Skip to main content

Covid-19, Tu quoque

L’evoluzione della situazione ha manifestato con gravità mai vista nel mondo occidentale moderno, quanto quella sottovalutazione fosse errata e di fatto abbia colto impreparati tutti noi. Per me è stato nel fine settimana del 7-8 marzo, quando già erano attivi provvedimenti del Governo e delle regioni del Nord Italia ma tant’è ancora in tanti non comprendevano la reale portata del fenomeno, dove ho preso coscienza che il problema fosse serio e c’era un reale e concreto pericolo per la salute di tutti, nessuno escluso.

Cosa è successo dopo, a parte le reazioni di ciascuno di noi, è notizia di cronaca: l’OMS dichiara la pandemia, la diffusione globale del virus, i decessi, le progressive e sempre più stringenti misure di chiusure, il cosiddetto “lock down”etc…misure che hanno radicalmente cambiato le nostre vite, tra l’altro ricordando quanto ciascuno di noi abbia una vita sociale, anche i più “orsi” caratterialmente, come il sottoscritto. Come alcuni sanno ho un ruolo pubblico, come consigliere regionale, che svolgo dal 2015 quando allora fui eletto, per cui più di altri in questo periodo ho avuto ed ho tutt’ora relazioni con molti soggetti, ora tutte “virtuali”, ma soprattutto la responsabilità quantomeno di rappresentare delle istanze, dei problemi o anche delle proposte, da trasferire a chi governa, al netto di essere in minoranza in regione Liguria; quindi ancor più sentito è stato ed è un sentiment, una percezione più ampia dei problemi non tanto per particolari capacità ma semplicemente per le informazioni che acquisisco, come chiunque in questo ruolo.

Visto lo stato attuale delle cose, alla data in cui scrivo siamo al 27 marzo, gli ordini di problemi sono ovviamente 2: l’aspetto sanitario strettamente correlato a quello epidemiologico, e l’aspetto economico, conseguenza diretta del primo.

Sul primo punto credo che non si possa fare altro che mantenere rigide le misure di contenimento sociale, la curva dei contagi sta rallentando e nell’arco dei prossimi 10 giorni potremo misurare, come auspicato da tutti, una riduzione, frutto semplicemente dei minori contatti sociali. E’ una mera questione statistica, di grandi numeri, ci saranno zone con curve di rallentamento più o meno accentuate, ma la Cina ha dimostrato che un rigido protocollo di lock down porta a ridurre drasticamente i contagi. Protocollo che la Cina, anch’essa con qualche ritardo, ha adottato verso le fine di Gennaio e conta di rimuovere i primi di Aprile, dopo oltre 2 mesi.

Della nostra sanità, della capienza di posti letto, della disponibilità di personale etc.. scriverò successivamente, ci basti sapere che sono meno rispetto a diversi anni fa su tutti i fronti, come sono meno le risorse economiche disponibili.

Ma la riflessione che vorrei fare in questa sede è quanto mi abbia colpito un aspetto. Al 2020, con i big data, la rete, l’intelligenza artificiale, la possibilità di andare nello spazio, le macchine elettriche, i super computer e chi più ne ha più ne metta, un virus, come altri in passato, sta penetrando nelle nostre società più avanzate e ricche, e l’unica arma per combatterlo è….stare a casa. Di cotanta tecnologia, siamo di fatto nelle condizioni di rispondere al picco più alto del contagio come bene o male si poteva fare secoli e secoli addietro.

E’ una considerazione agrodolce questa, che ci ricorda alla fine quanto siamo piccoli nell’universo, ricorda a chi ha il dono della fede il nostro spazio all’interno di un grande disegno non sempre comprensibile, ricorda come alla fine niente è assolutamente certo e scontato. Non vorrei cadere però nel pessimismo, caratteristica che non mi appartiene, personalmente ho grande fiducia nella scienza e nella ricerca scientifica e sono certo verranno individuate contromisure importanti, il tema vero è che trattasi di una guerra anche contro il tempo e i danni epidemologici e sanitari saranno maggiori tanto quanto il tempo per trovare delle soluzioni scientifiche andranno lunghe.

L’altra riflessione, come accennato, è di carattere economico. E’ stato detto da persone molto più illustri del sottoscritto: siamo in guerra. Le guerre si combattono con strumenti straordinari. E’ evidente che l’impatto del Covid sia duplice, il primo è l’alto tasso di infezione comporta una sempre più ampia fetta di cittadini che nella migliore delle ipotesi sono costretti a casa per la malattia, nella peggiore come purtroppo avviene, in ospedale. Il secondo aspetto è che le stesse misure di contrasto, ovvero di contenimento sociale, hanno fermato tout court un’ampia fetta del nostro mondo produttivo ed economico, che ovviamente non può passare indenne da una prova di questo genere, mai vista dal dopoguerra ad oggi.

Ed allora la politica, auspicabilmente quella più alta, entra in gioco per mettere in campo soluzioni prima emergenziali e poi, parallelamente ad una sperata riduzione del contagio, di rilancio di tutti i settori. Vedo in quest’ottica il dibattito a livello europeo vera chiave di volta. L’Italia, e forse nessun paese europeo da solo, può avere tutti gli strumenti necessari per ripartire azzerando quanto avvenuto, vorrei essere ottimista ma i dati economici del nostro paese al netto del “coronavirus” non erano incoraggianti prima e tantomeno lo potranno essere dopo. E’ quindi inevitabile che ci sia un ruolo chiave dell’Unione Europea, che siamo anche noi. Ed allora oggi si misurerà se questo organismo che nei decenni è cresciuto ed ha acquisito ruoli sempre più importanti nelle vite dei propri cittadini europei, è in grado di fare quel salto di qualità da molti auspicato; chi scrive è un europeista convinto, per una Europa vera, unita e solidale che nella propria carta fondante ha i valori di coesione sociale una colonna portante della propria ragion d’essere e che purtroppo ad oggi mostra ancora grossi limiti.

Quella che viviamo è la più grande “crisi” dell’epoca moderna, alcuni riconducono il significato di crisi (dal greco antico κρίσις ) a “opportunità, che è più l’interpretazione cinese Io, pessimo studente al liceo classico, rimarrei sul presunto significato originale dal greco antico di “separazione” o “scelta”: credo sia, per l’aspetto economico – politico, il momento delle scelte in chiave europeista e l’evoluzione del dibattito ci dirà quale sarà la scelta che dovremo fare.

Per ora non possiamo che ringraziare tutto quel personale ospedaliero che in prima linea combatte per noi.

Per aspera ad astra.

Fare, dire, ricordare

Fare, dire, ricordare

consejos-memoria-1319
Ho letto il recente articolo del Secolo/Stampa (Stampecolo?) in cui il giornalista stila una sorta di classifica dei principali attori presenti attualmente in Giunta nel Comune di Savona. In alcuni passaggi pure divertente, uno spottone elettorale per alcuni di essi, il Sindaco è fuori dai giochi ed è in corso di costruzione il personaggio che dovrà prenderne il posto nello scacchiere politico locale, peraltro segue un precedente articolo dello stesso giornalista che sparava una serie di nomi, sempre per il partito democratico. E giornalisticamente parlando è comprensibile, però che noi, sempre gli stessi….
http://www.ilsecoloxix.it/p/savona/2015/05/02/ARjkkQJE-nonostante_premiata_sondaggi.shtml
Articolo

Non è chiaro però il giudizio di merito perché tutte le persone elencate sono, più o meno, sulla barca da quasi un decennio e il prodotto “Savona” non dà alcun segno di restyling, anzi, ristagna nelle secche della tassazione, le banche che fanno circolare pochi soldi e le solite operazioni immobiliari che aumentano le case sfitte. Niente di nuovo sul fronte occidentale insomma.
Ma è un’altro l’aspetto che mi colpisce.
Non posso infatti notare il solito cenno ai grillini che non fanno abbastanza, peraltro leit motiv nazionalpopolare che viene abbondantemente utilizzato a livello nazionale e, in questo caso, a livello localissimo.
Il fare o non fare dipende se si valutano i soli risultati finali o se si valutano anche le iniziative dal principio, ovvero si possono fare diverse considerazioni ma dipendono dal punto di vista, assumendo sia un punto di vista “obiettivo”, in caso contrario non c’è speranza a difesa di chicchessia.
Vorrei fare qualche considerazioni su tematiche che, andando puramente a memoria, ricordo siano state proposte/supportate da questi brutti ceffi di cui faccio parte:
(PARTECIPAZIONE) In consiglio comunale dopo un iter più lungo di una gravidanza, è stata portata al voto la proposta di istituzione dei referendum comunali che consentirebbero anche ai cittadini di contare qualcosa. Certo, per alcuni “i cittadini” sono un noioso fastidio utile solo nelle tornate elettorali, della serie amiamo il popolo ma ci fa schifo la gente, tant’è noi però continuiamo a credere nel loro valore. Ebbene, proposta bocciata, anche dalla citata lista civica che avrebbe preso il posto dei grillini nell’immaginario erotico dei savonesi, che siede “de facto” in maggioranza insieme al Partito Democratico. E gli altri cosa dicono a riguardo? Boh….
(SCUOLA) Un’altra considerazione, pure essa recente. I “grillini nullafacenti” sono andati a fare una ispezione al centro cottura CAMST, visita preannunciata su un servizio che il Comune affida in gara per un appalto di oltre 5 milioni, tanta roba quindi. La visita ha trovato una partita di farina scaduta, si è data comunicazione ma, domando, se un articolo viene messo in quinta pagina dopo la pubblicità, di chi è la responsabilità? Non si è fatto abbastanza o non è stato divulgato abbastanza? E gli altri cosa dicono a riguardo? Boh….
(EDILIZIA SCOLASTICA) Sempre scuola, l’anno scorso, grazie ad un emendamento del Movimento 5 Stelle alla legge di stabilità 2014 è stata proposta l’adesione del Comune che, bontà loro, è stata approvata. Ebbene, avranno fatto tutte le procedure necessarie per attingere ai fondi? E gli altri cosa dicono a riguardo? Boh….
(INFRASTRUTTURE – SALUTE – SICUREZZA) Ancora, tramite una interrogazione parlamentare e una interpellanza comunale erano state sollevate già oltre un anno fa tutte le problematiche che ora stanno emergendo con i lavori in corso dell’Aurelia Bis: livelli amianto nello smerino, lavoro non in sicurezza, rischio crolli. Tutto verificabile e “agli atti”. Anche qui, la domanda retorica è: non è stato fatto o non è stato divulgato? E gli altri cosa dicono a riguardo? Boh
(GESTIONE RIFIUTI) Aggiungo che questi “grillinacci ambientalisti addormentati” l’anno scorso avevano sottoposto una interrogazione per capire come e quali azioni intendeva fare il Comune di Savone per l’ulteriore passaggio di proprietà della discarica in mano a EcoSavona, di cui il Comune è azionista di minoranza. Tema peraltro affrontato fin dal 2012 la questione GEOTEA. Pochi giornali ne hanno compreso le implicazioni, l’unico che ha ripreso con la dovuta attenzione la questione è stato il sito NININ. E gli altri cosa dicono a riguardo? Boh.
(ENERGIA – SMART CITIES) Recentemente, i “sonnacchiosi”, hanno depositato una mozione insieme al gruppo NOI PER SAVONA per la promozione e lo sviluppo del cosiddetto “shore to ship”, l’elettrificazione dei porti che consente di ridurre le emissioni in inquinanti delle grandi imbarcazioni durante lo stazionamento nei porti. Nell’ultimo consiglio comunale, dopo scene degne di Shining con il consiglio comunale deserto, i consiglieri di maggioranza in fuga e riagguantati per avere il numero legale, è stato chiesto di ritirarla per riportarla in commissione. Ma quando è la Giunta che propone le deliberazioni fornendo il materiale a 4-5 giorni dal consiglio ed impedendo di fatto lo studio e l’analisi dei documenti? E gli altri cosa dicono a riguardo? Boh.

(RIDUZIONE COSTI) Ancora recentemente era stato nuovamente posta l’attenzione ai costi del personale dirigente non tanto per accanimento quanto per una migliore redistribuzione dei premi anche a favore dei dipendenti. Quindi?
Ho volutamente usato tra parentesi delle parole chiave per evidenziare a livello macroscopico le tematiche toccate, importanti, pur nel contesto comunale, ma a questo punto a me preme capire se conta più essere o apparire. Perché nel primo caso, tramite le attività all’interno dell’istituzione si possono fare delle azioni, condivisibili o meno è altra questione, nel secondo caso è sufficiente comunicare, poi fare o non fare diventa relativo però…..
Fare, dire, ricordare: prima fare, poi comunicare che si è effettivamente fatto. E se poi qualcuno questo lo volesse ricordare non sarebbe male.

La Memoria collettiva

La Memoria collettiva

Non ho parenti che risultino partigiani, non ho storie di eroi da raccontare o aneddoti di famiglia che siano allettanti per qualche sezione dell’ANPI da presentare in commemorazioni del 25 Aprile.

11161351_396328217205085_4310725161457138878_n

Mio nonno paterno rimase ustionato in casa dopo un bombardamento che aveva causato una forte perdita di gas che provocò un grave incendio nel palazzo dove abitava. Mio zio bambino, che mai ho conosciuto, a circa 12 anni morì mentre andava a scuola sotto un bombardamento alleato a Genova. Questi i fatti storici e freddi che nella mia famiglia si ricordano strettamente legati alla guerra.

Io però ascolto sempre con piacere e con molto interesse i racconti e le considerazioni sulla Resistenza, sul 25 Aprile e sulla libertà.

In questi giorni ho avuto modo di ascoltare a Genova, grazie all’organizzazione di una RSU aziendale, un lungo intervento del genovese Giordano Bruschi, partigiano, giornalista, sindacalista ed anche politico. Persona di esperienza infinita, oltre 90 anni, una lucidità incredibile con i racconti di lavoro, il lavoro ai tempi del fascio e della tessera indispensabile per sopravvivere. Eppure, ad esempio, nella storica fabbrica della San Giorgio di Sestri Ponente, ai tempi guidata da 2 ingegneri ebrei, non era necessaria e lì si ritrovarono a lavorare tutti gli operai che non accettava il ricatto “occupazione” di quella tessera, di quel regime, fino a quando gli stessi direttori non furono deportati. E ancora tutte le storie di coloro che iniziarono a ribellarsi, perdendo il lavoro e la vita e che combatterono, combatterono per mettere fine a quel regime e come molti diedero vita alla Resistenza.

Nell’occasione è intervenuto il prof. Guido Rodriguez, esperto di scienze neuropsichiatriche, che ha fatto un intervento sulla memoria, il proprio ambito. Ma la memoria non è solo quella che permette di ricordare dei fatti, ma che consente di avere un ricordo comune di avvenimenti e storie, di come si sono svolti accadimenti storici e che lascito culturale hanno prodotto. Nel caso specifico, durante l’occupazione prima e la resistenza dopo, l’Italia vide sotto il proprio cielo il periodo più buio della propria storia.

Un periodo in cui vi furono scelte drammatiche, di cui ora, con la memoria collettiva, ne conserviamo tutti o quasi il significato, quel misto tra valore storico e valore simbolico. Un passaggio che ho trovato interessante è la testimonianza medica di come, nel caso dei reduci ebrei dalle deportazioni,  inizialmente vi erano negazioni della verità stessa tra chi aveva vissuto e chi ascoltava e non credeva.

Una memoria collettiva è necessaria perché tutti credano e ricordino i fatti. Ma anche qui un passaggio storico ci deve ricordare che non tutti erano partigiani, non tutti hanno fatto la resistenza: se si arrivò allora ad oltre venti anni di dittatura fascista è perché gli italiani stessi lo scelsero, o comunque buona parte di essi. Ed anche questo và ricordato e và contestualizzato nella vita odierna.

Poi, in ultimo, ho partecipato alla tradizionale fiaccolata che si conclude in Piazza Martiri a Savona, dove la sera del 24 viene dedicato un momento ai caduti e alla Resistenza con una fiaccolata di gruppi provenienti da tutti i quartieri, organizzata dall’ANPI. All’evento è intervenuto il dottore Giovanni De Luna, uno storico italiano che insegna Storia contemporanea all’Università di Torino. Ha fatto alcune considerazioni che ho trovato molto lucide, come uno storico deve fare, prima fra tutte quella che in quegli anni, ci furono come scritto prima della grandi scelte. Le scelte di coloro che per salvaguardare se stessi e i propri cari scelsero di rimanere ai margini evitando il confronto, la scelta di coloro che si schierarono anche durante la Repubblica di Salò con i nazifascisti, anche perché rappresentavano il potere, esercitato con la forza militare. Ed infine la scelta di coloro, si stima circa 6000 in tutto il nord Italia, che andarono sui monti, ed iniziarono a combattere. Lo storico, come tale, ha giustamente ricordato che il 25 Aprile è l’apice di un processo iniziato con l’8 Settembre 1943 in cui l’Italia dei Savoia, del Duce e di Badoglio si arrese, il “sogno straccione” dell’Impero sognato da Mussolini si dissolse come neve al sole e nulla fu più come prima.

Ebbene tutto questo è nostro patrimonio collettivo che dobbiamo tramandare per ricordare, una appunto “memoria collettiva” che và vissuta e raccontata correttamente per insegnare il sacrificio fatto da alcuni, ma gli errori fatti da molti: non erano tutti partigiani e non erano tutti fascisti. Ma molti erano italiani che hanno semplicemente accettato le cose come stavano, con il tempo, si sono assuefatti ad avere chi pensava loro per tutto: dalla culla alla tomba. E senza l’informazione vera, hanno accettato senza voler vedere, la privazione della libertà. Un ulteriore spunto è stata la successiva esplosione di “vis politica” dopo anni che non era stata più libera, dal ’45 in poi tornarono a fare politica i cittadini, per ricostruire un paese, tutti, dai socialisti ai democristiani, dai comunisti ai repubblicani. Poi il tempo e la storia recente ci hanno lasciato un panorama di desolazione e fallimenti che ora paghiamo caro, ma rimane la memoria di quel tempo.

A Savona tale manifestazione è a forte caratterizzazione di sinistra e un po’ mi diverte partecipare e vedere alcune facce stupite per la presenza di un “grillino”. Io però ci penso e mi chiedo come mai. Io ad esempio ero stupito di vedere molti rappresentanti del partito democratico, forse stonavano più loro che il sottoscritto. Ed ero stupito dal discorso del Sindaco che ha citato l’immigrazione, la libertà di culto e il campo nomadi della Fontanassa: per giustificare spese che approvano in ben pochi. Un tripudio di ipocrisia quale ultimo baluardo per trovare un senso di appartenenza agli ideali espressi da chi 70 anni fa combatteva per la libertà di voto, di partecipazione. Ecco, la memoria collettiva servirebbe anche per questo: per non dire stupidaggini, si fa miglior figura.

Buon 25 Aprile.

I “nomadi stanziali”.

I “nomadi stanziali”.

I “nomadi stanziali”.

Recentemente a Savona si è accesa una discussione sull’imminente proposta di regolamento comunale per “regolamentare” la sosta nel noto campo nomadi della “Fontanassa” in Savona. E’ di per sè un pò divertente che si regolamenti la sosta stanziale di nomadi, una contraddizione in termini ma la realtà è che questo in effetti avviene da anni e quindi la questione è stata affrontata.

rom images (1)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma il problema, se così lo vogliamo definire, non è tanto i soggetti che occupano l’area, ma il modello che si è venuto a creare, un modello dove a livello nazionale vi è assoluta carenza di regolamentazione per un fenomeno che avviene in tutte le città dove ognuna, a seconda della forza politica che governa, adotta dei provvedimenti, a volte diversi, a volte simili, a volte contrastanti. Pertanto la prima riflessione che faccio è la necessità di un intervento normativo che disciplini quantomeno a livello regionale la sosta delle popolazioni nomadi che peraltro in Savona è decisamente contenuta mentre in grandi città come Roma, o Milano e probabilmente anche a Genova, manifesta criticità ben superiori.

L’altra considerazione che vorrei fare è sul cercare di superare le classiche contrapposizioni sinistra e destra: questo è uno di quei temi, come l’immigrazione, in cui si torna a fare campanilismo politico ricompattando le fila nel nome della battaglia ideologica. Battaglia con la quale non ci mangiamo e non ci facciamo riduzione dei costi, per cui non serve ma serve capire come risolvere praticamente le questioni.

Senza entrare nel dettaglio del regolamento, è evidente che nasce da un punto ormai critico: una situazione di fatto non a norma di persone anche residenti che vivono in un contesto sanitario e sociale al limite, in un area che era peraltro destinata a tutt’altro, come parcheggio per l’adiacente campo della Fontanassa. A questo punto il rischio di un possibile sgombero avrebbe messo l’amministrazione, di sinistra (credo…), sotto una luce mostruosamente negativa e da lì l’intervento di un regolamento per dare una impomatata al tutto con un investimento contenuto. Dico contenuto perché in effetti i “famosi” 100.000 Euro per la messa a norma di quest’area dal punto di vista tecnico (luce, acqua, scarichi etc…) possono essere facilmente recuperati da una riduzione dei premi di produzione dei dirigenti o dalla riduzione del personale di staff del Sindaco, quindi a favore di una azione dal punto di vista sociale ben più elevato (o no?).

Dal punto di vista personale non credo affatto che sia questa la strada corretta, o meglio, da un lato se parliamo di integrazione anche per le popolazioni nomadi che non vogliono più essere nomadi, perché di questo parliamo, andrebbero inserite come tutti nel circuito dei soggetti residenti, in regola con le normative di soggiorno e contribuenti, alla ricerca di alloggi/case popolari quando ne hanno diritto.

E’ altresì vero che però ci confrontiamo con una cultura che vuole mantenere la sua identità e per questo probabilmente ricerca volutamente aree differenti e fuori dalle zone centrali, quindi è accettabile vi sia un area dedicata? Dipende unicamente dal costo per la collettività. Se il costo è sostenibile e a questo contribuisce a copertura dello stesso chi la utilizza con una quota di “affitto” tramite il canone che il regolamento introduce, non vedo alcun problema. Se per questa la collettività si sobbarca sulle proprie spalle costi senza alcun controllo allora abbiamo un problema.

In ultimo, nel caso specifico un paio di riflessioni ulteriori. Mi domando, a fronte del regolamento, cosa succederà quando ci saranno casi di non pagamento delle bollette, chi controllerà che la famiglie richiedenti accesso al campo non abbiano già alloggi di edilizia residenziale sull’intero territorio nazionale, o la non titolarità di altre zone di sosta sul territorio nazionale. Cosa succederà dopo i 4 anni massimi di permanenza consentiti per i residenti a Savona o dopo i 10 mesi per i non residenti.

Molto lavoro per la Polizia Municipale, molti costi in più per noi cittadini?

Il Bike Sharing Avanzato.

Il Bike Sharing Avanzato.

10670108_10204965223480453_8767885034152906904_n1888486_10204741844976303_989534712862443984_n

 

 

 

 

 

 

 

 

Dopo il fallimento del bike sharing lanciato dall’amministrazione del Comune di Savona i savonesi non si sono dati per vinti ed hanno avviato un nuovo sistema di bike sharing appunto “avanzato”, perchè con le biciclette che avanzano in giro si possono creare nuove stazioni di prelievo in un contesto di massima socializzazione. Le chiavi sono autogestite come anche gli spazi dove installare la nuova postazione….#unpòdovecapita.

Pare che il servizio funzioni e sia in continua espansione: a breve partirà anche una forma simile di car sharing.

Genny ‘a Carogna, ovvero del calcio e della violenza.

Genny ‘a Carogna, ovvero del calcio e della violenza.
La recente finale di Coppa Italia ci ha regalato un’altra pagina di calcio da ricordare, in negativo; l’evento calcistico in sé è stato praticamente ignorato e l’attenzione, giustamente, si è spostata sui fatti criminosi che si sono svolti all’esterno dello stadio, con il presunto agguanto a mano armata da parte di un delinquente, tale è il personaggio, verso un tifoso napoletano.Possiamo ampiamente discutere del concetto di tifoso, o “ultras” e del delinquente: a me pare chiaro che quanto avviene, non di rado, negli stadi italiani, non può essere ascrivibile a dei tifosi. Sono delinquenti, senza se e senza ma. Ma il personaggio che più ha colpito è senza dubbio tale Gennaro De Tommaso, detto “Genny ‘a Carogna”, noto piccolo delinquente locale ma anche capopolo di una parte della tifoseria napoletana.
genny  Il Genny, salendo e scavalcando la recinzione per andare a parlare con le forze dell’ordine, mostrando un atteggiamento inequivocabile con l’espressone del volto e la postura delle braccia, ha certamente dato prova di essere lì per fare una trattativa, per discutere di quanto era o stava avvenendo fuori dallo stadio. La maglietta che indossava richiama il nome di Antonino Speziale, il giovane indagato per omicidio dell’ispettore Raciti durante i disordini presso lo stadio Massimino di Catania. In sfregio all’unica persona che ha pagato con il prezzo più caro, l’ispettore di polizia.
Si è discusso della trattativa o presunta tale tra “lo Stato” e il capoultras in questione: certamente c’è stata, e non si stupiscano coloro che non hanno mai avuto a che fare in prima persona con eventi di questo genere, anche se non è certamente lo Stato ma piuttosto le forze dell’ordine che devono vigilare in occasioni di questo genere, sull’ordine pubblico. Come ha dichiarato in una intervista anonima un poliziotto della DIGOS, c’è poco da stupirsi, quando ci sono migliaia di persone che stanno “ribollendo”, è bene usare tutti gli strumenti di dialogo, piacciano o meno, per mantenere in quel frangente un livello accettabile di ordine evitando guai ben peggiori.Genny ‘a carogna ha il merito di averci messo la faccia e di essere sceso per chiedere quali erano le condizioni all’esterno dello stadio evitando un degenero di quella che doveva essere una partita di calcio, quindi una festa. Di fronte a questo fatto, però, è necessario fare i conti con il mondo del calcio, a partire proprio da Genny, la sua presenza allo stadio e la maglietta che indossava, un’insulto.

Facendo qualche ricerca in rete ho trovato diversi articoli di giornale, uno del 2008, che riporta: “Il costo minimo per una partita considerata “non a rischio” quindi con un numero ridotto di forze dell’ordine, disputata in un stadio medio-piccolo come quello labronico (Del Livorno, ndr) con una capienza di 19.201 posti, è mediamente di 30 mila euro”. Siamo nel 2008, per una squadra di piccola entità come volumi di affari e di tifoserie. E’ difficile pensare che i costi si siano ridotti. Un’indagine recente stima in 45 milioni di euro il costo annuo sopportato dallo Stato per il mantenimento dell’ordine pubblico legato alle partite. Dal 2007, con il pacchetto di norme che ha introdotto la figura degli steward all’interno degli stadi, parrebbe si sia si è registrato un progressivo calo del numero delle forze dell’ordine impiegate per gli eventi calcistici, ma è difficile pensare che questo modello possa portare reali riduzioni di costi e maggiore sicurezza.

Sul calcio ormai si è già parlato molto, ora servono i fatti: misure come quella adottate dalla THATCHER fortemente repressive, obbligo di firma fuori dallo stadio per chi è interdetto, processo per direttissima da una parte. Dall’altra quanto, sempre in Inghilterra, si è fatto negli anni ’90 riempiendo gli stadi con le telecamere a circuito chiuso: in caso di incidenti, era possibile riconoscere i violenti, arrestarli e comminare loro pene detentive pesanti (e immediatamente). Non solo: le società vennero obbligate a ristrutturare gli stadi con la modifica degli impianti, eliminando le barriere tra il campo di gioco e la tribuna: soltanto posti a sedere numerati associati al biglietto nominativo, con la costruzione dei seggiolini in ogni settore. I tifosi infatti devono restare seduti per l’intera gara, pena l’espulsione che avviene tramite gli steward della società e se perdura il comportamento viene inibito l’abbonamento ed impossibilitato ad acquistare nuovi biglietti. Capienza degli stadi limitata, struttura progettata con la possibilità di avere negozi e quant’altro. Si optò anche per la responsabilizzazione delle società di calcio, alle quali venne da allora affidata la sorveglianza all’interno degli impianti. Tutto attraverso la presenza di stewards privati, retribuiti direttamente dai club, in collegamento via radio con la polizia presente solo all’esterno degli impianti.

Fu anche deciso il divieto per le società di avere rapporti con i propri tifosi, se si esclude la collaborazione finalizzata a prevenire possibili incidenti: ecco, i rapporti tra società di calcio italiane e le tifoserie sono un altro dei grossi problemi che soffre il nostro calcio. Rapporti che usati a dovere possono indirizzare le cessioni, gli acquisti, le scommesse e addirittura le trattative per rilevare o meno una squadra.

Come possiamo pensare che arrivino investitori nel nostra paese, anche per il calcio, se il prodotto che abbiamo è fatto di guerriglia urbana, stadi obsoleti e vetusti, società che rispondono ai capiultras prima che agli amministratori?

Sono totalmente d’accordo con Renzi: non possiamo più, come collettività, sostenere per la sicurezza delle partite cifre di questo genere, senza peraltro poterci andare in sicurezza con la famiglia. Ma si deve agire, fare, il modello c’è, si può adattare certamente al contesto italiano, ma ci vuole fermezza, peraltro anche il Presidente del CONI Malagò è assolutamente in linea su questo, se vogliamo che il calcio torni ad essere una festa, come avviene negli States per baseball, basket e football americano. Dove peraltro, per motivi puramente economici, sono addirittura arrivati a fermare i campionati per trovare accordi (tra giocatori, sponsor etc…), ebbene, faccio una provocazione: fermiamo per 1 anno i campionati, facciamo le leggi, togliamo le sponsorizzazioni delle società di scommesse alle squadre (ma non è un controsenso?????), cerchiamo sponsor anche internazionali, avviamo i lavori di ristrutturazione a carico delle società e ripartiamo con un business interessante dal punto di vista economico ma accessibile da tutti e forse non avremo più bisogno di trattare con i Genny del caso.

Io, da ex abbonato allo stadio ed ex abbonato alla pay per view della mia squadra, attendo sviluppi ma nel frattempo non vado più allo stadio e guardo raramente in televisione le partite, ben che meno ci porto le mie figlie. Peccato, perché uno stadio gremito che fa il tifo per la propria squadra, dal vivo, è addirittura più bello della partita giocata sul campo. Forza Genoa, comunque.

ABBASSO ALE’.

ABBASSO ALE’.

 img

GIORNALISTA: “onorevole eccellenza cavaliere senatore”;

POLITICO: “mi sia consentito dire il nostro è un partito serio disponibile al confronto nella misura in cui alternativo aliena ogni compromesso“;

GENTE COMUNE: “ahi lo stress, Freud e il sess, è tutto un cess, ci sarà la ress“;

GIORNALISTA: “senza fatti e soluzioni, super pensioni, ladri di stato e stupratori, evasori legalizzati auto blu”;

POLITICO: “pci psi dc dc pci psi pli pri dc dc dc dc,  Immunità parlamentare”;

GENTE COMUNE: “vedo tanta gente che non c’ha l’acqua corrente e non c’ha niente ma chi me sente…”;

 

Brani tratti dal testo “Nun te reggea più” di Rino Gaetano. Un pezzo che è sempre attualissimo, o no? 

 

La Non festa della donna.

La Non festa della donna.

Il titolo non è errato ma voluto perché, passata la festa e “gabbato” lo Santo, pensavo corretto dedicare un pensiero al gentil sesso in un giorno assolutamente qualunque che nulla a che vedere con la festa della donna.

img

La ricorrenza fissata all’8 Marzo deve le sue origini a San Pietroburgo dove, l’8 marzo 1917 appunto (il 23 febbraio secondo il calendario giuliano allora in vigore in Russia), le donne della capitale guidarono una grande manifestazione che rivendicava la fine della guerra: a questa seguì una fiacchissima reazione dei cosacchi, inviati a reprimere la protesta, che incoraggiò successive manifestazioni che portarono sia al crollo dello zarismo e l’inizio della rivoluzione russa sia a identificare nell’8 marzo una data importante per le donne che venne successivamente spogliata del carattere prettamente politico e assunta come riferimento per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema femminile.

Premesso che sono allergico alle mimose, quindi le evito come la peste, senza voler offendere nessuno/nessuna, non sono affatto convinto della valenza in termini assoluti della festa della donna ma soprattutto della necessità di fissare a priori le cosiddette “quote rosa”, in qualunque ambito.

Ovviamente l’Italia ha una cultura “latina”, certamente diversa da altre culture sia del vecchio continente che di altre regioni del mondo, da noi storicamente il maschilismo è stato e tuttora rappresenta un dato di fatto culturalmente presente

Nelle discussione elettorale di questi giorni alla Camera dei Deputati, grande clamore ha fatto la levata di scudi di molte onorevoli che chiedevano la presenza “per legge” di quote rosa, richiesta poi caduta di fronte al voto segreto. A pensar male sembrava più una delle tante questioni di principio con cui ci fanno discutere e litigare perdendo di vista il tema centrale della discussione, in questo caso una legge in pratica identica alla precedente quindi incostituzionale, peraltro solo per una delle 2 camere nella speranza (vana) che il Senato si auto-chiuda e se ne vadano…

Ma tornando alle quote rosa per legge mi domando se la strada per cambiare una cultura sia quella di riservare per legge il 50% o qualunque altra percentuale alla presenza di donne in un qualunque posto, pubblico e privato che fosse. Da un punto di vista squisitamente pratico ci sono aree dove le donne sono meno presenti, penso ad esempio al mondo dell’ingegneria, in questo caso forse anche per attitudini diverse alla materia, ma se qui si imponesse una percentuale è realmente applicabile per avere poi in una qualunque selezione o ricerca del personale “il meglio per capacità” disponibile? Idem per la politica, oggettivamente le donne che fanno politica sono meno, imporre per legge il 50% è realmente la strada per avere i più capaci e meritevoli?

In fondo gli unici “driver” dovrebbero essere questi.

Quindi si pone il vero problema, che è a monte. Le donne nella nostra cultura sono messe nelle condizioni di sviluppare nel mondo universitario e lavorativo, le proprie capacità al meglio con gli stessi strumenti degli uomini?

La risposta, in Italia, è no.

Ma non perché mancano le quote rosa, ma perché mancano tutte le condizioni perché dal punto di vista culturale si cambi. Nel mondo lavorativo ci sono ad esempio ancora ostacoli enormi per le donne, soprattutto nella fase più delicata in cui arrivano dei bambini, per superare questo è necessario ci siano maggiori strumenti di supporto che vanno da più facilità di accesso agli asili/scuole, maggiore flessibilità nelle assenze per malattia dei bambini e dei congedi e SOPRATTUTTO gli stessi strumenti devono essere disponibili per i padri affinchè in base alle esigenze possano alternarsi senza alcuna limitazione:

avete mai pensato ad esempio che le assenze sul lavoro per malattia dei figli dopo un certo periodo non sono retribuite e che si deve per forza scegliere chi meno ci rimette? Questi aspetti non sono banali, ma mettono i paletti per lo sviluppo di una carriera lavorativa, in condizioni di inseguire sempre e inevitabilmente fare poi delle scelte nell’ineluttabile bivio famiglia/lavoro. Possibile non vi sia una via di mezzo? O una alternativa?

Sull’aspetto culturale, si parte nelle scuole, centro nevralgico per formare una cultura diffusa, fornendo gli strumenti per realizzare il concetto di pari opportunità sotto tutti i punti di vista perché questo è un tema applicabile a tanti aspetti delle nostra vita, dalla persona con un handicap alla persona di un’altra etnia o cultura. La riflessione va’ fatta soprattutto su noi stessi, nessuno dice che è facile e scontato e tutti noi abbiamo più o meno marcati pregiudizi che vanno dalla battuta della donna al volante fino ad arrivare alle declinazioni più violente che devono giustamente essere punite con severità, ed infatti è ancor più grave un comportamento delittuoso verso un soggetto che in certe condizioni è più debole, ma devono essere superate nelle discussioni, nelle azioni e nei comportamenti quotidiani.

Viva le donne e i Viva i giorni di NON festa della donna.

 

 

 

Moneglia, non far la stupida stasera.

Moneglia, non far la stupida stasera.

Nel lontano 1975 mio nonno acquistava un lotto di terreno edificabile nella “ridente” cittadina di Moneglia, riviera di Levante, in una frazione nell’immediato entroterra. Una tranquilla zona in campagna che consentiva comunque di accedere con pochi chilometri di strada al piacevole mare di quelle aree.

Fece poi costruire una piccola casa a dimensione famiglia, ideale per i fine settimana e come rifugio di riposo e relax, benché purtroppo già nei primissimi anni ottanta, per motivi di salute, furono costretti a vendere. Il plurale è corretto perché la casetta era cointestata anche a mio padre ma al di là di questo l’immobile fu venduto, regolarmente iscritto con atto notarile e da allora questa vicenda si perse nella memoria di mio nonno, mio padre e delle vecchie foto ormai sbiadite.

Ma chi meglio della memoria può aiutarci a ricordare dei tempi che furono se non la Pubblica Amministrazione o gli amici di Equitalia? Checco Zalone nel suo ultimo film ci insegna che l’unica risposta corretta ad Equitalia che “bussa” dichiarando “Siamo di Equitalia” non è altro che “No mi dispiace qui siamo cattolici (ndr, sostituibile con qualunque altro credo)” ma purtroppo nella realtà al normale contribuente questo costa nervoso, tempo perso, raccomandate e tanta tanta incredulità. Ed infatti il Comune di Moneglia, non ancora Equitalia fortunatamente, a distanza di oltre 30 anni, dopo che mio nonno è mancato da quasi 18 anni, ha bussato alla porta di mio padre chiedendogli l’ICI degli anni 2007 e successivi e meno male che non gli hanno chiesto l’IMU, la TARSU, la TARES nonché la TRISE e la TASI degli anni a venire.

Ovviamente il vero proprietario ringrazia e, direi, gode anche perché dagli anni ottanta in poi chi ha pagato l’ICI? Mio nonno e soprattutto mio padre non di certo e ne tantomeno gli risulta essere tornato proprietario a sua insaputa.img

Stiamo parlando del 2012. Ma tant’è si può sbagliare, diamo il beneficio del dubbio, magari gli elenchi non sono aggiornati, non si riesce a fare un controllo incrociato con l’Agenzia del Territorio competente (Genova) ed allora il povero contribuente (mio padre), non ha altri mezzi che quello di scrivere al Comune in questione inviandogli tutte le copie degli atti di vendita, regolarmente custodite, spendere del tempo e del denaro per chiarire la propria posizione, dopo trent’anni.

Lo zelante impiegato addetto (zelante per modo di dire…) si chiarisce lo scenario, comprende, coglie la questione e in una telefonata tranquillizza tutti anticipando che avrebbe inviato un fax agli interessati e la faccenda si sarebbe chiusa.

Tant’è.

A Ottobre 2013, un anno dopo,  il Comune di Moneglia torna all’attacco, sempre con l’ICI da pagare per gli anni recenti e sempre a firma dello stesso ufficio scrivente ma a questo punto se errare è umano, perseverare è diabolico e a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca.

Domando al Sindaco, peraltro con delega al Bilancio, come sia possibile chiedere un tributo al proprietario di un immobile che lo era agli inizi degli anni ottanta, solo a “ri-partire dal 2007”. In questi trent’anni non vi è stato alcun’altro con titolo di proprietà sull’immobile? Perché proprio dal 2007 e gli anni a venire? Perché dopo un primo chiarimento evidente i propri uffici nuovamente tentano di prelevare da un ex concittadino delle somme di denaro per imposte inapplicabili?

Purtroppo non ci sono solo casi come questo, tante sono le situazioni in cui la Pubblica Amministrazione mette noi cittadini in grossa difficoltà, schiacciati dalla burocrazia, da un atteggiamento cieco, da addetti poco competenti e poco interessati e soprattutto totalmente al fuori dalla realtà.

Lancio comunque un appello al Sindaco Claudio Magro: “la imploro, tengo famiglia, non sono mai passato in vita mia da Moneglia ne a tutt’oggi intendo farlo ma, visto che ora ci state provando con mio padre, se mai in futuro doveste provare a farmi pagare l’ICI/IMU e TRISE per una casa a Moneglia, bè, ne voglio anche il titolo di proprietà pieno e le chiavi quanto prima”.

In quel caso vi lascio pure 2 caffè pagati al bar del centro, presumo ci sia. Grazie.

Comunicare si, farsi capire è meglio.

Comunicare si, farsi capire è meglio.

E’ difficile farsi capire, lo è di fronte uno all’altro figuriamoci attraverso immagini, mail, articoli e comunicati.

img

Da un po’ di tempo vedendo un manifesto appeso in una stazione a Genova mi domandavo quale fosse il messaggio racchiuso, chi fossero i destinatari e quali obbiettivi si ponesse, l’immagine è comunque eloquente.

Il richiamo al noto e drammatico evento G8 di Genova del decennio scorso è chiaro e su quei fatti non si vuole entrare nel merito ma quanto mi ha colpito è l’immagine tratta da una foto ed il messaggio racchiuso. Parrebbe che sia rivendicato da un qualche gruppo di non so quale “collettivo qualcosa anarchico”  che si definisce Solidarietà e Azione, viene lanciato un messaggio di solidarietà ai condannati per i fatti del G8 lanciando un appello forte che pretende libertà per tutti coloro che hanno subito una condanna ed una chiara accusa allo Stato, visto come un terrorista.

Lo spirito anarchico emerge perché non ci deve essere nessuna condanna, nessuna sentenza e nessun tribunale: tipo Burundi, con rispetto parlando.

Fin qui tutto in linea con il credo di un gruppo di quel genere, ma la domanda sorge spontanea: perché nell’accusare lo Stato si inquadrano dei tipi con maschera a gas o passamontagna intenti a lanciare oggetti? Tutti evidentemente non in divisa, tutti chiaramente non proprio intenti a leggere dei versetti del Nuovo Testamento?

Francamente mi sarei aspettato immagini in cui il classico gruppo di celerini malmena dei poveri innocenti, invece abbiamo l’esatto contrario, quindi mi domando perché? Cosa volevano comunicare? Come si può pensare ad un ipotetico stato di innocenza mostrandosi durante un lancio di oggetti con il volto coperto?

Tante volte ci sono messaggi che girano tramite svariate forme e modi ma molto spesso non si capisce cosa vogliano dire, chi siano gli obbiettivi e cosa sostanzialmente si prefiggano, poi, se mascherati e privi di un volto, sarebbero sicuramente più credibili. Così no.