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Una giornata semplice

Una giornata semplice

Domenica scorsa si è svolto a Genova uno degli eventi più importanti per il Movimento 5 Stelle ovvero la terza edizione del V-Day, un momento di incontro per fare il punto della situazione e lanciare nuovi messaggi ai cittadini.

imgL’occasione è stata quanto mai propizia perché pur essendo una giornata di freddo pungente il tempo è stato clemente e la partecipazione ampissima: colpiva nella folla numerosa la tranquillità e l’entusiasmo di voler partecipare per “ascoltare”, non solamente “esserci”, molti poi hanno trovato spazio nel confronto aperto con i parlamentari a completa disposizione per raccontare e spiegare il lavoro svolto.

Una formula unica arricchita dal discorso di Beppe Grillo che si è dedicato una parte del tempo lasciandone tanto altro a persone come Dario Fo, tanto per non fare nomi, o Paul Connett, il “visionario” della strategia rifiuti zero al quale dobbiamo molto per il solo entusiasmo con cui esorta a perseguire con forza una strategia. Vorrei dire ai diffidenti o mugugnoni che per quanto possa essere arduo il percorso, magari anche tecnicamente,  avere una strategia è quantomeno il primo passo per perseguire un obiettivo, con il mugugno o l’auto sospensione dalle imposizioni di legge (vero Burlando?) per il raggiungimento delle percentuali richieste di raccolta differenziata, non andremo da nessuna parte. Bello l’intervento di Micah White, attivista del movimento Occupy Wall Street che ha toccato alcune questioni cruciali tra cui il fallimento del modello finanziario “estremo” fondato…sul debito. Altri ospiti si sono avvicendati sul palco, ognuno con un contributo ed ognuno con un messaggio.

Molta gente quindi in un clima semplice, di festa con molta curiosità ed estrema attenzione nell’ascoltare i discorsi, i capannelli che quasi naturalmente si formavano vicino ai parlamentari o ai tanti consiglieri presenti, anche loro impegnati comunque nel fare o ridare, se vogliamo, nobiltà alla politica.

Piatto forte della giornata è stata la presentazione del cuore di quella che sarà la proposta politica del Movimento alle prossime elezioni europee che è sintetizzata in 7 punti:

1. Referendum per la permanenza nell’euro

2. Abolizione del Fiscal Compact

3. Adozione degli Eurobond

4. Alleanza tra i Paesi mediterranei per una politica comune finalizzata eventualmente all’adozione di un Euro 2

5. Investimenti in innovazione e nuove attività produttive esclusi dal limite del 3% annuo di deficit di bilancio

6. Finanziamento per attività agricole e di allevamento finalizzate ai consumi nazionali interni

7. Abolizione del pareggio di bilancio

A guardar bene tocca il nocciolo della questione ovvero il precario equilibrio economico in stretta relazione con la moneta unica. Moneta, peraltro, non adottata da tutti i paesi dell’Unione per la quale non viene messa in discussione la forma, ma la sostanza, nel tentativo di arrivare realmente all’Unione Europea, ma delle persone, della condivisione e, soprattutto, della collaborazione.

Già in passato avevo toccato il tema relativo al Fiscal Compact raggiungibile a questo link, che può essere messo in stretta relazione con l’abolizione del pareggio di bilancio e gli Eurobond, diversi tasselli dello stesso mosaico economico; è infatti condivisa da molti, in diverse aree politiche e geografiche, l’idea che uno strumento del genere tenda a schiacciare le economie che, forse meno virtuose, hanno comunque un andamento differente da quelle più solide “tedesco-centriche”, ma non per questo prive di ampissime potenzialità, come sempre è stata l’Italia, fino all’adozione dell’Euro.  I grafici che durante l’intervento di Beppe Grillo venivano mostrati riportavano comunque dati ed informazioni che si possono trovare in rete e certamente, per la nostra realtà economica, la moneta unica e le regole che la registrano, non ha saputo, per ora, dare le risposte attese.

In passato tutti quando abbiamo visto il prezzo di una pizza margherita passare da 4.000 Lire a 4 Euro, forse, qualche riflessione su chi, come e perché si fosse costruito  questo modello, avremmo dovuto farla. Quindi, il dubbio è decisamente lecito.

E cos’è un Euro 2 per quelle aree con economie più lente, coma la nostra o la Spagna, la Grecia etc… se non una alternativa, anche temporanea, per avere maggiore libertà, ad esempio , di svalutazione con lo scopo di aumentare le esportazioni verso altri paesi “non Euro” o paesi Euro con una marcia più veloce?

Oggi ad esempio la Germania fonda principalmente la sua politica economica sulle esportazioni  grazie ai benefici che la moneta unica comporta per la loro economica, d’altronde quanti prodotti tedeschi vediamo sempre più affermarsi nel nostro paese? Non è un caso e, addirittura, è prossima un’indagine in questo senso (http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-11-13/la-ue-apre-indagine-surplus-bilancio-germania-barroso-italia-ancora-sotto-analisi-132234.shtml)

Sicuramente i punti verranno arricchiti in un dibattito che si svilupperà all’inizio del prossimo anno, ma c’è molta materia interessante già ora come anche la valorizzazione dei prodotti agricoli al fine di premiarne i consumi interni: un “chilometro 0” a livello nazionale. Cosa c’è di sbagliato? Molti paesi ben più liberisti del nostro tutelano le proprie produzioni, come gli Stati Uniti ad esempio, sembra invece che l’Unione Europea sia una sorta di “terra di mezzo”. Caso vuole che anche per elementi più spiccioli ovvero nell’elaborazione di nuovi progetti o nuove metodologie cofinanziate dall’Unione nell’ambito dei vari programmi quadro di ricerca o sperimentazione, accada frequentemente che tali vengano adottati o diciamo “presi” da paesi extra UE.

L’impressione, poi non tanto impressione, è che oggi l’Europa unita sia un grande mercato unico delle merci dove si vendono anche porzioni di sovranità nazionale dei paesi membri; tutto è in vendita,  anche il debito pubblico dei paesi come il nostro.

Dobbiamo approcciare su 2 livelli: intervenire sia sul modello con cui è disegnata la politica dell’Unione Europea, un lavoro a medio-lungo termine politico, sia sulle regole della monete unica, lavoro invece da fare a breve termine, di carattere più tecnico ma che deve essere indirizzato da una diversa politica intrapresa all’interno della stessa UE, passaggio indispensabile affinchè si possa parlare di sviluppo dell’area Euro e di tutta l’Europa.

NdR: mentre scrivevo questo articolo è stata emessa la sentenza della Corte Costituzionale. Dopo anni, finalmente, è arrivata  la Corte  dove non voleva arrivare certa politica: l’attuale legge elettorale è, sicuramente, incostituzionale in alcune parti che la sentenza a breve descriverà. Ma è soprattutto una legge elettorale che limita il diritto ai semplici cittadini di scegliere i propri rappresentanti dando un peso al voto in modo completamente distorto con il premio di maggioranza, peraltro poi disatteso come adesso da coalizione che dopo il voto si sciolgono, cambiano nome, vanno al Governo, poi all’opposizione….

Un grazie all’Avv. Aldo Bozzi, su questo punto ha fatto meglio di 3 legislature e centinaia di politici che si sono avvicendati al “potere”.

Il drago Draghi.

Il drago Draghi.

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Mario draghi, il presidente della Banca Centrale Europea, con una mossa parzialmente inaspettata ha abbassato ulteriormente il livello dei tassi di interesse nell’Eurozona, portandolo allo 0,25%, minimo storico dall’esistenza della moneta unica.

Per Draghi l’andamento dei tassi di interesse è correlato all’andamento del tasso di inflazione e la sua policy, nella strenua difesa del fortino Euro, è stata fino ad oggi quella di allontanare il rischio, concreto, della  “deflazione” intervenendo con una politica accomodante.

Le questioni in gioco sono 2 quindi: l’andamento dell’Euro in termini di tasso di interesse e il livello di inflazione nei paesi con moneta unica.

Abbassare il tasso di interesse ad un ulteriore minimo storico non avvantaggerà certamente i normali cittadini con mutuo, cosa a cui tutti normalmente pensano: i mutui legati al tasso di scambio dell’Euro si stima siano, in Italia, meno del 2%. Gli altri sono tutti legati all’Euribor, per lo più a 3 mesi, che non è in diretta relazione con il tasso Euro e peraltro sono già a livelli talmente bassi che non è pensabile una ulteriore riduzione: nessuna banca oggi presterebbe denaro senza un tasso minimale di interesse ad altre banche. Potrebbe avvantaggiare le varie banche che si fanno prestare denaro dalla BCE ma ad oggi le stesse non rimettono in circolo il denaro ricevuto e questo, di per sé, è un grosso limite ed un errore nelle regole esistenti.

L’altra questione che preoccupa è il tasso di inflazione che si attesta mediamente sullo 0,7%, in picchiata dall’anno scorso in cui era al 3,2%. Non entriamo nelle teorie economiche che definiscono cos’è l’inflazione ma basti sapere che l’effetto finale è che a parità di moneta disponibile, un bene o un servizio costa di più. L’inflazione per la BCE deve essere mediamente al 2%, valore peraltro simile a quanto veniva perseguito in Italia nella prima metà del ‘900, ed oggi la tendenza è che il valore dei prezzi salga sempre di meno, addirittura in uno scenario simile a quanto accaduto in Giappone, possa scendere ancora. Da notare che il Giappone non è fallito, non ci sono state orde di barbari nelle strade ma ha, con fatica, tenuto i tassi di interesse allo zero per molti anni, aumentato le esportazioni e “svalutato” la moneta. Qui si parla di “deflazione”. Cosa comporta?

Pensare che la diminuzione dei prezzi sia un vantaggio oggettivo è sbagliato perché tutti noi siamo consumatori ma anche “produttori” e tutto il sistema produttivo si troverebbe a fare i conti con prodotti o servizi con minore utile, conseguenze dirette sono la riduzione dell’occupazione, in un contesto dove la produzione stessa diminuisce proprio perché viene ridotta la domanda ed il valore del prezzo finale.

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Un gatto che si morde la coda visto che il livello di disoccupazione medio in area Euro è al 12%, senza contare quella giovanile che in paesi come il nostro supera il 30%.

Fatte queste premesse è chiaro che lo scenario futuro è grigio, per usare un eufemismo, ma soprattutto non è condivisa la visione dello stesso futuro monetario. La politica di austerità imposta dalla leadership tedesca sta mettendo a dura prova la tenuta sociale dell’Europa che dimostra enormi differenze da paese a paese, ne avevo già fatto cenno in un mio precedente articolo.

Siamo di fatto tenuti forzatamente uniti da una moneta che molti economisti mettono in discussione non tanto per pregiudiziali politiche ma quanto perché non ha la flessibilità necessaria per affrontare un periodo come questo.La realtà è che siamo sempre più prossimi all’inevitabile scelta da affrontare ovvero se investire tutto nella costruzione di una Europa Unita, disegnata tramite la politica sui bisogni della società e dei cittadini che ne fanno parte, anziché una “Moneta Unita” disegnata sulle necessità di alcune lobby di potere, grandi banche, pochi paesi beneficiari di cui noi cittadini ne subiamo le scelte, senza reali benefici.

Forse dovremmo rispolverare le speranze e le idee di Giuseppe Mazzini che con la sua Giovine Europa si prefissava di promuovere l’indipendenza e l’emancipazione dei popoli dalla sudditanza ai regimi assoluti, ma oggi chi sono i regimi assoluti? Gli Stati sovrani o, forse, le Banche Assolute?

Fiscal Compact o Mortal Combat?

Fiscal Compact o Mortal Combat?

Gli amanti dei videogiochi storici ricorderanno sicuramente uno dei migliori “Picchiaduro” degli anni ’90, che con le sue combo, i personaggi e la violenza da Grand-Guignol  lo resero eccellente sotto tutti i punti di vista.

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Ebbene, ai giorni nostri abbiamo una nuova versione del siffatto video gioco, il Fiscal Compact. Purtroppo è un gioco non adatto al grande pubblico ma solo per pochi eletti nelle cabine di regia del Vecchio Continente. Il 1 Gennaio 2013 nella totale indifferenza o quasi della gran parte degli italiani è entrato in vigore il “Trattato di Stabilità, coordinamento e governance, nell’unione economica e monetaria”. Il trattato doveva essere ratificato da almeno 12 stati dell’unione in quanto non è un atto emanato a livello centrale ma un accordo intergovernativo di diritto internazionale, 25 dei 27 lo hanno approvato nelle proprie sedi parlamentari, tranne Gran Bretagna e Repubblica Ceca, si sono rifiutati.

Il Fiscal Compact costituisce la parte squisitamente fiscale del trattato e si può sintetizzare in due obblighi dei paesi sottoscrittori: il primo attiene al rapporto tra il disavanzo pubblico e il prodotto interno lordo (che chiameremo “Rapporto A”), il secondo tra il debito pubblico e il prodotto interno lordo (“Rapporto B”).

Premettiamo alcune definizioni che possono essere ricavate da tutti navigando in rete:

Prodotto Interno Lordo: Il Prodotto Interno Lordo è il valore totale dei beni e servizi prodotti in un Paese da parte di operatori economici residenti e non residenti nel corso di un anno, e destinati al consumo dell’acquirente finale, agli investimenti privati e pubblici, alle esportazioni nette (esportazioni totali meno importazioni totali). Non viene quindi conteggiata la produzione destinata ai consumi intermedi di beni e servizi consumati e trasformati nel processo produttivo per ottenere nuovi beni e servizi. Insomma, è ciò che un paese produce.

Disavanzo pubblico: l’ammontare della spesa pubblica non coperta dalle entrate, ovvero quella situazione economica dei conti pubblici in cui, in un dato periodo, le uscite dello Stato superano le entrate. Il disavanzo è dunque un risparmio pubblico negativo.

Debito pubblico: l’ammontare dei debiti che un paese ha contratto nella sua storia verso creditori che possono essere persone, enti, imprese o altri paesi.

 

Lo schema del Fiscal Compact si può rappresentare come qui riportato. Significa che in condizioni di rapporto stabile tra il proprio debito pubblico e il PIL, è concesso di avere un massimo di disavanzo pubblico rapportato con il PIL dello 0,5%, in caso contrario, è il massimo è 1% PRIMO OBBLIGO

Rapporto A MAX 0,5%  se Rapporto B <= 60%

SECONDO OBBLIGO

Rapporto A MAX 1%  se Rapporto B >= 60%

La cosa incredibile è che tali parametri, secondo il trattato, devono essere ricercati e mantenuti tramite strumenti legislativi e fiscali nazionali, possibilmente “di natura costituzionale” e per attuarli, il Governo in carica, ha prontamente messo mano alla Costituzione intervenendo sull’articolo 81, “voci di corridoio” dicono in 86 minuti, viene da domandarsi perché già che c’erano non hanno messo mano agli articoli relativi alle Provincie per abolirle.

Và sottolineato inoltre che per quanto riguarda il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo, per i paesi sottoscrittori dell’Euro, è fatto obbligo entro 20 anni arrivare ad un valore di rapporto al 60%, eliminando ogni anno il 5% di eccedenza del debito rispetto a questo valore. L’Italia oggi ha il sopracitato rapporto al 120%, dovrebbe quindi ogni anno destinare circa 45-50 miliardi di Euro per pagare questo debito, una enorme manovra finanziaria ogni anno, oltre a quella normalmente necessaria. Drammatico.

Assolutamente discutibile la soglia fissata salomonicamente al 60% senza alcuna valutazione specifica sulle singole capacità economiche di ogni paese dell’area Euro, per non parlare degli squilibri che la stessa ha al suo interno, nei regimi fiscali, nei costi della “produttività” etc… insomma una regola uguale per tutti dove tutti sono diversi.

Per raggiungere questo obiettivo la prima mossa nello scenario di gioco, qui torniamo a Mortal Combat, è stata quella più “cruenta”, la combinazione perfetta: aumentare il prelievo fiscale e ridurre la spesa pubblica, alcuni la chiamano austerity, altri, forse più opportunamente, declino.

Non è pensabile privare una nazione della possibilità di adottare, secondo le teorie economiche più diffuse, politiche temporanee di indebitamento per fare ripartire l’economica, ora è impossibile. Tanto più che non è possibile, oggi, fare scelte autonome di svalutazione della moneta, per l’area Euro.

Da qui si sviluppano alcuni temi, primo fra tutti se gli strumenti adottati di “austerità” ci aiuteranno ad uscire da questa profonda crisi: bè pare proprio di no, secondo i principali studiosi di economia. La pensano diversamente gli operatori della finanza ed i politici a conferma che le sorti della nazioni non sono più in mano ai rappresentanti del popolo, ma a quelli delle banche, braccio operativo della finanza speculativa, di quella economia non reale che ci sta accompagnando da alcuni decenni. La giustificazione dei leaders europei è che la crescita è demandata ad una fase due, era invece prioritaria la fase uno di riordino dei conti.

Sarà, un buon padre di famiglia è giusto che non si indebiti troppo, ma se serva la macchina al figlio per farlo andare a lavorare, deve avere la possibilità di comprarla anche con un prestito, indebitandosi, perché un domani ne avrà un vantaggio a lungo termine, un investimento per il suo futuro e quello della sua discendenza.

Guardare all’Europa Unita è nella natura italiana, dalla “Giovine Europa” di mazziniana memoria, è un fatto storico e inconfutabile che l’Italia abbia creduto sempre in questo grande progetto. Nella storia anche recente abbiamo spesso visto nell’Europa un modello cui fare riferimento, un modo per giustificare i nostri limiti e cercare un qualche intervento risolutivo da altri vicini nostrani, più bravi e più virtuosi. Il modello però oggi lascia qualche perplessità, il pensiero dominante, simil tedesco per intenderci, non sembra intenzionato ad una più equa distribuzione della ricchezza, sulla scorta dei principi di equità sociale e integrazione dei popoli siamo piuttosto messi male, complice la crisi dove ognuno, alla fine, cerca un po’ di arrangiarsi come può, visti i tempi.

Se però il trend si conferma è difficile pensare ad una reale integrazione politica dei paesi membri, quindi anche una integrazione di politiche fiscali: la moneta unica non era il punto di arrivo, era il punti di partenza ma qualcuno, oggi, sta guadagnando bene, qualcun altro invece sta soffocando, come la Grecia l’altro ieri, Cipro ieri, e domani? A chi toccherà?

In Mortal Combat, come tutti i picchiaduro, ne restava solo uno, come il film “Highlander”, non vorremmo che anche in Europa ne restasse solo uno, quello che ci guadagna.