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Sostegno alle famiglie nel percorso di crescita dei figli.

Sostegno alle famiglie nel percorso di crescita dei figli.

L’Italia è un paese particolare, bellissimo ma ricco di contraddizioni. Una che mi ha sempre colpito è la difficoltà nel ricevere un aiuto concreto per quelle famiglie che devono  crescere figli, dal principio e poi nel percorso di sviluppo scolastico, per non parlare della fiscalità che spesso e volentieri non è particolarmente favorevole per genitori con figli.

Un amministrazione comunale non può certo intervenire direttamente su temi governati a livello nazionale, ma può prevedere reali percorsi di sostegno ai ragazzi e quindi alle loro famiglie, dal periodo del nido di infanzia fino all’università, passando per le scuola dell’obbligo e gli istituti superiori.
Ho esperienza diretta come genitore di figli in piena età scolastica e nel programma del Patto per Savona sono felice che trovi posto una visione graduale dove per ogni età devono essere introdotti e disponibili aiuti alle famiglia, non solo di carattere economico, ma organizzativo, logistico, nella disponibilità di posti e collaborazione con le realtà associative del territorio per sport e tempo libero, per fornire ai ragazzi dai 3 anni fino all’università un insieme di opportunità per loro e aiuti ai genitori.
Un sistema che chi ha governato la città di Savona in questi 5 anni ha completamente
abbandonato delegandolo a qualche iniziative sporadica, grazie più all’interesse di gruppi di genitori che si sono adoperati e hanno fatto squadra per questo.
Fra le mie priorità sicuramente c’è l’attenzione che meritano le generazioni future e le famiglie che si occupano di loro troppo spesso lasciate sole alle loro forze, ancor più durante questo ormai lungo periodo di pandemia che speriamo stia volgendo al termine.

Campus universitario di Savona: opportunità per creare occupazione

Campus universitario di Savona: opportunità per creare occupazione

Il campus universitario di Savona non è solo luogo di studio per i giovani, ma può e deve essere attrattore di imprese innovative, orientate a cogliere le sfide del futuro.

Per arrivare a questo, migliorando e integrando quanto già fino ad oggi è stato fatto, servono alcune azioni che la politica comunale dovrà attuare.

Innanzitutto un accordo di programma tra Comune e Università per co-definire gli obiettivi e l’integrazioni delle attività universitarie nella nostra città, estendosi anche alle scuole superiori di Savona.
Dovrà poi essere rivisto il ruolo del Comune per tornare ad essere protagonista nelle politiche del lavoro che coinvolgono il campus come soggetto promotore di aziende che si vogliono insediare sul territorio savonese, partendo proprio da esperienze universitarie: aziende giovani, innovative che hanno e possono dare prospettive di crescita.
Il piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) metterà in circolo centinaia di milioni di Euro per sviluppi verso la digitalizzazione, l’innovazione, la green economy, la mobilità sostenibile, tutti filoni che a Savona si possono già vedere: tocca alla politica locale dare sostanza alle idee perchè si tramutino in posti di lavoro per i nostri giovani.

Ed infine dovranno essere individuati nuovi spazi per l’insediamento delle imprese connesse alle attività del Campus, in Legino, e nelle aree limitrofe, e spazi per gli studenti che debbano cercare alloggi universitari, oltre che servizi legati alla loro permanenza nella città.
Queste iniziative, avviate in accordo con l’Università, possono contribuire realmente ad attrarre studenti cui offrire servizi adeguati, che possano poi scegliere Savona come città in cui avviare le loro esperienze professionali creando valore aggiunto al nostro sistema economico e vera occupazione, divenendo anche i savonesi del futuro.

Parco Urbano Madonna degli Angeli, outdoor e prevenzione al dissesto idrogeologico chiavi per il nostro entroterra comunale.

Parco Urbano Madonna degli Angeli, outdoor e prevenzione al dissesto idrogeologico chiavi per il nostro entroterra comunale.

La proposta del nostro candidato Sindaco Marco Russo, di realizzare sull’area della chiesa di Madonna degli Angeli, seguita con passione dall’Associazione GPN2010-ODV, un parco urbano, non solo è utile per tutelare la zona da qualunque mira diversa dalla salvaguardia del territorio, ma porta alla ribalta diverse questioni.

La prima, il fallimento di chi ha governato Savona in questi 5 anni perché proprio su quell’area era a disposizione un bando di regione Liguria, peraltro governata dalla stessa parte politica, tale da indirizzare già la strada per accedere a fondi del piano di sviluppo rurale, nella fattispecie la misura del “PSR 8.2.8.3.1. M08.03 – Prevenzione dei danni cagionati alle foreste da incendi boschivi” con cui il Comune poteva disporre di quasi 400 mila completamente coperti dal fondo regionale, utili primariamente alla prevenzione incendi e indirettamente al contrasto contro il dissesto idrogeologico. Ebbene questa opportunità è stata abbandonata e l’area non ha potuto beneficiare di un intervento a costo zero per le casse comunali con un progetto già pronto Dimostrazione di quanto sia utile una task force dedicata alla gestione dei bandi in generale e quanto sia inutile pensare di avere alla guida dell’amministrazione savonese la stessa parte politica che guida la regione.

Il secondo aspetto è la valorizzazione del nostro primo entroterra, dalle zone della Madonna del Monte al Naso di Gatto, passando per la Conca Verde, dove tanto stanno facendo gli appassionati di downhill della “Koncaverde”, al Santuario, un’area enorme ricca di natura che può diventare facilmente una opportunità economica per sviluppare sport, outdoor, escursionismo leggero connettendo i numerosi punti di interesse e creando una vera e propria rete a disposizione dei savonesi e dei turisti. Sviluppando e promuovendo anche formule di accoglienza ed eventi sportivi ci sono le potenzialità per trarre benefici collettivi oltre che per migliorare la prevenzione sul territorio per problemi di carattere idrogeologico.

Questo è un tema dirimente, il contrasto al dissesto idrogeologico passa attraverso la valorizzazione del territorio, quindi l’esatto opposto dell’abbandono e dell’incuria, che possiamo ottenere mettendo in campo iniziative per raggiungere questi obiettivi.

Patto Per Savona, opportunità per la città, mia priorità ricerca e gestione fondi.

Patto Per Savona, opportunità per la città, mia priorità ricerca e gestione fondi.

Come già in passato ho detto, sposo e partecipo al progetto di Marco Russo e del Patto Per Savona, lista civica che a breve sarà presentata con tante persone in gamba, con esperienze diverse e variegate che danno un valore aggiunto ai tanti progetti che Marco sta proponendo in questi giorni in risposta ai problemi della città, progetti nati da un lungo percorso di incontri negli ultimi anni. Sono felice di poter dare il mio contributo portando la mia esperienza di persona e lavoratore e poi di chi ha avuto l’opportunità di sedere nei banchi del consiglio regionale dove ho partecipato e seguito attivamente alle tante tematiche del territorio e di Savona.

Fra i progetti che abbiamo uno in particolare mi sta a cuore, per dare gambe proprio alle numerose idee, perché per realizzarle servono risorse economiche e questo nessuno lo mette in dubbio.

Un modello di governance per cercare fondi europei, nazionali, regionali e non solo, attraverso la partecipazione a bandi che mettano a disposizione quelle risorse necessarie per realizzare i tanti progetti di sviluppo per la nostra città.

Una proposta che vede 3 diversi livelli di intervento: innanzitutto la creazione di un sistema partecipativo strutturale che metta a fattor comune, oltre alla politica, le rappresenze del mondo scolastico, universitario, sportivo, economico e non solo, al fine di disporre di una ampia visione delle esigenze e anche delle opportunità. Poi un livello di intervento nella parte amministrativa che investa sul personale al fine di creare una task force, un ufficio fondi specializzato e, compatibilmente con le risorse economiche e il piano di fabbisogno del personale, l’inserimento e la collaborazione con professionisti “europrogettisti” anche in sinergia con il mondo universitario. Ed infine una maggiore responsabilizzazione della parte politica a partire sia della Giunta che del Consiglio comunale.

Credo che un intervento così strutturato vada avviato nei primi 100 giorni di governo della città per poi raccogliere risultati importanti nei successivi anni portando contributi economici a Savona per investire su più fronti. E farla crescere come merita.

Riflessioni sulle elezioni amministrative di Savona 2021.

Riflessioni sulle elezioni amministrative di Savona 2021.

La proroga delle elezioni amministrative ricorda per certi versi lo scenario vissuto nelle scorse elezioni regionali. Ci sono alcuni vantaggi e alcuni svantaggi.

Per i primi chi non ha ancora elaborato proposte, idee e strategie ci sarà più tempo, per i secondi è proprio averli già elaborati e il trascorrere del tempo a logorarsi nell’attesa. Personalmente ritengo credibile la proposta del Patto per Savona, ma soprattutto credibile come collante civico di una ampia area di persone e di forze politiche: questo in realtà è il vero elemento su cui lavorare perché ci sia una coalizione che comprenda tutte le forze civiche e politiche accomunate da una visione dove si riconoscono in diversi temi chiave, non solo per essere “contro” quelli di adesso o di prima, ma per essere proattiva per la comunità di Savona e dei savonesi.

Nel tempo ho letto e leggo critiche alle proposte del Patto, per alcuni ritenute poco chiare o critiche sulle persone che vi hanno aderito e provengono da esperienze pregresse, vorrei fare alcune considerazioni su questo.

Spesso chi si interessa di politica sostiene la tesi che ci debba essere un indirizzo, una direzione in cui tracciare poi la proposta politica vera propria, tale mi sembra che sia l’approccio del Patto. Non credo bastino le semplici liste della spesa, chiunque può vedere cosa non va in città e dire che si deve cambiare. Se dovessi sostenere che la città è sporca e va pulita, direi di avere centrato un punto del programma con facilità. Ma come arrivo a questo obiettivo? Quali azioni vanno introdotte? Come si deve organizzare il sistema nel suo complesso? È il modo con cui si vuole intervenire che fa la differenza.

Ho letto attraverso i media che secondo alcuni le proposte del Patto non ci sono o non sono puntuali. Premesso che ritengo ce ne siano, alcune puntuali altre correttamente applicabili nel momento in cui si possono disporre di tutte le informazioni, devo anche dire che nel panorama politico locale, lo scrivo garbatamente, non vedo molte proposte concrete all’orizzonte, a parte alcuni NO o SI a prescindere essenziali per dare risposte verso il proprio elettorato di riferimento. In sostanza mi pare che al Patto si voglia pregiudizialmente criticare l’assenza di proposte quando le stesse non arrivano da chi muove queste osservazioni: parrebbe più un modo per muovere critiche a prescindere, un po’ approccio savonese.

Leggo inoltre di osservazioni perché alcuni aderenti che hanno fatto esperienze politiche pregresse seguono o sostengono il Patto. Esperienze in alcuni casi negative, a livello amministrativo, non a caso bocciate dagli elettori. Allora qui dobbiamo capire cosa si intende, perché o per qualcuno vanno tolti i diritti civili a chi ha avuto o fatto esperienza politica pregressa, e allora lo dichiari pubblicamente e vediamo l’esito oppure deduco che ragioni per “opportunità”. Posso condividere l’osservazione solo se l’opportunità si valuta eventualmente nel tipo di ruolo o incarico che mai in futuro dovesse venire, se mai dovesse esserci un futuro. Fintanto che come qualunque cittadino si partecipa ad un progetto dove si propone e si discute, sfido chiunque a muovere questioni. Peraltro, spiace rilevare che pur avendo pubblicato l’elenco di chi collabora con il Patto, potrei dire un centinaio di persone, per alcuni il tema siano 4 o 5 persone.

Io auspico e invito le forze politiche di area a intensificare il confronto fra loro e il Patto per Savona sui temi, sulle proposte cogliendo questo tempo per dare una proposta collettiva di ripartenza per la nostra città che sappia essere anche puntuale ma non si limiti ad una lista della spesa, io credo debba esserci a monte un’idea di sviluppo e la voglia di mettersi in gioco.

Centro ictus a Savona

Centro ictus a Savona

Tutte le iniziative per attivare in via definitiva un centro ictus a Savona sono utili.
Nello specifico stiamo parlando di una “stroke unit di primo livello”, questione che avevo posto all’attenzione del consiglio regionale già a inizio del 2016 con una interrogazione, prima, e con una mozione nella metà dello stesso anno approvata all’unanimità a parte di tutto il consiglio, funzione prevista per qualunque ospedale DEA di primo livello, come l’ospedale di Savona è inquadrato.

Non mi consola vedere che siamo ancora fermi, peraltro in più momenti successivi era stata sollecitata l’attivazione formale; la raccolta firme idem già svolta, ricordo che il comitato che segue questa vicenda anni addietro l’aveva portata “fisicamente” in via Fieschi. A onor del vero va detto che una parte di attività viene svolta con la massima professionalità anche se non è formalmente configurato e riconosciuto come centro ictus e manchino alcuni elementi per essere effettivamente inquadrato come prevedono gli standard ministeriali. Purtroppo chi allora ricopriva il ruolo di commissario straordinario presso ASL2, successivamente trasferitosi, non aveva mai nascosto una certa diffidenza nell’adottare formalmente il mandato politico trasformandolo in un atto amministrativo della stessa azienda sanitaria. E su questo rimpallo c’è stata un evidente latenza da chi allora guidava politicamente la sanità regionale, senza di fatto andare a chiudere il cerchio. Prima della conclusione del mio mandato avevo però sondato una diversa e nuova percezione con maggiori aperture da parte di chi oggi ricopre il ruolo di commissario straordinario presso ASL per affrontare con spirito più collaborativo la definitiva formalizzazione del centro ictus.
Ora, oltre al dibattito in consiglio regionale sarebbe utile a mio avviso veicolare questo tema anche nelle sedi di confronto tra l’azienda sanitaria e i comuni del territorio attraverso la conferenza dei sindaci, il cui comune capofila è Savona, sollecitando i consigli comunali ad attivarsi verso i rispettivi sindaci perché si affronti e si dia attuazione a quanto da anni è rimasto un impegno preso ma mai adottato. Parallelamente andrebbe definitivamente chiarito che tipologia di stroke unit si vuole disporre a Savona, ovvero una di primo livello dovuta ad un ospedale DEA di primo livello, o una stroke unit di secondo livello, prevista e presente se non è cambiato nulla negli ultimi mesi, negli ospedali DEA di secondo livello, come Pietra Ligure.
Questo per essere coerenti mettendo a fattor comune e in equilibrio le esigenze sanitarie locali e una pianificazione regionale coerente con esse.

Savona e il campo nomadi.

Savona e il campo nomadi.

Il campo nomadi di Savona ha una storia lunga come le più longeve serie di successo, peccato che non raccolga lo stesso entusiasmo, salvo i momenti pre elettorali.

E’ da anni che se ne discute, ricordo quando erano di fronte al Priamar, per poi arrivare all’attuale collocazione nel parcheggio della Fontanassa, parcheggio che è nato chiaramente allo scopo di essere a servizio del campo di atletica.
Quindi è oggettivamente indiscutibile che non sia un luogo adatto per un camping “diversamente in regola”. La recente discussione in consiglio comunale ha visto un corto circuito fra le forze di maggioranza di chi governa la città nella capacità di prendere una decisione chiara e condivisa, di cui a me personalmente interessa poco per questo aspetto, più di tipo politico.
Mi preme sottolineare che rimane un’altra questione lasciata purtroppo sottotraccia: la volontà delle persone ad abbandonare quell’area.
E’ evidente sia una anomalia, è altrettanto evidente che siano persone che hanno una cultura differente, in generale molti di noi amano il camping nelle vacanze ma certamente non ci vivono normalmente.
Invece qui si sono insediati in forma irregolare ma per scelta. Perché gli strumenti al fine di inserire molte di queste famiglie in alloggi popolari esistono da anni, spesso e volentieri ne hanno pieno diritto in quanto cittadini residenti, ma non è ciò che vogliono.
Giusto quindi dare spazio e contesto adeguato al campo di atletica, che peraltro grazie al lavoro del CUS Savona sta salendo agli onori delle cronache sportive nazionali, ma obiettivamente una comunità non dovrebbe decidere le sorti di altre persone con emendamenti, mozioni e quant’altro, senza che sia stato avviato un vero dialogo di confronto per capire realmente come accompagnare ad altre soluzioni le persone direttamente coinvolte.
Sia che si parli di maggioranza che di opposizione, sono temi sensibili che andrebbero affrontati nel tempo e con proposte concrete da parte di tutti, così come avvenuto mi pare poco serio e, vestita come la si vuole, rimane di fatto uno sgombero a colpi di atti di consiglio comunale, magari più gentile, ma pur
sempre tale è.

Ampliamento per la centrale turbogas di Vado Ligure.

Ampliamento per la centrale turbogas di Vado Ligure.

Il Piano Nazionale integrato per l’energia e il clima (PNIEC) è un documento di indirizzo programmatico del nostro paese in termini di politica energetica, concertato con l’Unione Europea, che ha preso vita grazie all’adozione, nel 2017, della nuova Strategia Energetica Nazionale (SEN).


Su alcuni elementi vale la pena porre attenzione, fra questi la transizione a fonti energetiche green, con un progressivo abbandono delle fonti fossili, in primis il carbone.
E’ importante però ricordare alcune questioni tecniche che sono imprescindibili, tra cui:
– l’attuale copertura di fonti rinnovabili per i fabbisogni del nostro paese, ancora molto al di sotto del necessario;
– l’intermittenza delle stesse fonti che per loro natura hanno degli alti e bassi produttivi.
Cosa è intervenuto nel frattempo? Il capacity market, ovvero quel sistema compensativo a favore delle centrali elettriche tradizionali, quindi alimentate a gas e in alcuni casi ancora a carbone, che si rendono disponibili a intervenire immettendo energia quando le fonti rinnovabili non sono sufficienti: questo è indispensabile perché la rete elettrica deve avere un costante equilibrio tra immissione energia e utilizzo della stessa.
Nel processo di transizione, che traguarda il 2030 come primo importante step di de-carbonizzazione e il 2050 come quasi totale de-carbonizzazione, rimane presente l’utilizzo quale fonte energetica del gas, cui si traguarda di affiancare l’idrogeno trattato in forma green.
Del gas ora ci sono nuove tipologie di utilizzo e impatti nelle emissioni estremamente contenuti, ma, volendo sintetizzare il concetto, per alcuni decenni è vi sarà necessità di mantenere sul territorio nazionale un certo numero di centrali alimentate
con gas: questo per garantire la necessaria quantità di energia in ogni momento.
Ed è altrettanto facilmente ipotizzabile che diversi produttori avvieranno proposte di transizione delle loro centrali a carbone, passando al gas.
Venendo quindi al dibattito locale che si è avviato sull’ipotesi di un raddoppio a gas, perchè un gruppo è già presente ed operativo, della centrale di Vado Ligure di proprietà Tirreno Power, è plausibile che sia in linea con la politica energetica tracciata e che la dislocazione, al netto del preciso luogo fisico, è insita nella necessità di avere un certo numero di centrali disponibili nelle diverse zone in cui è suddiviso il mercato elettrico italiano, oltre che per alcune ragioni fisiche, anche per ragioni di prezzo del mercato elettrico, al netto dei contributi ricevuti se si aderisce al “capacity market”.
Credo che il dibattito non possa quindi essere se nel nostro paese ci devono essere ancora centrali a gas o meno, perché a mio avviso la risposta non può che essere affermativa, ma piuttosto se a seconda di determinati parametri e tecnologie utilizzate, tali possano essere localizzate nei pressi di centri abitati.
Questo è un elemento corretto di ragionamento politico, ma non deve essere viziato ne dalla preclusione aprioristica, non tecnicamente percorribile, ne dal concetto inglese NIMBY “Not In My Back Yard”, letteralmente “Non nel mio cortile sul retro”.

Covid 19: Appunti dalla Commissione Sanità

Covid 19: Appunti dalla Commissione Sanità

Questa settimana, dal punto di vista dei lavori in Consiglio Regionale, ha avuto qualche risvolto positivo, se non altro dopo diverse insistenze e superati alcuni problemi organizzativi naturali per questa fase, sono ripartiti i lavori delle commissioni regionali e ci apprestiamo a fare la prima seduta di Consiglio in videoconferenza.

Abbiamo iniziato con un ciclo di audizioni in terza commissione, prima con l’assessore allo Sviluppo Economico, poi con l’assessore al Lavoro e Trasporti e infine con l’assessore all’Istruzione e Sport, per indicare le deleghe principali.
Sabato mattina invece abbiamo ripreso con la seconda commissione, Salute e Sanità, che per ovvie ragioni è stata la più intensa e complessa.
Quali considerazioni potrei fare? Me lo sono chiesto anche io e devo fotografare luci e ombre.
Luci perché ritengo come ho sempre detto che non sia il momento per fare sofismi o polemiche spicciole, francamente è facile dire “se ci fossi io avrei fatto…” ma 1) non ci sei 2) devi avere tutti i dati completi per dirlo. Registro poi un dato oggettivo di un forte impegno nell’aumentare i posti letti delle strutture ospedaliere, sia di terapia intensiva che semi-intensiva oltre che i bandi per mettere a disposizione del personale medico, strutture alberghiere dove poter alloggiare e lasciare in sicurezza i propri familiari nel malaugurato caso di contagio o accogliere il personale aggiuntivo in corso di assunzione.

Vorrei però fare una breve riflessione sempre sulla parte sanitaria, per le ombre che ho rilevato dal punto di vista politico e organizzativo.
È evidente che non fossimo preparati: dallo Stato alle Regioni. L’amico e Senatore Mattia Crucioli ha fatto una breve ma interessante analisi degli atti principali prodotti sul tema, focalizzando uno dei temi più controversi che è quello delle forniture di Dispositivi di Protezione Individuale (DPI), partendo dal Piano Nazionale (PN) che suddivide le fasi della pandemia e individua compiti e responsabilità dei vari enti coinvolti in ogni fase dove rimanda alle regioni di “richiamare l’attenzione sulle misure di controllo dell’infezione e distribuire lo stockpile dei dispositivi di protezione individuale” (cfr. pag. 56 del PN).
Nella fase successiva (ovvero in periodo pandemico in atto), spetta alle Regioni “mantenere la capacità di controllo della trasmissione dell’infezione” e “mantenere gli operatori sanitari aggiornati sull’uso dei DPI” (par. 69 del PN), nonché “rimpiazzare stock di farmaci, attrezzature e equipaggiamenti essenziali” (pag. 70 del PN).
Lo stesso PN “detta anche linee guida per la stesura dei Piani Pandemici Regionali (PPR), imponendo a ciascuna regione l’obiettivo di adottare misure di prevenzione e controllo dell’infezione. Tra le misure di sanità pubblica che le linee guida nazionali attribuiscono ai PPR vi è quella di “stimare il fabbisogno di DPI e di kit diagnostici e mettere a punto piani di approvvigionamento e distribuzione”.
Sulla base di quanto riportato, Regione Liguria, con DGR n. 572 del 1/6/2007, ha approvato il proprio “Piano regionale di preparazione e risposta ad una pandemia influenzale”.
Riporto ancora testualmente dallo scritto di Crucioli “In particolare, al punto 2.2.2 di pag. 9 del predetto PPR, si legge che “la regione ha provveduto al censimento dei DPI presso le aziende sanitarie e disposto l’eventuale incremento delle scorte dei dispositivi di protezione in base al fabbisogno, in proporzione al personale sanitario, che può venirsi a creare in caso di conclamata pandemia”.

Lascio ulteriori approfondimenti, per chi fosse interessato, alla lettura del documento nella sua interezza:

Fai clic per accedere a B_000000085907272O00.pdf

Chiaramente trattasi solo di 1 aspetto che da solo non determina alcunchè dal punto di vista della pandemia attuale, per la quale l’arma principale adottata ovunque nei paesi evoluti è il distanziamento sociale, mi pare solo un esempio per comprendere come il sistema si sia trovato impreparato a questa ondata.

A valle della commissione regionale sanità svoltasi Sabato, trovo alcune criticità in pochi semplici dati: abbiamo un tasso di mortalità per Covid fra i più alti del Paese e i contagi tutt’ ora non sembrano avere intrapreso una chiara curva discendente. I dati oscillano ancora tra aumenti e lievi diminuzioni di contagi, apparentemente più rilevati a domicilio che ricoverati. Ben venga che si stia riducendo la casistica di ricoveri, ma….abbiamo ancora un problema aperto. Ci diciamo che siamo fra le regioni con l’età media della popolazione fra le più alte d’Europa, ed è vero, ma non mi convince in toto. Anche perché le altre regioni pur con “pance” di età media differenti, non sono nel Nord Italia così differenti. Non ho le competenze tecniche medico scientifiche, credo solo che dal punto di vista organizzativo Regione Liguria sia stata in affanno fin dall’inizio, coordinandosi con altre regioni certamente ma provando ad adottare strategie e soluzioni DOPO le altre, forse questo potrebbe essere il motivo per cui vediamo o vedremo gli auspicati risultati migliorativi sempre dopo gli altri, forse abbiamo pagato dazio per un ritardo strutturale nelle scelte che altre regioni adottano sempre prima, a volte anche sperimentando.
Mi viene in mente la collaborazione con i Medici di famiglia, che forse verrà sbloccata lunedì (6 Aprile) o l’uso delle terapie domiciliari con il protocollo di medicinali autorizzato da AIFA a metà Marzo che altre regioni come Lombardia, Veneto e Piemonte stanno provando e regione Liguria sembra ancora indietro.

Come le squadre di Unità Speciale di Continuità Assistenziale, come previste dal decreto Cura Italia del 9 marzo, declinate in Liguria con il nome di GSAT (Gruppi Strutturati di Assistenza Territoriale), che a breve dovrebbero essere operative in modo sempre più diffuso sul territorio, in collaborazione con personale che potrà effettuare tamponi a domicilio e il supporto dei medici di famiglia. Tutti attori di un sistema che dovrebbe essere più strutturato e organizzato, con protocolli di lavoro precisi e che affrontino quella che appare essere una delle strategie su cui puntare, ovvero intercettare i soggetti con i primi sintomi al loro domicilio e su questi intervenire con le prime cure per evitare l’evolversi del Covid in forma più aggressiva. Vedremo se con questa strategia e la distribuzione di strumenti di controllo a domicilio, come ad esempio i saturimetri per controllare il grado di saturazione di ossigeno all’interno del sangue e intercettare prima l’evoluzione negativa sulla parte respiratoria, ci saranno meno aggravamenti e quindi meno emergenza ospedaliera.

In commissione si è parlato molto degli esami sierologici per intercettare la presenza di anticorpi: appare quest’ultima una delle strade su cui si vuole lavorare inizialmente sul personale sanitario e che altre regioni stanno seguendo. Dal tampone, che fatto correttamente attesta o meno la positività al Covid, il test sierologico verifica se sono presenti anticorpi, quindi può informare se si è stati colpiti dal virus o meno, a prescindere dall’avere o meno manifestato i sintomi, benché anche su questo vi sia un dibattito scientifico in corso, come anche sulla validità della copertura di anticorpi che non è dimostrato consenta di ritenere il soggetto immune da un nuovo contagio dopo un certo periodo.

Questa strada è comunque sul tavolo di diverse regioni, anche quelle che inizialmente avevano ipotizzato tamponi a tappeto su tutta la popolazione, anche il ministero della salute con le sue diramazioni dovrebbe avvallare la scelta. Direi che il problema è capire 1) l’efficacia dei test , ci sono varie modalità di effettuazione e deve essere intercettata la giusta carica virale per affermare se sono o non sono presenti anticorpi 2) la certezza della copertura degli anticorpi ovvero quanto accennavo prima su quanto e come possono “proteggere” da un nuovo contatto con il virus.

Credo che ora non debba passare il messaggio che sei hai gli anticorpi sia tutto risolto, purtroppo ancora molti elementi sono in corso di studio e analisi. Sicuramente si potrà capire quanto più o meno ampia sia la fetta di popolazione che è stata colpita dal virus, a prescindere dall’avere sviluppato più o meno sintomi e quindi analizzare meglio le strategie da adottare per traguardare il raggiungimento del R0, il fattore di contagio che si deve appunto azzerare.

Ad oggi sono effettuati a pagamento con dei prezzi variabili e che personalmente dopo la prima sperimentazione e compreso meglio l’aspetti clinico, farei passare al SSR e li farei erogare al più ampio campione possibile di popolazione. Se poi fosse dimostrato che sono validi i farmaci come gli antivirali di cui si discute ed altri con cui attenuare le evoluzioni più critiche della patologia, forse avremmo una luce in fondo al tunnel oltre al distanziamento sociale che in questo momento appare essere la nostra principale difesa.

Mai come oggi dobbiamo fare affidamento alle medicina e alla Scienza, quella con la S maiuscola e non le catene in rete o altre belinate del genere.

Cairo: ospedale di area disagiata.

Vorrei ripercorrere la storia, quantomeno dal mio punto di vista, supportato da alcuni dati,  di una vicenda di attività politica che mi ha appassionato tra la fine del 2015 e la metà del 2016.

Durante la campagna elettorale per le elezioni regionali del 2015, da diligente candidato erro viaggiante per il territorio cercando di comprendere le necessità, i punti deboli e le potenzialità. In questo girovagare entro, come altri ovviamente, in contatto con la realtà valbormidese che pone molti temi territoriali e fra essi l’ospedale di Cairo Montenotte, certamente rilevante proprio per la conformazione dell’area chiamato a coprire per esigenze sanitarie.Superato lo shock elettorale e l’avvio dei lavori in consiglio regionale, torno a bomba sulla “vessata questio” dell’ospedale e di quale strumento individuare per invertire il destino decadente che la Giunta Burlando del Partito Democratico gli aveva dato, privandolo di un elemento fondamentale nel sistema di emergenza, ovvero il pronto soccorso.

Sul pezzo era presente anche il Comitato Sanitario Locale, un gruppo eterogeneo di cittadini che da tempo, a prescindere dagli schieramenti politici, segue le vicissitudini dell’ospedale.

Studiamo la materia e ci viene in aiuto lo stesso (e temuto) decreto ministeriale 70/2015 che dal nazionale impone degli standard ospedalieri in funzione del bacino di utenza. Nelle pieghe del testo viene descritta la casistica degli ospedali di area disagiata, che prevede secondo alcuni requisiti il riconoscimento di questo “status” e la conseguente possibilità di disporre soprattutto del tanto desiderato (e necessario aggiungo) Pronto Soccorso, con annessi una serie di servizi necessari allo stesso.

Constatato questo, a fine 2015, decidiamo anche con un po’ di timore, di costruire un percorso quanto più condiviso possibile, partendo dal fatto che in consiglio regionale siamo in minoranza e, in Valbormida, non abbiamo alcun consigliere comunale eletto. Non demordo e insieme al prezioso e fondamentale aiuto di alcuni attivisti impegnati sul territorio valbormidese che fanno parte di quelli che noi chiamiamo Meetup, avviamo 2 percorsi distinti e paralleli.

Nel primo entriamo in contatto formalmente con diversi comuni della valle e ne incontriamo una piccola delegazione a Carcare, piccola ma per popolazione ben rappresentata. Dal punto di vista politico decisamente eterogenea: l’unica certezza era non fossero del Movimento, lo sapevamo a priori ma per noi era di interesse il raggiungimento dell’obiettivo cercando la più ampia condivisione. Illustriamo in quella sede la nostra mozione agli intervenuti (alcuni sindaci, vice e consiglieri), mozione già agli atti del Consiglio Regionale e condividiamo con loro che se ci fossero delle prese di posizione formali, anche attraverso delle delibere comunali per manifestare questa esigenza del territorio, il nostro atto non sarebbe una voce solitaria ma un canto corale.

Contestualmente ci confrontiamo con il Comitato di cui sopra che aveva a suo tempo già sollevato il tema dell’ospedale di area disagiata. Durante un incontro, avvenuto sempre a fine 2015, conveniamo serva una presa di posizione della comunità valbormidese nella sua interezza ed il Comitato propone di avviare una petizione. Sfondano una porta aperta e parte la raccolta firme che dura 4 mesi e oltre.

La raccolta firme ha un avvio formale durante i giorni dell’Epifania 2016, dove mi ritrovo in un incontro nei pressi dell’ospedale, con cittadini e tanti Sindaci del territorio, compreso l’ex sindaco di Cairo, Briano, e il consigliere regionale Vaccarezza cui molti sindaci valbormidesi sono legati per sponda politica. Ci sono alcuni interventi, tocca poi a me e dico semplicemente che noi l’atto lo abbiamo predisposto, la richiesta senza girarci intorno, di avere riconosciuto lo status di area disagiata la portiamo “alla prova dei voti” in Consiglio Regionale, annesso avevamo prodotto anche uno studio stimato dei costi aggiuntivi per il SSR che si attestava a circa 800-900 mila euro annui, il costo di Alisa, la nuova super ASL, creata dalla Giunta Toti. Altro non credo ci fosse bisogno. Firmano tutti la petizione.

Parallelamente partono moltissimi consigli comunali che deliberano a favore non tanto del nostro atto, ma per il riconoscimento di ospedale di area disagiata: l’obiettivo!

Nel frattempo avviamo una campagna mediatica a sostegno di questa iniziativa, per la parte soprattutto politica che in consiglio regionale ci avrebbe visto coinvolti e per la quale il nostro atto era l’unico presente. Mentre sul territorio la raccolta firme prosegue con forza, appaiono dopo un po’ di tempo alcune prese di posizione potenzialmente a favore, ovviamente non del nostro atto ma dell’obiettivo, dei circoli del PD locale, come singulti cui non fa seguito nulla di chiaro.

La raccolta firme prosegue bene, l’Assessore Viale non si espone definitivamente, ma ci sono i primi indizi di chi ritiene smarcarsi da questo proposta. In un convegno della CGIL Sanità emerge dall’organizzazione sindacale una posizione fredda sull’ipotesi di ripristino del Pronto Soccorso attraverso il riconoscimento di ospedale area disagiata: presente l’Assessore Viale che rincara la dose. Il mio sesto senso mi dice che butta male.

I consigli comunali deliberano invece compatti, il primo fu Plodio del sindaco Badano dove mi recai anche per un pizzico di soddisfazione nel vedere condiviso da altri un obiettivo comune e l’avvio di un percorso. Nel giro dei consigli comunali che intendono deliberare arriva poi il turno di Carcare che rispetto agli altri organizza un consiglio comunale straordinario dove invitano i consiglieri regionali della provincia. Ho capito che queste occasioni o anticipano qualcosa di molto positivo o di molto negativo.

Vado con spirito positivo, sono inesperto e in quell’occasione me ne rendo conto.

Presente la Giunta guidata dal sindaco Bologna​, molto vicino politicamente al consigliere Vaccarezza, legge la proposta di testo da adottare in consiglio comunale per il tema ospedale di area disagiata, il Vice Sindaco. Il testo è lungo, differente da quello che gli altri comuni avevano adottato e la parte finale mi mette in allarme perché è di una vaghezza sconcertante, poco chiara nel chiedere quanto più orientata “nel valutare anche….”. Il consiglio lascia spazio ai nostri interventi, in ordine De Vincenzi per il PD, Vaccarezza per la maggioranza di centrodestra ed il sottoscritto.

De Vincenzi per il PD interviene ma si percepisce che non ha percorso la questione in profondità e parla genericamente che al di là delle sigle bisogna fare, etc…. Le sigle contano perché previste dalle leggi e ad esse devono essere associati dei servizi, dovrebbe saperlo bene perché vale anche per la classificazione Dea di primo e secondo livello.

Interviene poi Vaccarezza perché segnala di dover andare via a breve. Il suo intervento mi illumina, in negativo. Di fatto propone che si adotti il testo dell’ordine del giorno proposto dal sindaco Bologna e, come se nulla fosse, propone che lo sottoscrivano anche i consiglieri regionali di minoranza ovvero io e De Vincenzi. Salto sulla sedia perché Vaccarezza sapeva benissimo e conosceva la nostra mozione già agli atti per cui capisco in quell’istante che Cairo non avrà il pronto soccorso attraverso la classificazione di area disagiata, perché tale non sarà mai avvallata dalla Giunta Toti. Vaccarezza esce anticipatamente “perdendosi” il mio intervento se non altro perché in una delle mie rare occasioni perdo le staffe.

L’ordine del giorno del sindaco Bologna di Carcare ha rappresentato la breccia per consentire alla maggioranza di centrodestra in consiglio regionale di bocciare la nostra richiesta ma di lasciare quelle formule che in politica purtroppo colpiscono tutti indistintamente, con degli intenti vaghi e inconsistenti. Ma come dice Mourinho….zero tituli.

La storia successivo è nota, il PD arriva copiando alla buona il nostro atto per chiedere le stesse cose che loro stessi, come forza politica, avevano tolto. Il centrodestra propone un ordine del giorno con la chiarezza di un libro delle favole e si chiude con una raccolta firme depositata, ero presente, di circa 18000 persone, decine di delibere comunali e un pugno di mosche in consiglio regionale perché la nostra mozione non passa ed il resto è aria fritta.

Nel 2017 arriva la campagna elettorale per Cairo e l’ex sindaco Briano, Partito Democratico, propone di fare la stessa richiesta di ospedale di area disagiata attraverso una proposta di legge di iniziativa popolare, prevista dallo Statuto della regione.

Contestualmente l’Assessore Viale inserisce nello studio di “esternalizzazione a soggetti accreditati”  di interi ospedali anche quello di Cairo con il contentino di valutare le modalità con il soggetto privato di riattivare le funzioni di pronto soccorso, quelle che il PD aveva tolto per intenderci….esternalizzare e valutare di inserire il pronto soccorso fra i servizi offerti dal soggetto privato (accreditato con il SSR… specifico per non essere frainteso). Non mi esprimo sulla reale probabilità che accada.

In conclusione che dire. Nella commissione sanità di cui sono membro troverò il testo della proposta di legge che chiede lo status di ospedale di area disagiata, come era nella nostra mozione. E da come promossa da vari rappresentanti locali del PD sembra una iniziativa nuova, mai avviata da nessuno, a targa di “partito”, ma io mi chiedo​ per chi arrivò per primo a scegliere di chiudere il pronto soccorso e per ultimo a chiedere di riaprirlo, perché dal punto di vista politico dovrebbero essere cambiati gli scenari della Giunta Toti? Me lo dicano perché se è così semplice allora basta ogni anno ripresentare gli stessi atti. Oppure ci sono informazioni che non abbiamo, ci mancherebbe!

Sia chiaro, siamo assolutamente a favore, nemmeno da discutere, lo abbiamo chiesto oltre un anno fa ma il mio sesto senso mi dice di fare attenzione, in fondo fra i comuni proponenti non c’è Carcare…