non affrontano dovutamente alcuni temi come la microgenerazione, si risparmiano sull’efficienza energetica, rimandano ad una nuova stagione di perforazioni per estrazione di petrolio in Italia, anacronistica, peraltro stimato in quantitativi poco incidenti per una programmazione a medio-lungo temine, danno inoltre una fortissima enfasi alle importazioni di gas, poco affidabili tanto quanto il petrolio sia per ragioni geopolitiche, sia perché di fatto ci rendono ancora troppo dipendenti sia perché francamente i depositi di gas artificiali nelle viscere della terra mi preoccupano parecchio, soprattutto se prospettati in zone sismiche (vedi Emilia Romagna).

Nella prossima parte dell’articolo faremo una panoramica delle principali osservazioni ricevuta dal Governo sulla SEN da parte di associazioni, enti e imprese per darne una lettura completa: è chiaro che qualunque soggetto ora si appresti a governare ha il dovere di dare un indirizzo strategico sostenibile, e che risponda alle esigenze di un paese che deve crescere, non decrescere.

Smart Cities, perché, come e quando – Seconda parte.

Smart Cities, perché, come e quando –  Seconda parte.

 

 Come anticipato nella prima parte dell’articolo, prima delle festività natalizie, andiamo a chiudere questa non esaustiva analisi del concetto di “smart cities”, con alcuni esempi o /e casi di riferimento di come, visto sia come strategia che come strumenti, e il quando: ovvero casi o progetti di città intelligenti.
In ambito europeo è sicuramente doveroso ricordare quanto sia stato e sia tuttoggi determinante il patto dei sindaci (…VEDI), un’iniziativa autonoma dei Comuni europei finalizzata a ridurre le emissioni di CO2 di oltre il 20% entro il 2020 attraverso l’efficienza energetica e azioni di promozione dell’energia rinnovabile11.

Lanciato nel gennaio 2008, il Patto è sostenuto dalla Commissione Europea nell’ambito del perseguimento degli obiettivi della Strategia 20-20-2020.

Ad oggi vi aderiscono 4.200 Comuni europei per una popolazione di circa 165 milioni di abitanti, di cui oltre 2.000 italiani. Savona non è firmataria del patto, al contrario ad esempio di Albisola Superiore per citare un comune limitrofo, pare comunque abbia recentemente avviato le pratiche per sottoscrivere un protocollo di intesa con la Provincia di Savona: deve essere presentato un progetto strutturato e sostenibile che consenta di avviare un reale caso di “green economy” e soprattutto che non sia una agopuntura per sporadici finanziamenti fini a se stessi ma piuttosto l’embrione di una visione diversa dello sviluppo urbano.

I Piani infatti dovrebbero includere iniziative nei seguenti settori:

– Ambiente urbanizzato (inclusi edifici di nuova costruzione e ristrutturazioni di grandi dimensioni).

– Infrastrutture urbane (teleriscaldamento, illuminazione pubblica, smart grids, ecc.).

– Pianificazione urbana e territoriale.

– Fonti di energia rinnovabile decentrate.

– Politiche per il trasporto pubblico e privato e la mobilità urbana.

– Coinvolgimento dei cittadini e, più in generale, partecipazione della società civile.

– Comportamenti intelligenti in materia energetica da parte dei cittadini, consumatori e aziende.

 

L’adesione consente l’accesso ai fondi della Banca Europea per gli Investimenti e/o altri fondi dell’Unione Europea (ad esempio, i fondi strutturali 2007–2013) o altri strumenti finanziari innovativi per interventi specifici.

 

Altro strumento organizzativo quale piano strategico per le tecnologie energetiche è il SET Plan (…VEDI) che traccia il quadro logico entro cui sviluppare le azioni per il raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2020 nel campo delle fonti energetiche in ottica “low carbon”, cioè energie sostenibili, Per l’implementazione di tali azioni propone alcune iniziative industriali, focalizzate su settori principalmente nel settore energetico.

 Infine una delle colonne portanti nell’ambito è l’iniziativa europea è la “Smart Cities and Communities Initiative” con lo scopo di sostenere, in parte, nella realizzazione dei propri progetti circa 20-25 città europee che dimostrino la volontà di andare oltre gli obiettivi climatici ed energetici dell’Unione Europea per giungere ad una riduzione del 40% delle emissioni di gas ad effetto serra entro il 2020.

I progetti sono previsti concentrarsi su tre direttrici principali:

– Reti elettriche.

– Trasporti.

– Efficienza energetica nell’edilizia.

Quali strumenti finanziari abbiamo uno scenario europeo ed italiano che si configura con alcune linee principali di supporto.

Nel 2011 la Commissione Europea ha lanciato l’iniziativa “Smart Cities and Communities European Innovation Partnership” che, per il primo anno (2012), è stata finanziata con 81 milioni di Euro destinati ai settori dell’energia e dei trasporti. Per il 2013 il budget è stato portato a 365 milioni di Euro e riguarderà anche il settore ICT.

Diversi i settori coinvolti:

– Edifici intelligenti e progetti di quartiere

– Approvvigionamento intelligente e progetti al servizio della domanda

– Progetti di mobilità urbana

– Infrastrutture digitali intelligenti e sostenibili.

Sempre a livello europeo, sono stati inoltre lanciati ulteriori bandi di ricerca in cui rientrano anche i temi smart city:

– 9 miliardi di Euro a conclusione del Settimo Programma Quadro 2007-2013.

– 80 miliardi di Euro con il nuovo programma comunitario Horizon 2020

(nuovo Programma Quadro di Ricerca e Innovazione 2014-2020).

Ad essi si aggiungono:

– Bando “Smart Cities and Regions” (febbraio 2012) destinato allo sviluppo di smart grid locali (dimensione energetica e ambientale insieme, con il supporto del digitale).

– Azioni pilota sull’ “Internet del Futuro” che dovranno, entro il 2015, concretizzarsi in una decina di progetti di territorio.

Le più rilevanti vedono in prima fila il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca (MIUR) con le 2 principali azioni viste nel 2012.

– Marzo 2012: stanziamento di oltre 200 milioni di Euro per progetti inerenti le smart city nel Mezzogiorno, accompagnati da 40 milioni di Euro per “Progetti di Innovazione Sociale”

– Luglio 2012: 655,5 milioni di Euro (170 milioni di contributo alla spesa e 485,5 milioni di credito agevolato) per la realizzazione dei progetti nel settore “Smart Cities and Communities and Social Innovation” su tutto il territorio nazionale.

Svariati ed estremamente interessanti i temi su cui partecipare che si legano anche ai lavori intrapresi dalla neonata Agenzia Digitale, di cui già trattato in precedente articolo.
Ora chiudiamo con alcuni casi concreti in larga scala di città smart nel mondo. Casi come Amsterdam, Curitiba (in Brasile), Seattle sono citati in pressoché ogni pubblicazione sul tema.
Amsterdam è tipicamente smart sugli aspetti di mobilità ed efficienza energetica degli edifici, Curitiba eccelle anch’essa per la mobilità, unita alla gestione dei rifiuti e Seattle è smart sul risparmio energetico.

Non mancano poi iniziative di vario genere in diversi città, ultima Tallinn in Finlandia che ripropone quanto avvenne a Bologna nel 70: per ridurre l’inquinamento e migliorare la mobilità viene fornito gratuitamente il trasporto pubblico locale. Certamente molto difficile da sostenere, a Bologna durò pochi anni, ma molto interessante come sperimentazione.

Nel campo della mobilità Hong Kong è sicuramente un caso da manuale.

I risultati ottenuti sono stati resi possibili da una visione chiara e integrata dei problemi di mobilità della città: Oggi a Hong Kong l’84% della popolazione (6 milioni di  abitanti circa) si muove usando i mezzi di trasporto pubblici, le biciclette o a piedi. Viene usata una carta che può essere usata su autobus, tram, traghetti, metropolitane, treni ad alta velocità e lunga percorrenza, funziona anche come carta di credito e fornisce sconti ovunque.

All’avanguardia nei servizi smart rivolti alla società “sociale” è Singapore: la città ha un approccio fortemente innovativo in ambito salute e grazie a questa visione medici e operatori sanitari possono accedere in tempo reale a tutte le informazioni clinicamente rilevanti di un paziente (dati anagrafici, diagnosi cliniche, storia farmacologica, ecc.), con la possibilità di ridurre sia i costi (in termini di test duplicati o inutili) sia le possibilità di errore, sia in fase di prevenzione.

Le città smart possono essenzialmente svilupparsi secondo due modelli: greenfield (città create ex novo) o brownfield (città esistenti).

Esempio del primo caso è Masdar, che sorgerà a pochi chilometri dal centro di Abu Dhabi e a 15 km da Dubai, entro il 2020 (…VEDI ).

Masdar City è un progetto, del valore totale di 22 miliardi di dollari, ad opera della società Masdar – grande impresa attiva nel settore delle energie rinnovabili, a sua volta controllata dalla Mubadala Development Company, la società di sviluppo immobiliare ed economico del Governo di Abu Dhabi.

A regime i residenti dovrebbero essere circa 50.000, e circa 1.000 imprese, per lo più legate all’alta tecnologia e alle energie rinnovabili.

Una volta terminata, la smart city coprirà una superficie di 640 ettari e consumerà il 75% di energia in meno rispetto ad una città tradizionale di pari dimensioni. La strategia della città prevede zero emissioni, zero rifiuti, 80% dell’acqua riciclata.

Incredibile che proprio i proprietari del combustibile fossile per eccellenza, il petrolio, stiano lanciando iniziative di questo genere. Certamente le ampie disponibilità economiche sono un fattore determinante per iniziative di questo genere ma non solo: sono prove di trasmissione, insomma, test reali di un futuro che è alle porte.

Ma non è l’unico progetto estremo: la Cina è molto attiva e ci sono anche altre città in cantiere che verranno “ricreate” in ottica smart, invito a consultare …l’articolo

Futuro irrealizzabile? No affatto ma ovviamente come già sostenuto ogni caso ed ogni sviluppo và contestualizzato nel proprio territorio, l’Italia ha altre specificità, esigenze e risorse economiche diverse.

Per lo scrivente non vi è una sola soluzione o strategia ma sono convinto che sia fondamentale l’indirizzo “politico”.  Solo una visione chiara, condivisa e convinta di quale modello di sviluppo si voglia  intraprendere, e quello “smart” è l’unico sostenibile per le prossime generazioni, può far si che si concretizzi. Non si tratta di un piano di sviluppo del genere sovietico del primo novecento, ma piuttosto un insieme di iniziative coordinate che si sviluppano nel tempo, supportate da investimenti pubblici ma anche privati, in un contesto invitante, fatto di incentivi, detassazioni, agevolazioni, anche e soprattutto per i cittadini.

Smart Cities, perché, come e quando – Parte Prima.

Smart Cities, perché, come e quando – Parte Prima.

 

 Il tema “Smart Cities” sta progressivamente prendendo piede nel linguaggio comune, benché ancora limitato sia il numero di coloro che ne colgono il significato e la portata. Proviamo a fare alcuni passaggi con il quale si possano dare ulteriori contributi chiarificatori con 2 domande, “Perché Smart Cities” e “Cosa e Come Smart Cities”.
Innanzitutto il termine, già trattato in un precedente articolo, fa un chiaro riferimento terminologico a “città intelligenti”. La questione “città” è un tema ormai definitivamente aperto: nel 2007, a livello globale, la popolazione urbana ha superato quella rurale. Si prevede che nel 2050 la Terra ospiterà 9 miliardi di persone (+32,4% dal 2010) e, a tale data, le città ne ospiteranno circa il 70%. Entro il 2030 quasi un quarto della popolazione mondiale vivrà nelle 600 maggiori città del mondo.

L’Italia ha delle peculiarità che vale la pena considerare attentamente, soprattutto in prospettiva di sviluppo:  una persona su due (44,6% della popolazione) vive in comuni ad alta urbanizzazione, in linea con la media europea (47%) 41. Al contrario, la quota di popolazione italiana che vive in zone a medio grado di urbanizzazione supera di quasi 14 punti percentuali il valore medio europeo (25%): significa che molto del tessuto sociale italiano vive in realtà più ridotte, meno “inglobate” da grandi città. Da qui la considerazione che vanno trattate come “reti” di città, e relativi interventi smart così configurati.

La sfida dello sviluppo si gioca comunque nelle “città”, questo è ormai ampiamente condiviso dai più. Và da sé pertanto che vi sia un forte spirito di ricerca e che si tenda, finalmente, a circoscrivere indirizzi di sviluppo condivisi dei quali si vogliono definire ambiti e scenari.

Ed è per questo che vi sono varie definizioni ed interpretazioni, peraltro il termine “SMART”, applicato a soluzioni specifiche, è stato utilizzato per le prime volte da aziende che operano nel settore ICT, come CISCO ed IBM, ormai più di 15 anni orsono.

Oggi, il termine SMART CITIES, è unanimemente riconosciuto come un modello di sviluppo il cui carattere peculiare è la sostenibilità ambientale, l’unico aspetto comune a tutte le definizioni che si focalizza su un corretto ed efficiente uso delle risorse: sempre più prioritario soprattutto rispetto per le future generazioni che abiteranno nelle città.

Oltretutto sono approcci e studi che arrivano anche dalla programmazione politica europea con gli obiettivi 20-20-20, insomma non stiamo parlando di iniziative sporadiche di qualche scienziato pazzo.

Le interpretazioni del modello di sviluppo in questione, come detto, variano a seconda degli attori coinvolti:

  • Qualità della vita, e gli aspetti più marcatamente sociali (quali istruzione, governance partecipativa, inclusione, sanità), più marcate nel mondo accademico.
  • Le interpretazioni degli enti europei, che si concretizzano nelle emanazioni dei bandi per incentivare soluzioni “smart”, sono tendenzialmente più restrittive. Il focus è sulle infrastrutture di rete (energia, mobilità, ICT), dove è forte l’intervento dell’aspetto tecnologico e dove la connettività è considerata fattore di crescita nel breve periodo. Si pongono, invece, in secondo piano le sfaccettature della smart city connesse alla qualità della vita.
  • Qualità dell’ambiente, tema sostanzialmente trasversale a tutte le interpretazioni date.

Effettivamente il ruolo delle tecnologia, fin dagli albori della storia antica, ha sempre segnato il passo degli sviluppi che hanno consentito una sorta di passaggio di livello: certamente non sempre il meglio per l’uomo in termini assoluti ma sicuramente un “passaggio”.

Molte delle tecnologie chiave illustrate nella figura sottostante si configurano, di

fatto, come sistemi (trasporti, gestione idrica, energia ed elettricità, edifici).

 

E’ quindi determinante la disponibilità di “alto tasso” tecnologico che può concretamente essere di supporto per qualunque disegno di sviluppo sostenibile si voglia intraprendere, questo oggi è una certezza. Non và trascurata l’affascinante declinazione dell’ ”internet delle cose” con la quale si prefigurano oggetti che comunicano tramite la rete il proprio stato: il frigo con gli alimenti al proprio interno in esaurimento, la macchina con il traffico circostante etc…

Estremamente interessante anche il concetto elaborato dal MIT di Boston (http://senseable.mit.edu/) che le definisce come “senseable city” ovvero città in grado di sentire: l’idea che la città sia abitata da persone “evolute”, che apprendono, si adattano alle nuove soluzioni tecnologiche, partecipano anch’esse ai processi di innovazione e hanno un ruolo attivo nella cosiddetta democrazia partecipativa come anche la città stessa che diventa intelligente ed in grado di “sentire” le esigenze di chi ci vive.

Si tratta, dunque, di un modello di sviluppo di città in cui, citando le definizioni quanto mai pertinenti del report “European House Ambrosetti”, si perseguono precise linee di indirizzo:

  • Gli sprechi idrici ed elettrici vengono evitati grazie a sistemi di rilevamento e monitoraggio avanzati, sistemi di telecontrollo e sensori su lampioni pubblici, impianti di irrigazione, ecc. con tutte le ottimizzazioni che se ne possono ricavare
  • Le emissioni industriali e residenziali sono ottimizzate grazie a soluzioni che riducono l’impatto degli impianti di aerazione e di riscaldamento
  • Le fonti di energia rinnovabile sono integrate nel sistema energetico e le soluzioni per l’efficienza energetica sono applicate nei settori industriale, residenziale, infrastrutturale e nei trasporti.
  • Gli spostamenti sono agevoli grazie al controllo dei flussi di traffico ed alla infomobilità, i trasporti pubblici sono innovativi e sostenibili, i centri storici sono pedonalizzati, si favorisce l’intermodalità tra mezzi di trasporto non inquinanti (auto elettriche e biciclette, ad esempio).
  • Si producono meno rifiuti, li si raccoglie in maniera differenziata e se ne trae energia.
  • Le prestazioni sanitarie possono essere prenotate e pagate in remoto, così come i servizi urbani, recuperando tempo utile per se stessi.
  • Non si ha più necessità di accodarsi in banca, in posta, o presso gli uffici pubblici, basta disporre di un computer.
  • Il patrimonio immobiliare della città è manutenuto costantemente e gestito attraverso le tecnologie più avanzate.
  • Il verde urbano è protetto e le aree dismesse vengono bonificate.
  • La città è un laboratorio di idee, un ambiente fertile per l’apprendimento, la creatività e l’innovazione, perseguiti secondo logiche inclusive.

 

Nel prossimo articolo faremo alcune ipotesi di “Come Smart Cities”, ovvero alcuni esempi o “best practice” che possono essere di aiuto per completare il quadro.

Della rete elettrica, del mercato e del carbone.

Della rete elettrica, del mercato e del carbone.
 
Trasmettere l’energia elettrica significa trasferire tutta l’energia immessa nella rete di alta tensione dagli impianti di produzione e dalle linee di interconnessione con l’estero ai punti di prelievo, dove si “preleva” l’energia; l’attività ha il suo presupposto nella rete elettrica di trasmissione nazionale.

In Italia nel 1999, il decreto Bersani, nel recepimento della direttiva comunitaria96/92/CE del Parlamento e del Consiglio Europeo del 19 dicembre 1996, ha introdotto la liberalizzazione del settore elettrico. Gli effetti di questo decreto furono quelli di aprire un mercato elettrico che fin dalla nazionalizzazione del 1962era di fatto monopolistico (i.e. con il solo operatore nazionale l’ENEL che poteva produrre e vendere energia elettrica agli utenti) ad altri operatori che diventano così concorrenti.

Per favorire la liberalizzazione, ENEL è stata costretta a cedere la gestione della rete di trasporto a Terna, quella ad Alta Tensione per intenderci, schematizzata nella figura soprastante, e successivamente anche la proprietà, oltre che vendere ai suoi concorrenti centrali di produzione per 15.000 MW (una potenza pari a quella del Belgio), la rete di distribuzione con i relativi utenti nelle principali città (Roma, Milano, Torino, Verona, Brescia, Trento, Modena ecc.) alle ex municipalizzate.

Nel settore dell’energia elettrica il DISPACCIAMENTO è il servizio che copre in ogni istante l’equilibrio tra la domanda e l’offerta di energia elettrica. Ciò si rende necessario perché l’energia elettrica non può essere immagazzinata, non in grandi quantità almeno per ora, e quindi necessita di un sistema di monitoraggio che dica quanta energia va prodotta istante per istante, con continuità e sicurezza per il territorio, nel rispetto dei parametri tecnici di tutti gli “oggetti” che si collegano alla rete elettrica che devono rispettare dei vincoli tecnologici, come ad esempio la frequenza in Hertz che in Europa generalmente si attesta sui 50Hz.

L’anno 2004, con l’avvio del dispacciamento delle unità di produzione (le centrali di vario genere) secondo criteri di merito economico e del sistema organizzato delle offerte di acquisto e di vendita di energia elettrica (la cosiddetta “borsa elettrica”), ha rappresentato un momento di svolta nel processo di liberalizzazione del settore elettrico avviato nel 1999 con l’approvazione del decreto legislativo n. 79/99. Per la prima volta i diritti di immissione e di prelievo di energia elettrica nel/dal sistema elettrico nazionale sono stati assegnati secondo principi di mercato ed i prezzi dell’energia elettrica all’ingrosso sono stati determinati dalle dinamiche della domanda e dell’offerta di energia elettrica.

Qui non si entrerà nel merito della convenienza per le tasche del cittadino, analisi peraltro complessa ed articolata, ma piuttosto su alcune considerazioni relative ai principi di “rete smart” o “smart grid” e sulle centrali termoelettriche a combustibili fossili e della loro apparente necessità.

Il processo di costruzione dell’architettura di una smart grid ha subito in Italia una accelerazione in seguito al sostanziale completamento della installazione sull’utenza domestica di smart meters (contatori intelligenti), elemento fondamentale di una rete siffatta. In prospettiva, le smart grids consentono una maggiore integrazione delle fonti rinnovabili non modulabili, un contributo alla limitazione dei picchi di carico, una partecipazione attiva e più capillare al mercato elettrico.

Secondo questi principi quindi una centrale tendenzialmente produce e immette energia all’interno di una specifica area di cui alla figura sottostante, se all’interno di quest’area la richiesta è di energia è molto alta, allora i prezzi salgono, se la richiesta è molto bassa i prezzi  scendono.

Arrivando al nocciolo della questione proviamo a vedere come è organizzata la “vendita” di energia.

Al fine di delimitare le aree per la reale consegna di energia da produttore a consumatore, anche per limiti della stessa rete di trasmissione che può essere raffigurata come una condotto idraulico: più lungo è il condotto e più ci sono perdite, inoltre più corrente passa nello stesso condotto e più ci possono essere delle “congestioni” nel trasporto con conseguenze nefaste per la stabilità della rete.

 

Attualmente si riscontrano  molti casi di centrali termoelettriche, che sono quelle con maggiori potenze disponibili, completamente spente a causa delle sostanziale scarsità di domanda nelle rispettive zone.  Il prezzo “pagato” per l’energia sarebbe di fatto talmente basso da non ripagare i costi di produzione, rendendo quindi preferibile la soluzione di dichiarare a Terna la “Non Produzione” e lasciare che eventualmente, facendo delle semplici ipotesi, anche se in forma non del tutto da mercato liberalizzato, si produca un po’ tutti a testa,  all’interno della zona, al fine di garantire un minimo di utili per un certo periodo.

Questo fenomeno è anche legato alla diffusione di centrali a fonti rinnovabili, soprattutto nel centro-sud che, per loro natura, non sono “programmabili” e per disposizioni normative hanno la precedenza sul mercato: deve essere venduta prima l’energia prodotta da fonti rinnovabili e successivamente le altre fonti.

Ora, andando a guardare le statistiche Terna sugli scenari di sviluppo energetico, in termini di DOMANDA, vedono la zona Nord come quella con minore necessità, anzi, il dato letto con occhio critico lascia intendere che si possa con efficienza ridurre ulteriormente la domanda.

 

La questione da porsi ha una semplicità disarmante: quale necessità vi sia nel prevedere nuove centrali termiche o ampliamenti di quelle esistenti, magari a carbone “pulito” quanto può essere pulito un combustibile fossile che nuoce gravemente alla salute,  quando:

  • · la domanda nel Nord ha già registrato cali negli ultimi anni
  • · è prevista una crescita risibile
  • · alla luce della richiesta di mercato non sono economicamente convenienti
  • · si può facilmente gestire migliorando l’efficienza delle rete nello stesso consumo, riducendo le “perdite”
  • · e le soluzioni a fonte rinnovabile possono essere integrate nella rete elettrica, garantendo energia pulita senza dipendenze da fattori esterni.

Agenda Digitale, una “Smart Opportunity”.

Agenda Digitale, una “Smart Opportunity”.
Nell’ambito delle iniziative e degli attori istituzionali e non, coinvolti in questo processo di sviluppo economico che definiamo “Smart Cities”, possiamo individuare una sorta di mappa ben inquadrata da questo schema a insiemi.

Gli attori come si vede sono molteplici, ognuno con un ruolo ed un determinato committment che affonda le radici nel grado di interesse, coinvolgimento, spinta e input politico. I recenti interventi dell’Esecutivo in carica hanno dato vita ad un ente che sulla carta può rappresentare un eccellente opportunità in ottica sviluppo Smart Cites, l’Agenzia Digitale.

Istituita dal Decreto Sviluppo approvato dal Consiglio dei Ministri il 15 giugno 2012, l’Agenzia è una leva fondamentale per conseguire gli obiettivi di Europa 2020. Assolverà compiti cruciali quali:

– sviluppare le reti di nuova generazione;

– garantire la sicurezza e l’interoperabilità dei dati della Pubblica Amministrazione;

– dare sviluppo all’Agenda Digitale (prevista per settembre 2012).

La nuova Agenzia incorpora le funzioni svolte finora da tre diversi enti – DigitPA, Agenzia per la diffusione delle tecnologie per l’innovazione, Dipartimento per la digitalizzazione – che vengono soppressi (i primi due) o riorganizzati (il terzo). Avrà un organico di 150 addetti, guidati da un direttore generale con mandato triennale, nominato dal Presidente del Consiglio d’intesa con i Ministri dello Sviluppo Economico, dell’Economia, dell’Università e Ricerca, della Funzione Pubblica.

L’Agenzia Digitale, che possiamo raffigurare come il contenitore, ha quindi dei compiti tra cui spicca quello di dare sviluppo alla cosiddetta “Agenda Digitale” che di fatto rappresenta il contenuto concreto di linee guida.

L’Agenda Digitale Italiana (ADI) è stata istituita il primo marzo 2012 con decreto del Ministro dello sviluppo economico, di concerto con il Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione; il Ministro per la coesione territoriale; il Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca e il Ministro dell’economia e delle finanze. È stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il Decreto Legge del 18 ottobre 2012, n° 179 “Ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese” –  c.d.provvedimento Crescita 2.0 – in cui sono previste le misure per l’applicazione concreta dell’ADI. I principali interventi sono previsti nei settori: identità digitale, Pubblica Amministrazione digitale/Open data, istruzione digitale, sanità digitale, divario digitale, pagamenti elettronici e giustizia digitale.

L’approccio dell’ADI (http://www.agenda-digitale.it) è stato sostanzialmente quello di individuare dei gruppi di studio, attori principali di proposte, idee e confronti da cui sono scaturite le linee guida di sviluppo sulle quali fare leva per creare interventi normativi di impulso all’economica, il processo lo possiamo raffigurare tramite questo schema, tratto direttamente dal relativo sito istituzionale.
L’Agenda Digitale Italiana si pone quindi lo scopo di raccogliere gli spunti propositivi dalla società civile per trasformarli in azioni concrete che l’Agenzia Digitale avrà il compito di mettere in pratica.

L’elaborazione delle idee all’interno dei 6 filoni di sviluppo sopra rappresentati ha, ad oggi, prodotto un elenco di interventi che, se realizzati, possono dare realmente un contributo occupazionale importante e un reale impulso economico traducibile in punti percentuali del PIL. La prospettiva è tale per cui è sostenibile che gli investimenti, che pure rappresentano costi per il Prodotto Interno Lordo, si tramutino in utili perché efficentano la vita comune.

Questa la lista di proposte corredate da analisi schematiche di ciascuna area di interesse:

Infrastruttura di Rete

Integrazione dei sistemi ICT nella P.A.

Digitalizzazione nei rapporti di imprese e cittadini verso la P.A. (Switch-off)

Incentivo all’utilizzo del digitale e competenze

L’intervento italiano và doverosamente contestualizzato nella politica di più ampio respiro avviata dall’Unione Europea con l’Agenda Digitale Europea e gli obiettivi Europa 2020 (http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=COM:2010:2020:FIN:IT:PDF). Con questo strumento l’Unione Europea ha individuato nel “digitale” una delle vie d’uscita dalla profonda crisi che ci accompagna da alcuni anni e ha conseguentemente indirizzato gli stati membri a fare altrettanto, contestualizzandoli per ogni area: in sostanza la visione di una forte digitalizzazione può rappresentare un efficentamento importante della vita, del sociale, dei processi e quindi trasformarsi in un fattore di produttività a proprio vantaggio. Si sposa peraltro pienamente con le “Smart Cities”, con un nuovo modello di sviluppo che oramai si rende necessario ed indispensabile.

Quindi, ancora di più, vi sono prove ed elementi concreti che siamo su una strada tracciato con criterio, all’interno di una visione più ampia e che solo la cecità della classe politica che fino ad ora ha occupato la “stanza dei bottoni” ha posto l’Italia su un divario ampissimo, se raffrontata con altri paesi. Non tutto è perduto, enti e strumenti come l’Agenzia Digitale sono di fondamentale importanza e se usati correttamente non possono che dare buoni frutti: si pone ovviamente la questione politica. Se tale non sarà sponsor attivo e non darà credito a questi strumenti, avremo gli ennesimi carrozzoni inutili ed improduttivi.