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Unione Industriali a Savona, e la Comunità?

Unione Industriali a Savona, e la Comunità?

Sono stato al recente incontro organizzato da Unione Industriali Savona, gentilmente invitato dagli organizzatori come Consigliere Regionale, incontro al quale ho partecipato volentieri perché sono convinto che ogni soggetto rappresentante di interessi collettivi, vada ascoltato e vada compreso per meglio indirizzare l’attività di chi ricopre ruoli all’interno delle istituzioni. Lo faccio con lo scopo di avere coscienza di quali siano le aree di collaborazione e quali siano le divergenze, d’altronde viviamo in una comunità ed è quindi determinante comprenderla in tutte le sue sfaccettature. Unione Industriali ha la rappresentatività conferita dai propri iscritti di molte medio-grandi imprese del territorio quindi ne diventa uno degli attori con cui confrontarsi.

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Il discorso del Presidente Guglielmelli è stato decisamente chiaro, ovviamente a nome dell’associazione, facendo una serie di evidenti richiami alla politica in senso lato. Fra questi alcuni mi hanno colpito.

Senza dubbio il j’accuse ai cosiddetti “comitati del no”. Va da sè che la stessa Confindustria nazionale si è schierata inspiegabilmente per il SI del referendum costituzionale, scelta incomprensibile visto che il processo legislativo si complica ancor di più, il potere verrebbe accentrato ad una maggioranza non rappresentativa del paese e di conseguenza un Presidente del Consiglio di cui tutti non si può essere amici e sperare in qualche gentile cortesia. Capiamoci….

Ma qui si parla dei casi nostrani di contrapposizione ad opere e imprese ritenute interessanti dal punto di vista degli investimenti per Unione Industriali che trova sostanzialmente riprovevole la presenza di gruppi che non condividono questa tesi. Grazie a Dio c’è ancora la possibilità di dissentire e in termini assoluti credo debba essere accettata la contrarietà ad una proposta soprattutto se questa viene calata dall’alto, ovvero se l’avvio di investimenti sul territorio non sono condivisi forse è il caso di capire se effettivamente sono utili, ben congeniati, compatibili, portano benessere e perchè no, intelligenti (smart).

Di fatto non ci può essere stupore se un investimento produttivo porta benessere a pochi e danni diretti o indiretti a molti, mi pare ovvio che nasca del dissenso,ovvero come se chi governa fa scelte sbagliate e non condivise, viene naturalmente criticato e magari non più votato.

Se nel savonese abbiamo avuto e tuttora abbiamo investimenti discutibili, a dir poco, il “comitato del no” diventa la voce di questi investimenti potenzialmente sbagliati manifestando quindi la normale pluralità di un insieme di attori. E fin qui la premessa, un pò lunga in effetti. Perchè il presidente Guglielmelli, non me ne voglia, crea un nesso causale tra questi fattori e la crisi del savonese. Qui purtroppo una caduta di stile che a certi livelli non si può avere: veramente qualche imprenditore pensa che questi siano la causa? Peraltro nel savonese quanti “comitati del no” hanno effettivamente bloccato degli investimenti o delle stesse aziende? A me risulta tecnicamente nessuno e quindi mi domando su quali fatti concreti si fondano queste affermazioni. Perchè se nel resto dell’Italia del Nord la crisi non colpisce così duro come da noi, veramente Unione Industriali pensa siano questi le cause? Spero vivamente di no.

Ma non posso nemmeno accettare questa tesi come una scusante della categoria. Perchè se una comunità intera è oggettivamente in difficoltà, le cause e le responsabilità sono condivise e diffuse e chi fa impresa dovrebbe essere il primo ad assumersi le sue.

Saranno queste mie, parole impopolari nella categoria che si domanderà cosa avete fatto voi, cosa fate, solo “vaffa” etc….. però non si può tacere di fronte al fatto che se il savonese è stagnante, un bagno di umiltà lo si faccia tutti, ma proprio tutti. In passato durante una intervista mi chiesero perchè il Movimento 5 Stelle è contro le grandi opere. Io serenamente risposi che non sono, non siamo contro le grandi opere ma contro le opere (imprese) inutili, che non hanno un ROI (return of investment – ritorno dell’investimento) che ne giustifichi la realizzazione, e per una comunità il concetto di ritorno dell’investimento è molto ampio. Approccio che qualunque imprenditore adotta quando intende spendere i propri soldi per fare crescere la sua azienda. E quindi di cosa parliamo? E’ o non è una visione politica che deve indirizzare la direzione degli investimenti? Perchè il punto è questo. Decide il mercato in totale autonomia o la politica che deve “tessere” una trama con tutta la comunità.

Io propendo per la seconda ipotesi, non penso sia compito “completo” del mercato indirizzare lo sviluppo ma debba essere la sintesi fatta attraverso la politica che indirizza lo sviluppo all’interno di una ampia forbice con regole chiare dove il mercato si può muovere. Concordo pienamente nella richiesta di ottenere lo status di “area di crisi complessa”, strumento previsto dal d.l. 83/2012 “Misure urgenti per la crescita”. Concordo sia con la richiesta sia con chi ammette che non possa essere il punto di arrivo. Anzi, a tutti gli effetti è una resa. Non siamo riusciti a costruire alternative senza iniezioni di denaro, ancora non certe peraltro, che da un certo punto di vista sfalsano la nostra reale capacità di fare sviluppo, in alcuni casi perchè siamo in contesti che travalicano certamente confini provinciali (Bombardier, Piaggio, Tirreno Power), ma in altri casi, come la piattaforma Maersk, mi domando se qualcuno è disponibile a mettere la propria testa sulla ghigliottina con la certezza che quell’investimento, per lo più pubblico, possa portare sviluppo e occupazione, tralasciando l’impatto ambientale di portata enorme che rischia di causare danni ad altri settori, come quello turistico – balneare. Perchè a Genova anche in sede istituzionale, la stessa rappresentanza sindacale Maersk lamenta cali di lavoro importanti, procedure di licenziamento etc…. Recentemente Hanjin, importante compagnia di shipping è entrata in crisi.

In un sopralluogo lungo l’intera area portuale genovese, eseguito durante i lavori della Quarta Commissione Ambiente – Territorio – Energia di cui sono membro, abbiamo incontrato l’amministratore delegato di PSA che è il terminalista del porto VTE di Pra-Voltri. Alla luce della presenza delle nuove gru con qui sono in grado di caricare – scaricare qualsiasi nave, lui stesso, ovviamente di parte, si domanda la necessità di una simile operazione a 40 km scarsi. Un dubbio lecito, quantomeno.

E su questo fronte, nel discorso del Presidente Guglielmelli si è fatto cenno all’altro tema importante, gli accorpamenti delle Autorità Portuali. Ebbene io sono pienamente d’accordo nella scelta effettuata dal Presidente Toti di avvallare e formalizzare la richiesta di proroga nella procedura di accorpamento, come prevede la riforma dei porti. A questa pare che il ministero abbia in generale risposto a tutti minacciando più o meno velatamente,  possibili commissariamenti, peraltro Genova lo è già. Sbaglia il ministero e sbaglia chi intende la proroga come strumento per mantenere posti al sole. Dal mio punto di vista tale deve essere unicamente intesa come fase tecnica in cui si perfezionano le modalità di governance di un solo soggetto che nasce dalla fusione di 2 o piu soggetti: procedure normalmente usate nelle grandi aziende, nelle multinazionali che spesso impiegano semestri per la definitiva fusione e la definizione dei processi aziendali.

Sono sufficientemente convinto che se Genova e Savona si propongono nel Mediterraneo e nel mondo come un unico grande porto, potremmo averne benefici tutti, per questo condivido che il processo di fusione sia costruito bene nell’interesse delle 2 realtà.

Non ho potuto fare a meno di notare la corretta critica alla Giunta Toti che nell’ambito della promozione turistica ha deliberato, il 5 agosto con atto nr. 775, che tutti i comuni liguri siano inseriti nell’elenco delle località turistiche. Questo di fatto comporta, per la normativa nazionale di settore, che tutti possano istituire la tassa di soggiorno. Va da sè che è evidente la discrasia tra l’elenco e la reale vocazione turistica di molti comuni, quindi è un provvedimento ingiustificato perchè non fotografa una reale situazione e non può certo considerarsi volano di sviluppo per un comune che, se non ha nulla di “turistico”, con i pochi alberghi o B&B o agriturismi che abbiamo diffusi, certamente non potrà con questo trasformarsi in comune turistico.

E’ sostanzialmente un balzello applicato in maniera trasversale. L’approccio appare contraddittorio, le voci dei comuni sono a macchia di leopardo favorevoli, contrari ma quali effettivamente sono comuni a vocazione turistica? Quali sono enormi conglomerati di seconde case, che peraltro sono l’antitesi del turismo di qualità che regioni come il Trentino hanno saputo governare. E la regione tutta è nelle condizioni di offrire, a fronte di una tassa di soggiorno, una proposta? Sempre il Trentino, a chi risiede nelle strutture ricettive che aderiscono, offre la “Trentino Guest Card” che ricambia con sconti, mezzi di trasporto gratuiti, impianti di risalita estiva gratuiti etc…. Ecco perchè il percorso deve essere esattamente l’opposto. Prima si studia a tavolino cosa si può offrire ai visitatori e dopo si istituisce la tassa per sostenere economicamente l’investimento. Qui si fa il contrario, e si rischia di disincentivare quel poco di turismo che sta germogliando fuori dalle solite vecchie e stanche seconde case.

Ed infine, quando si dice che turismo e industria nel nostro territorio possono convivere temo non si guardino i dati percentuali sul peso che aveva l’industria turistica nel savonese con altri territori, anche di altre regioni, che sul turismo fanno “spessore economico.” Mi auguro che per turismo non si consideri solo l’accesso agli stabilimenti balneari: va bene che noi savonesi “si va a spiaggia” anzichè al mare, ma fino ad oggi questo non èè stato sufficiente per lo sviluppo di un settore turistico pesante. E allora viene il momento delle scelte, di cosa si intende per impresa sul nostro territorio, di come la si vuole sviluppare e di chi ne è capace. Ecco, parliamo un pò di qualità dei nostri imprenditori, perchè molto speso le colpe sono della politica, della qualità dei politici. Sacrosanta verità, ma della qualità dei nostri imprenditori?

Alcuni effettivamente dimostrano di avere le qualità, ma altri, tolti dai legami facili con una certa politica che agevola, favorisce e facilita perchè “di parte”, hanno dimostrato di non essere in grado di competere in un mercato che è agguerrito, difficile, a volte globale.

Ho compreso che c’è un principio di coscienza di questo elemento, e ho compreso che viene chiamata in causa la politica. Lo condivido, ma se questa chiamata è per fare favoritismi lo respingo, se è per favorire uno sviluppo compatibile con le richieste di una comunità intera, allora ben venga.

Vengo”no” dopo, il PD. A Villa Zanelli e non solo.

Vengo”no” dopo, il PD. A Villa Zanelli e non solo.

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Diceva un noto ritornello di molti anni fa “Vengo dopo il TG” e il gioco di parole mi torna utile per fare una riflessione sula questione villa Zanelli. Il sottoscritto, con il proprio gruppo in consiglio regionale, aveva riproposto politicamente il tema sotto il punto di vista più importante, vista la proprietà che vanta la regione tramite ARTE sull’intero bene, ovvero se sia possibile evitarne la vendita e fare in modo che il bene rimanga di proprietà pubblica ridando vita e dignità a favore della collettività.. In quel frangente l’assessore competente, Scajola, aveva condiviso l’impostazione ed avviato le indagini con ARTE al fine di identificare alternative per coprire comunque l’importo che ARTE deve incassare, attraverso altre vendite escludendo però Villa Zanelli.
Da qui apriti cielo: il vice Sindaco di Savona riscopre Villa Zanelli ed in chiave buonista anziché prevederne una asfaltatura completa del parco attraverso gli oneri di urbanizzazione futuribili delle prossime operazioni edilizie sul lungomare, ne propone su facebook provocatoriamente una pulizia coinvolgendo la cittadinanza.
Di primo acchito giudicai l’idea una boutade come altre a cui ci ha abituato Di Tullio, ricordo l’ospedale unico a Legino fra alcune delle perle che serbo nel cuore, ma devo riconoscere che non scherzava affatto ed in un successivo incontro in regione, cui ho partecipato come invitato insieme ad altri consiglieri regionali del savonese, il Vice Sindaco illustrata la sua idea all’Assessore, ne ha ottenuto il nulla osta.
L’iniziativa di per sé potrebbe essere una proposta interessante se provenisse da una amministrazione e da una forza politica che negli anni avesse dimostrato ogni sforzo per salvare il bene, non svenderlo ed anzi recuperarlo. E invece arriva dal Partito Democratico, in chiave squisitamente elettorale, in risposta al rischio provocato da una iniziativa nata da altri soggetti politici, come noi ad esempio, che vorremmo realmente salvare Villa Zanelli e non vendere e farci un albergo di lusso. E arriva di corsa, dopo anni di totale incuria e disinteresse.
E arriva chiedendo ai cittadini di fare quello per cui una società del comune, ATA, è appositamente creata ad hoc per eseguire la pulizia. Società che viene pagata da tutti noi contribuenti, con operatori anche specializzati. Quindi perché coinvolgere i cittadini? Servono perché ATA non ha risorse economiche sufficienti per fare una 2 giorni di pulizia peraltro parte integrante del proprio “business core” (come dicono gli inglesi). O il Comune ovvero noi cittadini, non ha risorse per effettuare tale pulizia in accordo con la Regione Liguria?
Il coinvolgimenti dei cittadini serve per renderli partecipi della problematica? E non lo si poteva fare negli ultimi 20 anni con sensibilizzazione sul tema? Serve per fare gruppo per le prossime elezioni? Serve per raccogliere militanti?
A cosa serve? Ad evitare di perdere troppo consenso dopo la questione bitume dove, anche in regione, il Partito Democratico ci è venuto dietro disconoscendo il proprio operato pregresso?
Poi mi dicono che siamo in campagna elettorale. Si, ma alcuni sono molto, molto preoccupati…

To “bitume”, or not to “bitume”: that is the question.

To “bitume”, or not to “bitume”: that is the question.

Senza voler scomodare William Shakespeare con una citazione ironicamente storpiata, fare un commento su una vicenda come questa, del bitume a Savona, rischia di essere visto come una delle tante polemiche sterili della politica, lo scrivente però ora è in effetti parte attiva della politica nelle istituzioni di conseguenza deve dosare le parole perché siano chiari i messaggi e i destinatari.

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Prima di tutto vorrei fare un commento da cittadino savonese, quale che sono, con la mia famiglia che vive e paga le tasse a Savona. Ebbene, siamo rimasti fortemente scottati dalla vicenda Tirreno Power, non possiamo come cittadini ignorare il tradimento delle istituzioni a discapito di tutti noi, ci hanno lasciati soli. Da questo purtroppo si deve partire e fare i conti ogni qual volta nel nostro territorio vi sia una potenziale installazione dannosa per la salute, ma non solo. In questo caso, ed è sempre il cittadino savonese che scrive, trovo inconcepibile pensare di avere “dietro casa”, un deposito di bitume maleodorante laddove spesso e volentieri vado come molti savonesi a trascorrere le serate libere, nella vecchia darsena, ricca di locali e luoghi di ritrovo, importante centro turistico della nostra città e fonte di lavoro per molti. Il maleodore è un problema, ma certamente non l’unico: le esalazioni possono avere impatti peggiori se non controllate opportunamente, con rischi nocivi in taluni casi. Sono poi rimasto fortemente colpito da casi come quello nei pressi di Ancona dove un deposito di bitume è esploso alzando colonne di fumo e ceneri a centinaia e centinaia di metri, anche più. Non si dovrebbe pensare male perché porta male, così si dice, tant’è il pensiero lì finisce.

Ora alcune riflessioni del cittadino Andrea Melis prestato alla politica. Questa pratica ha visto i primi vagiti alla fine del 2011 in seno all’Autorità Portuale di Savona, successivamente è passata attraverso tutti gli enti coinvolti, dal Comune, la Provincia, la Regione e infine il Ministero dello Sviluppo Economico, questi tra il 2012 e il 2013 con code al 2014. A tutti i livelli nessun ente si è espresso con contrarietà al progetto. Per chiarezza il comune di Savona a trazione PD, Sindaco Berruti, la Provincia a trazione centrodestra, presidente Vaccarezza, ora consigliere regionale, la regione sempre PD con presidente Burlando.

Attori e forze politiche in gioco, questi erano e questi ora ci dicono che si deve cambiare, si deve intervenire, i cittadini hanno ragione etc…

Facciamo però ordine e mettiamo in sequenza i fatti. I primi a sollevare la questione a Maggio 2015, non appena venuta alla luce questa pratica che fino ad allora era rimasta all’oscuro dei più, sono stati alcuni consiglieri comunali savonesi tra cui il Movimento 5 Stelle e un gruppo locale civico che promuove l’elettrificazione delle banchine del porto savonese. Non il Partito Democratico ne il Centro Destra alcuno. A Giugno, per esattezza il 10, usciva su alcune testate on line anche un comunicato del sottoscritto che segnalava il problema (http://www.ivg.it/2015/06/bitumi-in-porto-a-savona-melis-m5s-bomba-ecologica-a-danno-dei-cittadini/).

Successivamente si avviava una intensa raccolta firme sia su piattaforma on line “change.org” sia cartacea che in poche settimane ha raggiunto la ragguardevole cifra di oltre 6000 firme.

Come Movimento 5 Stelle abbiamo avviato: una interpellanza in comune per chiedere come si sia potuto arrivare a questo punto, una interrogazione parlamentare e in regione una mozione per chiedere alla Giunta di impegnarsi formalmente a non sottoscrivere alcun protocollo di intesa con il Ministero dello Sviluppo Economico. Passaggio previsto dalla legge 35/2012 che disciplina l’intero processo.

Da qui in poi è venuto alla luce il profondo corto circuito del PD che ha capito di giocarsi molto, quasi tutto a Savona città viste le imminenti elezioni comunali 2016, con questo progetto che non ha saputo o voluto controllare visto che nella stessa regione amministrata da Burlando ha dato il benestare. Cerca di salvare la faccia con la richiesta di una nuova procedura di Valutazione Impatto Ambientale, quasi che fosse la panacea di tutti i mali e di cui i termini sono tecnicamente decorsi: il procedimento è concluso da circa 250 giorni e non si può riaprire per i capricci di un partito che prima ha chiuso non uno ma ben due occhi ed ora crede di vendere soluzioni al problema con una procedura che, oltre a non potersi fare, ha come finalità l’entrata in esercizio dell’impianto. Perché mai il contrario è stato dichiarato.

Poi è arrivato il centro destra che forse ha fiutato, con alcuni esponenti politici di lungo corso, l’opportunità di fare campagna elettorale sia sul PD che sul Movimento 5 Stelle. Questo lo scrivo perché a mio modo di vedere la discussione della mozione in regione, avvenuta il 4 Agosto, poteva arrivare a dare un segnale concreto per invertire la rotta e fissare alcuni paletti da cui ripartire. Così non è stato, peraltro utilizzando il regolamento del consiglio regionale con una prassi inusuale è stato di fatto impedito di andare al voto della mozione da noi presentata e rimandato tutto a Settembre, non come a scuola per gli esami di riparazione, ma in Commissione IV – Territorio e Ambiente. Ci voleva più coraggio che è del tutto mancato all’Assessore e alla maggioranza.

La realtà è che quelle migliaia di firme rappresentano il malcontento per un modello di gestione politica della città di Savona, vanno oltre il caso specifico che è la classica goccia che fa traboccare il vaso. Rappresentano la necessità di essere ascoltati prima, non a giochi fatti. Questi sono gli errori collezionati dalla politica locale. Come anche il rapporto con l’Autorità Portuale di Savona.

Sono intervenuto nel dibattito presso il consiglio monotematico convocato dal Presidente del Consiglio comunale savonese su istanza di alcuni gruppi consiliari, e una parte del mio intervento è stata proprio indirizzata a questo importante soggetto che nella città dovrebbe integrarsi ed invece in molte occasioni ha dato luogo a rapporti conflittuali (nuova sede, piattaforma Maersk, nuovo ponte in darsena, acquisizione quote VIO per citarne alcuni) che il PD locale non è stato mai in grado di gestire, forse perché non ne aveva la forza o forse perché non aveva la libertà di farlo.

Savona deve ripartire, ripartire con un progetto di città nuovo, che veda la luce fra 15 o 20 anni gettando le basi ora. Il bitume non può e non deve farne parte.

Ponente che vai, gente che trovi

Ponente che vai, gente che trovi

Vorrei fare alcune riflessioni sul ponente savonese, le cittadine costiere che abbracciano l’arco territoriale da Finale ad Andora, passando per Pietra, Loano, Borghetto Ceriale, Albenga. Per poi arrivare ad Andora e Alassio. Senza dimenticare Bergeggi, Noli e Varigotti.
Un’area nota a tutti quantomeno per il turismo, il mare e i centri storici delle diverse cittadine, in alcuni casi perle di bellezza uniche conosciute ovunque. In questo periodo ho cercato di comprenderle meglio parlando con le persone che le vivono e le conoscono, fermo restando che non può bastare così poco tempo, ci sono alcuni temi comuni che si possono raggruppare in una sorta di elenco che le tocca tutte con sfumature diverse.
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Turismo sì, ma di seconde case: si può affermare senza essere smentiti che quasi tutte queste cittadine hanno una popolazione residente di un certo numero, ma che nel periodo estivo raddoppia ed oltre. Non solo, ad esso è strettamente correlato un eccesso di cementificazione selvaggia nell’immediato entroterra proprio per dare spazio a nuove abitazioni, una sorta di fenomeno di “rapallizzazione” tipico della cittadine costiere liguri, non a caso il termine è stato coniato proprio per Rapallo nella riviera di Levante.
Infrastrutture. Senza girarci intorno, in molte di queste cittadine è aperta la questione della tratta ferroviaria su 2 diversi ordini di problemi: il raddoppio e lo spostamento o “ribaltamento a monte”. Il tratto a binario unico è un’offesa ai cittadini liguri che sulla dorsale ferroviaria che attraversa tutta la regione, devono contare come strumento indispensabile per spostarsi, per lavoro e per turismo. Come risolvere la questione? Ad oggi presenti sul sito delle ferrovie si possono vedere i progetti di raddoppio con ribaltamento a monte, per intenderci ad esempio ciò che fu fatto negli anni settanta nelle cittadine tra Arenzano e le Albissole le cui aree costiere tornarono a nuova vita e si diede uno slancio importante per il litorale con splendide “passeggiate a mare” e impulso ad un turismo qualitativamente superiore.
L’alternativa che viene posta sul tavolo è il raddoppio in sede, ovvero laddove necessario ampliare il tratto ferroviario nella sua sezione per ricavare il secondo binario. Certamente gli investimenti necessari sarebbero più contenuti come anche gli impatti sul territorio. A queste opzioni non c’è alternativa e la scelta può e deve essere fatta con il coinvolgimento dei cittadini tutti, sia coloro che sono su area costiera sia coloro che potenzialmente sarebbero impattati dal ribaltamento a monte. Non solo, ogni scelta và effettuata con approccio scientifico prevedendo prima analisi e controlli del territorio, poi condivisione con la cittadinanza ed insieme le decisioni del caso.
E rimanendo nell’ambito infrastrutture, abbiamo certamente ancora aperto il tema depuratori che in alcune zone, come l’albenganese, non trova soluzione definitiva e permane quindi il potenziale rischio, come altrove a macchia di leopardo, degli sversamenti soprattutto in periodo estivo: chiaramente per aree che del turismo balneare si giocano una importante fetta di entrate economiche non è accettabile ed oltretutto non è linea con le direttive europee che impongono reti di depuratori sui territorio o in alternativa le cosiddette fosse IMOF (fosse chimiche).
Nel Ponente savonese si gioca poi una partita delicatissima sul fronte sanitario, di cui in altri articoli ho già fatto cenno. I 2 ospedali di Albenga e Pietra Ligure sono al centro di continue discussioni, oggetto di pellegrinaggi continui da parte di tutte le forze politiche con annessi regali di penne, borsette e altri piccoli oggetti. Al di là del cattivo gusto, che pare più da avvoltoi che si aggirano intorno alla loro preda, o al cadavere, io credo che i 2 ospedali debbano convivere e sopravvivere. Lunga vita ai 2 ospedali! Ma pienamente integrati, con i servizi e le specialità equamente distribuiti per massimizzare personale e macchinari. Offrire un servizio pubblico eccellente significa saperlo valorizzare, puntando a chirurgia elettiva in uno e magari in chirurgia traumatica nell’altro. Avere 2 ospedali a distanze ravvicinate non significa necessariamente sprechi: è “semplicemente” una questione di organizzazione ben fatta da promuovere e raggiungere. Dobbiamo puntare a fornire eccellenze per invertire le fughe fuori regione ed anzi saper attrarre sul nostro territorio pazienti che cercano servizi di qualità.
E poi il capitolo lavoro, legato a casi noti come la questione Piaggio e i cantieri Rodriquez, ferite aperte sul fronte occupazionale ma anche potenziali mire speculative per la solita edilizia quando invece, con le giuste leve come la riduzione dell’IRAP o le stesse infrastrutture di cui sopra, si poteva avere di più e meglio. Ma non solo, il lavoro nel settore primario, forte nell’albenganese, è spesso a rischio per un delicato equilibrio sul territorio che causa dissesto idrogeologico risponde come può manifestando le evidenti responsabilità di chi non ha programmato e rispettato il territorio stesso.
Un territorio quindi delicato, che ha però ampi margini di miglioramento ad esempio nel turismo stesso che non può essere solo balneare, ma deve mettere a fattor comune le bellezze dell’entroterra, ricco di borghi e paesaggi da visitare. Metterli a fattor comune, in un contenitore che li promuova a livello internazionale insieme ad un marchio che identifichi il nostro territorio e la bellezza che può offrire.
Non per ultimo e non da ignorare le infiltrazioni malavitose, vi invito a fare una ricerca con il Google e le parole chiave “ponente savonese”: l’esito vi stupirà, forse tranne gli addetti ai lavori. Una partita difficile che su trasparenza, onestà e legalità può trovare la chiave per vincere.
Queste ed altre idee sono un libro dei sogni per alcuni, una idea chiara di sviluppo per noi.

Unire, accorpare e sopprimere

Diversi verbi per definire diverse conseguenze, ma non solo, gli stessi forniscono ulteriori spunti perché ognuno ha un significato diverso e forse una connotazione più o meno positiva. Ad esempio l’adagio che “l’unione fa la forza” è certamente il più positivo e attraverso ”l’unire” le forze di diversi soggetti è possibile avere una forza complessiva maggiore.

Accorpare” ha una valenza diversa con un messaggio in cui un soggetto fa proprio un altro, magari più piccolo. Molto in voga dal punto di vista aziendale dove spesso aziende ne accorpano altre. Infine “sopprimere”, molto chiaro e non lascia spazio a interpretazioni.

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L’esempio migliore di utilizzo dei diversi verbi sopraelencati lo ha dato e lo sta dando la vicenda delle Autorità Portuali che in questi mesi ha riempito ed animato i dibattiti sui giornali e nella politica locale. In parte su spinta delle ultime richieste del governo Renzi, in parte perché tema aperto da tempo, si è passati dal parlare di “unioni” fra le autorità portuali di Genova e Savona piuttosto che di accorpamenti e soppressioni (per quella di Savona). Un po’ tutte le alternative che venivano proposte di volta in volta dall’una o dall’altra figura politica.

Personalmente non credo sia un problema da trattare con piglio campanilistico o territoriale, come sembra sia avvenuto nel partito che guida la regione ed i comuni principalmente coinvolti, forse per proprie questioni interne visto un troppo diretto coinvolgimento della politica nella gestione delle Autorità Portuali, il vero problema a mio avviso, ma piuttosto un modello corretto e vincente di “governance” per rendere più competitiva una industria che potenzialmente può dare molto al territorio.

Scrivo potenzialmente perché su Savona ci sono luci e ombre nel rapporto tra Autorità Portuale e territorio: sia chiaro che non basta dire che una qualunque ditta/impresa fornisce opportunità di lavoro e quindi è benevola con il territorio. Le opportunità di lavoro ci sono perché servono a quella ditta/impresa. Non c’è alcun rapporto di benevolenza ma un semplice interesse comune: da una parte serve una risorsa per fare delle attività, dall’altra serve un reddito. Nulla di più nulla di meno.

Stesso discorso vale per l’Autorità Portuale che peraltro, rispetto ad una qualunque ditta, non può certo “spostare” la propria attività altrove.

Quello che forse è mancato negli ultimi anni è un maggiore investimento degli utili sul territorio attraverso percorsi condivisi con la cittadinanza su temi di interesse sociale e generale. Un esempio negativo è la costruzione della nuova sede: perché non si poteva recuperare strutture già esistenti come Palazzo S. Chiara?

Ricordo che la definizione, presente sul sito dell’Autorità, è “L’Autorità Portuale di Savona è un ente pubblico non economico, istituito dalla legge n. 84 del 28 gennaio 1994, che amministra il litorale fra Albissola Marina e Bergeggi: 10 km di costa che includono i porti di Savona e Vado Ligure e le spiagge comprese fra i due scali.”

Stiamo parlando di un ente pubblico quindi, che è bene collettivo e non strumento di amministrazione politica: se per superare la logica attuale è necessario rimescolare le carte a favore di un nuovo approccio gestionale, ben venga individuare una forma di unione con l’Autorità Portuale di Genova, peraltro interessante per prepararsi alla nuove sfide del mercato con specializzazioni in settori merceologici in ogni area portuale. Poter ridurre anche il peso degli emolumenti per i vertici dirigenziali e politici può rappresentare un ulteriore spazio di miglioramento, lasciando ad ogni area portuale autonomia nelle scelte operative si potrebbe comunque mantenere un corretto assetto tra unione amministrativa e gestionale e autonomia operativa.

Ma tant’è la riforma che era in procinto di varare il ministro Lupi è stata esempio di come al peggio non c’è fine perché senza un’adeguata visione si andava unicamente verso la  “soppressione” di alcune autorità portuali tra cui quella di Savona. Ora il tutto si è stoppato in attesa di nuove revisioni, è probabile che le insistenze di alcune personalità del partito democratico siano state decisive o semplicemente non si è ancora trovato l’accordo per suddividere le aree di influenza politica (e temo sia la più probabile…). Una cosa è certa, questo modello di Autorità Portuale deve cambiare a favore di un maggiora condivisione dei risultati con la collettività intera, che poi ne è la proprietaria.