L’Europa che piace.

L’Europa che piace.

Sono stato recentemente a Bruxelles per un convegno sui lavori conclusivi di un processo durato circa 7 anni durante il quale sono stati realizzati progetti di efficienza energetica e soluzioni “smart” in genere per l’energia. Dal 2005 l’Unione Europea nel contesto
dell’iniziativa UE CONCERTO (http://concerto.eu) ha cofinanziato 22 progetti in 58 città nei quali si trattava di costruire e ristrutturare in base ai principi dell’efficienza energetica e di applicare un mix intelligente di fonti di energia rinnovabili. Un impegno che ripaga, come ho
potuto constatare anche io.

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Nel percorso che porta alla Smart City le città e i comuni europei possono trarre vantaggio da questa iniziativa perché colleziona in unico punto di accesso le esperienze, il sapere tecnico, economico e politico sviluppatosi nelle 58 città pilota che verranno elaborati e resi accessibili al
pubblico.
Si, anche il sapere politico ha una valenza fondamentale in questa esperienza che può insegnare molto su come intraprendere un percorso
virtuoso in quest’ottica.
Non nascondo che mi ha colpito con molto interesse l’intervento politico e strategico con cui è stato aperto il meeting tramite Žydr

 Europa 1 – Italia 0.

 Europa 1 – Italia 0.

Mentre stavo rientrando da una trasferta di lavoro ho ascoltato la trasmissione “Smart City – La città intelligente”, condotta dal mio omonimo Melis, di nome Maurizio, ottimo giornalista scientifico e preparato nell’ormai noto settore delle Smart City.

Degli argomenti trattati, uno in particolare mi ha colpito, durante il quale c’è stato un collegamento con l’ex ministro Profumo, savonese di nascita ma torinese di adozione, che ha incentrato il suo intervento sul rapporto decisamente sfavorevole che ha l’Italia con i fondi di finanziamento di provenienza europea. In sostanza quanto veniva rimarcato è che l’Italia ha una capacità attrattiva di finanziamenti che pende a sfavore rispetto alla quota contributiva che il nostro paese indirizza verso Bruxelles.uno

Riferendosi al bilancio 2007-2013, l’ex ministro ha spiegato che il contributo italiano è pari al 13,5% dei 56 miliardi di euro messi a disposizione dall’Unione, e  l’Italia è riuscita o sta riuscendo a recuperare appena l’8,5% del totale (contro il 13,5% appunto), sulla base dei progetti che ha presentato in questo periodo, in generale la nostra capacità di fare rientrare fondi rispetto ai contributi che versiamo all’Unione si aggira intorno al 60%, forse meno, contro percentuali ben più alte di altri paesi europei.  Un problema strutturale che abbiamo è nell’approccio, forse un po’ “italico” e culturale se vogliamo, ovvero si tende a cercare i fondi senza aver chiaro a priori cosa farsene.

In sostanza, bisogna invertire l’ordine degli addendi: non più partire dai fondi per arrivare ai progetti ma avere, nel momento in cui si definiscono delle cifre di massima, già chiari e disponibili dei progetti contestualizzati ai territori sui quali saranno gli obiettivi da perseguire.

E’ una ’impostazione che può avere forte incidenza nelle politiche di rilancio dell’economia nostrana anche in ottica di un ritorno alla crescita, negli ultimi anni i fondi comunitari hanno assunto una cattiva reputazione come di soldi di nessuno, spesso spesi male o non spesi, in realtà ci sono strumenti come i fondi strutturali messi in campo dalla Ue – il Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR), il Fondo sociale europeo (FSE) e il Fondo di coesione – per non parlare di tutti quelli che sono fondi rientranti nell’universo dei finanziamenti sulle smart city, come “Horizon 2020” per citare il prossimo ingente piano di finanziamento.due

Questo è quindi un problema ed un limite al quale per certi versi vi è rimedio o quanto meno è possibile attivarsi affinché pubblica amministrazione e settore privato facciano squadra per migliorare le proprie proposte progettuali.

Il problema ancor più serio e complesso risiede nella “politica” europea che si sta spingendo verso posizioni che da un punto di vista economico, nella cosiddetta “austerity” maggiormente gravosa per i paesi di area “Euro”, sta rallentando il normale processo di sviluppo economico e dall’altra nella sua sede istituzionale quale il Parlamento europeo, vede un ruolo dei deputati italiani alquanto ridotto o riduttivo: la tendenza degli ultimi anni è stata quella di inviare a Bruxelles o Strasburgo i politici cosiddetti “trombati” o da riciclare, i Borghezio o Mastella o Zanicchi solo per citarne alcuni, senza voler con questo dire che siano tutti inattivi o completamente avulsi dallo sviluppo delle politiche europee, ma tant’è.

La questione in sostanza è che per quanto ora noi lamentiamo politiche europee che ci danneggiano e che non rispondono alle esigenze della gente comune, dovremmo considerare attentamente quali scelte e quali strategie verranno avviate dalle forze politiche che intendono partecipare alla competizione elettorale del prossimo anno, appuntamento quinquennale per il rinnovo del parlamento europeo. Ed infatti spesso e volentieri sentiamo dei nostri Premier e Ministri che “vanno in Europa”, ma non ci siamo anche noi in Europa, ovvero all’interno delle istituzioni europee? Se dall’Italia andiamo a chiedere e talvolta sembra quasi “mendicare”, i nostri euro-deputati esattamente dove sono? Cosa fanno? Quanto incidono nelle politiche anche a favore del proprio paese che li ha eletti per rappresentarne le necessità?

Credo siano domande lecite perché le scelte intraprese dall’Europa, da non confondersi con la Banca Centrale Europea, benché ad oggi sia forse l’unico reale “governo” delle nostre vite, sono sempre più incisive nell’ambito delle politiche di sviluppo, lavoro e ricerca.

“Unita nella diversità.” , così dice il motto dell’Unione Europea.

Fiscal Compact o Mortal Combat?

Fiscal Compact o Mortal Combat?

Gli amanti dei videogiochi storici ricorderanno sicuramente uno dei migliori “Picchiaduro” degli anni ’90, che con le sue combo, i personaggi e la violenza da Grand-Guignol  lo resero eccellente sotto tutti i punti di vista.

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Ebbene, ai giorni nostri abbiamo una nuova versione del siffatto video gioco, il Fiscal Compact. Purtroppo è un gioco non adatto al grande pubblico ma solo per pochi eletti nelle cabine di regia del Vecchio Continente. Il 1 Gennaio 2013 nella totale indifferenza o quasi della gran parte degli italiani è entrato in vigore il “Trattato di Stabilità, coordinamento e governance, nell’unione economica e monetaria”. Il trattato doveva essere ratificato da almeno 12 stati dell’unione in quanto non è un atto emanato a livello centrale ma un accordo intergovernativo di diritto internazionale, 25 dei 27 lo hanno approvato nelle proprie sedi parlamentari, tranne Gran Bretagna e Repubblica Ceca, si sono rifiutati.

Il Fiscal Compact costituisce la parte squisitamente fiscale del trattato e si può sintetizzare in due obblighi dei paesi sottoscrittori: il primo attiene al rapporto tra il disavanzo pubblico e il prodotto interno lordo (che chiameremo “Rapporto A”), il secondo tra il debito pubblico e il prodotto interno lordo (“Rapporto B”).

Premettiamo alcune definizioni che possono essere ricavate da tutti navigando in rete:

Prodotto Interno Lordo: Il Prodotto Interno Lordo è il valore totale dei beni e servizi prodotti in un Paese da parte di operatori economici residenti e non residenti nel corso di un anno, e destinati al consumo dell’acquirente finale, agli investimenti privati e pubblici, alle esportazioni nette (esportazioni totali meno importazioni totali). Non viene quindi conteggiata la produzione destinata ai consumi intermedi di beni e servizi consumati e trasformati nel processo produttivo per ottenere nuovi beni e servizi. Insomma, è ciò che un paese produce.

Disavanzo pubblico: l’ammontare della spesa pubblica non coperta dalle entrate, ovvero quella situazione economica dei conti pubblici in cui, in un dato periodo, le uscite dello Stato superano le entrate. Il disavanzo è dunque un risparmio pubblico negativo.

Debito pubblico: l’ammontare dei debiti che un paese ha contratto nella sua storia verso creditori che possono essere persone, enti, imprese o altri paesi.

 

Lo schema del Fiscal Compact si può rappresentare come qui riportato. Significa che in condizioni di rapporto stabile tra il proprio debito pubblico e il PIL, è concesso di avere un massimo di disavanzo pubblico rapportato con il PIL dello 0,5%, in caso contrario, è il massimo è 1% PRIMO OBBLIGO

Rapporto A MAX 0,5%  se Rapporto B <= 60%

SECONDO OBBLIGO

Rapporto A MAX 1%  se Rapporto B >= 60%

La cosa incredibile è che tali parametri, secondo il trattato, devono essere ricercati e mantenuti tramite strumenti legislativi e fiscali nazionali, possibilmente “di natura costituzionale” e per attuarli, il Governo in carica, ha prontamente messo mano alla Costituzione intervenendo sull’articolo 81, “voci di corridoio” dicono in 86 minuti, viene da domandarsi perché già che c’erano non hanno messo mano agli articoli relativi alle Provincie per abolirle.

Và sottolineato inoltre che per quanto riguarda il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo, per i paesi sottoscrittori dell’Euro, è fatto obbligo entro 20 anni arrivare ad un valore di rapporto al 60%, eliminando ogni anno il 5% di eccedenza del debito rispetto a questo valore. L’Italia oggi ha il sopracitato rapporto al 120%, dovrebbe quindi ogni anno destinare circa 45-50 miliardi di Euro per pagare questo debito, una enorme manovra finanziaria ogni anno, oltre a quella normalmente necessaria. Drammatico.

Assolutamente discutibile la soglia fissata salomonicamente al 60% senza alcuna valutazione specifica sulle singole capacità economiche di ogni paese dell’area Euro, per non parlare degli squilibri che la stessa ha al suo interno, nei regimi fiscali, nei costi della “produttività” etc… insomma una regola uguale per tutti dove tutti sono diversi.

Per raggiungere questo obiettivo la prima mossa nello scenario di gioco, qui torniamo a Mortal Combat, è stata quella più “cruenta”, la combinazione perfetta: aumentare il prelievo fiscale e ridurre la spesa pubblica, alcuni la chiamano austerity, altri, forse più opportunamente, declino.

Non è pensabile privare una nazione della possibilità di adottare, secondo le teorie economiche più diffuse, politiche temporanee di indebitamento per fare ripartire l’economica, ora è impossibile. Tanto più che non è possibile, oggi, fare scelte autonome di svalutazione della moneta, per l’area Euro.

Da qui si sviluppano alcuni temi, primo fra tutti se gli strumenti adottati di “austerità” ci aiuteranno ad uscire da questa profonda crisi: bè pare proprio di no, secondo i principali studiosi di economia. La pensano diversamente gli operatori della finanza ed i politici a conferma che le sorti della nazioni non sono più in mano ai rappresentanti del popolo, ma a quelli delle banche, braccio operativo della finanza speculativa, di quella economia non reale che ci sta accompagnando da alcuni decenni. La giustificazione dei leaders europei è che la crescita è demandata ad una fase due, era invece prioritaria la fase uno di riordino dei conti.

Sarà, un buon padre di famiglia è giusto che non si indebiti troppo, ma se serva la macchina al figlio per farlo andare a lavorare, deve avere la possibilità di comprarla anche con un prestito, indebitandosi, perché un domani ne avrà un vantaggio a lungo termine, un investimento per il suo futuro e quello della sua discendenza.

Guardare all’Europa Unita è nella natura italiana, dalla “Giovine Europa” di mazziniana memoria, è un fatto storico e inconfutabile che l’Italia abbia creduto sempre in questo grande progetto. Nella storia anche recente abbiamo spesso visto nell’Europa un modello cui fare riferimento, un modo per giustificare i nostri limiti e cercare un qualche intervento risolutivo da altri vicini nostrani, più bravi e più virtuosi. Il modello però oggi lascia qualche perplessità, il pensiero dominante, simil tedesco per intenderci, non sembra intenzionato ad una più equa distribuzione della ricchezza, sulla scorta dei principi di equità sociale e integrazione dei popoli siamo piuttosto messi male, complice la crisi dove ognuno, alla fine, cerca un po’ di arrangiarsi come può, visti i tempi.

Se però il trend si conferma è difficile pensare ad una reale integrazione politica dei paesi membri, quindi anche una integrazione di politiche fiscali: la moneta unica non era il punto di arrivo, era il punti di partenza ma qualcuno, oggi, sta guadagnando bene, qualcun altro invece sta soffocando, come la Grecia l’altro ieri, Cipro ieri, e domani? A chi toccherà?

In Mortal Combat, come tutti i picchiaduro, ne restava solo uno, come il film “Highlander”, non vorremmo che anche in Europa ne restasse solo uno, quello che ci guadagna.