La riforma del lavoro perduto.

Vorrei spendere molte parole su quella che viene definita riforma del lavoro, la proposta che Renzi ha chiamato “Jobs act”, ma non le ho.

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Vorrei farlo parlando dell’articolo 18, tema che ho sviluppato in passato in questo precedente pezzo.

Vorrei parlare dei tecnicismi che regolano il TFR, la relativa tassazione e di quanto si prevede in futuro, dell’ASPI, dei contratti e delle tutele. Tutti argomenti che si possono peraltro leggere in tanti testi in e approfondimenti in rete. Quello che a me invece rimane è una cortina fumogena lanciata quale riforma del lavoro per rispondere supinamente alle richieste di altri soggetti (…”ce lo chiede l’Europa”…) andando a completare quanto avviato dal governo Monti.

Qualche considerazione generale però la voglio fare. L’articolo 18 probabilmente è un totem, ma è già stato fatto un intervento proprio per accontentare Confindustria in modo che i licenziamenti oggettivi di carattere economico potessero ricadere nella casistica in cui il giudice,  affermato l’errore, può assegnare al lavoratore l’indennità e non più necessariamente il reintegro. Quindi l’intervento qui sarebbe sostanzialmente di forma e poca sostanza. Sono rimasto peraltro colpito da una intervista di tempo fa in cui Squinzi dichiarava che gli investitori non “investono” per l’articolo 18: non ci credeva nemmeno lui.

L’ideona del TFR: non è certo il primo caso e và detto in termini assoluti che il TFR è denaro del lavoratore e in linea teorica è lecito che ne faccia l’uso più opportuno. La questione sta nella forma di tassazione che qualunque prelievo anticipato vedrebbe applicata: la proposta del Governo assume di tassare in forma ancor più decisa il caso del prelievo anticipato mensile/annuale soprattutto per i redditi superiori ai 15.000 Euro. Sostanzialmente antieconomico per la persona che sceglie questo strumento sfruttando magari il caso disperato che pur di avere un maggior stipendio accetta una tassazione maggiore e sconveniente. Eppure si poteva, se lo scopo era quello di aiutare le persone, fare un lavoro migliore e semplice: anticipo del TFR esentasse.

Invece hanno pensato bene di prevedere una tassazione più alta e stabilire ipotesi di accordo con le banche per prestare alle aziende il denaro per dare gli eventuali anticipi di TFR. Secondo voi le banche prestano gratuitamente i soldi? Sui fondi pensione dei sindacati ho sempre avuto forti perplessità: l’unico aspetto positivo è la contribuzione obbligata del datore di lavoro ma francamente non mi convince questo flusso di denaro che poi viene investito in aree che sono completamente fuori il controllo diretto.

Nella proposta del Governo ci sono poi elementi che riguardano gli strumenti quali ammortizzatori sociali e ASPI, già prevista dalla Fornero e in corso di avvio, che dovrebbero disciplinare meglio (o peggio?) quest’area.

Altro punto è nel contratto di inserimento a tutele crescenti: questo è l’apice. L’ennesimo contratto con meno diritti introdotto nella jungla dei contratti, mi domando come possano coloro che si studiano queste proposte farlo serenamente senza comprendere l’inutilità oggettiva. Attualmente ci sono così tanti strumenti di “ingresso” nel mondo del lavoro che è difficile identificarli tutti, oltretutto sono già ampiamente “flessibili”: contratto a termine, con maggiori proroghe proposte proprio dall’attuale governo, apprendistato, a progetto, partite IVA. etc….

I contratti per entrare nel mondo del lavoro sono tutti già pronti e disponibili, se invece parliamo di precarietà nulla della proposta nel jobs act affronta concretamente la questione. E infatti la questione è tutt’altra.

Il problema ruota nel lavoro che non c’è più. Il lavoro in Italia e nel mercato europeo è drasticamente ridotto perché gli investimenti non ci sono, o sono in settori nuovi dove le imprese non sono pronte ad operare o il costo di produzione, di cui ho parlato in questo articolo, è troppo elevato.

E allora le riforme degli ultimi anni, che poi sono della stesse mente semplicemente applicate da persone diverse, non affrontano il problema di fondo. La tassazione sul lavoro e, in generale il costo del lavoro che non dipende dai lavoratori, fossero tutti arricchiti forse si, ma la realtà sappiamo così non essere.

Costo del lavoro quindi: costi di produzione (energia, burocrazia etc….) e processi produttivi. Mentre per i primi le aziende poco possono, per i secondi possono tutto. Ma allora perché le aziende chiedono o parlano dell’articolo 18? Ne parlano quelle aziende gestite da imprenditori incapaci, dirigenti incompetenti che negli anni hanno lavorato unicamente per appoggio o sostegno politico.

Si tratta di quell’imprenditoria incompetente che legata alla politica ci pesa come una zavorra e che ci mette una sorta di cappio al collo con il ricatto occupazionale. Sono gli stessi che poi piangono, chiudono lamentandosi che non ce la fanno e di punto in bianco lasciano a casa centinaia di lavoratori. Purtroppo per queste non c’è “jobs act” che tenga, e lo conferma uno Squinzi qualunque che pensa serva poter evitare il reintegro del lavoratore in caso di licenziamento illegittimo per favorire gli investimenti: tanto vale credere a Babbo Natale che fa impresa in Italia al caldo durante ferragosto.

L’imprenditoria sana e capace ha ben altri problemi da risolvere: il mercato che non offre opportunità associata ad una tassazione fra le più alte del pianeta. Altro che articoli 18 e contratti a tutele crescenti.

Quelle che negli ultimi anni sono state avviate sono delle riforme del personale, non riforme del lavoro e quest’ultima non è nemmeno da considerarsi una riforma ma un prosegue dei provvedimenti della Fornero mascherato con un nome inglese “che fa figo”.

Sento parlare molto spesso di modello tedesco, modello che dobbiamo importare e che dobbiamo fare nostro: dal mio punto di vista va bene. Purchè ci prendiamo anche un po’ di imprenditori tedeschi e manager tedeschi e ci leviamo quei dinosauri dell’imprenditoria italiana legati ad altrettanta politica inetta che li ha sempre sostenuti.

Poi parleremo di riforme del lavoro.