Bignami degli Ammortizzatori Sociali – Parte seconda

Bignami degli Ammortizzatori Sociali – Parte seconda

 

 Nell’affrontare la riforma degli ammortizzatori sociali che la Fornero ha impostato all’interno della riforma del lavoro, a inizio anno scorso, si erano fin da subito aperte delle criticità visto l’evidente congiuntura negativa alla quale stiamo assistendo; il risultato, concreto, è un ampio utilizzo  di tutte le forme previste per la salvaguardia dell’occupazione, mai come oggi vi sono state così ingenti richieste che hanno un diretto impatto economico sulle casse dello Stato, come spiegato nel precedente articolo.
In quel frangente, fortunatamente, la grave situazione di emergenza economica, produttiva ed occupazionale ha lasciato intatte alcune fattispecie degli istituti già citati quale la cassa in deroga e l’introduzione della nuova ASPI  in sostituzione dell’indennità di mobilità con molta gradualità.

Stesso dicasi per l’iniziale volontà di eliminare i casi in cui la CIGS coprisse  esigenze non connesse alla conservazione del posto di lavoro che aveva portato il Governo ad abrogare  l’art.3 della legge n.223/91 relativo alla regolamentazione della cigs in caso di procedure concorsuali (fallimento, omologazione del concordato preventivo consistente nella cessione dei beni, liquidazione coatta amministrativa, amministrazione straordinaria). La questione fu poi affrontata nei successivi emendamenti inclusi nel decreto sviluppo (Decreto Legge 22 giugno 2012, n. 83 ): nella nuova formulazione il citato art.3 viene mantenuto fino al 31 dicembre 2015, ma restringendone la applicabilità ai soli casi in cui sussistano prospettive di continuazione o ripresa dell’attività e di salvaguardia, anche parziale, dell’occupazione.

In sostanza si era compreso che i fallimenti potevano esserci eccome ma sui lavoratori deve esserci quel tanto di tutela per avere un sostegno economico laddove un potenziale nuovo soggetto volesse riavviare l’attività, caso più che mai comune ai giorni nostri.

La riforma prevedeva stanziamenti per i prossimi anni al fine di attraversare questo lungo periodo di crisi, risulta evidentemente che la ex Ministro aveva sbagliato i conti anche qui, meno male che erano i tecnici…

L’attuale impianto della Cassa Integrazione ordinaria, straordinaria e nei Contratti di solidarietà è stato mantenuto, sancendo anche per il futuro l’esistenza di ammortizzatori sociali per fronteggiare difficoltà produttive ed economiche senza ricorrere immediatamente ai licenziamenti. L’obbligo alla tutela viene esteso anche ai settori che prima non erano coperti dalla CIG attraverso la costituzione per via contrattuale dei Fondi Bilaterali di Solidarietà presso l’Inps con funzioni “erga omnes” e con  l’estensione degli ammortizzatori sociali  anche alle aziende sotto i 15 dipendenti, attraverso la bilateralità contrattuale.

Nota: non avevo citato i contratti di solidarietà nel precedente articolo dei quali riporto testualmente la definizione INPS:

“I contratti di solidarietà sono accordi, stipulati tra l’azienda e le rappresentanze sindacali, aventi ad oggetto la diminuzione dell’orario di lavoro al fine di:

 

  • mantenere l’occupazione in caso di crisi aziendale e quindi evitare la riduzione del personale (contratti di solidarietà difensivi,art. 1 legge 863/84);

 

  • favorire nuove assunzioni attraverso una contestuale e programmata riduzione dell’orario di lavoro e della retribuzione (contratti di solidarietà espansivi art. 2 legge 863/84). Questa tipologia ha avuto, però, scarsissima applicazione.”

L’applicazione di questo strumento fino ad oggi è stato poco utilizzata anche se ora se ne parla con sempre più insistenza.

 

Cambierà e sta cambiando  l’attuale indennità di disoccupazione in Assicurazione Sociale per l’impiego (ASPI). A questo strumento universale si dovranno affiancare Fondi settoriali finalizzati in particolar modo alla protezione sociale dei lavoratori anziani in caso di disoccupazione, generalizzando quanto già avviene da anni nel settore bancario. Questione per ora piuttosto ferma.

Quali sono i requisiti per l’ASPI?

L’indennità è riconosciuta in  presenza dei seguenti requisiti:

a) stato di disoccupazione attestato.

b) lo stato di disoccupazione deve essere involontario

c) almeno due anni di assicurazione. Devono essere trascorsi almeno due anni dal versamento del primo contributo contro la disoccupazione.

d) almeno un anno di contribuzione contro la disoccupazione nel biennio precedente l’inizio del periodo di disoccupazione (non vengono considerati utili i contributi figurativi come ad esempio in malattia) 

A chi è rivolta?

Quanto si percepisce?

La misura dell’indennità mensile è rapportata alla retribuzione media mensile ed è pari al 75 per cento nei casi in cui quest’ultima sia pari o inferiore per il 2013 all’importo di 1.180 euro mensili, annualmente rivalutato sulla base della variazione dell’indice ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie degli operai e degli impiegati, intercorsa nell’anno precedente; nei casi in cui sia superiore al predetto importo, l’indennità è pari al 75 per cento di 1.180 euro incrementata di una somma pari al 25 per cento del differenziale tra la retribuzione mensile e il predetto importo.

Nelle ipotesi di frazione di mese, il valore giornaliero dell’indennità è determinato dividendo l’importo così ottenuto per il divisore 30.

Come si articola?

A regime, dal 1° gennaio 2016, ed in relazione agli eventi di disoccupazione verificatisi a partire da questa data, la durata massima legale dell’indennità di disoccupazione ASPI è pari a:

  • 12 mesi per i soggetti con età anagrafica inferiore a 55 anni, detratti i periodi di indennità (ASPI e mini ASPI) già eventualmente fruiti nell’arco di un periodo precedente la data di cessazione del rapporto di lavoro pari al periodo massimo teorico della prestazione;
  • 18 mesi per i soggetti con età anagrafica pari o superiore a 55 anni, nei limiti delle settimane di contribuzione negli ultimi 2 anni, detratti i periodi di indennità (ASPI e mini ASPI) già eventualmente fruiti nell’arco di un periodo precedente la data di cessazione del rapporto di lavoro pari al periodo massimo teorico della prestazione.

Questo schema sintetizza le modalità di avviamento e consolidamento del nuovo istituto che come già detto sostituirà l’indennità di mobilità:

 

Lo schema successivo invece mostra come sarà articolato il passaggio dall’indennità di mobilità all’ASPI:

Come già ampiamente sostenuto, purtroppo tutto il castello mostra la corda alla luce di come si stia involvendo il mercato del lavoro contestualmente al prorogarsi della crisi, in sostanza il sistema non si autosostiene poiché tende a vedere sempre meno occupati e più disoccupati; ulteriori complicanze sono date dall’estrema rigidità nella cosiddetta flessibilità in entrata che, con molta probabilità, è ormai chiaro a tutti non essere funzionale nel contesto attuale.

Può essere il reddito di cittadinanza una risposta? Forse si perché è una “tassa universale” , sostituirebbe tutti gli ammortizzatori sociali, toglierebbe di mezzo un bel po’ di “lobby della crisi” e ci porterebbe ad un livello di welfare europeo in linea con gli atri stati. Ma questa è un’altra storia.

Bignami degli Ammortizzatori Sociali.

Bignami degli Ammortizzatori Sociali.
Gli ammortizzatori sociali sono lo strumento noto in Italia quale intervento a sostegno del reddito per quei soggetti lavoratori che rientrano in aziende all’interno delle quali si svolgono processi che possiamo definire in via generale di crisi o di ristrutturazione.
Lo schema di riferimento vede sostanzialmente 2 istituti: la Cassa Integrazione Guadagni, a sua volta suddivisa in Ordinaria e Straordinaria, e l’Indennità di mobilità.

Il primo istituto, noto come CIG (Cassa Integrazione Guadagni) si suddivide in cassa integrazione guadagnai ordinaria, e CIGS per la straordinaria, trova i suoi fondamenti normativi nel Decreto Legislativo Luogo Tenenziale del 9 novembre 1945, n. 788 “Istituzione della Cassa per l’integrazione dei guadagni degli operai dell’industria e disposizioni transitorie a favore dei lavoratori dell’industria dell’Alta Italia” e successivamente la legge 20-05-1975, n. 164 “Provvedimenti per la garanzia del salario (art. 12) ordinaria-straordinaria”.

NOTA: per la CIGS si considerano anche le seguenti leggi: L. n. 1115 del 5 novembre 1968, L. n. 223 del 23 luglio 1991, L. n. 236 del 1993 e L. n. 92 del 28 giugno 2012.

La cassa ordinaria è attivata nei casi in cui vi siano eventi transitori e non imputabili all’imprenditore ed ai lavorati oltre che a situazioni temporanee di mercato tali per cui l’impresa sia in difficoltà nel proprio mercato di riferimento. Diversamente la “straordinaria” presuppone alcuni requisiti più gravosi quali:

– Eventi di ristrutturazione aziendale, riorganizzazione o riconversione

– Crisi aziendale

– Procedure concorsuali (fallimento, concordato preventivo etc…)

Per l’ordinaria l’intervento può durare al massimo 13 settimane, più eventuali proroghe fino a 12 mesi; in determinate aree territoriali il limite è elevato a 24 mesi.
Diversamente per la straordinaria, che spesso è purtroppo il preludio a situazioni “definitive”, può durare dai 12 ai 24 mesi a seconda della causa per cui si è attivata, si può arrivare anche a 36 mesi nell’arco di un quinquennio.

 

 

Le istituzioni responsabili all’erogazione sono il Ministero del lavoro e delle politiche sociali e l’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale (INPS); per ambedue l’importo che viene corrisposto è pari all’80% della retribuzione totale che sarebbe spettata per le ore di lavoro non prestate, entro un limite massimo mensile stabilito di anno in anno, nell’anno corrente 2013 (circ. n. 14 del 30/01/2013) i massimali sono fissati in:

. € 959,22 lordi mensili per quei lavoratori la cui retribuzione, comprensiva dei ratei di 13ͣ e delle altre eventuali mensilità aggiuntive è inferiore o pari a € 2.075,21 lordi mensili;

€ 1.152,90 lordi mensili per i lavoratori che hanno una retribuzione superiore a € 2.075,21 lordi mensili.

Come si finanzia la CIGO?

ordinario, versato mensilmente, con un’aliquota contributiva pari al 1,90% della retribuzione lorda corrisposta al lavoratore, per le aziende fino a 50 dipendenti e al 2,20% per le aziende con oltre 50 dipendenti;

addizionale, in tutti i casi in cui la Commissione provinciale per la CIGO ritenga l’evento oggettivamente evitabile (è il caso tipico di mancato accordo con le organizzazioni sindacali) ed è pari al 4% delle somme erogate a titolo di integrazione salariale per le aziende fino a 50 dipendenti e all’8% per le aziende con oltre 50 dipendenti. L’evento è oggettivamente non evitabile e pertanto non è dovuto il contributo addizionale, quando è esterno all’azienda, improvviso e non prevedibile

 . contributo a carico dello Stato

 

Come si finanzia la CIGS?

Il finanziamento della CIGS è in misura prevalente a carico dello Stato, tramite l’INPS, per la parte rimanente del finanziamento, l’art 9 della Legge n. 407 del 1990 ha previsto un contributo ordinario pari allo 0,90% delle retribuzioni mensili soggette a contribuzione, così ripartito: 0,30% a carico dei lavoratori beneficiari e 0,60% a carico dei datori di lavoro destinatari del trattamento CIGS (circ. n. 19 del 1991).

Le aziende sono, inoltre, soggette a un contributo addizionale del 4,5% dell’integrazione salariale corrisposta ai lavoratori o del 3% per le aziende fino a 50 dipendenti (circ. n. 240 del 1988), salvo quelle che vertono in procedure concorsuali.

Inoltre va sottolineato che l’istituto della cassa integrazione, soprattutto la straordinaria, è indirizzato ad un insieme di realtà produttive che devono avere alcuni requisiti, come un numero minimo di dipendenti, tipologie di attività etc… ed infine che è presente la “cassa in deroga” quale forma di sostegno al reddito per quelle realtà che non rientrano nella normativa della cassa integrazione guadagni, in questo caso peraltro è pagata direttamente dall’INPS in stretto coordinamento con la Regione di pertinenza territoriale.

Passiamo brevemente in rassegna al secondo istituto, l’indennità di mobilità, conseguente ai provvedimenti di licenziamento collettivo regolati dalla legge 223/1991

Le aziende destinatarie della mobilità (industria, commercio, cooperative ed una serie di altre particolarità) hanno facoltà di avviare la relativa procedura e stabilire il numero dei lavoratori in esubero, dopo aver esaminato la situazione insieme ai rappresentanti sindacali e di categoria. Al termine della procedura, le aziende procedono al licenziamento dei lavoratori e ne comunicano i dati agli Uffici del Lavoro per l’iscrizione nelle liste di mobilità.
I licenziamenti devono avvenire nell’arco di 120 giorni dalla chiusura della procedura, salvo diversa indicazione che deve essere espressamente dichiarata nell’accordo sindacale (art.8, c.4 L.236/93)

 

La misura dell’erogazione è simile alla CIGO ed il finanziamento è dovuto dai datori di lavoro nella misura dello 0,30% calcolato sulle retribuzioni ed una somma da versare in 30 rate mensili per ciascun lavoratore posto in mobilità pari a sei volte il trattamento mensile iniziale spettante al lavoratore stesso, a questo si aggiunge la somma di un acconto pari al trattamento massimo mensile di integrazione salariale moltiplicato per il numero di lavoratori ritenuti eccedenti, una sorta di fideiussione.

Ora, da questa sintetica e non esaustiva panoramica degli strumenti più diffusi e tristemente noti è possibile fare una considerazione generale di contesto, ovvero la dinamica classica cui ora assistiamo è l’avvio della procedura di cassa integrazione ordinaria, la successiva straordinaria ed infine il licenziamento collettivo con l’indennità di mobilità. Se si aggiunge la cassa in deroga, e i livelli altissimi di aziende in crisi, è chiaro perché in questi giorni si stia parlando di fondamentale e necessaria esigenza di finanziare, da parte dello Stato, i fondi riservati alla cassa integrazione, rappresentando di fatto la parte che più pesa nel budget disponibile dall’INPS. Non è un caso peraltro che spesso negli accordi sindacali, laddove vi siano aziende che hanno qualche garanzia, sia chiesto che le aziende stesse anticipino ai lavoratori le forme di sostegno al reddito relative all’istituto della CIG. Non è raro che l’INPS si trovi in difficoltà, soprattutto quando si passa dalle Regioni nei casi di cassa in deroga, dove la carenza di fondi è cronica. In questi casi spesso i lavoratori si trovano ad attendere come minimo dai 3 ai 6 mesi per vedere l’integrazione salariale: un miraggio che nel caso di “cassa a 0 ore”, ovvero senza rotazioni, mette realmente in difficoltà le persone.

Nel prossimo articolo parleremo degli impatti che la riforma Fornero ha avuto negli ammortizzatori sociali ed in particolar modo nell’ASPI: sulla Riforma Fornero avevo già scritto facendo alcune considerazioni quanto mai profetiche …LEGGI… soprattutto laddove si parla di flessibilità in entrata che ora, pur forse con l’obiettivo nobile di ridurla preferendo contratti più duratori, di fatto ha ottenuto l’effetto contrario dimostrando che nello scenario attuale non è la riforma che serviva, o forse serviva solo ad alcuni, ma non ai lavoratori.