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Valle dell’Eden o Valbormida?

Valle dell’Eden o Valbormida?

Alcune settimane fa, ho partecipato ad un incontro a Carcare con diverse associazioni del territorio, incontro organizzato dal gruppo locale del “Meetup Amici di Beppe Grillo Valbormida”. Faceva seguito ad una breve visita fatta a priori sul territorio, condizione necessaria ma non sufficiente per avere una visione di insieme di quella che potrebbe essere una perla del nostro entroterra e che invece, a conti fatti, risulta essere un area fortemente a rischio.

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Sono rimasto colpito in particolare da una testimonianza puramente casuale raccolta durante il sopralluogo nei pressi dell’Italiana Coke. Un abitante del luogo stava pulendo il bordo della strada insieme al figlio per rendere scorrevole lo scolo delle acque, con lui abbiamo incominciato a discutere e, osservando le case sparse nei dintorni, elencandole una a una, ha fatto il resoconto delle malattie mortali che in ognuna di esse si sono introdotte. Ecco, io vorrei partire da questo.

La presenza di una realtà industriale oggettivamente obsoleta e al di fuori di ogni limite del consentito e del buon senso, facilmente collegabile al degrado delle condizioni ambientali causa di svariate patologie anche gravi, rende de facto necessaria una efficiente struttura ospedaliera di area per cura e soprattutto prevenzione delle patologie.
Affermare e pretendere che l’ospedale di Cairo Montenotte debba essere dichiarato “ospedale di area disagiata” avendone i requisiti tecnico-giuridici prefissati dall’ex ministro della salute Balduzzi oltre che per necessità oggettive derivanti dall’ampiezza del bacino di popolazione servito dalla struttura (40.000 abitanti), dalla posizione geografica all’interno dell’appennino ligure e dalla precarietà della viabilità locale, è la “conditio sine qua non” perché sia rispettato il territorio e i cittadini che lo vivono.
Non solo, per quanto riguarda l’ambiente e gli effetti nocivi che su di esso causano insediamenti produttivi osceni che si sono visti nell’area, ricordiamo l’ACNA di Cengio in primis, nodo ancora da sciogliere, è indispensabile intervenire nell’ accertare entità, gravità della situazione e responsabilità attraverso mirate campagne di monitoraggi ambientali e efficaci indagini epidemiologiche con la massima trasparenza coinvolgendo i rappresentanti delle associazioni e i cittadini tutti.
Vorrei ricordare che la Regione ha potenzialmente già a disposizione in mezzi per farlo, ovvero l’ARPAL per la parte di monitoraggio, le ASL per la parte di indagini epidemiologiche, e DATASIEL per la parte di analisi dati con sistemi informativi.
Ciascuno di questi 3 soggetti è però messo nelle condizioni di non poter operare efficientemente ed efficacemente, vuoi per inefficienze o cattiva gestione, vuoi per totale assenza della politica regionale e locale che pare voglia girare la testa dall’altra parte.
Vediamo come evidentemente ci siano delle carenze oggettive nella gestione e l’utilizzo di queste aziende o enti pubblici citati che in un territorio come quello della Valbormida potrebbero fare molto: se ad oggi non è stato fatto nulla o quasi, potremmo pensare che qualcuno o ci è o ci fa. Viste le gravi problematiche dell’area, le lacune e il disinteresse degli amministratori regionali, ricordando chiaramente che negli ultimi dieci anni hanno condotto le danze in solitaria Burlando con la sua attuale metamorfosi paitiana e il Partito Democratico calpestando gli interessi della collettività, il sospetto è che sia area volutamente messa in disparte.
Ne è ulteriore indizio il devastante piano regionale dei rifiuti della Paita che fa sospettare che questa valle possa essere adibita, in un futuro non molto lontano, ad un grosso centro di trattamento e smaltimento dei rifiuti del nord Italia. E ad esso si aggiunge la certezza del biodigestore di Ferrania, in corso di realizzazione, evidentemente sovradimensionato rispetto alle esigenze del territorio, che non apporterebbe significativo impatto occupazionale ma il rischio di generare ulteriori problemi ambientali in un’area abitata già martoriata da decenni di industrializzazione ottocentesca fuori controllo che ha lasciato rovine e problemi, progetto quindi respinto al mittente e da rivedere in toto.
In Val Bormida, come nel resto della nostra regione, non si devono insediare ulteriori attività eco incompatibili ma occorre progettare un futuro nel quale siano avviate campagne di bonifica dei siti inquinati e conversione di attività ora dannose per l’ambiente trasformando industrie inquinanti e oramai destinate alla chiusura per crisi finanziaria o di mercato in attività eco-compatibili costituite da piccole medie imprese a forte impatto occupazionale, magari nelle energie alternative e nell’efficienza energetica che tanta occupazione stanno dando all’estero con esempi virtuosi.
Ed inoltre, come altre aree del nostro entroterra, penso ai paesi come Stella da cui provengo e il relativo entroterra, è importante mettere a disposizione una rete viaria adeguata per zone che durante la stagione invernale possono lamentare difficoltà e che, nel caso specifico, possono contare anche sulla rete ferroviaria Savona – Torino sulla quale andrebbero svolte migliorie e ribadita la necessità di potenziare la frequenza dei treni, fornendo stazioni di interscambio con il trasporto locale per agevolare la mobilità sul territorio e rendere appetibile lo stesso a nuovi insediamenti o aziende del terziario avanzato.
Chiudo questo testo da come ho iniziato: è ormai imprescindibile riprogettare lo sviluppo sul territorio in modo che non vi siano più case da indicare con drammatici lutti al proprio interno.

Turismo 2.0 per la Liguria

Turismo 2.0 per la Liguria

L’idea di “turismo” in Liguria deve passare ad una versione di Turismo 2.0. Dobbiamo mostrare la nostra regione in tutta la sua bellezza e liberarne le potenzialità, passando anche e soprattutto dall’entroterra. Aree da recuperare e valorizzare con progetti di albergo diffuso per ridare vita ai nostri borghi, percorsi escursionistici che si snodino dal mare ai monti, sport e salute che si intrecciano virtuosamente, micro – imprese sostenibili dedicate alla produzione di prodotti locali, agricoli e artigianali nell’ottica di una produzione e consumo a “chilometro 0”, che diventino anche luoghi da vedere per riscoprire un modo diverso di vivere. Un turismo sostenibile che cammina a fianco del recupero del territorio, legato ad esso e all’uomo che lo vive e che lo tutela, per il bene proprio e dei propri figli.

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L’obiettivo a medio lungo termine deve essere quello di avere un settore produttivo vero e proprio che non produca solo benessere per alcuni e lavoro “stagionale” ma che dia l’opportunità di fornire occasioni di lavoro stabili per i giovani. Gli stessi giovani che ora, magari con un impiego stagionale ,si pagano gli studi per poi andare a lavorare fuori regione, devono avere gli strumenti ed il supporto per realizzare micro imprese locali e utilizzare le potenzialità inespresse del nostro entroterra, ad un passo dal mare. Abbiamo tutti gli elementi che madrenatura poteva offrire.

E in maniera organica possiamo mettere insieme tutti i tasselli. Ci sono i borghi da visitare, ci sono percorsi naturalistici da rivitalizzare e arricchire, contestualmente a percorsi ciclabili non solo sulla riviera, ma nell’entroterra. Pratiche come la “mountain bike” o l’escursionismo a cavallo, possono portare moltissimi appassionati.

Affiancando e distribuendo sul territorio alberghi nei borghi o nei paesini dell’entroterra, andando quindi a rivitalizzarli, diverrebbero gli strumenti per creare il sistema di accoglienza, magari collegato in una unica rete centrale di gestione che sul territorio si distribuisce capillarmente.

Piccole aziende agricole, con le opportune incentivazioni, potrebbero diventare gli attori protagonisti con cui tornare a presidiare il territorio “a monte” facendo sia produzione agricola locale oppure come vini caratteristi delle nostre zone, allevamenti di piccole dimensioni o agriturismi legati al territorio che, per ovvie necessità, andrebbero a prendersi cura dei terreni, delle fasce. Si le famose e uniche fasce liguri, supportate dai muretti a secco con le quali questa terra è stata per secoli custodita e curata.

Potrebbero svilupparsi rapporti con le organizzazioni sportive di ogni genere per intrecciare sport e salute con presidi capillari sul territorio, sia dell’uno che dell’altro. Ma ci sono anche gli elementi di culto, architettonici, paesaggistici che devono essere “semplicemente” messi nel giusta prospettiva, valorizzati come un insieme logico e ben progettato per diventare una vere a propria offerta turistica. In fondo è semplicemente valorizzare ciò che già abbiamo e incentivare ciò che potremmo avere.

Un sogno? Fantasia? Potrebbe sembrare ad una prima veloce lettura, ma provate a guardare in giro anche solo altre regioni italiane, ad esempio il Trentino o la Valle d’Aosta. Regioni che hanno saputo promuovere la loro principale offerta: la montagna. Bene, noi abbiamo sia il mare che la montagna ed abbiamo perso fin troppo tempo fino ad oggi.

 

In vino veritas.

In vino veritas.

Siccome a prendersi troppo sul serio si finisce di cadere nel ridicolo, oggi vorrei fare alcune considerazioni su una passione che ho sviluppato negli ultimi anni: il vino.

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Certamente bevo vino da tempo (non sono un alcolizzato sia chiaro!) ma circa tre anni fa mi sono iscritto ad un corso di degustazione organizzato da quella che una volta era l’UNITRE ed ora si chiama UNISAVONA e che propone ogni anno corsi molto interessanti che toccano dalla cultura al corso di cucina compreso il famoso corso di degustazione. Il corso di degustazione vini è organizzato da persone estremamente appassionate innanzitutto e competenti che fanno capo ad una organizzazione che si pone l’obiettivo di promuovere la passione per il buon vino, l’uso moderato ovvero “poco ma buono” ed il cosiddetto “eno – turismo” ovvero l’opportunità di visitare le cantine per conoscere direttamente il luogo di origine e produzione, il territorio.

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Eh sì perché il vino è forse una delle produzioni dell’uomo maggiormente legate al territorio di cui è imbevuto, scusate il gioco di parole, come anche della cultura stessa che si sviluppa con esso e grazie ad esso. Infatti nel settore si parla del cosiddetto terroir che identifica il rapporto uomo – vigna – territorio, gli elementi essenziali nella composizione del vino quale prodotto finale, una bella definizione si trova anche in wikipedia “il terroir definisce l’interazione tra più fattori, come terreno, disposizione, clima, viti, viticoltori e consumatori del prodotto. Questa parola non può essere banalmente tradotta in altre lingue in “territorio” in quanto il concetto è molto più complesso”.

Vero. La traduzione non renderebbe giustizia ma il concetto è chiaro ed il nesso tra i diversi fattori è determinante.

Per questo il vino diventa prodotto del territorio e ne identifica le caratteristiche oltre che promuoversi vicendevolmente: è un fattore determinante e và tutelato come bene produttivo. Che siano vitigni importati o autoctoni, franco di piede o no, laddove presente si lega al luogo di produzione si identifica con esso e con il passare del tempo con le persone che ci lavorano. Rosso, bianco, rosato, fermo o mosso, invecchiato in botti di rovere o vino in purezza, le mille varianti ogni volta uniche.

Fino a poco tempo fa il vino italiano era poco noto per la sua qualità, veniva prodotto in abbondanza e bevuto senza molto criterio. Avevamo ampia produzione, quantomeno fino a 25-30 anni orsono mentre la Francia è sempre stata una eccellenza noi, soprattutto con il caso del metanolo, avevamo toccato il fondo. Da allora la strategia è completamente cambiata, la promozione ed i controlli hanno dato il via ad un nuovo modo di concepire il vino e una cultura completamente diversa. E’ ripresa con intensità la coltivazione di terre da vino anche di piccole dimensioni, ricercando la qualità con tecniche nuove o tradizionali ma disciplinari molto rigidi che oggi ci consentono di avere vini eccellenti di qualità invidiabile. I migliori alla faccia dei francesi.

La Liguria non è da meno, le nostre zone hanno ottimi bianchi tra cui il Vermentino, che contro quello sardo è più secco e sapido, il Pigato, di vitigno simile al primo ma ancor più qualitativo, e rossi come il Rossese di Dolceacqua, il vino più pregiato fra i rossi liguri, cui segue l’Ormeasco. Nel savonese non possiamo non citare la Granaccia di Qualiano ed il Buzzetto, una variante della lumassina. Alcuni esempi che consentono a diverse piccole imprese locali di produrre e commercializzare creando valore per tutti. Ma non solo.

La coltivazione del vino tramite il recupero di terre collinari abbandonate consente di salvaguardare localmente aree dal dissesto idrogeologico e parallelamente può ridar vita a quei borghi dell’immediato entroterra ormai spopolati.

Ecco che alla fine ci sono caduto e tra il serio e faceto in fondo c’è sempre qualcosa di utile, anche da semplici passioni si può vedere come dietro ci siano risvolti importanti. Anzi, per la nostra regione determinanti.

Ora vado a farmi un bicchiere.

Lettera alla Liguria.

Lettera alla Liguria.

La nostra Regione è splendida. Per tanti anni ho vissuto e lavorato fuori regione: mi mancava il mare e mi mancava la possibilità unica offerta dalla Liguria di avere, girato l’angolo, colline e montagne. Un entroterra verdissimo, ricco di natura e piccoli borghi caratteristici, angoli di mare da cartolina. Un sole caldo nella bella stagione, vento e acqua a volontà che possono diventare energia rinnovabile e sostenibile.

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Ma la Liguria è anche la regione con il più alto tasso di disoccupazione del Nord Italia, con un’età media della popolazione fra le più elevate, con delle sacche di insediamenti inquinanti che hanno negli anni consumato irrimediabilmente ampie aree del territorio e del mare con evidenti lacune in tutto il processo di controllo, pensiamo solo ai casi dell’area provinciale di Savona quali l’Acna, Tirreno Power e la Cokeria di Bragno, per citarne alcuni.

In Liguria, dopo la Lombardia, sono state consumate percentualmente le più ampie aree del territorio con una cementificazione selvaggia, volgare e arrogante sponsorizzata da aree politiche spesso conniventi con organizzazioni illegali. Ponente, Levante, l’area metropolitana di Genova ed il relativo entroterra sono in equilibrio precario ed il rischio idrogeologico non è più un rischio ma una assoluta certezza ogni qualvolta piove: si piove, incredibile chi lo avrebbe mai detto e potuto prevedere.

La Regione ha ampie e fondamentali competenze nel comparto Sanità e molto del suo bilancio è dedicato a questo, insieme ai trasporti. Oggi stiamo vivendo nel silenzio assordante promosso volutamente da partiti come il Partito Democratico una precisa strategia di “ritirata” del pubblico da tutti i settori fondamentali, un progressivo smantellamento dei presidi sanitari, i pronto soccorso che erano distribuiti in maniera capillare sul territorio, alle specialità disponibili sui diversi ospedali. La media dei posti letto ogni 1000 abitanti è in costante diminuzione, ci sono evidenti criticità laddove viene instillato il messaggio che è necessario inserire i privati pagati dalla Sanità Pubblica facendo evidente abuso dell’intramoenia oramai fuori controllo. Non perché il privato non debba operare, ma perché se pagato dal pubblico avrà certamente un costo maggiore contro un identico servizio fornito direttamente dal pubblico. All’interno di una riorganizzazione e di una riduzione degli sprechi e delle inefficienze, è possibile e doveroso pretendere una sanità pubblica “eccellente” insieme ad una valorizzazione importante del personale che opera nel settore che deve essere fornito di tutti gli strumenti formativi necessari.

La Liguria è il fanalino di coda nella raccolta differenziata e per questo a costante rischio sanzioni da parte dell’Unione Europea, ma come tutta la politica ambientale ligure che negli anni di gestione burlando è stata fallimentare. Ho scritto tante cose che non vanno che sono evidenti agli occhi di tutti ma forse non del tutto a chi non vuole vedere con obiettività come stanno le cose, o forse perché è direttamente o indirettamente coinvolto.

Le responsabilità sono evidenti e in Liguria non è difficile identificare nomi e cognomi perché sono i soliti noti da anni, decenni…. Io credo che ci si debba concentrare su pochi e chiari obiettivi e tentare di raggiungerli cambiando completamente metodi e persone. Non dobbiamo dimenticare che la Regione ha potere di legiferare ovvero “leggi regionali” con le quali è possibile incidere realmente e cambiare in meglio la vita di tutti i cittadini, facendola conoscere a tutti, rendendola trasparente e facendo in modo che sia bella, intelligente e “smart” , un posto dove poter far crescere i nostri figli, sicuro, dove potranno avere delle opportunità di studio e di lavoro al pari o anzi meglio di altre regioni.Dove possiamo disporre di cure eccellenti tramite un servizio pubblico funzionale e funzionante. Dove è possibile non solo fare impresa con il turismo, da valorizzare ben di più di quanto fatto fino ad oggi, ma anche imprese nuove, innovative, che sanno conciliare virtuosamente ambiente e persone: sgravi fiscali e aree in cui concentrare e favorire start up, terziario avanzato, operatori nel settore delle energie rinnovabili e nell’efficienza energetica.

Il dado è tratto.

 

L’ambientalista.

L’ambientalista.

L’interpretazione che alcuni danno di ambientalista è piuttosto distorta: pare si immagini persone che vivono sugli alberi nutrendosi di bacche, con la foglia di fico per coprire le pudenda ed una vita condotta nel mito del “Buon Selvaggio”.

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Io non so se sono ambientalista ma cerco di rispettare l’ambiente e migliorarlo, faccio la raccolta differenziata, perseguo qualche forma di “efficenza energetica” (quindi meno produzione quindi meno consumi), uso la macchina quando serve (ed è a GPL) e credo nelle energie rinnovabili, soprattutto “sostenibili”. Però giuro che non vado in giro con la foglia di fico e non mangio bacche, benché beva vino che in effetti….

Recentemente mi sono imbattuto in un dibattito per una questione relativa alla probabile cementificazione di un area di Savona, oggi in stato di oggettiva incuria.

Evitare l’abuso di cemento è un modo di conciliare meglio il tessuto urbano con le aree verdi, ed evitare che le aree verdi siano “assalite” senza regole dal cemento è un modo per tutelare il nostro paesaggio. Esistono per questo gli strumenti di pianificazione dello sviluppo del territorio urbano ed extraurbano, strumenti che non sempre sono però largamente condivisi ma tendono più ad iniziative unilaterali: devono tenere conto di tutto, anche della proprietà privata, certamente. Si tratta molto semplicemente di scegliere cosa privilegiare e come sviluppare appunto il tessuto urbano, su questo la politica ha un forte ascendente. Peraltro nessuno sostiene che non si debba mettere ordine, ma ordine vuol dire necessariamente palazzi? Certamente no. Seconda domanda, chi paga? E’ chiaro che se cerco soldi (oneri di urbanizzazione), ad esempio, dall’edilizia, questa me li darà ma vorrà costruire palazzi. Perché non provare a cercarli altrove? Terza domanda, ma con i palazzi si crea lavoro? Generalmente non con le piccole imprese del territorio e manovalanza locale. Fatevi un giro e verificate chi sono le imprese coinvolte nelle operazioni edilizie più sensibili e soprattutto le imprese ingaggiate e i lavoratori impiegati. Io con imprese edili locali parlo ed ho parlato e mi confermano questo, peraltro accentuando il fatto che spesso le grosse ditte ingaggiano personale poco qualificato, non italiano, disponibile ad accettare retribuzioni al ribasso.

Sempre dell’ambientalista. Personalmente ho avuto maggiore sensibilità sul tema da quando ho avuto figli, sarà un caso sarà maggiore interesse ma obiettivamente quello che facciamo oggi si ripercuote su quello che abbiamo domani, quindi i nostri figli. Sull’energia tanto si è speso ma, come ho scritto in tanti articoli, è certo che le energie rinnovabili (e sostenibili) sono maggiormente compatibili con l’uomo e la natura, le fonti fossili no. Poi possiamo discutere che le leggi di economia ci dicono che le seconde sono più redditizie delle prime, ma appunto redditizie, non accettabili. Dipende cosa interpretiamo noi tutti da redditizio: ciò che è per alcuni non necessariamente lo è per tutti, come danni generati sulla collettività che se ne accolla le conseguenze in termini di impatto sanitario, tantomeno.

Una volta alcune formazioni politiche ambientaliste criticavano le forme di energia rinnovabile come l’eolico. Con il tempo si è compreso le potenzialità ed il reale impatto sul territorio, ovviamente con le dovute accortezze. Ma erano dei pazzi: non credo, benché non abbia mai condiviso la relativa azione politica, erano semplicemente gruppi di opinione che avevano cura dell’ambiente. Non vedo cosa vi sia di sbagliato.

A volte vengono chiamati in causa i “comitati”. Si dice che in Italia c’è sempre un comitato per qualcosa e si critica spesso proprio la presenza dei comitati che sono sempre schierati per il “contro”; proviamo a cambiare nome ai comitati e forziamo l’interpretazione chiamandoli “think tank” (termine anglosassone che mi piace moltissimo…): gruppi di persone/opinione che si esprimono su temi specifici, in questo caso magari ambientali. Qual è il problema? D’altro canto se nascono evidentemente perché la politica non è in grado di ascoltare sufficientemente i bisogni dei cittadini tutti, senza strati ulteriori.

Ecco, l’ambientalista forse è questo: uno spirito critico che vuole coniugare con determinazione sviluppo e ambiente.

Un palazzone in meno, un giardino per in nostri figli. Una centrale a carbone in meno, un sistema di produzione di energia elettrica distribuita in più. Una riduzione dei consumi energetici del 50% negli edifici pubblici, lavoro ad imprese locali per realizzarlo. Una riduzione dell’afflusso di veicoli in città per più mezzi pubblici e mobilità sostenibile. E non solo.

Questa è la mia interpretazione di ambientalista.

Del Trasporto Pubblico regionale.

Del Trasporto Pubblico regionale.

C’è un tema che recentemente ho cercato di approfondire che tocca molte scelte delle città liguri in ambito di mobilità urbana: la riforma del trasporto regionale ligure.

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Con legge regionale 33/2013 la Regione Liguria ha avviato il processo di creazione di una unica Agenzia regionale del trasporto pubblico, in house, che avrà il compito di gestire il “servizio” di trasporto pubblico appunto, servizio che è descritto in altri articoli della legge e si tratta, in sintesi, della mobilità tramite i mezzi pubblici come la conosciamo, o quasi perché si và ad integrare anche il trasporto ferroviario.

Il territorio di riferimento sarà però l’intera regione, ovvero il cosiddetto ATO, Ambito Territoriale Ottimale, viene individuato corrispondente all’intera regione Liguria, in parte discutibile. Và detto che l’Agenzia Regionale sarà appunto il gestore, con i fondi stanziati dalla regione di cui ancora vanno identificati esattamente gli importi ma stiamo parlano di milionate di euro, ed essa stessa sarà un ente compartecipato in quote variabili dai vari comuni della regione e la regione per un totale di Euro 400.000. Savona ad esempio contribuisce con propria parte per il 7,04%. La struttura societaria infatti e l’esistenza dell’Agenzia è stata resa operativa da pochi mesi. Come detto l’Agenzia di fatto è il gestore, il soggetto che curerà la definizione del bando, dei livelli di servizio, dei controlli e della qualità, non quindi l’esecutore che sarà invece il soggetto che si aggiudicherà la futura gara di gestione del servizio di trasporto pubblico.

Avrà una dotazione di base di mezzi pubblici e farà fronte ad un bacino di potenziali utenti molto ampio, in pratica tutto ciò che ora viene servito con le varie aziende di trasporto pubblico locali.

Alcune considerazioni che si possono fare nascono innanzitutto dal principio: conviene o no avere una unica azienda di trasporto regionale? Dal mio personale punto di vista conviene, in una logica squisitamente aziendale è possibile infatti fare efficienza su tutte le forniture, non banale visto che su carburanti e manutenzione vi sono costi importanti. La perplessità nasce dall’ATO in rapporto “1 a 1” con il territorio regionale. Forse si poteva valutare un discorso a parte per l’area metropolitana genovese, oppure quella e il ponente ed il levante. Purtroppo non viene definito tutto dalla legge, quindi dal punto di vista operativo in realtà si potrebbe aprire uno spazio affinchè ci siano delle “sotto aree” più locali e vicine al territorio.

Comunque sia è altresì vero che disporre di una unica o quasi azienda di trasporto pubblico renderebbe un po’ meno imbarazzante il ballo delle poltrone nominate dalla politica. Anche qui la legge poteva essere migliore e inserire un comma che impedisse le nomine politiche privilegiando invece procedure di selezione mirate alla ricerca delle figure più indicate, a partire dal CDA.

Inoltre và detto che un trasporto pubblico unico potrebbe disporre di maggiore potenza di fuoco per mantenere al proprio interno l’intero servizio di manutenzione, cosa che adesso a seconda dei casi viene dato fuori. Stante la legge quindi asset principali rimarrebbero in capo all’Agenzia mentre il servizio vero e proprio andrebbe in gara, anche con la partecipazione di soggetti esteri, per una durata di 7 anni. Questo è l’aspetto più delicato perché in pratica potrà arrivare un privato che operativamente sarà chiamato a fornire il servizio di trasporto pubblico: fondamentale quindi il controllo operato dall’Agenzia e degli enti che la compongono, quindi il soggetto pubblico ovvero i cittadini.

Sotto questo profilo recentemente il Movimento 5 Stelle con proposta di legge nr. 2443 presentata a Giugno propone una serie di modifiche al d.lgs   422/1997 tese a migliorare la mobilità urbana e quindi la vita.

L’obiettivo di questa proposta di legge è quello di ridurre il numero di auto in circolazione, favorendo lo spostamento di utenti dal trasporto privato a quello pubblico.

Per raggiungere questo obiettivo è necessario realizzare, specie nelle grandi aree urbane, forme di servizio pubblico in linea con quelle dei principali Paesi Europei.

 

Alcuni principali punti sono:

  • POTERI DI CONTROLLO AI CITTADINI

Rafforza i poteri di controllo a disposizione del Cittadino, attraverso azioni di sindacato ispettivo dal basso;

  • ASSET STRATEGICI PUBBLICI

Sancisce come principio inderogabile quello che gli asset strategici, come le reti ferroviarie o tranviarie, le officine di riparazione, i garage, le pompe di rifornimento etc, restino pubblici e garantisce che questo principio non possa essere in alcun modo raggirato;

  • QUADRO NORMATIVO COMPLETO

Si preoccupa di disegnare un quadro normativo completo. In questo modo cerca di superare i limiti delle legislazioni precedenti che hanno sempre operato dei rattoppi, senza intervenire in modo coerente su una riorganizzazione delle norme;

  • CONTROLLO E RESPONSABILIZZAZIONE DEI MANAGER PUBBLICI

Favorisce forme di controllo e di responsabilizzazione dei manager pubblici attraverso una serie di parametri tesi a valorizzare il controllo sulle performance dei servizi di mobilità;

  • GESTIONE TRASPARENTE NELL’ASSUNZIONE DEL PERSONALE

Introduce un sistema più stringente di controlli ed obblighi, finalizzati ad incentivare una gestione trasparente delle aziende del Trasporto Pubblico Locale, al fine di evitare criteri clientelari nell’assunzione di personale e nell’acquisto delle forniture.

Proposta interessante quindi che và nella direzione corretta al fine di sostenere il trasporto pubblico quale risorsa per la mobilità e la riduzione del traffico veicolare privato.

 

Rimane un ultima considerazione: non tutte le società di trasporto pubblico ligure godono delle stessa situazione economica e AMT di Genova è l’esempio in negativo, con un indebitamento molto importante, noccioline in confronto ad ATAC di Roma che è tutt’altra storia, ma tant’è non è ancora chiaro come verranno coperti questi debiti. Dalla Regione che se li accolla, per tutte le società pubbliche, o dalle attuali amministrazioni che le controllano? Una cosa è certa. Non devono pagare i lavoratori per gestioni incompetenti di nominati dalla politica. A meno che non stiamo parlando di posti di lavoro creati per dispensare favori e aumentare il consenso. Non sarò mica così, vero?

Sviluppo e “contrario”

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Sono andato a cercare su alcuni dizionari di sinonimi e contrari l’opposto di “sviluppo”. Vi sono differenze contestuali al significato attribuito al termine. Se per sviluppo intendiamo aumento, abbiamo il contrario “diminuzione”. Se progresso, abbiamo “regresso”, se evoluzione abbiamo “involuzione”, se di un pensiero è svolgimento abbiamo “riassunto”. Del termine indicato sentiamo quotidianamente tesi, opinioni, programmi e roboanti annunci di molti, dalla politica ai sindacati, dalle associazioni industriali e quelle economiche ma forse si può pensare in modo sistemico anche al suo contrario, al contrario dello sviluppo. Ciò vorrebbe dire operare in un contesto di “diminuzione”, “regresso” e “involuzione”, forse meno accattivante e più complesso, certamente poco a favore dei riflettori e della ribalta nei media.

Questa piccola premessa allo scopo di anticipare qualche riflessione basata anche e non solo sul territorio locale, savonese e non, in cui effettivamente ed oggettivamente siamo in un contesto contrario allo sviluppo. Lo dicono diverse statistiche e articoli recenti pubblicati sui quotidiani, lo dice la realtà quotidiana: area in forte involuzione demografica, riduzione degli stipendi medi, riduzione dell’occupazione in tutti i settori, riduzione del territorio disponibile grazie al fenomeno tristemente ligure della “rapallizzazione” di cui la nostra area ha tratto, purtroppo, eccellente insegnamento. In generale un quadro contrario dello sviluppo nelle sue diverse accezioni.

Forse andrebbe rivisto il modo con cui si affronta la questione, partendo dal contrario e studiando punto per punto lo stato dell’arte di ogni area e rivalutando come si possa intervenire per fermare il trend e “ripartire” con un vero sviluppo operando però in un contesto contrario allo sviluppo.

Cosa vuol dire in pratica? Provo a fare qualche riflessione. La rapallizzazione ligure ha dato benefici ad alcuni, pochi e soliti, e un contesto territoriale frastagliato, spiacevole, dissestato. Brutto. Fermarla è necessario per ravvivare un settore fondamentale come quello del turismo, perché ci serve un territorio bello e perché sia bello ci sono tanti ambiti in cui intervenire per rinnovare, efficientare riducendo i consumi, migliorare, ristrutturare. Una inversione di tendenza verso lo sviluppo, la “diminuzione” di una attività a favore dell’ ”aumento” di un’altra attività.

Altro esempio. Aziende e imprenditoria in cui i costi della produttività di cui scrissi in un mio precedente articolo: sono un freno e un limite.

Certamente l’ambito territoriale non può tutto ma convenzioni di comuni potrebbero prevedere fortissime defiscalizzazioni per attrarre investimenti compatibili con il territorio e i cittadini, in linea con una area che vuole essere bella, anche per il turismo che è una delle potenziali “aziende”. Negli stessi bacini territoriali si potrebbero attivare contestualmente gli strumenti per tutelare ed aiutare coloro che sono in difficoltà economica, anche a causa di problemi occupazionali. Sviluppo nella riduzione.

Il costo della vita è alto, il costo delle case è alto. Sono legate? In parte si, perché se è vero che vi è un altissimo numero di immobili sfitti è altrettanto vero che se vi fossero più compravendite sarebbero, per leggi di mercato, più opportunità di acquisto e prezzi più favorevoli. E’ altrettanto vero che la “diminuzione” della domanda è un limite imposto dalle minori disponibilità economiche di coloro che vorrebbero comprare, stretta del credito e affini, le cause. Qui, un “aumento” nella possibilità di disporre del credito necessario è indispensabile per i giovani. Riduzione del credito contro aumento del credito; sviluppo locale se le banche locali, anziché essere coinvolte o farsi coinvolgere in casi a dir poco nebulosi, dialogassero con il territorio in modo da essere più vicine e raggiungibili.

La sanità è un settore in sviluppo? Per alcuni si, purtroppo. Se fosse applicabile un concetto di mercato più malattie ci sono meglio è per i settori sanitari e farmaceutici, ripeto, in ottica del privato. Oggi pare proprio che lo scenario sia questo pur con una vita media più lunga che in passato. Questo è un caso in cui, benché in così poche righe con si possa argomentare il concetto, è opportuno puntare ad una “riduzione” o “contrazione” dei consumi: insomma un settore complicato dove se il paziente è il business, saperlo in mano a un privato mi terrorizza.

Penso anche ad un caso di cui si discute in questi giorni, il porto e la riduzione della Authority. E’ un settore in crescita? Così pare stante il comunicato del Maggio 2014, fermo restando la progressiva incidenza negativa dell’import di materiale solido quale il carbone per la centrale di Vado, ferma ora e prossimamente. Settore pur tuttavia in crescita quindi. Ma il timore di un accorpamento nel quadro generale del riordino delle Authority portuali provoca timori di contrazione. Partendo da questo invece il problema và visto nella governance del porto, non nelle sue potenzialità: un accorpamento che potrebbe dare specializzazioni spinte per ogni ambito territoriale portuale e incrementare ancor più i traffici. Autonomia decisionale e focalizzazione su specifici business per la crescita.

Vedremo con il tempo quali azioni si svilupperanno sul territorio: chi pensa allo sviluppo, chi alla contrazione, chi ad ambedue auspicando che chi pensa, pensi veramente per lo sviluppo partendo dal suo contrario come ora fotografato.

Città intelligenti e “Smart Generation”.

Città intelligenti e “Smart Generation”.

 

Parliamo molto di Smart Cities e, comunque sia, in vari settori il significato è consolidato e comunemente condiviso. Quali siano i filoni di attività e di investimento lo dicono sia le esigenze dei cittadini sia le nuove frontiere dello sviluppo che vedono progressivamente affermarsi tecnologie e soluzioni più sostenibili.
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La sostenibilità è uno dei temi forti su cui ruotano le Smart Cities del futuro, quantomeno lo è per le aree più tecnologiche ma anche più impattanti laddove si è constatato maggiormente quanto il delicato equilibrio tra uomo e ambiente sia fondamentale per lo sviluppo armonioso delle attuali e future generazioni. E’ però necessaria una visione progettuale condivisa che fornisca il “motore ed il controllo” a tutte le infrastrutture che in qualunque ambito si potranno utilizzare, ad esempio la mobilità elettrica con le tecnologie di ricarica distribuita, le reti dati, i sistemi di illuminazione pubblica, l’elettrificazione dei porti etc… serve energia e controllo.

Per l’energia, ovvero il “motore”, il key point è duplice: sostenibile e rinnovabile. Non è un errore, sono diversi attributi con diverse connotazioni. In Italia abbiamo assistito in anni recenti ad un forte sviluppo del fotovoltaico grazie ed una politica di incentivi estremamente accomodante ma spesso la realizzazione di parchi fotovoltaici di grandi dimensione non è stata del tutto armoniosa con le esigenze del territorio, l’agricoltura con le stesse ampie aree può fornire prodotti alimentari che le vengono di fatto sottratti. Quindi energia rinnovabile ma forse e non necessariamente del tutto “sostenibile”.

Per le “rinnovabili” si intendono quelle forme di energia generate da fonti che per loro caratteristica intrinseca si rigenerano o non sono “esauribili” nella scala dei tempi “umani” e, per estensione, il cui utilizzo non pregiudica le risorse naturali per le generazioni future.

Dal punto più squisitamente tecnico, per la generazione elettrica, è necessario quindi ottimizzare l’esercizio delle diverse fonti di generazioni che interagendo fra loro devono essere equilibrate per le condizioni della rete e le caratteristiche dei consumi. Per quanto riguarda le fasi di trasmissione e distribuzione, occorre garantire stabilità ed affidabilità della rete (smart network), per il consumo determinante fare in modo che l’utilizzatore abbia strumenti di monitoraggio e interazione (smart metering).

L’insieme di questi elementi ci porta a pensare ad un modello di “smart generation” energetico puntando ad una generazione diffusa, capillare, locale e disponibile. Sostenibile e rinnovabile; tanti aggettivi per un unico concetto.

Arriviamo quindi al secondo key point di questo modello concettuale e progettuale: il controllo. Parliamo di sistemi altamente tecnologici e con un forte tasso di ICT (Information Communication Technology) tramite i quali è necessario e possibile acquisire informazioni in tempo reale, gestirle, utilizzarle e fare in modo che tutti gli elementi di questa orchestra suonino all’unisono come una sinfonia di orchestra ben diretta.

La tecnologia in questo caso oggi è da un lato determinante dall’altro disponibile, con pochi accorgimenti molto è già realizzabile in modo integrato.

Un aiuto ed un impulso importante ci può venire dalle normative dei vari paesi che necessariamente possono creare le basi per dare l’avvio a nuovi sviluppi e nuovi sistemi di generazione e integrazione su larga scala, ma se fate caso nelle precedenti righe ho ripetuto 2 volte “future generazioni”: le basi per qualsiasi sviluppo “smart” per il futuro, passano dal presente e ruotano intorno alla “smart generation”….ma quella di oggi, ma in questo caso delle persone, di tutti coloro che a vario titolo possono contribuire a migliorare l’ambiente in cui viviamo e che hanno una visione smart.

Possiamo discutere e progettare Smart Cities ma per realizzarle davvero servono le persone che ci credono: le amministrazioni, le aziende, i cittadini, una sorta “Smart Generation” in grado di cogliere l’opportunità che ci viene data per rivedere molto del nostro mondo, in meglio. 

 

 

 

L’Europa che piace.

L’Europa che piace.

Sono stato recentemente a Bruxelles per un convegno sui lavori conclusivi di un processo durato circa 7 anni durante il quale sono stati realizzati progetti di efficienza energetica e soluzioni “smart” in genere per l’energia. Dal 2005 l’Unione Europea nel contesto
dell’iniziativa UE CONCERTO (http://concerto.eu) ha cofinanziato 22 progetti in 58 città nei quali si trattava di costruire e ristrutturare in base ai principi dell’efficienza energetica e di applicare un mix intelligente di fonti di energia rinnovabili. Un impegno che ripaga, come ho
potuto constatare anche io.

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Nel percorso che porta alla Smart City le città e i comuni europei possono trarre vantaggio da questa iniziativa perché colleziona in unico punto di accesso le esperienze, il sapere tecnico, economico e politico sviluppatosi nelle 58 città pilota che verranno elaborati e resi accessibili al
pubblico.
Si, anche il sapere politico ha una valenza fondamentale in questa esperienza che può insegnare molto su come intraprendere un percorso
virtuoso in quest’ottica.
Non nascondo che mi ha colpito con molto interesse l’intervento politico e strategico con cui è stato aperto il meeting tramite Žydr

Energie Rinnovabili – Terza Parte.

Energie Rinnovabili – Terza Parte.

Chiudiamo questa panoramica delle principali forme di energia rinnovabile senza, volutamente, parlare di efficienza energetica, la vera frontiera dello sviluppo che attualmente rappresenta la principale forma di riduzione dei consumi con benefici sia per l’utilizzatore finale sia per il mondo dell’industria in genere.

Ne riparleremo al rientro dalle vacanze, con la mente riposata e l’arrivo della stagione invernale dove regolarmente ci accorgiamo di quanto ci costi l’energia.

Energia Idroelettrica.

Il funzionamento di massima ed il principio sono di estrema facilità: con la creazione di “cadute” d’acqua tramite la predisposizione di appositi invasi a monte, si sfrutta la forza cinetica dell’acqua per movimentare delle turbine. Da lì in avanti il processo è il medesimo per tutte le altre forme.

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Il 54% dell’energia prodotta da fonti rinnovabili in Italia nel 2011 proviene dall’idroelettrico. Secondo i dati del Gestore dei Servizi Elettrici (GSE), a fine 2011 l’energia idroelettrica prodotta in Italia ammontava a 44.012 GWh.

Questa fonte ha contribuito all’avvio dell’industrializzazione italiana tra l’Ottocento e il Novecento. Dopo essere stata la principale fonte di energia elettrica fino agli anni Sessanta (82% del totale), la quota di questa fonte rinnovabile è progressivamente diminuita, mentre la quantità prodotta è rimasta costante. Negli anni Ottanta, la quota dell’idroelettrico era già ridotta al 25%, mentre la produzione termoelettrica, nello stesso periodo, era passata dal 14 al 70%. Questo è dovuto alla maggior richiesta di energia, infatti, nel 2011 il consumo elettrico italiano è ventiduemila volte più alto che nel 1938 (313.792 Gwh) (Fonte: Terna).

Il potenziale della risorsa idroelettrica nel nostro Paese è sfruttato praticamente al massimo e si è quasi giunti al limite del massimo sfruttamento possibile. Non sembra quindi essere un settore capace di espandersi ulteriormente. Alla “chiusura” del settore contribuiscono il fatto che i siti più favorevoli e convenienti dal punto di vista tecnico ed economico sono già stati utilizzati e insorgono di numerosi ostacoli tecnici, ambientali ed economici alla realizzazione di nuovi grandi invasi e centrali di potenza elevata.

Interessante un aspetto: molto ora si parla di accumulatori di energia. Bene, ad oggi nel settore energetico, gli invasi ed i sistemi di pompaggio di acqua dal basso verso l’alto, sono considerati le migliori “batterie” in circolazione.

Le strade da percorrere nel futuro sono quelle dell’idroelettrico minore (mini e micro idroelettrico) con piccoli impianti a servizio di utenze isolate, che hanno la possibilità di sfruttare la risorsa idrica presente nelle loro vicinanze. In particolare il termine mini idroelettrico indica impianti con una potenza installata inferiore ai 10 MW, mentre con il termine micro idroelettrico si indicano gli impianti con potenza inferiore ai 100 kW. Gli impianti di piccola taglia hanno notevoli vantaggi: permettono di sfruttare piccole differenze di quota e portate minime dei fiumi per ottenere energia elettrica; hanno un basso impatto sul territorio; costi contenuti e consentono di soddisfare il fabbisogno energetico di piccole comunità, fattorie, singole famiglie o piccole imprese. Inoltre, questi impianti sono ideali per fornire energia ad aree isolate o non collegate alla rete di distribuzione elettrica nazionale.

Energia da maree e moto ondoso.

L’immensa riserva energetica offerta dal mare (oltre il 70% della superficie terrestre e occupata da distese oceaniche con una profondità media di 4000 m) si presta ad essere sfruttata in diversi modi. Infatti oltre al calore dovuto al gradiente termico (differenza di temperatura tra due punti), il mare possiede energia cinetica per la presenza delle correnti marine, delle onde e delle maree.

Laddove c’ e un’ampia escursione tra alta e bassa marea e possibile ipotizzare la costruzione di una centrale “mare-motrice”: sulle coste del Canada, o su quelle affacciate sul canale della Manica si raggiunge un dislivello di marea che raggiunge gli 8-15 m; invece nel Mediterraneo le escursioni medie di marea generalmente superano di poco i 50 cm.

 

In una centrale mare-motrice, l’acqua affluisce e defluisce in un bacino di alcuni chilometri quadrati, passando attraverso una serie di tunnel nei quali, acquistando velocita, fa girare delle turbine collegate a generatori (alternatori).images1

 

 

 

Durante la bassa marea l’acqua del bacino defluisce verso il mare aperto, mettendo in rotazione la turbina; quando il livello del mare comincia a salire e l’onda di marea e sufficientemente alta si fa fluire l’acqua del mare nel bacino e la turbina si mette nuovamente in rotazione.

Una particolarità di questo sistema e la reversibilità delle turbine che perciò possono funzionare sia al crescere che al calare della marea.

In generale lo sfruttamento delle maree per produrre energia elettrica e poco efficace; finora sono stati costruiti due soli impianti di questo tipo: il piu importante si trova sull’estuario della Rance in Bretagna (Francia) e ha una potenza di 240 MW, l’ altro è in Russia.

Le onde del mare sono un accumulo di energia presa dal vento. Più sono lunghe le distanze e più vi e la possibilita’ di accumulo.

Vista la vastità del mare e l’energia contenuta in un’unica onda, si ha un immenso serbatoio di energia rinnovabile che può essere usato. Il totale medio annuo di energia contenuta nel moto ondoso (che viaggia per centinaia di km anche senza vento e con poca dispersione) al largo delle coste degli Stati Uniti, calcolato con acqua di una profondità di 60 m (l’energia inizia a dissiparsi intorno ai 200 metri e a 20 metri diventa un terzo) e stato stimato potenzialmente intorno ai 2.100 TWh/anno (2100×1012 Wh).

La produzione di energia da moto ondoso e già una realtà che suscita interesse. In paesi come il Portogallo, il Regno Unito, la Danimarca, Canada, Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda, ed altri ancora vi sono aziende ed istituti di ricerca che se ne occupano in modo esclusivo. Il costo per KWh, utilizzando questa fonte, e gia vicino a quello dell’eolico.

Vedremo cosa ci dirà la ricerca.

Energia Geotermica.

L’ energia geotermica e una forma di energia che utilizza le sorgenti di calore, che provengono dalle zone più interne della Terra, nel sottosuolo.

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E’ naturalmente legata a quei territori dove vi sono fenomeni geotermici (in Italia si evidenziano come “zone calde” la Toscana, il Lazio, la Sardegna, la Sicilia e alcune zone del Veneto, dell’Emilia Romagna e della Lombardia) dove il calore che si propaga fino alle rocce prossime alla superficie, può essere sfruttato per produrre energia elettrica attraverso una turbina a vapore, oppure utilizzato per il riscaldamento per gli usi residenziali ed industriali.

Esistono anche tecnologie (le pompe di calore a sonda geotermica) in grado di sfruttare l’energia latente del suolo, in questo caso si parla di geotermia a bassa temperatura.

Queste pompe sono dei sistemi elettrici di riscaldamento (e anche raffrescamento) che traggono vantaggio dalla temperatura relativamente costante del suolo durante tutto l’arco dell’anno e possono essere applicati ad una vasta gamma di costruzioni, in qualsiasi luogo. Le sonde geotermiche sono degli scambiatori di calore (dei tubi) interrati verticalmente (od orizzontalmente) nei quali circola un fluido termoconduttore.

Durante l’ inverno l’ambiente viene riscaldato trasferendo energia dal terreno all’abitazione mentre durante l’estate il sistema s’inverte estraendo calore dall’ ambiente e trasferendolo al terreno.

All’estero eccelle l’Islanda che praticamente si autosostiene energeticamente con la sola geotermia.

Solare termico.

Sono gli impianti più diffusi e diffondibili sui tetti degli edifici italiani. Più che fonte di produzione di energia elettrica essi utilizzano la radiazione solare, attraverso un collettore solare, principalmente per riscaldare acqua, per usi sanitari e, dopo attenta valutazione, anche per il riscaldamento degli ambienti e per le piscine. La tecnologia e matura ed affidabile, con impianti che hanno una vita media anche di oltre 20 anni e tempi di ritorno dell’ investimento che possono essere molto brevi. Una famiglia di 4 persone che utilizza 75 litri di acqua calda a persona al giorno, integrando la caldaia convenzionale a gas con un impianto solare (impianto tipo di 4 m2 di pannelli e serbatoio di 300 litri), può ammortizzare l’investimento necessario, di circa 4.000 Euro, in 3 anni. Questo calcolo tiene conto degli incentivi esistenti che consentono di detrarre dalle tasse parte delle spese di acquisto e di installazione (detrazione fiscale del 55% per la riqualificazione energetica degli edifici, attualmente estesa al 65%).

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Solare termodinamico.

La conversione dell’ energia solare in energia elettrica avviene in un impianto solare termodinamico in due fasi:

  • dapprima la radiazione solare viene convertita in energia termica;
  • successivamente l’energia termica viene convertita in energia elettrica tramite un ciclo termodinamico.

La conversione termodinamica della seconda fase e del tutto analoga a quanto avviene nelle centrali termoelettriche convenzionali ed e quindi necessario che l’energia termica sia disponibile ad alta temperatura per ottenere rendimenti elevati.

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Pertanto negli impianti solari termodinamici occorre generalmente concentrare la radiazione solare mediante un concentratore, costituito da specchi di geometria opportuna che consentono di raccogliere e focalizzare la radiazione solare verso un ricevitore, che la assorbe e la trasforma in energia termica. L’insieme di concentratore e ricevitore costituisce il collettore solare.

 

P.S.: Buone vacanze.