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Cairo: ospedale di area disagiata.

Vorrei ripercorrere la storia, quantomeno dal mio punto di vista, supportato da alcuni dati,  di una vicenda di attività politica che mi ha appassionato tra la fine del 2015 e la metà del 2016.

Durante la campagna elettorale per le elezioni regionali del 2015, da diligente candidato erro viaggiante per il territorio cercando di comprendere le necessità, i punti deboli e le potenzialità. In questo girovagare entro, come altri ovviamente, in contatto con la realtà valbormidese che pone molti temi territoriali e fra essi l’ospedale di Cairo Montenotte, certamente rilevante proprio per la conformazione dell’area chiamato a coprire per esigenze sanitarie.Superato lo shock elettorale e l’avvio dei lavori in consiglio regionale, torno a bomba sulla “vessata questio” dell’ospedale e di quale strumento individuare per invertire il destino decadente che la Giunta Burlando del Partito Democratico gli aveva dato, privandolo di un elemento fondamentale nel sistema di emergenza, ovvero il pronto soccorso.

Sul pezzo era presente anche il Comitato Sanitario Locale, un gruppo eterogeneo di cittadini che da tempo, a prescindere dagli schieramenti politici, segue le vicissitudini dell’ospedale.

Studiamo la materia e ci viene in aiuto lo stesso (e temuto) decreto ministeriale 70/2015 che dal nazionale impone degli standard ospedalieri in funzione del bacino di utenza. Nelle pieghe del testo viene descritta la casistica degli ospedali di area disagiata, che prevede secondo alcuni requisiti il riconoscimento di questo “status” e la conseguente possibilità di disporre soprattutto del tanto desiderato (e necessario aggiungo) Pronto Soccorso, con annessi una serie di servizi necessari allo stesso.

Constatato questo, a fine 2015, decidiamo anche con un po’ di timore, di costruire un percorso quanto più condiviso possibile, partendo dal fatto che in consiglio regionale siamo in minoranza e, in Valbormida, non abbiamo alcun consigliere comunale eletto. Non demordo e insieme al prezioso e fondamentale aiuto di alcuni attivisti impegnati sul territorio valbormidese che fanno parte di quelli che noi chiamiamo Meetup, avviamo 2 percorsi distinti e paralleli.

Nel primo entriamo in contatto formalmente con diversi comuni della valle e ne incontriamo una piccola delegazione a Carcare, piccola ma per popolazione ben rappresentata. Dal punto di vista politico decisamente eterogenea: l’unica certezza era non fossero del Movimento, lo sapevamo a priori ma per noi era di interesse il raggiungimento dell’obiettivo cercando la più ampia condivisione. Illustriamo in quella sede la nostra mozione agli intervenuti (alcuni sindaci, vice e consiglieri), mozione già agli atti del Consiglio Regionale e condividiamo con loro che se ci fossero delle prese di posizione formali, anche attraverso delle delibere comunali per manifestare questa esigenza del territorio, il nostro atto non sarebbe una voce solitaria ma un canto corale.

Contestualmente ci confrontiamo con il Comitato di cui sopra che aveva a suo tempo già sollevato il tema dell’ospedale di area disagiata. Durante un incontro, avvenuto sempre a fine 2015, conveniamo serva una presa di posizione della comunità valbormidese nella sua interezza ed il Comitato propone di avviare una petizione. Sfondano una porta aperta e parte la raccolta firme che dura 4 mesi e oltre.

La raccolta firme ha un avvio formale durante i giorni dell’Epifania 2016, dove mi ritrovo in un incontro nei pressi dell’ospedale, con cittadini e tanti Sindaci del territorio, compreso l’ex sindaco di Cairo, Briano, e il consigliere regionale Vaccarezza cui molti sindaci valbormidesi sono legati per sponda politica. Ci sono alcuni interventi, tocca poi a me e dico semplicemente che noi l’atto lo abbiamo predisposto, la richiesta senza girarci intorno, di avere riconosciuto lo status di area disagiata la portiamo “alla prova dei voti” in Consiglio Regionale, annesso avevamo prodotto anche uno studio stimato dei costi aggiuntivi per il SSR che si attestava a circa 800-900 mila euro annui, il costo di Alisa, la nuova super ASL, creata dalla Giunta Toti. Altro non credo ci fosse bisogno. Firmano tutti la petizione.

Parallelamente partono moltissimi consigli comunali che deliberano a favore non tanto del nostro atto, ma per il riconoscimento di ospedale di area disagiata: l’obiettivo!

Nel frattempo avviamo una campagna mediatica a sostegno di questa iniziativa, per la parte soprattutto politica che in consiglio regionale ci avrebbe visto coinvolti e per la quale il nostro atto era l’unico presente. Mentre sul territorio la raccolta firme prosegue con forza, appaiono dopo un po’ di tempo alcune prese di posizione potenzialmente a favore, ovviamente non del nostro atto ma dell’obiettivo, dei circoli del PD locale, come singulti cui non fa seguito nulla di chiaro.

La raccolta firme prosegue bene, l’Assessore Viale non si espone definitivamente, ma ci sono i primi indizi di chi ritiene smarcarsi da questo proposta. In un convegno della CGIL Sanità emerge dall’organizzazione sindacale una posizione fredda sull’ipotesi di ripristino del Pronto Soccorso attraverso il riconoscimento di ospedale area disagiata: presente l’Assessore Viale che rincara la dose. Il mio sesto senso mi dice che butta male.

I consigli comunali deliberano invece compatti, il primo fu Plodio del sindaco Badano dove mi recai anche per un pizzico di soddisfazione nel vedere condiviso da altri un obiettivo comune e l’avvio di un percorso. Nel giro dei consigli comunali che intendono deliberare arriva poi il turno di Carcare che rispetto agli altri organizza un consiglio comunale straordinario dove invitano i consiglieri regionali della provincia. Ho capito che queste occasioni o anticipano qualcosa di molto positivo o di molto negativo.

Vado con spirito positivo, sono inesperto e in quell’occasione me ne rendo conto.

Presente la Giunta guidata dal sindaco Bologna​, molto vicino politicamente al consigliere Vaccarezza, legge la proposta di testo da adottare in consiglio comunale per il tema ospedale di area disagiata, il Vice Sindaco. Il testo è lungo, differente da quello che gli altri comuni avevano adottato e la parte finale mi mette in allarme perché è di una vaghezza sconcertante, poco chiara nel chiedere quanto più orientata “nel valutare anche….”. Il consiglio lascia spazio ai nostri interventi, in ordine De Vincenzi per il PD, Vaccarezza per la maggioranza di centrodestra ed il sottoscritto.

De Vincenzi per il PD interviene ma si percepisce che non ha percorso la questione in profondità e parla genericamente che al di là delle sigle bisogna fare, etc…. Le sigle contano perché previste dalle leggi e ad esse devono essere associati dei servizi, dovrebbe saperlo bene perché vale anche per la classificazione Dea di primo e secondo livello.

Interviene poi Vaccarezza perché segnala di dover andare via a breve. Il suo intervento mi illumina, in negativo. Di fatto propone che si adotti il testo dell’ordine del giorno proposto dal sindaco Bologna e, come se nulla fosse, propone che lo sottoscrivano anche i consiglieri regionali di minoranza ovvero io e De Vincenzi. Salto sulla sedia perché Vaccarezza sapeva benissimo e conosceva la nostra mozione già agli atti per cui capisco in quell’istante che Cairo non avrà il pronto soccorso attraverso la classificazione di area disagiata, perché tale non sarà mai avvallata dalla Giunta Toti. Vaccarezza esce anticipatamente “perdendosi” il mio intervento se non altro perché in una delle mie rare occasioni perdo le staffe.

L’ordine del giorno del sindaco Bologna di Carcare ha rappresentato la breccia per consentire alla maggioranza di centrodestra in consiglio regionale di bocciare la nostra richiesta ma di lasciare quelle formule che in politica purtroppo colpiscono tutti indistintamente, con degli intenti vaghi e inconsistenti. Ma come dice Mourinho….zero tituli.

La storia successivo è nota, il PD arriva copiando alla buona il nostro atto per chiedere le stesse cose che loro stessi, come forza politica, avevano tolto. Il centrodestra propone un ordine del giorno con la chiarezza di un libro delle favole e si chiude con una raccolta firme depositata, ero presente, di circa 18000 persone, decine di delibere comunali e un pugno di mosche in consiglio regionale perché la nostra mozione non passa ed il resto è aria fritta.

Nel 2017 arriva la campagna elettorale per Cairo e l’ex sindaco Briano, Partito Democratico, propone di fare la stessa richiesta di ospedale di area disagiata attraverso una proposta di legge di iniziativa popolare, prevista dallo Statuto della regione.

Contestualmente l’Assessore Viale inserisce nello studio di “esternalizzazione a soggetti accreditati”  di interi ospedali anche quello di Cairo con il contentino di valutare le modalità con il soggetto privato di riattivare le funzioni di pronto soccorso, quelle che il PD aveva tolto per intenderci….esternalizzare e valutare di inserire il pronto soccorso fra i servizi offerti dal soggetto privato (accreditato con il SSR… specifico per non essere frainteso). Non mi esprimo sulla reale probabilità che accada.

In conclusione che dire. Nella commissione sanità di cui sono membro troverò il testo della proposta di legge che chiede lo status di ospedale di area disagiata, come era nella nostra mozione. E da come promossa da vari rappresentanti locali del PD sembra una iniziativa nuova, mai avviata da nessuno, a targa di “partito”, ma io mi chiedo​ per chi arrivò per primo a scegliere di chiudere il pronto soccorso e per ultimo a chiedere di riaprirlo, perché dal punto di vista politico dovrebbero essere cambiati gli scenari della Giunta Toti? Me lo dicano perché se è così semplice allora basta ogni anno ripresentare gli stessi atti. Oppure ci sono informazioni che non abbiamo, ci mancherebbe!

Sia chiaro, siamo assolutamente a favore, nemmeno da discutere, lo abbiamo chiesto oltre un anno fa ma il mio sesto senso mi dice di fare attenzione, in fondo fra i comuni proponenti non c’è Carcare…

Unione Industriali a Savona, e la Comunità?

Unione Industriali a Savona, e la Comunità?

Sono stato al recente incontro organizzato da Unione Industriali Savona, gentilmente invitato dagli organizzatori come Consigliere Regionale, incontro al quale ho partecipato volentieri perché sono convinto che ogni soggetto rappresentante di interessi collettivi, vada ascoltato e vada compreso per meglio indirizzare l’attività di chi ricopre ruoli all’interno delle istituzioni. Lo faccio con lo scopo di avere coscienza di quali siano le aree di collaborazione e quali siano le divergenze, d’altronde viviamo in una comunità ed è quindi determinante comprenderla in tutte le sue sfaccettature. Unione Industriali ha la rappresentatività conferita dai propri iscritti di molte medio-grandi imprese del territorio quindi ne diventa uno degli attori con cui confrontarsi.

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Il discorso del Presidente Guglielmelli è stato decisamente chiaro, ovviamente a nome dell’associazione, facendo una serie di evidenti richiami alla politica in senso lato. Fra questi alcuni mi hanno colpito.

Senza dubbio il j’accuse ai cosiddetti “comitati del no”. Va da sè che la stessa Confindustria nazionale si è schierata inspiegabilmente per il SI del referendum costituzionale, scelta incomprensibile visto che il processo legislativo si complica ancor di più, il potere verrebbe accentrato ad una maggioranza non rappresentativa del paese e di conseguenza un Presidente del Consiglio di cui tutti non si può essere amici e sperare in qualche gentile cortesia. Capiamoci….

Ma qui si parla dei casi nostrani di contrapposizione ad opere e imprese ritenute interessanti dal punto di vista degli investimenti per Unione Industriali che trova sostanzialmente riprovevole la presenza di gruppi che non condividono questa tesi. Grazie a Dio c’è ancora la possibilità di dissentire e in termini assoluti credo debba essere accettata la contrarietà ad una proposta soprattutto se questa viene calata dall’alto, ovvero se l’avvio di investimenti sul territorio non sono condivisi forse è il caso di capire se effettivamente sono utili, ben congeniati, compatibili, portano benessere e perchè no, intelligenti (smart).

Di fatto non ci può essere stupore se un investimento produttivo porta benessere a pochi e danni diretti o indiretti a molti, mi pare ovvio che nasca del dissenso,ovvero come se chi governa fa scelte sbagliate e non condivise, viene naturalmente criticato e magari non più votato.

Se nel savonese abbiamo avuto e tuttora abbiamo investimenti discutibili, a dir poco, il “comitato del no” diventa la voce di questi investimenti potenzialmente sbagliati manifestando quindi la normale pluralità di un insieme di attori. E fin qui la premessa, un pò lunga in effetti. Perchè il presidente Guglielmelli, non me ne voglia, crea un nesso causale tra questi fattori e la crisi del savonese. Qui purtroppo una caduta di stile che a certi livelli non si può avere: veramente qualche imprenditore pensa che questi siano la causa? Peraltro nel savonese quanti “comitati del no” hanno effettivamente bloccato degli investimenti o delle stesse aziende? A me risulta tecnicamente nessuno e quindi mi domando su quali fatti concreti si fondano queste affermazioni. Perchè se nel resto dell’Italia del Nord la crisi non colpisce così duro come da noi, veramente Unione Industriali pensa siano questi le cause? Spero vivamente di no.

Ma non posso nemmeno accettare questa tesi come una scusante della categoria. Perchè se una comunità intera è oggettivamente in difficoltà, le cause e le responsabilità sono condivise e diffuse e chi fa impresa dovrebbe essere il primo ad assumersi le sue.

Saranno queste mie, parole impopolari nella categoria che si domanderà cosa avete fatto voi, cosa fate, solo “vaffa” etc….. però non si può tacere di fronte al fatto che se il savonese è stagnante, un bagno di umiltà lo si faccia tutti, ma proprio tutti. In passato durante una intervista mi chiesero perchè il Movimento 5 Stelle è contro le grandi opere. Io serenamente risposi che non sono, non siamo contro le grandi opere ma contro le opere (imprese) inutili, che non hanno un ROI (return of investment – ritorno dell’investimento) che ne giustifichi la realizzazione, e per una comunità il concetto di ritorno dell’investimento è molto ampio. Approccio che qualunque imprenditore adotta quando intende spendere i propri soldi per fare crescere la sua azienda. E quindi di cosa parliamo? E’ o non è una visione politica che deve indirizzare la direzione degli investimenti? Perchè il punto è questo. Decide il mercato in totale autonomia o la politica che deve “tessere” una trama con tutta la comunità.

Io propendo per la seconda ipotesi, non penso sia compito “completo” del mercato indirizzare lo sviluppo ma debba essere la sintesi fatta attraverso la politica che indirizza lo sviluppo all’interno di una ampia forbice con regole chiare dove il mercato si può muovere. Concordo pienamente nella richiesta di ottenere lo status di “area di crisi complessa”, strumento previsto dal d.l. 83/2012 “Misure urgenti per la crescita”. Concordo sia con la richiesta sia con chi ammette che non possa essere il punto di arrivo. Anzi, a tutti gli effetti è una resa. Non siamo riusciti a costruire alternative senza iniezioni di denaro, ancora non certe peraltro, che da un certo punto di vista sfalsano la nostra reale capacità di fare sviluppo, in alcuni casi perchè siamo in contesti che travalicano certamente confini provinciali (Bombardier, Piaggio, Tirreno Power), ma in altri casi, come la piattaforma Maersk, mi domando se qualcuno è disponibile a mettere la propria testa sulla ghigliottina con la certezza che quell’investimento, per lo più pubblico, possa portare sviluppo e occupazione, tralasciando l’impatto ambientale di portata enorme che rischia di causare danni ad altri settori, come quello turistico – balneare. Perchè a Genova anche in sede istituzionale, la stessa rappresentanza sindacale Maersk lamenta cali di lavoro importanti, procedure di licenziamento etc…. Recentemente Hanjin, importante compagnia di shipping è entrata in crisi.

In un sopralluogo lungo l’intera area portuale genovese, eseguito durante i lavori della Quarta Commissione Ambiente – Territorio – Energia di cui sono membro, abbiamo incontrato l’amministratore delegato di PSA che è il terminalista del porto VTE di Pra-Voltri. Alla luce della presenza delle nuove gru con qui sono in grado di caricare – scaricare qualsiasi nave, lui stesso, ovviamente di parte, si domanda la necessità di una simile operazione a 40 km scarsi. Un dubbio lecito, quantomeno.

E su questo fronte, nel discorso del Presidente Guglielmelli si è fatto cenno all’altro tema importante, gli accorpamenti delle Autorità Portuali. Ebbene io sono pienamente d’accordo nella scelta effettuata dal Presidente Toti di avvallare e formalizzare la richiesta di proroga nella procedura di accorpamento, come prevede la riforma dei porti. A questa pare che il ministero abbia in generale risposto a tutti minacciando più o meno velatamente,  possibili commissariamenti, peraltro Genova lo è già. Sbaglia il ministero e sbaglia chi intende la proroga come strumento per mantenere posti al sole. Dal mio punto di vista tale deve essere unicamente intesa come fase tecnica in cui si perfezionano le modalità di governance di un solo soggetto che nasce dalla fusione di 2 o piu soggetti: procedure normalmente usate nelle grandi aziende, nelle multinazionali che spesso impiegano semestri per la definitiva fusione e la definizione dei processi aziendali.

Sono sufficientemente convinto che se Genova e Savona si propongono nel Mediterraneo e nel mondo come un unico grande porto, potremmo averne benefici tutti, per questo condivido che il processo di fusione sia costruito bene nell’interesse delle 2 realtà.

Non ho potuto fare a meno di notare la corretta critica alla Giunta Toti che nell’ambito della promozione turistica ha deliberato, il 5 agosto con atto nr. 775, che tutti i comuni liguri siano inseriti nell’elenco delle località turistiche. Questo di fatto comporta, per la normativa nazionale di settore, che tutti possano istituire la tassa di soggiorno. Va da sè che è evidente la discrasia tra l’elenco e la reale vocazione turistica di molti comuni, quindi è un provvedimento ingiustificato perchè non fotografa una reale situazione e non può certo considerarsi volano di sviluppo per un comune che, se non ha nulla di “turistico”, con i pochi alberghi o B&B o agriturismi che abbiamo diffusi, certamente non potrà con questo trasformarsi in comune turistico.

E’ sostanzialmente un balzello applicato in maniera trasversale. L’approccio appare contraddittorio, le voci dei comuni sono a macchia di leopardo favorevoli, contrari ma quali effettivamente sono comuni a vocazione turistica? Quali sono enormi conglomerati di seconde case, che peraltro sono l’antitesi del turismo di qualità che regioni come il Trentino hanno saputo governare. E la regione tutta è nelle condizioni di offrire, a fronte di una tassa di soggiorno, una proposta? Sempre il Trentino, a chi risiede nelle strutture ricettive che aderiscono, offre la “Trentino Guest Card” che ricambia con sconti, mezzi di trasporto gratuiti, impianti di risalita estiva gratuiti etc…. Ecco perchè il percorso deve essere esattamente l’opposto. Prima si studia a tavolino cosa si può offrire ai visitatori e dopo si istituisce la tassa per sostenere economicamente l’investimento. Qui si fa il contrario, e si rischia di disincentivare quel poco di turismo che sta germogliando fuori dalle solite vecchie e stanche seconde case.

Ed infine, quando si dice che turismo e industria nel nostro territorio possono convivere temo non si guardino i dati percentuali sul peso che aveva l’industria turistica nel savonese con altri territori, anche di altre regioni, che sul turismo fanno “spessore economico.” Mi auguro che per turismo non si consideri solo l’accesso agli stabilimenti balneari: va bene che noi savonesi “si va a spiaggia” anzichè al mare, ma fino ad oggi questo non èè stato sufficiente per lo sviluppo di un settore turistico pesante. E allora viene il momento delle scelte, di cosa si intende per impresa sul nostro territorio, di come la si vuole sviluppare e di chi ne è capace. Ecco, parliamo un pò di qualità dei nostri imprenditori, perchè molto speso le colpe sono della politica, della qualità dei politici. Sacrosanta verità, ma della qualità dei nostri imprenditori?

Alcuni effettivamente dimostrano di avere le qualità, ma altri, tolti dai legami facili con una certa politica che agevola, favorisce e facilita perchè “di parte”, hanno dimostrato di non essere in grado di competere in un mercato che è agguerrito, difficile, a volte globale.

Ho compreso che c’è un principio di coscienza di questo elemento, e ho compreso che viene chiamata in causa la politica. Lo condivido, ma se questa chiamata è per fare favoritismi lo respingo, se è per favorire uno sviluppo compatibile con le richieste di una comunità intera, allora ben venga.

Le tre P: Protesta, Partecipazione, Politica.

Le tre P: Protesta, Partecipazione, Politica.

La partecipazione, come in passato ho già avuto modo di scrivere, è la nuova frontiera del concetto di amministrare con intelligenza e coinvolgimento della cittadinanza le nostre città. Non è affatto facile trovare la formula migliore ma vi sono esempi virtuosi che possono, in Italia, fungere da apripista tramite più o meno interessanti  forme innovative di coinvolgimento della cittadinanza, purché volte poi a contribuire alla risoluzione dei problemi e al miglioramento delle condizioni generali e diffuse di vita.

 

C’è forse un curioso filo conduttore del vivere nella collettività che lega 3 principali azioni ad esso annesse: la Protesta, la Partecipazione e la Politica. Ne do una mia personale interpretazione.

La Protesta. Essa stessa racchiude l’inizio di qualunque esperienza, provando a guardare con occhio critico ad ogni situazione che ci circonda, per chi non la condivide consegue un iniziale disagio una “ espressione, manifestazione, dichiarazione energica e ferma della propria opposizione o disapprovazione” (Treccani).

La Partecipazione. Qui le cose si complicano, la definizione non è facile perché ci sono diverse interpretazioni , quella più generale ed attinente alla materia in questione ci riporta però la seguente:  “prendere parte a una forma qualsiasi di attività, sia semplicemente con la propria presenza, con la propria adesione, con un interessamento diretto, sia recando un effettivo contributo al compiersi dell’attività stessa” (Treccani)

La Politica. Una definizione storica, che ci giunge addirittura dal filosofo greco Aristotele secondo cui la “politica” significava l’amministrazione della “polis” (città in greco, n.d.r)  per il bene di tutti cui tutti sono chiamati a partecipare. Certamente in questo caso il concetto di partecipazione era limitato ad alcune tipologie di cittadini ma è interessante come si parli di politica e partecipazione già legati insieme.

E’ facile quindi fare una sorta di scala evolutiva che partendo dalla Protesta porti alla Politica, tramite la Partecipazione. Quindi, mentre la Politica è l’attività di amministrare, la partecipazione è lo strumento all’interno del quale viene  individuato il modello migliore per coinvolgere i cittadini nell’attività di amministrare (politica) e trasformare la protesta in proposta:  la partita quindi si gioca nella Partecipazione. Per intenderci, ad oggi,  generalmente  abbiamo un modello di partecipazione rappresentativa dove in sostanza ci sono dei rappresentanti dei cittadini eletti a cui è data la delega per fare le scelte in nome e per conto di tutti, essi poi esercitano  “la politica”. Pur sempre però una forma di partecipazione, sia ben chiaro.

Ora, nelle sperimentazioni “partecipative” che l’Amministrazione comunale savonese ha lanciato l’anno scorso, si sono attuate 2 modalità di azione: la prima era quella di trovare una nuova forma che sostituisse le circoscrizioni, che per Savona non sono più applicabili per questioni normative e che in effetti erano, e laddove ancora presenti sono, forme di decentramento amministrativo. A Savona la definizione di “Assemblee di quartiere” non è e non poteva essere intesa quale una forma di decentramento amministrativo ma bensì una forma di consultazione della base cittadina che attraverso un referente ne riportasse le istanza all’Amministrazione, viceversa le risposte della stessa alla cittadinanza.

La seconda modalità di azione lanciata, definita OST (Open Space Technology) , prevedeva il periodico incontro della cittadinanza in luoghi adeguati per affrontare temi di più largo respiro con tecniche di discussione condivisa attraverso gruppi di lavoro più o meno casuali, il collante era ed è fornito da cittadini interessati di volta in volta allo specifico tema. In quest’ottica, nelle due occasioni organizzate nel 2012, era sottoposto dall’Amministrazione un ambito generale all’interno del quale i cittadini proponevano dei temi specifici, per ognuno le discussioni sviluppate dovevano tendere a identificare degli indirizzi di soluzione, validati nella fase conclusiva da una relazione di fattibilità da parte dell’Amministrazione. I temi nel caso specifico hanno prodotto una importante e di rilievo massa critica di idee e proposte.

 Le “Assemblee di Quartiere “ si prestavano e si prestano particolarmente ad accogliere la “Protesta” con il fine di indirizzarla all’Amministrazione per la ricerca di una soluzione,  gli incontri “OST” per quanto potuto assistere hanno rappresentato dei momenti di elaborazione di “Proposte”. Ambedue le forme rappresentano i primi passi (Protesta e Partecipazione con proposta)  per arrivare alla ricerca della soluzione applicabile tramite la Politica.

Oggi questo intero processo non sta funzionando, ed è un fatto. Le assemblee di quartiere non riescono nella loro missione di base, ovvero incanalare la protesta che invece continua ampiamente a manifestarsi nella diffusione capillare di comitati su comitati che vertono su specifici problemi.

Quali sono le cause? Come sempre molteplici, a parer mio per le Assemblee di quartiere sono principalmente tre:

– gli strumenti messi a disposizione dei referenti di quartiere: di fatto nessuno, una dose di buona volontà e nessuno canale privilegiato per portare i problemi realmente di fronte all’Amministrazione. Ad esempio un meccanismo regolamentato tramite il quale obbligare il consiglio comunale a prendere in esame le istanze da essi portate,  vincolando quindi la Politica a prendersi in carico lo studio di un problema, dandone evidenza alla cittadinanza, qualunque sia l’esito.

– L’amministrazione comunale: è ovvio che se all’Amministrazione vengono posti dei problemi ed essa nemmeno risponde, un silenzio assordante non lascia che amare ma oggettive considerazioni.

– i referenti di quartiere: troppo ingessati nel loro ruolo, non è chiaro se per questioni personali, magari anche caratteriali, o perché così indirizzati ma di fatto ci sono stati ben pochi segnali di iniziativa per, ad esempio, provare a fare incontri autonomi di assemblee di quartiere su temi specifici (Aurelia Bis, differenziata, pulizia delle scuole, traffico nelle singole zone di quartiere, sicurezza, sociale etc..). Questo per condividere i problemi, come fanno i comitati che non hanno certamente ne un bilancio partecipato ne tantomeno un ruolo istituzionale, al più si registrano con atto notarile, ma tanto quanto fanno i comitati potevano fare le assemblee di quartiere.

Per quanto riguarda gli eventi OST, di cui si sono registrate 2 sessione e delle quali ho già fatto alcune considerazioni nella parte conclusiva di un mio precedente articolo “Libertà è Partecipazione”, ci sono certamente ed unicamente responsabilità nell’Amministrazione comunale. Qui non vi sono molti dubbi a riguardo, alle molte ed interessanti Proposte suggerite, l’Amministrazione non è riuscita nemmeno a dare delle risposte, negative che fossero. Una sconfitta a tavolino per impraticabilità del campo.

Da cosa e come ripartire? Se rimane la volontà di allargare la Partecipazione non solo a coloro che per delega elettorale rappresentano i cittadini nella partecipazione volta ad attuare la politica, ma anche ad una più ampia fetta di cittadini che vogliono contribuire a partecipare sia nella protesta che nella proposta, è necessario ripartire dalle Assemblee di quartiere intervenendo fortemente sugli strumenti, sui ruoli e le persone e sull’Amministrazione che deve accettare un confronto aperto con ciò che potrebbe arrivare dalle assemblee, potrebbe anche verificarsi una contrapposizione, una conflittualità tra cittadini e amministratori ma deve essere gestita, mitigata e devono essere date delle risposte. E’ necessario consentire un raggio di azione molto più ampio alle assemblee, maggiori poteri concreti pre-stabiliti potranno necessariamente indurre più cittadini a partecipare ben sapendo che a maggiori responsabilità deve necessariamente seguire un maggior potere, altrimenti il meccanismo non funziona.