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Cairo: ospedale di area disagiata.

Vorrei ripercorrere la storia, quantomeno dal mio punto di vista, supportato da alcuni dati,  di una vicenda di attività politica che mi ha appassionato tra la fine del 2015 e la metà del 2016.

Durante la campagna elettorale per le elezioni regionali del 2015, da diligente candidato erro viaggiante per il territorio cercando di comprendere le necessità, i punti deboli e le potenzialità. In questo girovagare entro, come altri ovviamente, in contatto con la realtà valbormidese che pone molti temi territoriali e fra essi l’ospedale di Cairo Montenotte, certamente rilevante proprio per la conformazione dell’area chiamato a coprire per esigenze sanitarie.Superato lo shock elettorale e l’avvio dei lavori in consiglio regionale, torno a bomba sulla “vessata questio” dell’ospedale e di quale strumento individuare per invertire il destino decadente che la Giunta Burlando del Partito Democratico gli aveva dato, privandolo di un elemento fondamentale nel sistema di emergenza, ovvero il pronto soccorso.

Sul pezzo era presente anche il Comitato Sanitario Locale, un gruppo eterogeneo di cittadini che da tempo, a prescindere dagli schieramenti politici, segue le vicissitudini dell’ospedale.

Studiamo la materia e ci viene in aiuto lo stesso (e temuto) decreto ministeriale 70/2015 che dal nazionale impone degli standard ospedalieri in funzione del bacino di utenza. Nelle pieghe del testo viene descritta la casistica degli ospedali di area disagiata, che prevede secondo alcuni requisiti il riconoscimento di questo “status” e la conseguente possibilità di disporre soprattutto del tanto desiderato (e necessario aggiungo) Pronto Soccorso, con annessi una serie di servizi necessari allo stesso.

Constatato questo, a fine 2015, decidiamo anche con un po’ di timore, di costruire un percorso quanto più condiviso possibile, partendo dal fatto che in consiglio regionale siamo in minoranza e, in Valbormida, non abbiamo alcun consigliere comunale eletto. Non demordo e insieme al prezioso e fondamentale aiuto di alcuni attivisti impegnati sul territorio valbormidese che fanno parte di quelli che noi chiamiamo Meetup, avviamo 2 percorsi distinti e paralleli.

Nel primo entriamo in contatto formalmente con diversi comuni della valle e ne incontriamo una piccola delegazione a Carcare, piccola ma per popolazione ben rappresentata. Dal punto di vista politico decisamente eterogenea: l’unica certezza era non fossero del Movimento, lo sapevamo a priori ma per noi era di interesse il raggiungimento dell’obiettivo cercando la più ampia condivisione. Illustriamo in quella sede la nostra mozione agli intervenuti (alcuni sindaci, vice e consiglieri), mozione già agli atti del Consiglio Regionale e condividiamo con loro che se ci fossero delle prese di posizione formali, anche attraverso delle delibere comunali per manifestare questa esigenza del territorio, il nostro atto non sarebbe una voce solitaria ma un canto corale.

Contestualmente ci confrontiamo con il Comitato di cui sopra che aveva a suo tempo già sollevato il tema dell’ospedale di area disagiata. Durante un incontro, avvenuto sempre a fine 2015, conveniamo serva una presa di posizione della comunità valbormidese nella sua interezza ed il Comitato propone di avviare una petizione. Sfondano una porta aperta e parte la raccolta firme che dura 4 mesi e oltre.

La raccolta firme ha un avvio formale durante i giorni dell’Epifania 2016, dove mi ritrovo in un incontro nei pressi dell’ospedale, con cittadini e tanti Sindaci del territorio, compreso l’ex sindaco di Cairo, Briano, e il consigliere regionale Vaccarezza cui molti sindaci valbormidesi sono legati per sponda politica. Ci sono alcuni interventi, tocca poi a me e dico semplicemente che noi l’atto lo abbiamo predisposto, la richiesta senza girarci intorno, di avere riconosciuto lo status di area disagiata la portiamo “alla prova dei voti” in Consiglio Regionale, annesso avevamo prodotto anche uno studio stimato dei costi aggiuntivi per il SSR che si attestava a circa 800-900 mila euro annui, il costo di Alisa, la nuova super ASL, creata dalla Giunta Toti. Altro non credo ci fosse bisogno. Firmano tutti la petizione.

Parallelamente partono moltissimi consigli comunali che deliberano a favore non tanto del nostro atto, ma per il riconoscimento di ospedale di area disagiata: l’obiettivo!

Nel frattempo avviamo una campagna mediatica a sostegno di questa iniziativa, per la parte soprattutto politica che in consiglio regionale ci avrebbe visto coinvolti e per la quale il nostro atto era l’unico presente. Mentre sul territorio la raccolta firme prosegue con forza, appaiono dopo un po’ di tempo alcune prese di posizione potenzialmente a favore, ovviamente non del nostro atto ma dell’obiettivo, dei circoli del PD locale, come singulti cui non fa seguito nulla di chiaro.

La raccolta firme prosegue bene, l’Assessore Viale non si espone definitivamente, ma ci sono i primi indizi di chi ritiene smarcarsi da questo proposta. In un convegno della CGIL Sanità emerge dall’organizzazione sindacale una posizione fredda sull’ipotesi di ripristino del Pronto Soccorso attraverso il riconoscimento di ospedale area disagiata: presente l’Assessore Viale che rincara la dose. Il mio sesto senso mi dice che butta male.

I consigli comunali deliberano invece compatti, il primo fu Plodio del sindaco Badano dove mi recai anche per un pizzico di soddisfazione nel vedere condiviso da altri un obiettivo comune e l’avvio di un percorso. Nel giro dei consigli comunali che intendono deliberare arriva poi il turno di Carcare che rispetto agli altri organizza un consiglio comunale straordinario dove invitano i consiglieri regionali della provincia. Ho capito che queste occasioni o anticipano qualcosa di molto positivo o di molto negativo.

Vado con spirito positivo, sono inesperto e in quell’occasione me ne rendo conto.

Presente la Giunta guidata dal sindaco Bologna​, molto vicino politicamente al consigliere Vaccarezza, legge la proposta di testo da adottare in consiglio comunale per il tema ospedale di area disagiata, il Vice Sindaco. Il testo è lungo, differente da quello che gli altri comuni avevano adottato e la parte finale mi mette in allarme perché è di una vaghezza sconcertante, poco chiara nel chiedere quanto più orientata “nel valutare anche….”. Il consiglio lascia spazio ai nostri interventi, in ordine De Vincenzi per il PD, Vaccarezza per la maggioranza di centrodestra ed il sottoscritto.

De Vincenzi per il PD interviene ma si percepisce che non ha percorso la questione in profondità e parla genericamente che al di là delle sigle bisogna fare, etc…. Le sigle contano perché previste dalle leggi e ad esse devono essere associati dei servizi, dovrebbe saperlo bene perché vale anche per la classificazione Dea di primo e secondo livello.

Interviene poi Vaccarezza perché segnala di dover andare via a breve. Il suo intervento mi illumina, in negativo. Di fatto propone che si adotti il testo dell’ordine del giorno proposto dal sindaco Bologna e, come se nulla fosse, propone che lo sottoscrivano anche i consiglieri regionali di minoranza ovvero io e De Vincenzi. Salto sulla sedia perché Vaccarezza sapeva benissimo e conosceva la nostra mozione già agli atti per cui capisco in quell’istante che Cairo non avrà il pronto soccorso attraverso la classificazione di area disagiata, perché tale non sarà mai avvallata dalla Giunta Toti. Vaccarezza esce anticipatamente “perdendosi” il mio intervento se non altro perché in una delle mie rare occasioni perdo le staffe.

L’ordine del giorno del sindaco Bologna di Carcare ha rappresentato la breccia per consentire alla maggioranza di centrodestra in consiglio regionale di bocciare la nostra richiesta ma di lasciare quelle formule che in politica purtroppo colpiscono tutti indistintamente, con degli intenti vaghi e inconsistenti. Ma come dice Mourinho….zero tituli.

La storia successivo è nota, il PD arriva copiando alla buona il nostro atto per chiedere le stesse cose che loro stessi, come forza politica, avevano tolto. Il centrodestra propone un ordine del giorno con la chiarezza di un libro delle favole e si chiude con una raccolta firme depositata, ero presente, di circa 18000 persone, decine di delibere comunali e un pugno di mosche in consiglio regionale perché la nostra mozione non passa ed il resto è aria fritta.

Nel 2017 arriva la campagna elettorale per Cairo e l’ex sindaco Briano, Partito Democratico, propone di fare la stessa richiesta di ospedale di area disagiata attraverso una proposta di legge di iniziativa popolare, prevista dallo Statuto della regione.

Contestualmente l’Assessore Viale inserisce nello studio di “esternalizzazione a soggetti accreditati”  di interi ospedali anche quello di Cairo con il contentino di valutare le modalità con il soggetto privato di riattivare le funzioni di pronto soccorso, quelle che il PD aveva tolto per intenderci….esternalizzare e valutare di inserire il pronto soccorso fra i servizi offerti dal soggetto privato (accreditato con il SSR… specifico per non essere frainteso). Non mi esprimo sulla reale probabilità che accada.

In conclusione che dire. Nella commissione sanità di cui sono membro troverò il testo della proposta di legge che chiede lo status di ospedale di area disagiata, come era nella nostra mozione. E da come promossa da vari rappresentanti locali del PD sembra una iniziativa nuova, mai avviata da nessuno, a targa di “partito”, ma io mi chiedo​ per chi arrivò per primo a scegliere di chiudere il pronto soccorso e per ultimo a chiedere di riaprirlo, perché dal punto di vista politico dovrebbero essere cambiati gli scenari della Giunta Toti? Me lo dicano perché se è così semplice allora basta ogni anno ripresentare gli stessi atti. Oppure ci sono informazioni che non abbiamo, ci mancherebbe!

Sia chiaro, siamo assolutamente a favore, nemmeno da discutere, lo abbiamo chiesto oltre un anno fa ma il mio sesto senso mi dice di fare attenzione, in fondo fra i comuni proponenti non c’è Carcare…

Ospedale di Albenga o GSL? Questo è il problema.

Ospedale di Albenga o GSL? Questo è il problema.

Nei giorni scorsi ho partecipato ad un importante incontro ad Albenga, presso il Teatro San Carlo, organizzato dal Sindaco Cangiano, che ringrazio per l’invito. Da quando sono in carica come Consigliere Regionale per il Movimento 5 Stelle ho partecipato a diversi momenti come questo per i più sensibili problemi del territorio, credo siano delle valide iniziative di incontro e confronto. Utili anche per capire come e quali sono le idee dietro ai problemi, le proposte ed anche le critiche. Se ci si pone nella visione costruttiva che a mio avviso deve avere la politica, credo ci stia tutto.

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Nel caso specifico ci si è trovati a discutere su un tema ampiamente dibattuto nel quale è importante ricordare i gravissimi fatti di cronaca giudiziaria che hanno accompagnato tutti i soggetti attivi nel rapporto contrattuale tra la ditta privata GSL e la Regione Liguria. È bene ricordarlo perché se un rapporto contrattuale sul quale poi si sono manifestate irregolarità importanti tali da decapitare i vertici della stessa ditta GSL, dell’ASL2 e indirettamente della regione con l’ex Presidente e l’ex Assessore, non posso esimermi dal registrare una situazione quantomeno rischiosa per l’Ente e per la collettività. Ho percepito da molti che questi aspetti debbano andare in secondo piano. Mi spiace ma non condivido affatto e credo che nell’indirizzo politico tali aspetti debbano essere seriamente presi in considerazione per tutte le valutazioni del caso.
Alla luce di quanto sopra, prendendo atto della scelta della Giunta regionale di rescindere il Contratto di riferimento, che legava l’esperienza di Ortopedia privata con GSL all’interno dell’ospedale pubblico di Albenga, per il mancato raggiungimento dell’obiettivo previsto dal contratto di riduzione delle “fughe” di pazienti di ortopedia protesica dal territorio ligure, si delineano 2 punti che compongono lo scenario complessivo.

Il primo è il modello di governance ed utilizzo dell’ospedale di Albenga all’interno del quadro complessivo provinciale, e regionale. Al tempo, dopo l’inaugurazione del 2008, mi si perdoni l’estrema semplificazione, fu valutato che per ragioni economiche l’ospedale di Albenga dovesse erogare un servizio, nel caso fu scelto l’ortopedia elettiva, per sostenere di fatto la sua stessa esistenza, anche attraverso chi si propose con determinazione per esserne l’attuatore, ovvero il gruppo GSL. Certamente un ospedale deve essere utilizzato bene, nei principi dell’efficienza e dell’efficacia che guidano, o dovrebbero, qualunque amministrazione; peraltro certamente condivisibile che non solo un ospedale appena costruito con soldi pubblici non venisse messo in dubbio, ma visto l’importante comprensorio di riferimento dovesse essere valorizzato con tutti i servizi necessari per il territorio di riferimento.

Le scelte adottate successivamente sono tutte invece ampiamente discutibili, e non mi riferisco solo al depotenziamento del Pronto Soccorso: tema che oltretutto abbiamo condotto con forza nel valbormidese reputando necessario un presidio per la gestione dell’emergenza ora assente, emergenza che ad Albenga è stata depotenziata rispetto al passato divenendo un Punto di Primo Intervento, anche se non come la realtà di Cairo e con numeri di tutto rispetto. Ed infine su forte spinta della Giunta regionale di allora guidata dal Partito Democratico si valutò che l’unica strada per “occupare” l’ospedale di Albenga fosse un affidamento a privato di un servizio di ortopedia protesica all’interno dell’ospedale. Giova ricordare che lo stesso tipo di servizio fu, ed è per certi versi, lungamente e con apprezzamenti svolto nell’ospedale di S. Corona a Pietra Ligure.

Di fatto fu avviata dalla giunta Burlando la competizione tra pubblico e privato che ora nuovamente la Giunta Toti propone: quindi mi pare ovvio e palese che su questo punto ci sia piena convergenza tra Centro sinistra e centro destra. Sia chiaro: non lo scrivo con vena polemica, è una constatazione di fatto, ciò che mi preme è non sentire critiche provenienti da una parte verso l’altra su un modello di sanità privata che ambedue gli schieramenti vedono di buon occhio.

Non fu valutato allora un ampliamento invece delle funzioni già svolte nel S. Corona riversandone una quota parte ad Albenga: in sintesi se da una parte, a Pietra, si facevano dei numeri ma forse non sufficienti a trattenere i pazienti o a coprire le esigenze provenienti da fuori comprensorio, dall’altra si poteva “potenziare” il pubblico con investimenti simili a quelli erogati nel contratto di affidamento all’operatore GSL, utilizzando l’ospedale albenganese. In un equilibrio costi/ricavi mi domando se fu fatto un business plan serio che prendesse in esame l’opzione o, per ragioni di natura politica, si andò come treni verso la privatizzazione del reparto.

Oltretutto dubito fortemente che il solo comprensorio albenganese sia affetto da esigenze di ortopedia protesica tali da sostenere da solo una ortopedia costruita per attrarre pazienti da tutta regione e non solo, per ovvie ragioni non può essere altrimenti, quindi per sua natura il servizio non è solo per i pazienti del comprensorio albenganese ma è di natura più ampia, però “scambiato” con la sopravvivenza dell’ospedale stesso.

Vorrei però affermare che GSL non è l’ospedale di Albenga e l’ospedale di Albenga non è GSL e che per il territorio è importante avere un ospedale che risponda in primis alle esigenze sanitarie del territorio stesso, fatto salvo che in una potenziale specializzazione ciò non esclude strutture potenziate per erogare prestazioni a pazienti provenienti da più parti. La scelta però di incapsulare un operatore privato all’interno dell’ospedale ha posto le condizioni per creare artatamente un cul-de-sac da cui ora uscire è certamente e oggettivamente complesso. Eppure lo stesso ospedale manifesta eccellenze in settori pubblici come il “Centro Specialistico Regionale Malattie Infettive e Ortopedia Settica S.C. MIOA”, noto anche come MIOS, che ho avuto modo di visionare privatamente più volte per ragioni personali.

E se il concetto alla base è il trattenere i chirurghi di fama per trattenerne i presunti pazienti, tale per estensione potrebbe essere applicato a qualunque specialità: quindi con la stessa logica si dovrebbe intervenire in tutti i settori allo stesso modo? Medici che decidono di agire fuori dal pubblico sono di fatto lavoratori che lecitamente possono scegliere come tutti, mi domando quindi se dobbiamo disegnare la sanità intorno a loro o se dobbiamo farla funzionare bene? Quando si accerta che una stessa protesi un privato la compra ad un prezzo e il pubblico ad un altro ben più alto, chi sta lavorando male? Se il privato giustamente fa profitto con la stessa operazione, magari con un chirurgo pagato molto di più che il collega nel pubblico e la stessa operazione nel pubblico costa di più dove sta il problema? Nel Privato? No. E’ doveroso intervenire nel pubblico e fare quanto necessario perché funzioni bene, non però abdicando a favore del privato, laddove possibile ovviamente. Questo in termini assoluti non significa che non ci possono essere convenzionamenti per altri servizi che per varie ragioni il pubblico non ha modo di erogare.

Quando però si parla di Sanità pubblica il primo obiettivo è il bene comune, che in questo caso corrisponde all’erogazione di cure alla collettività. Quando si parla di Sanità privata il primo obiettivo è il profitto, attraverso l’erogazione di servizi. E’ bene ricordarlo sempre prima di attuare ogni scelta.

Questa lunga digressione per affermare che un potenziale percorso da adottare poteva vedere nella valorizzazione della sinergia con l’ospedale S. Corona il punto cardine con il quale avere una specializzazione dei reparti di Albenga attraverso una importante equipe medica con rapporto diretto nel pubblico e con le opportune risorse che rispondesse alle richieste dei pazienti puntando ad assorbire i numeri necessari per l’economia dell’ospedale albenganese. Una sostanziale condivisione del Servizio di Ortopedia mantenendo così l’ospedale di Albenga un punto di eccellenza e specializzazione in equilibrio con il S. Corona, nel caso specifico di ortopedia ma non solo vista appunto la presenza del reparto Mios, nella Sanità pubblica, integrato con Pietra.

Anche se in termini assoluti credo che se il territorio, e condivido la richiesta, spinga per mantenere vivo ed operativo il proprio ospedale, tecnicamente parlando che ci sia un reparto di ortopedia pubblica o privata purchè le esigenze sanitarie del territorio siano corrisposte attraverso l’ospedale, dovrebbe essere fattore non determinante.

Ma tutto questo io credo non avverrà: la richiesta dei sindaci che capisco in virtù del delicato ruolo che assolvono, temendo la chiusura dell’ospedale senza il reparto di ortopedia protesica, presumo spingerà l’Assessore ad adottare strumenti idonei per fare un nuovo bando, sperando quantomeno esente da qualunque dubbio nella fase di affidamento. E tale avverrà a favore, presumo, di un nuovo soggetto privato. Commento amaro….“È così che muore la libertà: sotto scroscianti applausi.” (citazione tratta da un noto film di fantascienza).

Scelta peraltro pienamente in linea con l’attuale Giunta ampiamente favorevole all’introduzione del privato e la cosiddetta competizione pubblico/privato, come precorso dalla Giunta Burlando a targa PD, anche questa valutazione è una mera constatazione di un impronta politica mai nascosta.

Si arriva quindi all’altro punto, certamente importante ed emergenziale, che è la questione occupazionale. Una cinquantina di persone professionali e dedite al loro lavoro sono alle prese con una azienda che ha oggettive difficoltà a garantire occupazione. Dico questo per chiarire che purtroppo siamo di fronte ad una realtà che ha impostato il suo business con un solo cliente con il quale aveva un contratto ”sperimentale” e certamente a scadenza determinata, a prescindere dalla rescissione anticipata. Non vorrei pensare che in questo frangente i lavoratori, e non sarebbe la prima volta, diventino “merce” di contrattazione anziché risorse da tutelare.

Purtroppo la crisi sta colpendo molte realtà, abbiamo Bombardier con 600 addetti e indotto, Piaggio con 900 addetti e indotto, Tirreno Power con 160 addetti e indotto, i precari ASL2 circa 26 e tanti altri. Per tutti servono giuste opportunità e soluzioni.
Vero è che l’assunzione in ASL diretta non è possibile, salvo passare da bandi aperti a tutti e che non possono certamente dare garanzie, vero anche che possono esserci, nei limiti di legge, dei titoli preferenziali ma non garantiti. Vero anche che qualunque soggetto privato differente dall’attuale datore di lavoro non può essere obbligato ad assumere nessuno, si possono certamente costruire accordi di programma e percorsi ma è bene non creare illusioni o certezze che le norme non consentono. Comprendo anche la posizione delle organizzazioni sindacali che vogliono avere occupazione, d’altronde come potrebbero sostenere il contrario.

La mia speranza è che vi possa essere un percorso di potenziamento più ampio delle risorse in ASL2 con concorsi che possano dare risposte alle necessità della nostra sanità, trovando nel rispetto della legge eventuali formule di titoli preferenziali che diano priorità a chi ha esperienze importanti. Non solo, la Regione potrebbe favorire il dialogo fra i vari operatori privati in convenzione per creare dei percorsi di assorbimento del personale fuoriuscito. E certamente, pur non condividendo la scelta politica, qualora subentrasse un nuovo soggetto privato, dovrebbe attraverso opportuni accordi, favorire il reimpiego dei lavoratori. Tutte strade incerte, comunque. Spero che nessuno si spenda in garanzie certe quando ora di certo non c’è nulla. Ed infine un invito all’Assessore: è il momento delle scelte, chi Governa ne ha il dovere per incarico conferito dagli elettori e lo deve fare con chiarezza. Ma lo deve fare guardando oltre il mandato della propria legislatura; se oggi siamo arrivati a questa situazione è perché non si è valutato appieno il sostanziale “ricatto” in qui ora è costretto a muoversi l’ospedale di Albenga per la sua stessa sopravvivenza.

Ci troveremo probabilmente il modello lombardo, che ci ha lasciato diverse indagini ed inquisiti importanti, ci siamo trovati un modello GSL- Regione Liguria, con diverse indagini ed inquisiti importanti, se ci trovassimo un modello ligure dove non c’è nulla di tutto questo ci farebbe tanto schifo?

Rebus sanitario

Rebus sanitario

Recentemente è stata avviata una raccolta firme proposta dal comitato dei Cittadini Attivi Loanesi di Loano, in provincia di Savona, soggetto promotore dell’iniziativa, relativa alle funzionalità del reparto di pediatria nell’ospedale di S. Corona di Pietra Ligure, tutt’oggi in via di smantellamento con rischi potenzialmente pericolosissimi per i piccoli utenti: i nostri figli.

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Ma non solo, si manifesta palesemente anche una “voluta” errata interpretazione delle previsioni contenute nell’accordo Conferenza Stato – Regioni dell’Agosto 2014 che definisce i livelli assistenziali per le diverse tipologie di ospedale. E nel caso specifico, il S. Corona di Pietra Ligure è un ospedale DEA di 2° livello che deve offrire alla cittadinanza una ben precisa serie di servizi. Nulla vieta all’ospedale S. Paolo di Savona di essere in grado di fornirne altrettanti ma è molto rischioso che per mere logiche politiche di spartizione dell’elettorato si ponga a rischio la vita dei nostri piccoli che in caso di ricovero urgente, da tutto ponente, non potrebbero fare altro che convergere su Savona con tempi di percorrenza maggiori e maggiori ricadute sulla loro salute.

La raccolta firme promossa dai cittadini che ha come obiettivo ripristinare il pronto soccorso pediatrico nella sua sede originaria e dare la possibilità ai piccoli pazienti giunti attraverso il Pronto Soccorso di poter rimanere nella struttura qualora sopraggiungano complicazioni che richiedano il ricovero è lodevole e và sostenuta. Ma il tema dell’assetto sanitario savonese è più ampio e complesso. La valutazione và fatta in forma sistemica e organica: innanzitutto vi sono i cittadini, la distribuzione sul territorio e la conformazione del territorio. Nella nostra Provincia attualmente vi sono per l’ASL 2 le seguenti strutture:

Ad ognuna di esse è associata una categoria che ne definisce a priori le funzionalità offerte, dalle più ampie (DEA 2° livello) a quelle basilari (P.I.). Quali sono però i temi aperti e non risolti di cui spesso leggiamo e discutiamo? Sono esattamente le 4 strutture ospedaliere per le quali alcuni sostengono siano troppe, altri che le funzioni così ripartite non vanno bene, altri ancora che i presidi base debbano ulteriormente essere ridotti o sfrondati di ulteriori funzionalità. Ma tutte queste considerazioni NON possono essere prese singolarmente e vanno vista in con visione sistemica: la ripartizione delle competenze è materia su cui la Regione ha un ruolo molto importante se non determinante ed è per questo che la visione deve essere anche a livello territoriale regionale.

Questo ad esempio è il motivo per cui il S.Corona di Pietra Ligure è un ospedale di DEA 2° Livello, perché l’altro è a Genova e la copertura del territorio ligure, un arco che si estende da La Spezia a Ventimiglia, deve considerare le necessità di Ponente e Levante; aggiungo peraltro che l’altro con pari funzioni per il reparto pediatrico è il Gaslini di Genova, quindi si avvalora il senso di avere anche questo reparto pienamente operativo a Pietra Ligure. Poi si passa all’annosa diatriba tra S. Paolo di Savona e il S.Corona appunto: una diatriba politica, da sempre. Il bacino elettorale….pardon…di pazienti della città di Savona è stabile e costante, contro quello di Pietra Ligure che però ha importanti picchi nel periodo estivo. Se alcune specialità sono meno ricche è sintomo della normale funzione di DEA di 1° livello, nulla vieta che vi siano, tramite anche capacità gestionali del singolo ospedale…, servizi di pari livello, ma non a scapito dell’uno o dell’altro per mere beghe politiche.

Ricordiamoci l’orografia della nostra terra, i tempi di percorrenza, le infrastrutture disponibili: tutti questi elementi fanno parte di un ragionamento sistemico.

Passiamo ora ad Albenga, ospedale della discordia ma vorrei ricordare innanzitutto che è una struttura pubblica, di noi contribuenti. Quindi può e deve funzionare in simbiosi con Pietra Ligure distribuendosi le funzioni perché geograficamente vicini e magari puntando su alcune specialità. Oggi in esso c’è però insito un tema che è il nocciolo della questione: il rapporto tra pubblico e privato.

Opera infatti in Albenga il gruppo privato GSL (Gruppo Sanitario Ligure), riconducibile a un gruppo privato molto noto nel nostro territorio che ruota intorno alla figura del sig. Dellepiane, imprenditore, costruttore, magnate locale nonché presidente del Savona. L’attuale Signore di tutto il territorio savonese, attualmente sotto indagine per una possibile maxi evasione fiscale nell’ambito dell’operazione edilizia Crescent. Oltre che dubbia ed avvolta in domande prive di risposta, una speculazione indecorosa: brutto, ma brutto nel senso sublime che ne dava Kant, il filosofo ottocentesco, una bruttezza oggettiva e indiscutibile.

Questo va’ considerato come l’esempio del rapporto nato male, la storia d’amore che è destinata a non funzionare, tra il pubblico e il privato: l’esempio di quello che non vorremmo, peraltro già oggetto di indagini per una gara assegnata appunto ai “soliti noti”, si parla di turbativa d’asta etc…. C’è quindi un costo esorbitante sostenuto dall’ASL e dalla Regione per pagare questo ente privato che svolge in convenzione con il sistema sanitario nazionale (SSN), l’attività medica, soprattutto in determinate specialità. Sia chiaro: come già scrissi operano in esso medici di comprovate capacità tecniche. Ma non è questo il punto: il punto è perché mai non mantenere il controllo e l’operato diretto del pubblico valorizzando, chi ne ha diritto, i migliori. E di questo principio già scrissi esprimendomi sulla sacrosanta necessità che anche il pubblico impiego, cui gli operatori medici rientrano in linea di principio, possa essere assoggettato al riconoscimento del merito, e del demerito. Quindi se il problema è come trattenere i migliori dottori nel pubblico, o quantomeno chiedere che svolgano una parte della loro pratica all’interno delle strutture pubbliche, non capisco perché si debba fare appalti da milioni di euro, operare in regime di intramoenia ovvero consentire l’esercizio della pratica privata dentro la struttura pubblica: su tutto questo va’ messo ordine.

Se quindi l’operazione della “Banda Burlando” (Burlando, Montaldo e Neirotti) era volta a creare una specialità per evitare le fughe presso ASL non liguri, ebbene è sbagliato il metodo, a pensar bene. A pensar male, si fa peccato….

Ed infine veniamo a Cairo. Io che sono stellese di adozione, il paese di Pertini, ricordo che molti anni fa c’era l’ospedale di Sassello ed era utilizzato dalle persone del territorio, perché vicino e perché pratico per le persone anziane vicino alle esigenze di base. Ebbene, a Cairo lo scenario è decisamente più importante per il bacino di potenziali utenti, per il contesto e le funzioni di pronto soccorso. Funzioni recentemente oggetto di discussione, per le quali oggi è necessario fare chiarezza e impostare in modo differente la questione. L’area è oggettivamente disagiata dal punto di vista geografico: raggiungere le riviera è un percorso stradale lungo, articolato e in alcuni periodi dell’anno improbabile.  Questo alla luce del concetto di emergenza e di pronto intervento ovviamente, non certo per una bella gita al mare domenicale.

Il mantenimento di un ospedale pur di base, con un pronto soccorso però pienamente operativo H24, è “conditio sine qua non” e se la strada per dichiararlo tale è quella di considerarlo di area disagiata, come peraltro contempla la Conferenza Stato-Regioni, ebbene sia questa.

Ad oggi quindi chi scrive crede che la capillarità delle strutture ospedaliere sia la forza di un sistema sanitario sul territorio e per il territorio, e sia da sprono a contrastare quanto viene proposto oggi in tutti i settori del pubblico: meno scuole, meno uffici postali, meno presidi socio-assistenziali. E’ una ritirata senza condizioni di resa che il “pubblico” sta facendo, e non è accettabile. Non così, non ora.

Taglia e scappa.

Taglia e scappa.

E’ apparso sui giornali, il 2 Febbraio, un articolo riguardante l’Ospedale San Paolo di Savona, nell’ASL 2 savonese, dove è stato sancito drasticamente un taglio delle ore di pulizie nella maggior parte dei reparti dell’ospedale: è il risultato del nuovo capitolato aziendale, pubblicato dall’Asl 2, e della gara d’appalto per le pulizie che è stata vinta da una ditta fiorentina, con un ribasso del 28 per cento.

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Su altro quotidiano, successivamente, il 13/02, sempre la stessa ASL savonese viene riportata la notizia di uno stanziamento di 1 milione e 850 mila Euro per prestazioni specialistiche ambulatoriali presso strutture private accreditate, con lo scopo, stante le dichiarazioni, di ridurre le liste di attesa. In particolare in quelle specialità relative a radiologia ed esami annessi.

Ecco che le 2 notizie, uscite in forma distinta e con tempi differenti, mi hanno scatenato una curiosa connessione neurale dove ho immaginato un vaso che da un lato si svuota e dall’altro si riempie: poco, male e pericolosamente. Come nel film “Limitless” dove il protagonista, grazie ad una particolarissima sostanza sconosciuta, era in grado di usare il suo cervello con le funzioni connettive esponenzialmente amplificate, io, senza arrivare a tanto, credo comunque valga la pena fare una breve riflessione.

Innanzitutto sulla questione delle pulizie, dove peraltro non entro nel merito della percentuale di ribasso, poteva essere addirittura superiore o inferiore, ma pongo una questione ben più importante: le infezioni. Si perché metter mano alle pulizie in una struttura ospedaliera, soprattutto riducendo l’importo economico disponibile, porta con se enormi criticità. Pianificare in certi reparti un solo passaggio giornaliero oltre che indecoroso è estremamente rischioso. Per non parlare delle sale operatorie sulle quali non è accettabile alcuna deroga in termini di pulizie e benché il capitola parrebbe non derogare su questo il rischio che “nei dintorni” le condizioni peggiorino è concreto.

L’altra notizia porta con se un tema complesso sul quale è necessario un tentativo di analisi. In pratica la notizia ci dice che c’è un problema ovvero lunghe liste di attesa per alcune tipologie di esami, note ai savonesi, ovvero la radiologia. Stante sempre l’informazione giornalistica, la soluzione adottata è quella di stanziare delle somme economiche per ampliare le convenzioni con studi clinici privati che offrano sostanzialmente queste tipologie di esami, per supplire appunto all’inadeguata capacitò di offerta della struttura pubblica in questione.

Ecco perché trovo le due informazioni curiose, un ossimoro che tende però a convergere nello stesso punto. Ed infatti dal punto di vista di bilancio, sono ambedue “uscite”, purtroppo lo sono anche dal punto di vista di indirizzo.

Ridurre i costi per la pulizia della struttura ospedaliera passando per la riduzione della pulizia non è la strada corretta e potenzialmente può comportare costi maggiori per il reale rischio infezioni, ulteriori “fughe” verso altri presidi sanitari per il peggioramento qualitativo della struttura, una discesa generale verso il “basso” che sicuramente chi aveva o ha dei dubbi, verrebbe incentivato ad andare nella struttura privata di turno.

Affrontare il problema delle liste di attesa per gli esami di radiologia all’ospedale San Paolo, aumentando le convenzioni esterne, è ancora più insensato: la mia esperienza personale mi permette di affermare che per uno stesso esame radiologico, con lo stesso macchinario e lo stesso personale medico, fatto con servizio sanitario comportava tempi certamente superiori al mese, fatto in regime di “intramonenia” entro 15 giorni l’esame era possibile. Dopo le 17 e il sabato mattina.

Capirete anche voi che questo è il nocciolo della questione. E sostenere che per risolvere il problema delle code è necessario stipulare ulteriori convenzioni con l’esterno è come dire che se c’è troppa coda per entrare al cinema a vedere un film vado a vederne un altro di cui non ho alcun interesse.

Non ho risolto il problema e ho buttato via dei soldi.

Vada Sabatia, rimangano i pazienti.

Vada Sabatia, rimangano i pazienti.

Il 29 Gennaio 2010, la Giunta regionale ligure, con delibera nr. 65

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Da allora la già problematica vita della struttura nata tramite la Fondazione Ferrero, per cui rimando all’ esaustivo articolo di Aldo Pastore http://www.truciolisavonesi.it/index.php?option=com_content&view=article&id=5082:istituto-ferreroq-di-vado-ligure&catid=59:aldo-pastore&Itemid=57, viene affidata nelle mani della Segesta Gestioni s.rl., azienda privata operante nel settore delle RSA la cui nascita è fissata nel 1994 per poi venire acquisita dal gruppo francese Korian, con numeri e fatturati da capogiro, un business importante che nella Liguria trova terreno fertile visto l’alta percentuale di popolazione over 60.

Quanto è successo nella clinica è inutile ribadirlo, agli onori della cronaca e nelle mani della magistratura per evidenti reati della più bassa leva, commessi da una parte del personale operante in un settore specifico, almeno fino  a quanto oggi emerso.

Delle violenze perpetrate ai malcapitati pazienti è stato detto pertanto quanto ora possiamo vedere è una catena, un processo che vede coinvolti 5 diversi attori: la struttura, il soggetto privato gestore, l’ASL, la Regione  e i pazienti.

Provo a vedere brevemente chi può avere delle responsabilità a vario titolo. Escludiamo fin da subito i pazienti: salvo il fatto di essere affetti da problemi di salute non sono imputabili di alcunché. Passiamo alla “struttura” intesa come l’insieme dei muri, dell’edificio, dei macchinari, dei letti etc… direi che anche questo attore di per sé non ha responsabilità, peraltro la struttura nel suo insieme è nuova, un po’ asettica me certamente non per questo gravata da colpe.

Arriviamo ai protagonisti principali: soggetto privato gestore, Segesta appunto, Regione e ASL.

La Segesta è per conto mio il principale responsabile oggettivo della cattiva gestione nella residenza Vada Sabatia, vi invito a leggere nel sito della proprietà Korian, nella pagina dedicata http://www.grupposegesta.com/case-di-riposo-per-anziani/assistenza-segesta/ , tutto il materiale relativo a qualità, codice etico, codice disciplinare etc… tutta “fuffa” ovvero parole al vento. Inutili, visto quanto è accaduto.

Poi arrivano le responsabilità di Regione e ASL che vanno a braccetto in quanto la prima è il soggetto che ha affidato il servizio tramite la convenzione con il servizio sanitario pubblico ad un privato che è risultato ampiamente inadempiente, il secondo, l’ASL, è il soggetto che per conto della Regione doveva controllare e garantire che non avvenissero disservizi.

Ora cosa sta succedendo? Che l’ASL e la Regione sostanzialmente stanno rescindendo il contratto con la Segesta per gravi inadempimenti, contratto da verificare perché la convenzione aveva durata 3 anni pertanto evidentemente ora era in regime di proroga in attesa di affidamento definitivo, dando 180 giorni di tempo per rimettersi a norma oppure di fatto rescissione del contratto.

Fermo restando che trovo formalmente corretto che se uno dei 2 contraenti è gravemente inadempiente si proceda a rescindere un contratto, vedo però che perdiamo di vista il soggetto al centro di tutto: il paziente. Ho letto le dichiarazioni rilasciate dal manager dell’ASL 2 Neirotti a riguardo e le ipotesi sono trovare un nuovo soggetto da accreditare nella gestione o spostare i pazienti.

Io voglio sperare che i pazienti non vengano minimamente coinvolti in questa delicata vicenda, stiamo parlando di soggetti con problemi di salute molto gravi, situazioni al limite per cui ogni intervento destabilizzante è possibile causa di gravi conseguenze. Credo che la ricerca di un nuovo soggetto cui affidare la convenzione, per riequilibrare il servizio fornito, passando da un bando aperto possa essere meno peggio ma del meno peggio ne vorremmo fare a meno.

A me piacerebbe che tutti i comuni di cui uno o più cittadini fossero ricoverati nella clinica, facessero una causa per danni al gruppo Korian chiedendo un risarcimento pari ad almeno il prezzo cadauno pagato per ogni paziente ricoverato dall’inizio della convenzione. Vorrei vedere i comuni di Savona e Vado, ora uniti grazie a Renzi, intraprendere questa iniziativa forte pretendendo che la Segesta, anziché minacciare il licenziamento dei lavoratori privi della qualifiche che utilizzava in mansioni non consone, si mettesse in regola, sostituendo soprattutto l’intera classe dirigente ed assumendo personale qualificato.

Che non passi insomma l’idea, magari sbagliando, che sia arrivata l’occasione buona per l’affidamento ad una qualche cooperativa, con le necessarie qualifiche certamente, ma facendolo in fretta e con urgenza si potrebbe cadere in errore e scegliere male. E noi non vogliamo questo, vero?

Ospedale di Albenga, una “eccellenza” nostrana.

Ospedale di Albenga, una “eccellenza” nostrana.

 

Questa settimana temevo di non avere particolari argomenti di cui scrivere nell’appuntamento settimanale con Trucioli, anche perché impegni di lavoro e personali mi hanno portato via molto del mio tempo libero. Ma proprio su questi ultimi ho trovato uno spunto di cui è bene, anzi doveroso, invitare a riflettere e conoscere.
Un mio parente prossimo, molto molto prossimo, è stato ricoverato per un ulteriore intervento chirurgico, il quinto nella fattispecie, presso l’ospedale “Ospedale Santa Maria di Misericordia” di Albenga, nel reparto definito MIOS, acronimo di Malattie Infettive e Ortopedia Settica. A dirla con una battuta, nelle vesti di Crozza che imita Formigoni, “una eccellenza”, ma c’è ben poco da scherzare perché abbiamo veramente una eccellenza e magari non ne siamo coscienti.

L’intera struttura ospedaliera è nuova, ben fatta, pulita ed accogliente, per il reparto in questione vi sono poi delle interessanti sinergie tra infettivologi, ortopedici e specialisti in ricostruzioni plastiche. Questo mix di competenze ha fatto sì che possano essere eseguiti interventi ortopedici di ricostruzioni o trapianti ossei, francamente impensabili per chi non è avvezzo a siffatte operazioni, generalmente causati da una forma infettiva molto diffusa, l’osteomielite.

L’infezione in questione và affrontata con la massima serietà, non si scherza, se attacca l’apparato osseo di un arto estendendosi su di esso, può non esserci scampo e l’amputazione risulta essere l’intervento finale, mio malgrado ho visto persone nel reparto che hanno dovuto subire questo percorso. Affrontata come fanno al MIOS di Albenga, con approccio specifico, puntuale e preciso, combinando cure antibiotiche con trapianti ossei prelevati da altre parti del corpo con alcune tecniche peculiari, come anche il parziale trapianto dei vasi sanguigni circostanti l’osso, il paziente torna a regime.

Ecco che allora dobbiamo pretendere, come cittadini e come contribuenti, che ci siano tanti reparti come il MIOS in giro per gli ospedali nostrani, che possano anche attrarre giovani medici promettenti, come ve ne sono ad Albenga, e che in questo modo la Sanità Pubblica possa essere una tranquilla e serena opportunità di ricevere cure adeguate con professionalità di livello.

Non ultimo considero che anche l’aspetto umano, relazionale, tra gli operatori vari presenti e i pazienti, come anche i familiari, sia improntato ad un eccellente rapporto paritario.

Certo, il brusco risveglio alla realtà arriva vedendo come la Regione Liguria, guidata da Claudio Burlando, interviene sulla Sanità ligure, di cui ha competenza. Tagli, riduzioni del personale, personale infermieristico sostituito dalle cooperative, con meno diritti e retribuzioni inferiori, sezioni di Pronto Soccorso che chiudono…così, se il destino ha deciso di metterti alla prova, la giunta regionale gli dà un mano, magari una mezzoretta in più in ambulanza “et voilà”, risolto il problema alla radice.

Dimenticavo, i soldi non ci sono, tranne che per valichi, piattaforme, raddoppi stradali….le priorità, per alcuni, per altri sperpero di denaro pubblico. Mi domando cosa succederà quando arriveranno le prime cause in giudizio per decessi causati da tempi di trasporto eccessivi a causa delle distanze da coprire, viste le riduzioni di Pronto Soccorso disponibili.

Chi pagherà?