Ospedale di Albenga o GSL? Questo è il problema.

Ospedale di Albenga o GSL? Questo è il problema.

Nei giorni scorsi ho partecipato ad un importante incontro ad Albenga, presso il Teatro San Carlo, organizzato dal Sindaco Cangiano, che ringrazio per l’invito. Da quando sono in carica come Consigliere Regionale per il Movimento 5 Stelle ho partecipato a diversi momenti come questo per i più sensibili problemi del territorio, credo siano delle valide iniziative di incontro e confronto. Utili anche per capire come e quali sono le idee dietro ai problemi, le proposte ed anche le critiche. Se ci si pone nella visione costruttiva che a mio avviso deve avere la politica, credo ci stia tutto.

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Nel caso specifico ci si è trovati a discutere su un tema ampiamente dibattuto nel quale è importante ricordare i gravissimi fatti di cronaca giudiziaria che hanno accompagnato tutti i soggetti attivi nel rapporto contrattuale tra la ditta privata GSL e la Regione Liguria. È bene ricordarlo perché se un rapporto contrattuale sul quale poi si sono manifestate irregolarità importanti tali da decapitare i vertici della stessa ditta GSL, dell’ASL2 e indirettamente della regione con l’ex Presidente e l’ex Assessore, non posso esimermi dal registrare una situazione quantomeno rischiosa per l’Ente e per la collettività. Ho percepito da molti che questi aspetti debbano andare in secondo piano. Mi spiace ma non condivido affatto e credo che nell’indirizzo politico tali aspetti debbano essere seriamente presi in considerazione per tutte le valutazioni del caso.
Alla luce di quanto sopra, prendendo atto della scelta della Giunta regionale di rescindere il Contratto di riferimento, che legava l’esperienza di Ortopedia privata con GSL all’interno dell’ospedale pubblico di Albenga, per il mancato raggiungimento dell’obiettivo previsto dal contratto di riduzione delle “fughe” di pazienti di ortopedia protesica dal territorio ligure, si delineano 2 punti che compongono lo scenario complessivo.

Il primo è il modello di governance ed utilizzo dell’ospedale di Albenga all’interno del quadro complessivo provinciale, e regionale. Al tempo, dopo l’inaugurazione del 2008, mi si perdoni l’estrema semplificazione, fu valutato che per ragioni economiche l’ospedale di Albenga dovesse erogare un servizio, nel caso fu scelto l’ortopedia elettiva, per sostenere di fatto la sua stessa esistenza, anche attraverso chi si propose con determinazione per esserne l’attuatore, ovvero il gruppo GSL. Certamente un ospedale deve essere utilizzato bene, nei principi dell’efficienza e dell’efficacia che guidano, o dovrebbero, qualunque amministrazione; peraltro certamente condivisibile che non solo un ospedale appena costruito con soldi pubblici non venisse messo in dubbio, ma visto l’importante comprensorio di riferimento dovesse essere valorizzato con tutti i servizi necessari per il territorio di riferimento.

Le scelte adottate successivamente sono tutte invece ampiamente discutibili, e non mi riferisco solo al depotenziamento del Pronto Soccorso: tema che oltretutto abbiamo condotto con forza nel valbormidese reputando necessario un presidio per la gestione dell’emergenza ora assente, emergenza che ad Albenga è stata depotenziata rispetto al passato divenendo un Punto di Primo Intervento, anche se non come la realtà di Cairo e con numeri di tutto rispetto. Ed infine su forte spinta della Giunta regionale di allora guidata dal Partito Democratico si valutò che l’unica strada per “occupare” l’ospedale di Albenga fosse un affidamento a privato di un servizio di ortopedia protesica all’interno dell’ospedale. Giova ricordare che lo stesso tipo di servizio fu, ed è per certi versi, lungamente e con apprezzamenti svolto nell’ospedale di S. Corona a Pietra Ligure.

Di fatto fu avviata dalla giunta Burlando la competizione tra pubblico e privato che ora nuovamente la Giunta Toti propone: quindi mi pare ovvio e palese che su questo punto ci sia piena convergenza tra Centro sinistra e centro destra. Sia chiaro: non lo scrivo con vena polemica, è una constatazione di fatto, ciò che mi preme è non sentire critiche provenienti da una parte verso l’altra su un modello di sanità privata che ambedue gli schieramenti vedono di buon occhio.

Non fu valutato allora un ampliamento invece delle funzioni già svolte nel S. Corona riversandone una quota parte ad Albenga: in sintesi se da una parte, a Pietra, si facevano dei numeri ma forse non sufficienti a trattenere i pazienti o a coprire le esigenze provenienti da fuori comprensorio, dall’altra si poteva “potenziare” il pubblico con investimenti simili a quelli erogati nel contratto di affidamento all’operatore GSL, utilizzando l’ospedale albenganese. In un equilibrio costi/ricavi mi domando se fu fatto un business plan serio che prendesse in esame l’opzione o, per ragioni di natura politica, si andò come treni verso la privatizzazione del reparto.

Oltretutto dubito fortemente che il solo comprensorio albenganese sia affetto da esigenze di ortopedia protesica tali da sostenere da solo una ortopedia costruita per attrarre pazienti da tutta regione e non solo, per ovvie ragioni non può essere altrimenti, quindi per sua natura il servizio non è solo per i pazienti del comprensorio albenganese ma è di natura più ampia, però “scambiato” con la sopravvivenza dell’ospedale stesso.

Vorrei però affermare che GSL non è l’ospedale di Albenga e l’ospedale di Albenga non è GSL e che per il territorio è importante avere un ospedale che risponda in primis alle esigenze sanitarie del territorio stesso, fatto salvo che in una potenziale specializzazione ciò non esclude strutture potenziate per erogare prestazioni a pazienti provenienti da più parti. La scelta però di incapsulare un operatore privato all’interno dell’ospedale ha posto le condizioni per creare artatamente un cul-de-sac da cui ora uscire è certamente e oggettivamente complesso. Eppure lo stesso ospedale manifesta eccellenze in settori pubblici come il “Centro Specialistico Regionale Malattie Infettive e Ortopedia Settica S.C. MIOA”, noto anche come MIOS, che ho avuto modo di visionare privatamente più volte per ragioni personali.

E se il concetto alla base è il trattenere i chirurghi di fama per trattenerne i presunti pazienti, tale per estensione potrebbe essere applicato a qualunque specialità: quindi con la stessa logica si dovrebbe intervenire in tutti i settori allo stesso modo? Medici che decidono di agire fuori dal pubblico sono di fatto lavoratori che lecitamente possono scegliere come tutti, mi domando quindi se dobbiamo disegnare la sanità intorno a loro o se dobbiamo farla funzionare bene? Quando si accerta che una stessa protesi un privato la compra ad un prezzo e il pubblico ad un altro ben più alto, chi sta lavorando male? Se il privato giustamente fa profitto con la stessa operazione, magari con un chirurgo pagato molto di più che il collega nel pubblico e la stessa operazione nel pubblico costa di più dove sta il problema? Nel Privato? No. E’ doveroso intervenire nel pubblico e fare quanto necessario perché funzioni bene, non però abdicando a favore del privato, laddove possibile ovviamente. Questo in termini assoluti non significa che non ci possono essere convenzionamenti per altri servizi che per varie ragioni il pubblico non ha modo di erogare.

Quando però si parla di Sanità pubblica il primo obiettivo è il bene comune, che in questo caso corrisponde all’erogazione di cure alla collettività. Quando si parla di Sanità privata il primo obiettivo è il profitto, attraverso l’erogazione di servizi. E’ bene ricordarlo sempre prima di attuare ogni scelta.

Questa lunga digressione per affermare che un potenziale percorso da adottare poteva vedere nella valorizzazione della sinergia con l’ospedale S. Corona il punto cardine con il quale avere una specializzazione dei reparti di Albenga attraverso una importante equipe medica con rapporto diretto nel pubblico e con le opportune risorse che rispondesse alle richieste dei pazienti puntando ad assorbire i numeri necessari per l’economia dell’ospedale albenganese. Una sostanziale condivisione del Servizio di Ortopedia mantenendo così l’ospedale di Albenga un punto di eccellenza e specializzazione in equilibrio con il S. Corona, nel caso specifico di ortopedia ma non solo vista appunto la presenza del reparto Mios, nella Sanità pubblica, integrato con Pietra.

Anche se in termini assoluti credo che se il territorio, e condivido la richiesta, spinga per mantenere vivo ed operativo il proprio ospedale, tecnicamente parlando che ci sia un reparto di ortopedia pubblica o privata purchè le esigenze sanitarie del territorio siano corrisposte attraverso l’ospedale, dovrebbe essere fattore non determinante.

Ma tutto questo io credo non avverrà: la richiesta dei sindaci che capisco in virtù del delicato ruolo che assolvono, temendo la chiusura dell’ospedale senza il reparto di ortopedia protesica, presumo spingerà l’Assessore ad adottare strumenti idonei per fare un nuovo bando, sperando quantomeno esente da qualunque dubbio nella fase di affidamento. E tale avverrà a favore, presumo, di un nuovo soggetto privato. Commento amaro….“È così che muore la libertà: sotto scroscianti applausi.” (citazione tratta da un noto film di fantascienza).

Scelta peraltro pienamente in linea con l’attuale Giunta ampiamente favorevole all’introduzione del privato e la cosiddetta competizione pubblico/privato, come precorso dalla Giunta Burlando a targa PD, anche questa valutazione è una mera constatazione di un impronta politica mai nascosta.

Si arriva quindi all’altro punto, certamente importante ed emergenziale, che è la questione occupazionale. Una cinquantina di persone professionali e dedite al loro lavoro sono alle prese con una azienda che ha oggettive difficoltà a garantire occupazione. Dico questo per chiarire che purtroppo siamo di fronte ad una realtà che ha impostato il suo business con un solo cliente con il quale aveva un contratto ”sperimentale” e certamente a scadenza determinata, a prescindere dalla rescissione anticipata. Non vorrei pensare che in questo frangente i lavoratori, e non sarebbe la prima volta, diventino “merce” di contrattazione anziché risorse da tutelare.

Purtroppo la crisi sta colpendo molte realtà, abbiamo Bombardier con 600 addetti e indotto, Piaggio con 900 addetti e indotto, Tirreno Power con 160 addetti e indotto, i precari ASL2 circa 26 e tanti altri. Per tutti servono giuste opportunità e soluzioni.
Vero è che l’assunzione in ASL diretta non è possibile, salvo passare da bandi aperti a tutti e che non possono certamente dare garanzie, vero anche che possono esserci, nei limiti di legge, dei titoli preferenziali ma non garantiti. Vero anche che qualunque soggetto privato differente dall’attuale datore di lavoro non può essere obbligato ad assumere nessuno, si possono certamente costruire accordi di programma e percorsi ma è bene non creare illusioni o certezze che le norme non consentono. Comprendo anche la posizione delle organizzazioni sindacali che vogliono avere occupazione, d’altronde come potrebbero sostenere il contrario.

La mia speranza è che vi possa essere un percorso di potenziamento più ampio delle risorse in ASL2 con concorsi che possano dare risposte alle necessità della nostra sanità, trovando nel rispetto della legge eventuali formule di titoli preferenziali che diano priorità a chi ha esperienze importanti. Non solo, la Regione potrebbe favorire il dialogo fra i vari operatori privati in convenzione per creare dei percorsi di assorbimento del personale fuoriuscito. E certamente, pur non condividendo la scelta politica, qualora subentrasse un nuovo soggetto privato, dovrebbe attraverso opportuni accordi, favorire il reimpiego dei lavoratori. Tutte strade incerte, comunque. Spero che nessuno si spenda in garanzie certe quando ora di certo non c’è nulla. Ed infine un invito all’Assessore: è il momento delle scelte, chi Governa ne ha il dovere per incarico conferito dagli elettori e lo deve fare con chiarezza. Ma lo deve fare guardando oltre il mandato della propria legislatura; se oggi siamo arrivati a questa situazione è perché non si è valutato appieno il sostanziale “ricatto” in qui ora è costretto a muoversi l’ospedale di Albenga per la sua stessa sopravvivenza.

Ci troveremo probabilmente il modello lombardo, che ci ha lasciato diverse indagini ed inquisiti importanti, ci siamo trovati un modello GSL- Regione Liguria, con diverse indagini ed inquisiti importanti, se ci trovassimo un modello ligure dove non c’è nulla di tutto questo ci farebbe tanto schifo?

Consiglio regionale del 1 Luglio 2015.

Consiglio regionale del 1 Luglio 2015.

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Dopo un mese esatto dalle elezioni regionali 2015, possiamo dire di essere effettivamente partiti con i lavori della decima legislatura del Consiglio Regionale ligure, definito anche quale Assemblea Legislativa della Liguria. Ed in effetti alla regione, quale organo previsto in seno alla nostra Costituzione, compete potere legislativo in tutta una serie di ambiti che toccano la nostra società in modo profondo e sensibile.
Ebbene la novità comunque la si voglia vedere siamo noi, del Movimento 5 Stelle, mai prima d’ora presenti all’interno di questa importante istituzione, novità a parer mio più sensibile dell’inaspettato esito elettorale che dopo 10 anni ha riconsegnato il governo della regione al centro destra. Scrivo questo perché la storia recente ci insegna che la differenza tra le politiche dell’uno o dell’altro schieramento si sono un assimilate le une con le altre, un po’ come succede tra 2 compagni di scuola che si frequentano sempre, sia durante la scuola che poi nel dopo scuola: alla fine si finisce con il somigliarsi. Vedremo nel proseguo dei lavori che direzione prenderà il governo regionale.
Una seduta senza dubbio ricca di tanta emozione per chi come il sottoscritto non aveva mai vissuto in prima persona il ruolo di portavoce presso una assemblea consiliare, per di più regionale. Superate le formalità di rito con le foto di noi consiglieri da pubblicare sul sito istituzionale, si è dato avvio alla seduta.
Presiedeva il consigliere più anziano in carica, Barbagallo (PD) che, come previsto dal regolamento, ha chiamato a supportarlo nelle formalità i 2 consiglieri più giovani, Garibaldi (PD) e la mia collega di gruppo Alice Salvatore (M5S). Il primo punto all’ordine del giorno è state quelle di notificare al consiglio che poi votava per alzata di mano la scelta del consigliere Bruzzone (Lega Nord) di ricoprire il proprio mandato per la circoscrizione di Savona, di fatto consentendo al genovese Puggioni (Lega Nord) l’accesso all’assemblea legislativa.
Il secondo punto all’ordine del giorno era la votazione della Giunta per le Elezioni, organo permanente composto da 5 consiglieri che ha il mandato di controllare cause di incompatibilità alla carica di tutti i membri del consiglio, cause sia presenti che sopravvenute. Sono stati votati 3 membri di maggioranza e 2 di opposizione tra cui il sottoscritto.
Si è poi giunti al piatto forte di questo consiglio, ovvero la votazione dell’Ufficio di Presidenza che si svolge in 2 sessioni separate: nella prima si vota il Presidente del Consiglio, il più votato assume la carica ed il secondo diventa Vice Presidente. Qui “bagarre” in aula, quanto meno dal punto di vista virtuale (per ora…). Come Movimento 5 Stelle ci eravamo proposti apertamente candidando Alice Salvatore per ricoprire il ruolo che ha per definizione una caratura istituzionale, quindi di garanzia. E francamente noi ce lo possiamo permettere serenamente. Ci hanno criticato per la nostra lettera indirizzata a Toti: personalmente ritengo che pur essendo un rappresentante della maggioranza, è anche il Presidente della Regione, che ci piaccia o meno, pertanto è uno dei soggetti con cui relazionarsi nei rapporti istituzionali.
Comunque sia è andata a Bruzzone (Lega Nord) la carica di Presidente e a Rossetti (PD) quella di Vice. Pronti via “Altra Liguria” con Pastorino che ha dato piena fiducia a Rossetti: insomma il potenziale terzo gruppo di opposizione si è sciolto come neve al sole in circa 30 minuti. In effetti faceva caldo, sarò per questo….
Si è poi passati alla votazione del Segretario Consigliere dell’Ufficio di Presidenza: in virtù del nuovo assetto di questo ufficio, ora con 3 membri prima 5, di fatto la maggioranza “pretende” che 2 siano propri rappresentanti. E’ stato quindi votato Muzio (Forza Italia). Anche qui, pur essendoci proposti, non ho fatto a meno di notare l’astensione dal voto delle altre 2 opposizioni, di fatto un benestare a procedere in questi termini. Etichetta politica o rituali che siano, si poteva osare di più.
E su questo assetto dell’ufficio di presidenza credo si debba fare un ragionamento e medio termine perché sia ampliato quantomeno a 4 membri. L’esito delle elezioni regionali infatti ci ha consegnato 3 poli presenti nell’assemblea legislativa ligure: la maggioranza, e i 2 gruppi di opposizione, il PD e noi del Movimento 5 Stelle. I criteri di voto per l’Ufficio di Presidenza (un voto a testa per consigliere) sono tali per cui la seconda “opposizione”, quindi noi guardando dal punto di vista squisitamente numerico dei seggi occupati, siamo rimasti fuori dalla carica di Vice Presidente. Se ve ne fossero stati 2 e pertanto il terzo classificato avesse potuto ricoprire il ruolo di secondo Vice Presidente, si dava adeguata rappresentanza in questo importante ufficio che, ricordo, stabilisce alcuni determinanti aspetti dei lavori consiliari quali ad esempio i punti all’ordine del giorno di ogni consiglio regionale, e non è poca cosa, anzi. Ma non solo.
Non farne parte non ci rende giustizia per il peso percentuale di poco inferiore a quello del Partito Democratico.
All’insediamento il Presidente Bruzzone ha avviato la sua guida ai lavori del consiglio con un discorso ampio dove c’è stato un interessante passaggio che ha, senza troppi giri di parole, aperto ad una informale “ma non troppo” partecipazione ai lavori dell’ufficio di presidenza del nostro gruppo che abbiamo accolto positivamente: sia una mera cortesia istituzionale o sia effettivamente la volontà di dare il giusto spazio alle opposizioni, è un segnale concreto di rispetto verso la rappresentanza elettorale che portiamo in dote. Questo sarà un ulteriore strumento per noi affinchè il Consiglio regionale possa essere sempre al centro dell’attenzione nelle scelte di indirizzo politico, va da sé che lo è nell’attività legislativa in quanto a differenza del governo centrale, spesso in “concorrenza” con il Parlamento, la Giunta regionale, non può sostituirsi al Consiglio regionale, per cui non può produrre né decreti legislativi né decreti-legge.
Ad maiora!

Ponente che vai, gente che trovi

Ponente che vai, gente che trovi

Vorrei fare alcune riflessioni sul ponente savonese, le cittadine costiere che abbracciano l’arco territoriale da Finale ad Andora, passando per Pietra, Loano, Borghetto Ceriale, Albenga. Per poi arrivare ad Andora e Alassio. Senza dimenticare Bergeggi, Noli e Varigotti.
Un’area nota a tutti quantomeno per il turismo, il mare e i centri storici delle diverse cittadine, in alcuni casi perle di bellezza uniche conosciute ovunque. In questo periodo ho cercato di comprenderle meglio parlando con le persone che le vivono e le conoscono, fermo restando che non può bastare così poco tempo, ci sono alcuni temi comuni che si possono raggruppare in una sorta di elenco che le tocca tutte con sfumature diverse.
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Turismo sì, ma di seconde case: si può affermare senza essere smentiti che quasi tutte queste cittadine hanno una popolazione residente di un certo numero, ma che nel periodo estivo raddoppia ed oltre. Non solo, ad esso è strettamente correlato un eccesso di cementificazione selvaggia nell’immediato entroterra proprio per dare spazio a nuove abitazioni, una sorta di fenomeno di “rapallizzazione” tipico della cittadine costiere liguri, non a caso il termine è stato coniato proprio per Rapallo nella riviera di Levante.
Infrastrutture. Senza girarci intorno, in molte di queste cittadine è aperta la questione della tratta ferroviaria su 2 diversi ordini di problemi: il raddoppio e lo spostamento o “ribaltamento a monte”. Il tratto a binario unico è un’offesa ai cittadini liguri che sulla dorsale ferroviaria che attraversa tutta la regione, devono contare come strumento indispensabile per spostarsi, per lavoro e per turismo. Come risolvere la questione? Ad oggi presenti sul sito delle ferrovie si possono vedere i progetti di raddoppio con ribaltamento a monte, per intenderci ad esempio ciò che fu fatto negli anni settanta nelle cittadine tra Arenzano e le Albissole le cui aree costiere tornarono a nuova vita e si diede uno slancio importante per il litorale con splendide “passeggiate a mare” e impulso ad un turismo qualitativamente superiore.
L’alternativa che viene posta sul tavolo è il raddoppio in sede, ovvero laddove necessario ampliare il tratto ferroviario nella sua sezione per ricavare il secondo binario. Certamente gli investimenti necessari sarebbero più contenuti come anche gli impatti sul territorio. A queste opzioni non c’è alternativa e la scelta può e deve essere fatta con il coinvolgimento dei cittadini tutti, sia coloro che sono su area costiera sia coloro che potenzialmente sarebbero impattati dal ribaltamento a monte. Non solo, ogni scelta và effettuata con approccio scientifico prevedendo prima analisi e controlli del territorio, poi condivisione con la cittadinanza ed insieme le decisioni del caso.
E rimanendo nell’ambito infrastrutture, abbiamo certamente ancora aperto il tema depuratori che in alcune zone, come l’albenganese, non trova soluzione definitiva e permane quindi il potenziale rischio, come altrove a macchia di leopardo, degli sversamenti soprattutto in periodo estivo: chiaramente per aree che del turismo balneare si giocano una importante fetta di entrate economiche non è accettabile ed oltretutto non è linea con le direttive europee che impongono reti di depuratori sui territorio o in alternativa le cosiddette fosse IMOF (fosse chimiche).
Nel Ponente savonese si gioca poi una partita delicatissima sul fronte sanitario, di cui in altri articoli ho già fatto cenno. I 2 ospedali di Albenga e Pietra Ligure sono al centro di continue discussioni, oggetto di pellegrinaggi continui da parte di tutte le forze politiche con annessi regali di penne, borsette e altri piccoli oggetti. Al di là del cattivo gusto, che pare più da avvoltoi che si aggirano intorno alla loro preda, o al cadavere, io credo che i 2 ospedali debbano convivere e sopravvivere. Lunga vita ai 2 ospedali! Ma pienamente integrati, con i servizi e le specialità equamente distribuiti per massimizzare personale e macchinari. Offrire un servizio pubblico eccellente significa saperlo valorizzare, puntando a chirurgia elettiva in uno e magari in chirurgia traumatica nell’altro. Avere 2 ospedali a distanze ravvicinate non significa necessariamente sprechi: è “semplicemente” una questione di organizzazione ben fatta da promuovere e raggiungere. Dobbiamo puntare a fornire eccellenze per invertire le fughe fuori regione ed anzi saper attrarre sul nostro territorio pazienti che cercano servizi di qualità.
E poi il capitolo lavoro, legato a casi noti come la questione Piaggio e i cantieri Rodriquez, ferite aperte sul fronte occupazionale ma anche potenziali mire speculative per la solita edilizia quando invece, con le giuste leve come la riduzione dell’IRAP o le stesse infrastrutture di cui sopra, si poteva avere di più e meglio. Ma non solo, il lavoro nel settore primario, forte nell’albenganese, è spesso a rischio per un delicato equilibrio sul territorio che causa dissesto idrogeologico risponde come può manifestando le evidenti responsabilità di chi non ha programmato e rispettato il territorio stesso.
Un territorio quindi delicato, che ha però ampi margini di miglioramento ad esempio nel turismo stesso che non può essere solo balneare, ma deve mettere a fattor comune le bellezze dell’entroterra, ricco di borghi e paesaggi da visitare. Metterli a fattor comune, in un contenitore che li promuova a livello internazionale insieme ad un marchio che identifichi il nostro territorio e la bellezza che può offrire.
Non per ultimo e non da ignorare le infiltrazioni malavitose, vi invito a fare una ricerca con il Google e le parole chiave “ponente savonese”: l’esito vi stupirà, forse tranne gli addetti ai lavori. Una partita difficile che su trasparenza, onestà e legalità può trovare la chiave per vincere.
Queste ed altre idee sono un libro dei sogni per alcuni, una idea chiara di sviluppo per noi.

Valle dell’Eden o Valbormida?

Valle dell’Eden o Valbormida?

Alcune settimane fa, ho partecipato ad un incontro a Carcare con diverse associazioni del territorio, incontro organizzato dal gruppo locale del “Meetup Amici di Beppe Grillo Valbormida”. Faceva seguito ad una breve visita fatta a priori sul territorio, condizione necessaria ma non sufficiente per avere una visione di insieme di quella che potrebbe essere una perla del nostro entroterra e che invece, a conti fatti, risulta essere un area fortemente a rischio.

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Sono rimasto colpito in particolare da una testimonianza puramente casuale raccolta durante il sopralluogo nei pressi dell’Italiana Coke. Un abitante del luogo stava pulendo il bordo della strada insieme al figlio per rendere scorrevole lo scolo delle acque, con lui abbiamo incominciato a discutere e, osservando le case sparse nei dintorni, elencandole una a una, ha fatto il resoconto delle malattie mortali che in ognuna di esse si sono introdotte. Ecco, io vorrei partire da questo.

La presenza di una realtà industriale oggettivamente obsoleta e al di fuori di ogni limite del consentito e del buon senso, facilmente collegabile al degrado delle condizioni ambientali causa di svariate patologie anche gravi, rende de facto necessaria una efficiente struttura ospedaliera di area per cura e soprattutto prevenzione delle patologie.
Affermare e pretendere che l’ospedale di Cairo Montenotte debba essere dichiarato “ospedale di area disagiata” avendone i requisiti tecnico-giuridici prefissati dall’ex ministro della salute Balduzzi oltre che per necessità oggettive derivanti dall’ampiezza del bacino di popolazione servito dalla struttura (40.000 abitanti), dalla posizione geografica all’interno dell’appennino ligure e dalla precarietà della viabilità locale, è la “conditio sine qua non” perché sia rispettato il territorio e i cittadini che lo vivono.
Non solo, per quanto riguarda l’ambiente e gli effetti nocivi che su di esso causano insediamenti produttivi osceni che si sono visti nell’area, ricordiamo l’ACNA di Cengio in primis, nodo ancora da sciogliere, è indispensabile intervenire nell’ accertare entità, gravità della situazione e responsabilità attraverso mirate campagne di monitoraggi ambientali e efficaci indagini epidemiologiche con la massima trasparenza coinvolgendo i rappresentanti delle associazioni e i cittadini tutti.
Vorrei ricordare che la Regione ha potenzialmente già a disposizione in mezzi per farlo, ovvero l’ARPAL per la parte di monitoraggio, le ASL per la parte di indagini epidemiologiche, e DATASIEL per la parte di analisi dati con sistemi informativi.
Ciascuno di questi 3 soggetti è però messo nelle condizioni di non poter operare efficientemente ed efficacemente, vuoi per inefficienze o cattiva gestione, vuoi per totale assenza della politica regionale e locale che pare voglia girare la testa dall’altra parte.
Vediamo come evidentemente ci siano delle carenze oggettive nella gestione e l’utilizzo di queste aziende o enti pubblici citati che in un territorio come quello della Valbormida potrebbero fare molto: se ad oggi non è stato fatto nulla o quasi, potremmo pensare che qualcuno o ci è o ci fa. Viste le gravi problematiche dell’area, le lacune e il disinteresse degli amministratori regionali, ricordando chiaramente che negli ultimi dieci anni hanno condotto le danze in solitaria Burlando con la sua attuale metamorfosi paitiana e il Partito Democratico calpestando gli interessi della collettività, il sospetto è che sia area volutamente messa in disparte.
Ne è ulteriore indizio il devastante piano regionale dei rifiuti della Paita che fa sospettare che questa valle possa essere adibita, in un futuro non molto lontano, ad un grosso centro di trattamento e smaltimento dei rifiuti del nord Italia. E ad esso si aggiunge la certezza del biodigestore di Ferrania, in corso di realizzazione, evidentemente sovradimensionato rispetto alle esigenze del territorio, che non apporterebbe significativo impatto occupazionale ma il rischio di generare ulteriori problemi ambientali in un’area abitata già martoriata da decenni di industrializzazione ottocentesca fuori controllo che ha lasciato rovine e problemi, progetto quindi respinto al mittente e da rivedere in toto.
In Val Bormida, come nel resto della nostra regione, non si devono insediare ulteriori attività eco incompatibili ma occorre progettare un futuro nel quale siano avviate campagne di bonifica dei siti inquinati e conversione di attività ora dannose per l’ambiente trasformando industrie inquinanti e oramai destinate alla chiusura per crisi finanziaria o di mercato in attività eco-compatibili costituite da piccole medie imprese a forte impatto occupazionale, magari nelle energie alternative e nell’efficienza energetica che tanta occupazione stanno dando all’estero con esempi virtuosi.
Ed inoltre, come altre aree del nostro entroterra, penso ai paesi come Stella da cui provengo e il relativo entroterra, è importante mettere a disposizione una rete viaria adeguata per zone che durante la stagione invernale possono lamentare difficoltà e che, nel caso specifico, possono contare anche sulla rete ferroviaria Savona – Torino sulla quale andrebbero svolte migliorie e ribadita la necessità di potenziare la frequenza dei treni, fornendo stazioni di interscambio con il trasporto locale per agevolare la mobilità sul territorio e rendere appetibile lo stesso a nuovi insediamenti o aziende del terziario avanzato.
Chiudo questo testo da come ho iniziato: è ormai imprescindibile riprogettare lo sviluppo sul territorio in modo che non vi siano più case da indicare con drammatici lutti al proprio interno.

Rebus sanitario

Rebus sanitario

Recentemente è stata avviata una raccolta firme proposta dal comitato dei Cittadini Attivi Loanesi di Loano, in provincia di Savona, soggetto promotore dell’iniziativa, relativa alle funzionalità del reparto di pediatria nell’ospedale di S. Corona di Pietra Ligure, tutt’oggi in via di smantellamento con rischi potenzialmente pericolosissimi per i piccoli utenti: i nostri figli.

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Ma non solo, si manifesta palesemente anche una “voluta” errata interpretazione delle previsioni contenute nell’accordo Conferenza Stato – Regioni dell’Agosto 2014 che definisce i livelli assistenziali per le diverse tipologie di ospedale. E nel caso specifico, il S. Corona di Pietra Ligure è un ospedale DEA di 2° livello che deve offrire alla cittadinanza una ben precisa serie di servizi. Nulla vieta all’ospedale S. Paolo di Savona di essere in grado di fornirne altrettanti ma è molto rischioso che per mere logiche politiche di spartizione dell’elettorato si ponga a rischio la vita dei nostri piccoli che in caso di ricovero urgente, da tutto ponente, non potrebbero fare altro che convergere su Savona con tempi di percorrenza maggiori e maggiori ricadute sulla loro salute.

La raccolta firme promossa dai cittadini che ha come obiettivo ripristinare il pronto soccorso pediatrico nella sua sede originaria e dare la possibilità ai piccoli pazienti giunti attraverso il Pronto Soccorso di poter rimanere nella struttura qualora sopraggiungano complicazioni che richiedano il ricovero è lodevole e và sostenuta. Ma il tema dell’assetto sanitario savonese è più ampio e complesso. La valutazione và fatta in forma sistemica e organica: innanzitutto vi sono i cittadini, la distribuzione sul territorio e la conformazione del territorio. Nella nostra Provincia attualmente vi sono per l’ASL 2 le seguenti strutture:

Ad ognuna di esse è associata una categoria che ne definisce a priori le funzionalità offerte, dalle più ampie (DEA 2° livello) a quelle basilari (P.I.). Quali sono però i temi aperti e non risolti di cui spesso leggiamo e discutiamo? Sono esattamente le 4 strutture ospedaliere per le quali alcuni sostengono siano troppe, altri che le funzioni così ripartite non vanno bene, altri ancora che i presidi base debbano ulteriormente essere ridotti o sfrondati di ulteriori funzionalità. Ma tutte queste considerazioni NON possono essere prese singolarmente e vanno vista in con visione sistemica: la ripartizione delle competenze è materia su cui la Regione ha un ruolo molto importante se non determinante ed è per questo che la visione deve essere anche a livello territoriale regionale.

Questo ad esempio è il motivo per cui il S.Corona di Pietra Ligure è un ospedale di DEA 2° Livello, perché l’altro è a Genova e la copertura del territorio ligure, un arco che si estende da La Spezia a Ventimiglia, deve considerare le necessità di Ponente e Levante; aggiungo peraltro che l’altro con pari funzioni per il reparto pediatrico è il Gaslini di Genova, quindi si avvalora il senso di avere anche questo reparto pienamente operativo a Pietra Ligure. Poi si passa all’annosa diatriba tra S. Paolo di Savona e il S.Corona appunto: una diatriba politica, da sempre. Il bacino elettorale….pardon…di pazienti della città di Savona è stabile e costante, contro quello di Pietra Ligure che però ha importanti picchi nel periodo estivo. Se alcune specialità sono meno ricche è sintomo della normale funzione di DEA di 1° livello, nulla vieta che vi siano, tramite anche capacità gestionali del singolo ospedale…, servizi di pari livello, ma non a scapito dell’uno o dell’altro per mere beghe politiche.

Ricordiamoci l’orografia della nostra terra, i tempi di percorrenza, le infrastrutture disponibili: tutti questi elementi fanno parte di un ragionamento sistemico.

Passiamo ora ad Albenga, ospedale della discordia ma vorrei ricordare innanzitutto che è una struttura pubblica, di noi contribuenti. Quindi può e deve funzionare in simbiosi con Pietra Ligure distribuendosi le funzioni perché geograficamente vicini e magari puntando su alcune specialità. Oggi in esso c’è però insito un tema che è il nocciolo della questione: il rapporto tra pubblico e privato.

Opera infatti in Albenga il gruppo privato GSL (Gruppo Sanitario Ligure), riconducibile a un gruppo privato molto noto nel nostro territorio che ruota intorno alla figura del sig. Dellepiane, imprenditore, costruttore, magnate locale nonché presidente del Savona. L’attuale Signore di tutto il territorio savonese, attualmente sotto indagine per una possibile maxi evasione fiscale nell’ambito dell’operazione edilizia Crescent. Oltre che dubbia ed avvolta in domande prive di risposta, una speculazione indecorosa: brutto, ma brutto nel senso sublime che ne dava Kant, il filosofo ottocentesco, una bruttezza oggettiva e indiscutibile.

Questo va’ considerato come l’esempio del rapporto nato male, la storia d’amore che è destinata a non funzionare, tra il pubblico e il privato: l’esempio di quello che non vorremmo, peraltro già oggetto di indagini per una gara assegnata appunto ai “soliti noti”, si parla di turbativa d’asta etc…. C’è quindi un costo esorbitante sostenuto dall’ASL e dalla Regione per pagare questo ente privato che svolge in convenzione con il sistema sanitario nazionale (SSN), l’attività medica, soprattutto in determinate specialità. Sia chiaro: come già scrissi operano in esso medici di comprovate capacità tecniche. Ma non è questo il punto: il punto è perché mai non mantenere il controllo e l’operato diretto del pubblico valorizzando, chi ne ha diritto, i migliori. E di questo principio già scrissi esprimendomi sulla sacrosanta necessità che anche il pubblico impiego, cui gli operatori medici rientrano in linea di principio, possa essere assoggettato al riconoscimento del merito, e del demerito. Quindi se il problema è come trattenere i migliori dottori nel pubblico, o quantomeno chiedere che svolgano una parte della loro pratica all’interno delle strutture pubbliche, non capisco perché si debba fare appalti da milioni di euro, operare in regime di intramoenia ovvero consentire l’esercizio della pratica privata dentro la struttura pubblica: su tutto questo va’ messo ordine.

Se quindi l’operazione della “Banda Burlando” (Burlando, Montaldo e Neirotti) era volta a creare una specialità per evitare le fughe presso ASL non liguri, ebbene è sbagliato il metodo, a pensar bene. A pensar male, si fa peccato….

Ed infine veniamo a Cairo. Io che sono stellese di adozione, il paese di Pertini, ricordo che molti anni fa c’era l’ospedale di Sassello ed era utilizzato dalle persone del territorio, perché vicino e perché pratico per le persone anziane vicino alle esigenze di base. Ebbene, a Cairo lo scenario è decisamente più importante per il bacino di potenziali utenti, per il contesto e le funzioni di pronto soccorso. Funzioni recentemente oggetto di discussione, per le quali oggi è necessario fare chiarezza e impostare in modo differente la questione. L’area è oggettivamente disagiata dal punto di vista geografico: raggiungere le riviera è un percorso stradale lungo, articolato e in alcuni periodi dell’anno improbabile.  Questo alla luce del concetto di emergenza e di pronto intervento ovviamente, non certo per una bella gita al mare domenicale.

Il mantenimento di un ospedale pur di base, con un pronto soccorso però pienamente operativo H24, è “conditio sine qua non” e se la strada per dichiararlo tale è quella di considerarlo di area disagiata, come peraltro contempla la Conferenza Stato-Regioni, ebbene sia questa.

Ad oggi quindi chi scrive crede che la capillarità delle strutture ospedaliere sia la forza di un sistema sanitario sul territorio e per il territorio, e sia da sprono a contrastare quanto viene proposto oggi in tutti i settori del pubblico: meno scuole, meno uffici postali, meno presidi socio-assistenziali. E’ una ritirata senza condizioni di resa che il “pubblico” sta facendo, e non è accettabile. Non così, non ora.

Turismo 2.0 per la Liguria

Turismo 2.0 per la Liguria

L’idea di “turismo” in Liguria deve passare ad una versione di Turismo 2.0. Dobbiamo mostrare la nostra regione in tutta la sua bellezza e liberarne le potenzialità, passando anche e soprattutto dall’entroterra. Aree da recuperare e valorizzare con progetti di albergo diffuso per ridare vita ai nostri borghi, percorsi escursionistici che si snodino dal mare ai monti, sport e salute che si intrecciano virtuosamente, micro – imprese sostenibili dedicate alla produzione di prodotti locali, agricoli e artigianali nell’ottica di una produzione e consumo a “chilometro 0”, che diventino anche luoghi da vedere per riscoprire un modo diverso di vivere. Un turismo sostenibile che cammina a fianco del recupero del territorio, legato ad esso e all’uomo che lo vive e che lo tutela, per il bene proprio e dei propri figli.

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L’obiettivo a medio lungo termine deve essere quello di avere un settore produttivo vero e proprio che non produca solo benessere per alcuni e lavoro “stagionale” ma che dia l’opportunità di fornire occasioni di lavoro stabili per i giovani. Gli stessi giovani che ora, magari con un impiego stagionale ,si pagano gli studi per poi andare a lavorare fuori regione, devono avere gli strumenti ed il supporto per realizzare micro imprese locali e utilizzare le potenzialità inespresse del nostro entroterra, ad un passo dal mare. Abbiamo tutti gli elementi che madrenatura poteva offrire.

E in maniera organica possiamo mettere insieme tutti i tasselli. Ci sono i borghi da visitare, ci sono percorsi naturalistici da rivitalizzare e arricchire, contestualmente a percorsi ciclabili non solo sulla riviera, ma nell’entroterra. Pratiche come la “mountain bike” o l’escursionismo a cavallo, possono portare moltissimi appassionati.

Affiancando e distribuendo sul territorio alberghi nei borghi o nei paesini dell’entroterra, andando quindi a rivitalizzarli, diverrebbero gli strumenti per creare il sistema di accoglienza, magari collegato in una unica rete centrale di gestione che sul territorio si distribuisce capillarmente.

Piccole aziende agricole, con le opportune incentivazioni, potrebbero diventare gli attori protagonisti con cui tornare a presidiare il territorio “a monte” facendo sia produzione agricola locale oppure come vini caratteristi delle nostre zone, allevamenti di piccole dimensioni o agriturismi legati al territorio che, per ovvie necessità, andrebbero a prendersi cura dei terreni, delle fasce. Si le famose e uniche fasce liguri, supportate dai muretti a secco con le quali questa terra è stata per secoli custodita e curata.

Potrebbero svilupparsi rapporti con le organizzazioni sportive di ogni genere per intrecciare sport e salute con presidi capillari sul territorio, sia dell’uno che dell’altro. Ma ci sono anche gli elementi di culto, architettonici, paesaggistici che devono essere “semplicemente” messi nel giusta prospettiva, valorizzati come un insieme logico e ben progettato per diventare una vere a propria offerta turistica. In fondo è semplicemente valorizzare ciò che già abbiamo e incentivare ciò che potremmo avere.

Un sogno? Fantasia? Potrebbe sembrare ad una prima veloce lettura, ma provate a guardare in giro anche solo altre regioni italiane, ad esempio il Trentino o la Valle d’Aosta. Regioni che hanno saputo promuovere la loro principale offerta: la montagna. Bene, noi abbiamo sia il mare che la montagna ed abbiamo perso fin troppo tempo fino ad oggi.

 

In vino veritas.

In vino veritas.

Siccome a prendersi troppo sul serio si finisce di cadere nel ridicolo, oggi vorrei fare alcune considerazioni su una passione che ho sviluppato negli ultimi anni: il vino.

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Certamente bevo vino da tempo (non sono un alcolizzato sia chiaro!) ma circa tre anni fa mi sono iscritto ad un corso di degustazione organizzato da quella che una volta era l’UNITRE ed ora si chiama UNISAVONA e che propone ogni anno corsi molto interessanti che toccano dalla cultura al corso di cucina compreso il famoso corso di degustazione. Il corso di degustazione vini è organizzato da persone estremamente appassionate innanzitutto e competenti che fanno capo ad una organizzazione che si pone l’obiettivo di promuovere la passione per il buon vino, l’uso moderato ovvero “poco ma buono” ed il cosiddetto “eno – turismo” ovvero l’opportunità di visitare le cantine per conoscere direttamente il luogo di origine e produzione, il territorio.

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Eh sì perché il vino è forse una delle produzioni dell’uomo maggiormente legate al territorio di cui è imbevuto, scusate il gioco di parole, come anche della cultura stessa che si sviluppa con esso e grazie ad esso. Infatti nel settore si parla del cosiddetto terroir che identifica il rapporto uomo – vigna – territorio, gli elementi essenziali nella composizione del vino quale prodotto finale, una bella definizione si trova anche in wikipedia “il terroir definisce l’interazione tra più fattori, come terreno, disposizione, clima, viti, viticoltori e consumatori del prodotto. Questa parola non può essere banalmente tradotta in altre lingue in “territorio” in quanto il concetto è molto più complesso”.

Vero. La traduzione non renderebbe giustizia ma il concetto è chiaro ed il nesso tra i diversi fattori è determinante.

Per questo il vino diventa prodotto del territorio e ne identifica le caratteristiche oltre che promuoversi vicendevolmente: è un fattore determinante e và tutelato come bene produttivo. Che siano vitigni importati o autoctoni, franco di piede o no, laddove presente si lega al luogo di produzione si identifica con esso e con il passare del tempo con le persone che ci lavorano. Rosso, bianco, rosato, fermo o mosso, invecchiato in botti di rovere o vino in purezza, le mille varianti ogni volta uniche.

Fino a poco tempo fa il vino italiano era poco noto per la sua qualità, veniva prodotto in abbondanza e bevuto senza molto criterio. Avevamo ampia produzione, quantomeno fino a 25-30 anni orsono mentre la Francia è sempre stata una eccellenza noi, soprattutto con il caso del metanolo, avevamo toccato il fondo. Da allora la strategia è completamente cambiata, la promozione ed i controlli hanno dato il via ad un nuovo modo di concepire il vino e una cultura completamente diversa. E’ ripresa con intensità la coltivazione di terre da vino anche di piccole dimensioni, ricercando la qualità con tecniche nuove o tradizionali ma disciplinari molto rigidi che oggi ci consentono di avere vini eccellenti di qualità invidiabile. I migliori alla faccia dei francesi.

La Liguria non è da meno, le nostre zone hanno ottimi bianchi tra cui il Vermentino, che contro quello sardo è più secco e sapido, il Pigato, di vitigno simile al primo ma ancor più qualitativo, e rossi come il Rossese di Dolceacqua, il vino più pregiato fra i rossi liguri, cui segue l’Ormeasco. Nel savonese non possiamo non citare la Granaccia di Qualiano ed il Buzzetto, una variante della lumassina. Alcuni esempi che consentono a diverse piccole imprese locali di produrre e commercializzare creando valore per tutti. Ma non solo.

La coltivazione del vino tramite il recupero di terre collinari abbandonate consente di salvaguardare localmente aree dal dissesto idrogeologico e parallelamente può ridar vita a quei borghi dell’immediato entroterra ormai spopolati.

Ecco che alla fine ci sono caduto e tra il serio e faceto in fondo c’è sempre qualcosa di utile, anche da semplici passioni si può vedere come dietro ci siano risvolti importanti. Anzi, per la nostra regione determinanti.

Ora vado a farmi un bicchiere.