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“L’Inutile Pubblico Impiegato” ovvero della meritocrazia “a perdere”.

“L’Inutile Pubblico Impiegato” ovvero della meritocrazia “a perdere”.

Per quanto si parla del pubblico impiego probabilmente solo chi lo vive da dentro può dire come stanno le cose realmente, e le cose non stanno bene. Affatto.

Non c’è colpa per chi vi lavora, come potrebbe, avendo fatto concorsi aperti per titoli ed esami secondo le disponibilità messe a bando non vi è ragione alcuna di pensare che dal punto di vista numerico ci siano dei problemi di abbondanza di risorse per causa delle stesse risorse che vi lavorano. Idem per gli incarichi dirigenziali: se ci sono evidentemente perché sono state create le condizioni affinché le pubbliche amministrazioni procedessero all’inserimento in organico di figure con tali incarichi. Nulla si crea nulla di distrugge ovvero se ci sono state delle assunzioni negli anni, anzi nei decenni, è perché evidentemente “qualcuno” ha ritenuto fossero necessarie.

Concorso-pubblico

Ma perché scrivo queste considerazioni generali che NON sono il punto su cui voglio soffermarmi? Perché nelle scorse settimane a conti fatti è stata, per il sesto anno consecutivo, dichiarata l’impossibilità di rinnovo dei contratti nel pubblico impiego che in pratica blocca interventi migliorativi sulla busta paga dei lavoratori del settore.

Qualcuno qui potrebbe dire: “è certo! Giusto, non se li meritano…non fanno niente etc.…” i soliti luoghi comuni che spesso chi come il sottoscritto è “utente” di qualche agenzia o ente si sente in diritto di commentare sotto questo profilo.

Sulla questione mi era capitato di sentire peraltro commenti del genere “pensa quelli che non hanno nemmeno il lavoro, oppure quelli che sono in cassaintegrazione etc.…” formalmente ineccepibili. E’ doveroso guardare chi sta peggio e rispettarne le condizioni.

Ma non è questo il punto. Il punto è che tutte le categorie contrattuali in questi ultimi 6 anni hanno avuto degli aumenti contrattuali che, per chi non lo sapesse, rappresentano un aumento nella busta paga “urbe et orbi” secondo il livello contrattuale ovviamente. In sostanza un aumento nello stipendio minimo che negli anni ha assunto la funzione di assorbire il naturale aumento del costo della vita. (un tempo c’era la scala mobile….). Poi, nel privato, c’è un arma in più a favore di chi lavora, la giusta possibilità di contrattarsi personalmente un aumento ulteriore per capacità e meriti. Il sacrosanto “merito”. Nel pubblico impiego quest’arma non c’è e i tanti che lavorano sodo e tengono in piedi la baracca non vedono riconosciuto da anni il proprio impegno, quanto meno in forma universale.

E’ il cuore del concetto del merito: sei in gamba? Lavori bene?  E’ giusto che ti sia riconosciuto a parità di altri colleghi che per molteplici ragioni non sono allo stesso passo. Questo è lo strumento che porta molti a cercare di fare bene, di impegnarsi e, assumendo di essere in un contesto “normale”, di avere premiati i propri sforzi.

Nel Pubblico Impiego tutto questo non esiste. Il trattamento economico è identico per tutti, raffrontati nello stesso livello di inquadramento, ovvero se lavori tanto o poco viene riconosciuto lo stesso importo. Non solo, se lavori molto molto poco, probabilmente, a seconda del Dirigente, come dice il detto che “il pesce puzza sempre …”, non vi sono particolari drammi, usando un eufemismo.

Quindi abbiamo un problema sul merito per il quale una vera riforma della pubblica amministrazione deve farne perno centrale.

Poi c’è un altro problema. Il pubblico impiego è stato utilizzato, tipicamente nei grandi numeri dei ministeri ma anche in realtà locali, come palliativo alla disoccupazione da un lato, al consenso politico dall’altro, producendo un evidente fenomeno di eccesso di risorse in alcuni settori talmente evidente causa delle accuse rivolte genericamente a tutti. Quelli che se lo meritano e quelli che non se lo meritano.

Alcuni sostengono che percentualmente ci sia circa un 30% di risorse in eccesso e nelle categorie dirigenziali forse si arrivi ad un 40%. Attenzione, come ho messo in premessa se sono state fatte procedure di assunzione nessuna responsabilità può avere colui che si è candidato ed è stato assunto, salvo casi di abusi ovviamente.

Abbiamo quindi un settore in cui: non vi è alcuna politica meritocratica, ci sono risorse in eccesso e il rinnovo dei contratti è bloccato da anni per tutti indistintamente. La soluzione in questo caso deve partire necessariamente dall’alto, a livello statale innanzitutto, da chi governa se ha il coraggio di fare una vera riforma del pubblico impiego (altro che articolo 18….) mi aspetterei un imponente piano di prepensionamenti e una completa riorganizzazione del funzionamento del pubblico impiego in linea con i processi adottati nelle medio-grandi aziende private. Mi aspetterei maggiori tutele e più ampio spazio per i soggetti svantaggiati ma selezioni severe e attente per le categorie dirigenziali. Mi aspetterei politiche di incentivazione e premio del merito per coloro che sono in gamba e un pubblico impiego che renda orgoglioso chi ci lavora e visto con rispetto da chi ci si interfaccia.

Quale organizzazione sindacale ha il coraggio di risolvere alla radice il problema visto che in Italia il tasso di sindacalizzazione più alto si registra proprio nel pubblico impiego dove si supere il 50%?

Non ci sono alternative, è solo questione di tempo e di chi si prenderà la responsabilità di farlo: probabilmente non vincerà le elezioni successive e non farà nuove “tessere sindacali”.

La Rappresentatività.

La Rappresentatività.

Dopo diversi anni di tensioni ed aspre polemiche, accesi dibattiti e contratti discussi e discutibili, le organizzazioni sindacali confederali insieme a Confindustria, sono finalmente giunte ad un accordo sulla rappresentatività il 31 maggio 2013. In sostanza stiamo parlando di quella misura che determina quali sindacati sono titolati a fare contratti collettivi “erga omnes”, come disciplinato dalla legge, e con quali regole.

Non è affatto un tema banale proprio perché i contratti collettivi di lavoro, con ciò che ne consegue, impattano milioni e milioni di lavoratori, con le relative imprese, e fino ad oggi si viveva una intensa discussione su chi avesse titolo per fare contratti collettivi che poi erano applicati a tutti: ho già toccato parzialmente il tema in un mio precedente articolo.Riferendomi in particolar modo al sindacato di categoria FIOM – CGIL, dei metalmeccanici, particolarmente incline allo scontro ideologico sulla materia della rappresentatività e della validità degli accordi.

Ma entriamo nel merito: di fatto buona parte dei contenuti erano già stati definiti nell’accordo interconfederale del 28 giugno 2011 (http://it.wikipedia.org/wiki/Contratto_collettivo_aziendale_di_lavoro) , non firmato dalla FIOM, ed oggi sono stati attuati e ribaditi quei propositi; comunque sia il principio regolatore sarà fondato nella misurazione degli iscritti al sindacato in questione ed i votanti alle elezioni delle RSU. Il mix tra numero di iscritti e numero di votanti (non necessariamente iscritti) darà luogo alla valutazione della percentuale di rappresentatività sull’insieme dei lavoratori. Questi 2 fattori saranno proporzionatamente considerati per la soglia del 5% oltra la quale, se superata, il sindacato in questione potrà avere titolo a sedere al tavolo della trattativa con la controparte datoriale, ovviamente intendendosi la contrattazione nazionale.

Sul fronte giurisprudenziale, in tema di rappresentatività e di come è “normata”, si è espressa la Corte costituzionale, con le sentenze n. 54 del 1974, n. 334 del 1988 e n. 30 del 1990. (21) E’ stata affermata, dalla Corte, la legittimità della selezione dei sindacati rappresentativi, a cui attribuire diritti e prerogative ulteriori rispetto quelli attribuiti a tutte le associazioni sindacali, “se tale selezione ha luogo in virtù di elementi giustificativi rispondenti a criteri di ragionevolezza.” : ecco che in questa definizione vi era nascosto qualche elemento poco chiaro che con gli accordi di giugno 2011 e maggio 2013 si sono chiariti in via definitiva. Temi che in qualche modo per il pubblico impiego erano già stati sanati.

E’ comunque materia delicata, di cui vi sono ampie trattazioni di diritto che peraltro ai semplici lavoratori lasciano un po’ di amaro in bocca: si discute dei loro diritti o dei diritti delle organizzazioni sindacali? La seconda, evidentemente e non tanto nei confronti delle organizzazioni dei datori di lavoro ma fra loro stesse: molte energie spese inutilmente se ci fossero meno sindacati politicizzati ed un rapporto più diretto con i lavoratori.

La rappresentatività è un tema che và a braccetto con la rappresentanza, come la politica anche i sindacati raccolgono gruppi di interessi formati dai lavoratori che delegano un sottoinsieme di persone a “trattare” per loro, con i limiti tipici del caso, dove non necessariamente tutti sono in accordo, ma tant’è questo oggi è il sistema.

L’altro aspetto peculiare dell’accordo è il concetto di “esigibilità” di un contratto: ovvero un contratto collettivo firmato dai sindacati è effettivamente applicabile a tutti? E se uno o più sindacati non lo avessero firmato perché non in accordo, sarebbe questo ugualmente applicabile? Ebbene il principio sancito e controfirmato dalle 3 organizzazioni sindacali, la Triplice, oggi maggiormente rappresentative, è quello della maggioranza semplice ovvero il 50% + 1. Insomma se un contratto è firmato da organizzazioni sindacali, anche una sola, che misurata con il criterio di alcuni capoversi precedenti, allora tale è valido e soprattutto “esigibile” dovendosi quindi tutti adeguare e rispettare al valore normativo del contratto così firmato.

Questo mette fine a molte polemiche, agli accordi separati ed alle recriminazioni del caso con dei numeri e delle soglie ben precise cui adeguarsi. Al di là delle opinioni sul mondo sindacale, che ricordo non essere in altri paesi visto come un problema ma come una risorsa (cfr. Germania), un approccio direi “scientifico” che dà la misura concreta del peso di ogni soggetto. Un po’ come una soglia di sbarramento per accedere agli scranni del Parlamento, durante le elezioni nazionali.

Sarebbe interessante pesare certe associazioni, comitati o gruppi vari che tendono ad imporre con forza ed insistenza le proprie visioni in rappresentanza di porzioni più o meno ampie di cittadini quando in esse non sia chiaro il livello o la percentuale di rappresentatività ed il peso che, con una certa regolarità, dovrebbero ricevere.

Un po’ di regole di rappresentanza forse sarebbero utili per dirimere discussioni e lungaggini poco produttive in molti settori della società civile.