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Unione Industriali a Savona, e la Comunità?

Unione Industriali a Savona, e la Comunità?

Sono stato al recente incontro organizzato da Unione Industriali Savona, gentilmente invitato dagli organizzatori come Consigliere Regionale, incontro al quale ho partecipato volentieri perché sono convinto che ogni soggetto rappresentante di interessi collettivi, vada ascoltato e vada compreso per meglio indirizzare l’attività di chi ricopre ruoli all’interno delle istituzioni. Lo faccio con lo scopo di avere coscienza di quali siano le aree di collaborazione e quali siano le divergenze, d’altronde viviamo in una comunità ed è quindi determinante comprenderla in tutte le sue sfaccettature. Unione Industriali ha la rappresentatività conferita dai propri iscritti di molte medio-grandi imprese del territorio quindi ne diventa uno degli attori con cui confrontarsi.

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Il discorso del Presidente Guglielmelli è stato decisamente chiaro, ovviamente a nome dell’associazione, facendo una serie di evidenti richiami alla politica in senso lato. Fra questi alcuni mi hanno colpito.

Senza dubbio il j’accuse ai cosiddetti “comitati del no”. Va da sè che la stessa Confindustria nazionale si è schierata inspiegabilmente per il SI del referendum costituzionale, scelta incomprensibile visto che il processo legislativo si complica ancor di più, il potere verrebbe accentrato ad una maggioranza non rappresentativa del paese e di conseguenza un Presidente del Consiglio di cui tutti non si può essere amici e sperare in qualche gentile cortesia. Capiamoci….

Ma qui si parla dei casi nostrani di contrapposizione ad opere e imprese ritenute interessanti dal punto di vista degli investimenti per Unione Industriali che trova sostanzialmente riprovevole la presenza di gruppi che non condividono questa tesi. Grazie a Dio c’è ancora la possibilità di dissentire e in termini assoluti credo debba essere accettata la contrarietà ad una proposta soprattutto se questa viene calata dall’alto, ovvero se l’avvio di investimenti sul territorio non sono condivisi forse è il caso di capire se effettivamente sono utili, ben congeniati, compatibili, portano benessere e perchè no, intelligenti (smart).

Di fatto non ci può essere stupore se un investimento produttivo porta benessere a pochi e danni diretti o indiretti a molti, mi pare ovvio che nasca del dissenso,ovvero come se chi governa fa scelte sbagliate e non condivise, viene naturalmente criticato e magari non più votato.

Se nel savonese abbiamo avuto e tuttora abbiamo investimenti discutibili, a dir poco, il “comitato del no” diventa la voce di questi investimenti potenzialmente sbagliati manifestando quindi la normale pluralità di un insieme di attori. E fin qui la premessa, un pò lunga in effetti. Perchè il presidente Guglielmelli, non me ne voglia, crea un nesso causale tra questi fattori e la crisi del savonese. Qui purtroppo una caduta di stile che a certi livelli non si può avere: veramente qualche imprenditore pensa che questi siano la causa? Peraltro nel savonese quanti “comitati del no” hanno effettivamente bloccato degli investimenti o delle stesse aziende? A me risulta tecnicamente nessuno e quindi mi domando su quali fatti concreti si fondano queste affermazioni. Perchè se nel resto dell’Italia del Nord la crisi non colpisce così duro come da noi, veramente Unione Industriali pensa siano questi le cause? Spero vivamente di no.

Ma non posso nemmeno accettare questa tesi come una scusante della categoria. Perchè se una comunità intera è oggettivamente in difficoltà, le cause e le responsabilità sono condivise e diffuse e chi fa impresa dovrebbe essere il primo ad assumersi le sue.

Saranno queste mie, parole impopolari nella categoria che si domanderà cosa avete fatto voi, cosa fate, solo “vaffa” etc….. però non si può tacere di fronte al fatto che se il savonese è stagnante, un bagno di umiltà lo si faccia tutti, ma proprio tutti. In passato durante una intervista mi chiesero perchè il Movimento 5 Stelle è contro le grandi opere. Io serenamente risposi che non sono, non siamo contro le grandi opere ma contro le opere (imprese) inutili, che non hanno un ROI (return of investment – ritorno dell’investimento) che ne giustifichi la realizzazione, e per una comunità il concetto di ritorno dell’investimento è molto ampio. Approccio che qualunque imprenditore adotta quando intende spendere i propri soldi per fare crescere la sua azienda. E quindi di cosa parliamo? E’ o non è una visione politica che deve indirizzare la direzione degli investimenti? Perchè il punto è questo. Decide il mercato in totale autonomia o la politica che deve “tessere” una trama con tutta la comunità.

Io propendo per la seconda ipotesi, non penso sia compito “completo” del mercato indirizzare lo sviluppo ma debba essere la sintesi fatta attraverso la politica che indirizza lo sviluppo all’interno di una ampia forbice con regole chiare dove il mercato si può muovere. Concordo pienamente nella richiesta di ottenere lo status di “area di crisi complessa”, strumento previsto dal d.l. 83/2012 “Misure urgenti per la crescita”. Concordo sia con la richiesta sia con chi ammette che non possa essere il punto di arrivo. Anzi, a tutti gli effetti è una resa. Non siamo riusciti a costruire alternative senza iniezioni di denaro, ancora non certe peraltro, che da un certo punto di vista sfalsano la nostra reale capacità di fare sviluppo, in alcuni casi perchè siamo in contesti che travalicano certamente confini provinciali (Bombardier, Piaggio, Tirreno Power), ma in altri casi, come la piattaforma Maersk, mi domando se qualcuno è disponibile a mettere la propria testa sulla ghigliottina con la certezza che quell’investimento, per lo più pubblico, possa portare sviluppo e occupazione, tralasciando l’impatto ambientale di portata enorme che rischia di causare danni ad altri settori, come quello turistico – balneare. Perchè a Genova anche in sede istituzionale, la stessa rappresentanza sindacale Maersk lamenta cali di lavoro importanti, procedure di licenziamento etc…. Recentemente Hanjin, importante compagnia di shipping è entrata in crisi.

In un sopralluogo lungo l’intera area portuale genovese, eseguito durante i lavori della Quarta Commissione Ambiente – Territorio – Energia di cui sono membro, abbiamo incontrato l’amministratore delegato di PSA che è il terminalista del porto VTE di Pra-Voltri. Alla luce della presenza delle nuove gru con qui sono in grado di caricare – scaricare qualsiasi nave, lui stesso, ovviamente di parte, si domanda la necessità di una simile operazione a 40 km scarsi. Un dubbio lecito, quantomeno.

E su questo fronte, nel discorso del Presidente Guglielmelli si è fatto cenno all’altro tema importante, gli accorpamenti delle Autorità Portuali. Ebbene io sono pienamente d’accordo nella scelta effettuata dal Presidente Toti di avvallare e formalizzare la richiesta di proroga nella procedura di accorpamento, come prevede la riforma dei porti. A questa pare che il ministero abbia in generale risposto a tutti minacciando più o meno velatamente,  possibili commissariamenti, peraltro Genova lo è già. Sbaglia il ministero e sbaglia chi intende la proroga come strumento per mantenere posti al sole. Dal mio punto di vista tale deve essere unicamente intesa come fase tecnica in cui si perfezionano le modalità di governance di un solo soggetto che nasce dalla fusione di 2 o piu soggetti: procedure normalmente usate nelle grandi aziende, nelle multinazionali che spesso impiegano semestri per la definitiva fusione e la definizione dei processi aziendali.

Sono sufficientemente convinto che se Genova e Savona si propongono nel Mediterraneo e nel mondo come un unico grande porto, potremmo averne benefici tutti, per questo condivido che il processo di fusione sia costruito bene nell’interesse delle 2 realtà.

Non ho potuto fare a meno di notare la corretta critica alla Giunta Toti che nell’ambito della promozione turistica ha deliberato, il 5 agosto con atto nr. 775, che tutti i comuni liguri siano inseriti nell’elenco delle località turistiche. Questo di fatto comporta, per la normativa nazionale di settore, che tutti possano istituire la tassa di soggiorno. Va da sè che è evidente la discrasia tra l’elenco e la reale vocazione turistica di molti comuni, quindi è un provvedimento ingiustificato perchè non fotografa una reale situazione e non può certo considerarsi volano di sviluppo per un comune che, se non ha nulla di “turistico”, con i pochi alberghi o B&B o agriturismi che abbiamo diffusi, certamente non potrà con questo trasformarsi in comune turistico.

E’ sostanzialmente un balzello applicato in maniera trasversale. L’approccio appare contraddittorio, le voci dei comuni sono a macchia di leopardo favorevoli, contrari ma quali effettivamente sono comuni a vocazione turistica? Quali sono enormi conglomerati di seconde case, che peraltro sono l’antitesi del turismo di qualità che regioni come il Trentino hanno saputo governare. E la regione tutta è nelle condizioni di offrire, a fronte di una tassa di soggiorno, una proposta? Sempre il Trentino, a chi risiede nelle strutture ricettive che aderiscono, offre la “Trentino Guest Card” che ricambia con sconti, mezzi di trasporto gratuiti, impianti di risalita estiva gratuiti etc…. Ecco perchè il percorso deve essere esattamente l’opposto. Prima si studia a tavolino cosa si può offrire ai visitatori e dopo si istituisce la tassa per sostenere economicamente l’investimento. Qui si fa il contrario, e si rischia di disincentivare quel poco di turismo che sta germogliando fuori dalle solite vecchie e stanche seconde case.

Ed infine, quando si dice che turismo e industria nel nostro territorio possono convivere temo non si guardino i dati percentuali sul peso che aveva l’industria turistica nel savonese con altri territori, anche di altre regioni, che sul turismo fanno “spessore economico.” Mi auguro che per turismo non si consideri solo l’accesso agli stabilimenti balneari: va bene che noi savonesi “si va a spiaggia” anzichè al mare, ma fino ad oggi questo non èè stato sufficiente per lo sviluppo di un settore turistico pesante. E allora viene il momento delle scelte, di cosa si intende per impresa sul nostro territorio, di come la si vuole sviluppare e di chi ne è capace. Ecco, parliamo un pò di qualità dei nostri imprenditori, perchè molto speso le colpe sono della politica, della qualità dei politici. Sacrosanta verità, ma della qualità dei nostri imprenditori?

Alcuni effettivamente dimostrano di avere le qualità, ma altri, tolti dai legami facili con una certa politica che agevola, favorisce e facilita perchè “di parte”, hanno dimostrato di non essere in grado di competere in un mercato che è agguerrito, difficile, a volte globale.

Ho compreso che c’è un principio di coscienza di questo elemento, e ho compreso che viene chiamata in causa la politica. Lo condivido, ma se questa chiamata è per fare favoritismi lo respingo, se è per favorire uno sviluppo compatibile con le richieste di una comunità intera, allora ben venga.

L’ambientalista.

L’ambientalista.

L’interpretazione che alcuni danno di ambientalista è piuttosto distorta: pare si immagini persone che vivono sugli alberi nutrendosi di bacche, con la foglia di fico per coprire le pudenda ed una vita condotta nel mito del “Buon Selvaggio”.

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Io non so se sono ambientalista ma cerco di rispettare l’ambiente e migliorarlo, faccio la raccolta differenziata, perseguo qualche forma di “efficenza energetica” (quindi meno produzione quindi meno consumi), uso la macchina quando serve (ed è a GPL) e credo nelle energie rinnovabili, soprattutto “sostenibili”. Però giuro che non vado in giro con la foglia di fico e non mangio bacche, benché beva vino che in effetti….

Recentemente mi sono imbattuto in un dibattito per una questione relativa alla probabile cementificazione di un area di Savona, oggi in stato di oggettiva incuria.

Evitare l’abuso di cemento è un modo di conciliare meglio il tessuto urbano con le aree verdi, ed evitare che le aree verdi siano “assalite” senza regole dal cemento è un modo per tutelare il nostro paesaggio. Esistono per questo gli strumenti di pianificazione dello sviluppo del territorio urbano ed extraurbano, strumenti che non sempre sono però largamente condivisi ma tendono più ad iniziative unilaterali: devono tenere conto di tutto, anche della proprietà privata, certamente. Si tratta molto semplicemente di scegliere cosa privilegiare e come sviluppare appunto il tessuto urbano, su questo la politica ha un forte ascendente. Peraltro nessuno sostiene che non si debba mettere ordine, ma ordine vuol dire necessariamente palazzi? Certamente no. Seconda domanda, chi paga? E’ chiaro che se cerco soldi (oneri di urbanizzazione), ad esempio, dall’edilizia, questa me li darà ma vorrà costruire palazzi. Perché non provare a cercarli altrove? Terza domanda, ma con i palazzi si crea lavoro? Generalmente non con le piccole imprese del territorio e manovalanza locale. Fatevi un giro e verificate chi sono le imprese coinvolte nelle operazioni edilizie più sensibili e soprattutto le imprese ingaggiate e i lavoratori impiegati. Io con imprese edili locali parlo ed ho parlato e mi confermano questo, peraltro accentuando il fatto che spesso le grosse ditte ingaggiano personale poco qualificato, non italiano, disponibile ad accettare retribuzioni al ribasso.

Sempre dell’ambientalista. Personalmente ho avuto maggiore sensibilità sul tema da quando ho avuto figli, sarà un caso sarà maggiore interesse ma obiettivamente quello che facciamo oggi si ripercuote su quello che abbiamo domani, quindi i nostri figli. Sull’energia tanto si è speso ma, come ho scritto in tanti articoli, è certo che le energie rinnovabili (e sostenibili) sono maggiormente compatibili con l’uomo e la natura, le fonti fossili no. Poi possiamo discutere che le leggi di economia ci dicono che le seconde sono più redditizie delle prime, ma appunto redditizie, non accettabili. Dipende cosa interpretiamo noi tutti da redditizio: ciò che è per alcuni non necessariamente lo è per tutti, come danni generati sulla collettività che se ne accolla le conseguenze in termini di impatto sanitario, tantomeno.

Una volta alcune formazioni politiche ambientaliste criticavano le forme di energia rinnovabile come l’eolico. Con il tempo si è compreso le potenzialità ed il reale impatto sul territorio, ovviamente con le dovute accortezze. Ma erano dei pazzi: non credo, benché non abbia mai condiviso la relativa azione politica, erano semplicemente gruppi di opinione che avevano cura dell’ambiente. Non vedo cosa vi sia di sbagliato.

A volte vengono chiamati in causa i “comitati”. Si dice che in Italia c’è sempre un comitato per qualcosa e si critica spesso proprio la presenza dei comitati che sono sempre schierati per il “contro”; proviamo a cambiare nome ai comitati e forziamo l’interpretazione chiamandoli “think tank” (termine anglosassone che mi piace moltissimo…): gruppi di persone/opinione che si esprimono su temi specifici, in questo caso magari ambientali. Qual è il problema? D’altro canto se nascono evidentemente perché la politica non è in grado di ascoltare sufficientemente i bisogni dei cittadini tutti, senza strati ulteriori.

Ecco, l’ambientalista forse è questo: uno spirito critico che vuole coniugare con determinazione sviluppo e ambiente.

Un palazzone in meno, un giardino per in nostri figli. Una centrale a carbone in meno, un sistema di produzione di energia elettrica distribuita in più. Una riduzione dei consumi energetici del 50% negli edifici pubblici, lavoro ad imprese locali per realizzarlo. Una riduzione dell’afflusso di veicoli in città per più mezzi pubblici e mobilità sostenibile. E non solo.

Questa è la mia interpretazione di ambientalista.

L’Europa che piace.

L’Europa che piace.

Sono stato recentemente a Bruxelles per un convegno sui lavori conclusivi di un processo durato circa 7 anni durante il quale sono stati realizzati progetti di efficienza energetica e soluzioni “smart” in genere per l’energia. Dal 2005 l’Unione Europea nel contesto
dell’iniziativa UE CONCERTO (http://concerto.eu) ha cofinanziato 22 progetti in 58 città nei quali si trattava di costruire e ristrutturare in base ai principi dell’efficienza energetica e di applicare un mix intelligente di fonti di energia rinnovabili. Un impegno che ripaga, come ho
potuto constatare anche io.

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Nel percorso che porta alla Smart City le città e i comuni europei possono trarre vantaggio da questa iniziativa perché colleziona in unico punto di accesso le esperienze, il sapere tecnico, economico e politico sviluppatosi nelle 58 città pilota che verranno elaborati e resi accessibili al
pubblico.
Si, anche il sapere politico ha una valenza fondamentale in questa esperienza che può insegnare molto su come intraprendere un percorso
virtuoso in quest’ottica.
Non nascondo che mi ha colpito con molto interesse l’intervento politico e strategico con cui è stato aperto il meeting tramite Žydr

De Via Aurelia BIS ….

De Via Aurelia BIS ….

 

“Grande fu lo stupore e la magnificenza per siffatta opera!”, così pare. Ma ad un occhio attento, al di là delle polemiche, non può passare inosservato che oggi i modelli di sviluppo delle città moderne, quelle che guardano ad un futuro “sostenibile”, le cosiddette “smart city”, che esistono, eccome se esistono, tutto pensano o progettano tranne che stradoni che si conficcano all’interno della città stessa, come lunghi coltelli affilati, per far scorrere su di esse non sangue bensì macchine.
Per carità, la macchina la usa pure chi scrive, ci mancherebbe, ma la questione da porsi è: si è compreso che dai centri urbani le macchine devono diminuire anzi devono “a tendere” essere ridotte all’osso? E’ chiaro o meno che quanto più si investono soldi pubblici in opere del genere tanto più si perdono occasioni per un modello di città più vivibile?

Ora, abbiamo anche noi il nostro bel tracciato che si infila nelle nostre montagne, sotto le nostre case, tra le nostre strade e ci riversa un po’ di macchine in nuovi ed affascinanti punti:

Ma è altrettanto lecito domandarsi quanto sia utile un opera che, ormai a lavori avviati, si presenta per costi intorno ai 140 milioni di Euro e viste le discusse ipotesi di flussi veicolari che la stessa dovrebbe “catturare”, probabilmente pochi ed insufficienti per giustificare un simile investimento, non risolve il traffico veicolare standard sull’Aurelia tradizionale. Ed ancora, come premesso, se tali investimenti fossero indirizzati sul trasporto pubblico avremmo probabilmente livelli di servizio tali da vedere autisti che vengono a prendere in casa gli anziani e li portano in braccio nell’autobus, dando peraltro un pò di respiro alla sempre tesa situazione societaria della nostra TPL.  Ora, per una maggiore e dettagliata analisi tecnica delle soluzioni alternative ad una ulteriore strada, che è di fatto una malcelata parte di una più ampia soluzione viaria che dovrebbe connettere gli hub portuali di Savona-Vado, con scenari di ampliamento variegati, c’è da sbizzarrirsi consultando le tavole del PUC, vanno fatti adeguati studi e proposte solide soluzioni, ma è una questione di approccio, è una questione di strategie di sviluppo.Stiamo vedendo realizzare un’opera pensata negli anni ottanta, valutata negli anni novanta e definita intorno al 2000, con le stime di crescita e sviluppo, e le modalità, di allora ma oggi il mondo sta cambiando, non si vede?