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Rebus sanitario

Rebus sanitario

Recentemente è stata avviata una raccolta firme proposta dal comitato dei Cittadini Attivi Loanesi di Loano, in provincia di Savona, soggetto promotore dell’iniziativa, relativa alle funzionalità del reparto di pediatria nell’ospedale di S. Corona di Pietra Ligure, tutt’oggi in via di smantellamento con rischi potenzialmente pericolosissimi per i piccoli utenti: i nostri figli.

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Ma non solo, si manifesta palesemente anche una “voluta” errata interpretazione delle previsioni contenute nell’accordo Conferenza Stato – Regioni dell’Agosto 2014 che definisce i livelli assistenziali per le diverse tipologie di ospedale. E nel caso specifico, il S. Corona di Pietra Ligure è un ospedale DEA di 2° livello che deve offrire alla cittadinanza una ben precisa serie di servizi. Nulla vieta all’ospedale S. Paolo di Savona di essere in grado di fornirne altrettanti ma è molto rischioso che per mere logiche politiche di spartizione dell’elettorato si ponga a rischio la vita dei nostri piccoli che in caso di ricovero urgente, da tutto ponente, non potrebbero fare altro che convergere su Savona con tempi di percorrenza maggiori e maggiori ricadute sulla loro salute.

La raccolta firme promossa dai cittadini che ha come obiettivo ripristinare il pronto soccorso pediatrico nella sua sede originaria e dare la possibilità ai piccoli pazienti giunti attraverso il Pronto Soccorso di poter rimanere nella struttura qualora sopraggiungano complicazioni che richiedano il ricovero è lodevole e và sostenuta. Ma il tema dell’assetto sanitario savonese è più ampio e complesso. La valutazione và fatta in forma sistemica e organica: innanzitutto vi sono i cittadini, la distribuzione sul territorio e la conformazione del territorio. Nella nostra Provincia attualmente vi sono per l’ASL 2 le seguenti strutture:

Ad ognuna di esse è associata una categoria che ne definisce a priori le funzionalità offerte, dalle più ampie (DEA 2° livello) a quelle basilari (P.I.). Quali sono però i temi aperti e non risolti di cui spesso leggiamo e discutiamo? Sono esattamente le 4 strutture ospedaliere per le quali alcuni sostengono siano troppe, altri che le funzioni così ripartite non vanno bene, altri ancora che i presidi base debbano ulteriormente essere ridotti o sfrondati di ulteriori funzionalità. Ma tutte queste considerazioni NON possono essere prese singolarmente e vanno vista in con visione sistemica: la ripartizione delle competenze è materia su cui la Regione ha un ruolo molto importante se non determinante ed è per questo che la visione deve essere anche a livello territoriale regionale.

Questo ad esempio è il motivo per cui il S.Corona di Pietra Ligure è un ospedale di DEA 2° Livello, perché l’altro è a Genova e la copertura del territorio ligure, un arco che si estende da La Spezia a Ventimiglia, deve considerare le necessità di Ponente e Levante; aggiungo peraltro che l’altro con pari funzioni per il reparto pediatrico è il Gaslini di Genova, quindi si avvalora il senso di avere anche questo reparto pienamente operativo a Pietra Ligure. Poi si passa all’annosa diatriba tra S. Paolo di Savona e il S.Corona appunto: una diatriba politica, da sempre. Il bacino elettorale….pardon…di pazienti della città di Savona è stabile e costante, contro quello di Pietra Ligure che però ha importanti picchi nel periodo estivo. Se alcune specialità sono meno ricche è sintomo della normale funzione di DEA di 1° livello, nulla vieta che vi siano, tramite anche capacità gestionali del singolo ospedale…, servizi di pari livello, ma non a scapito dell’uno o dell’altro per mere beghe politiche.

Ricordiamoci l’orografia della nostra terra, i tempi di percorrenza, le infrastrutture disponibili: tutti questi elementi fanno parte di un ragionamento sistemico.

Passiamo ora ad Albenga, ospedale della discordia ma vorrei ricordare innanzitutto che è una struttura pubblica, di noi contribuenti. Quindi può e deve funzionare in simbiosi con Pietra Ligure distribuendosi le funzioni perché geograficamente vicini e magari puntando su alcune specialità. Oggi in esso c’è però insito un tema che è il nocciolo della questione: il rapporto tra pubblico e privato.

Opera infatti in Albenga il gruppo privato GSL (Gruppo Sanitario Ligure), riconducibile a un gruppo privato molto noto nel nostro territorio che ruota intorno alla figura del sig. Dellepiane, imprenditore, costruttore, magnate locale nonché presidente del Savona. L’attuale Signore di tutto il territorio savonese, attualmente sotto indagine per una possibile maxi evasione fiscale nell’ambito dell’operazione edilizia Crescent. Oltre che dubbia ed avvolta in domande prive di risposta, una speculazione indecorosa: brutto, ma brutto nel senso sublime che ne dava Kant, il filosofo ottocentesco, una bruttezza oggettiva e indiscutibile.

Questo va’ considerato come l’esempio del rapporto nato male, la storia d’amore che è destinata a non funzionare, tra il pubblico e il privato: l’esempio di quello che non vorremmo, peraltro già oggetto di indagini per una gara assegnata appunto ai “soliti noti”, si parla di turbativa d’asta etc…. C’è quindi un costo esorbitante sostenuto dall’ASL e dalla Regione per pagare questo ente privato che svolge in convenzione con il sistema sanitario nazionale (SSN), l’attività medica, soprattutto in determinate specialità. Sia chiaro: come già scrissi operano in esso medici di comprovate capacità tecniche. Ma non è questo il punto: il punto è perché mai non mantenere il controllo e l’operato diretto del pubblico valorizzando, chi ne ha diritto, i migliori. E di questo principio già scrissi esprimendomi sulla sacrosanta necessità che anche il pubblico impiego, cui gli operatori medici rientrano in linea di principio, possa essere assoggettato al riconoscimento del merito, e del demerito. Quindi se il problema è come trattenere i migliori dottori nel pubblico, o quantomeno chiedere che svolgano una parte della loro pratica all’interno delle strutture pubbliche, non capisco perché si debba fare appalti da milioni di euro, operare in regime di intramoenia ovvero consentire l’esercizio della pratica privata dentro la struttura pubblica: su tutto questo va’ messo ordine.

Se quindi l’operazione della “Banda Burlando” (Burlando, Montaldo e Neirotti) era volta a creare una specialità per evitare le fughe presso ASL non liguri, ebbene è sbagliato il metodo, a pensar bene. A pensar male, si fa peccato….

Ed infine veniamo a Cairo. Io che sono stellese di adozione, il paese di Pertini, ricordo che molti anni fa c’era l’ospedale di Sassello ed era utilizzato dalle persone del territorio, perché vicino e perché pratico per le persone anziane vicino alle esigenze di base. Ebbene, a Cairo lo scenario è decisamente più importante per il bacino di potenziali utenti, per il contesto e le funzioni di pronto soccorso. Funzioni recentemente oggetto di discussione, per le quali oggi è necessario fare chiarezza e impostare in modo differente la questione. L’area è oggettivamente disagiata dal punto di vista geografico: raggiungere le riviera è un percorso stradale lungo, articolato e in alcuni periodi dell’anno improbabile.  Questo alla luce del concetto di emergenza e di pronto intervento ovviamente, non certo per una bella gita al mare domenicale.

Il mantenimento di un ospedale pur di base, con un pronto soccorso però pienamente operativo H24, è “conditio sine qua non” e se la strada per dichiararlo tale è quella di considerarlo di area disagiata, come peraltro contempla la Conferenza Stato-Regioni, ebbene sia questa.

Ad oggi quindi chi scrive crede che la capillarità delle strutture ospedaliere sia la forza di un sistema sanitario sul territorio e per il territorio, e sia da sprono a contrastare quanto viene proposto oggi in tutti i settori del pubblico: meno scuole, meno uffici postali, meno presidi socio-assistenziali. E’ una ritirata senza condizioni di resa che il “pubblico” sta facendo, e non è accettabile. Non così, non ora.

Turismo 2.0 per la Liguria

Turismo 2.0 per la Liguria

L’idea di “turismo” in Liguria deve passare ad una versione di Turismo 2.0. Dobbiamo mostrare la nostra regione in tutta la sua bellezza e liberarne le potenzialità, passando anche e soprattutto dall’entroterra. Aree da recuperare e valorizzare con progetti di albergo diffuso per ridare vita ai nostri borghi, percorsi escursionistici che si snodino dal mare ai monti, sport e salute che si intrecciano virtuosamente, micro – imprese sostenibili dedicate alla produzione di prodotti locali, agricoli e artigianali nell’ottica di una produzione e consumo a “chilometro 0”, che diventino anche luoghi da vedere per riscoprire un modo diverso di vivere. Un turismo sostenibile che cammina a fianco del recupero del territorio, legato ad esso e all’uomo che lo vive e che lo tutela, per il bene proprio e dei propri figli.

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L’obiettivo a medio lungo termine deve essere quello di avere un settore produttivo vero e proprio che non produca solo benessere per alcuni e lavoro “stagionale” ma che dia l’opportunità di fornire occasioni di lavoro stabili per i giovani. Gli stessi giovani che ora, magari con un impiego stagionale ,si pagano gli studi per poi andare a lavorare fuori regione, devono avere gli strumenti ed il supporto per realizzare micro imprese locali e utilizzare le potenzialità inespresse del nostro entroterra, ad un passo dal mare. Abbiamo tutti gli elementi che madrenatura poteva offrire.

E in maniera organica possiamo mettere insieme tutti i tasselli. Ci sono i borghi da visitare, ci sono percorsi naturalistici da rivitalizzare e arricchire, contestualmente a percorsi ciclabili non solo sulla riviera, ma nell’entroterra. Pratiche come la “mountain bike” o l’escursionismo a cavallo, possono portare moltissimi appassionati.

Affiancando e distribuendo sul territorio alberghi nei borghi o nei paesini dell’entroterra, andando quindi a rivitalizzarli, diverrebbero gli strumenti per creare il sistema di accoglienza, magari collegato in una unica rete centrale di gestione che sul territorio si distribuisce capillarmente.

Piccole aziende agricole, con le opportune incentivazioni, potrebbero diventare gli attori protagonisti con cui tornare a presidiare il territorio “a monte” facendo sia produzione agricola locale oppure come vini caratteristi delle nostre zone, allevamenti di piccole dimensioni o agriturismi legati al territorio che, per ovvie necessità, andrebbero a prendersi cura dei terreni, delle fasce. Si le famose e uniche fasce liguri, supportate dai muretti a secco con le quali questa terra è stata per secoli custodita e curata.

Potrebbero svilupparsi rapporti con le organizzazioni sportive di ogni genere per intrecciare sport e salute con presidi capillari sul territorio, sia dell’uno che dell’altro. Ma ci sono anche gli elementi di culto, architettonici, paesaggistici che devono essere “semplicemente” messi nel giusta prospettiva, valorizzati come un insieme logico e ben progettato per diventare una vere a propria offerta turistica. In fondo è semplicemente valorizzare ciò che già abbiamo e incentivare ciò che potremmo avere.

Un sogno? Fantasia? Potrebbe sembrare ad una prima veloce lettura, ma provate a guardare in giro anche solo altre regioni italiane, ad esempio il Trentino o la Valle d’Aosta. Regioni che hanno saputo promuovere la loro principale offerta: la montagna. Bene, noi abbiamo sia il mare che la montagna ed abbiamo perso fin troppo tempo fino ad oggi.

 

Taglia e scappa.

Taglia e scappa.

E’ apparso sui giornali, il 2 Febbraio, un articolo riguardante l’Ospedale San Paolo di Savona, nell’ASL 2 savonese, dove è stato sancito drasticamente un taglio delle ore di pulizie nella maggior parte dei reparti dell’ospedale: è il risultato del nuovo capitolato aziendale, pubblicato dall’Asl 2, e della gara d’appalto per le pulizie che è stata vinta da una ditta fiorentina, con un ribasso del 28 per cento.

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Su altro quotidiano, successivamente, il 13/02, sempre la stessa ASL savonese viene riportata la notizia di uno stanziamento di 1 milione e 850 mila Euro per prestazioni specialistiche ambulatoriali presso strutture private accreditate, con lo scopo, stante le dichiarazioni, di ridurre le liste di attesa. In particolare in quelle specialità relative a radiologia ed esami annessi.

Ecco che le 2 notizie, uscite in forma distinta e con tempi differenti, mi hanno scatenato una curiosa connessione neurale dove ho immaginato un vaso che da un lato si svuota e dall’altro si riempie: poco, male e pericolosamente. Come nel film “Limitless” dove il protagonista, grazie ad una particolarissima sostanza sconosciuta, era in grado di usare il suo cervello con le funzioni connettive esponenzialmente amplificate, io, senza arrivare a tanto, credo comunque valga la pena fare una breve riflessione.

Innanzitutto sulla questione delle pulizie, dove peraltro non entro nel merito della percentuale di ribasso, poteva essere addirittura superiore o inferiore, ma pongo una questione ben più importante: le infezioni. Si perché metter mano alle pulizie in una struttura ospedaliera, soprattutto riducendo l’importo economico disponibile, porta con se enormi criticità. Pianificare in certi reparti un solo passaggio giornaliero oltre che indecoroso è estremamente rischioso. Per non parlare delle sale operatorie sulle quali non è accettabile alcuna deroga in termini di pulizie e benché il capitola parrebbe non derogare su questo il rischio che “nei dintorni” le condizioni peggiorino è concreto.

L’altra notizia porta con se un tema complesso sul quale è necessario un tentativo di analisi. In pratica la notizia ci dice che c’è un problema ovvero lunghe liste di attesa per alcune tipologie di esami, note ai savonesi, ovvero la radiologia. Stante sempre l’informazione giornalistica, la soluzione adottata è quella di stanziare delle somme economiche per ampliare le convenzioni con studi clinici privati che offrano sostanzialmente queste tipologie di esami, per supplire appunto all’inadeguata capacitò di offerta della struttura pubblica in questione.

Ecco perché trovo le due informazioni curiose, un ossimoro che tende però a convergere nello stesso punto. Ed infatti dal punto di vista di bilancio, sono ambedue “uscite”, purtroppo lo sono anche dal punto di vista di indirizzo.

Ridurre i costi per la pulizia della struttura ospedaliera passando per la riduzione della pulizia non è la strada corretta e potenzialmente può comportare costi maggiori per il reale rischio infezioni, ulteriori “fughe” verso altri presidi sanitari per il peggioramento qualitativo della struttura, una discesa generale verso il “basso” che sicuramente chi aveva o ha dei dubbi, verrebbe incentivato ad andare nella struttura privata di turno.

Affrontare il problema delle liste di attesa per gli esami di radiologia all’ospedale San Paolo, aumentando le convenzioni esterne, è ancora più insensato: la mia esperienza personale mi permette di affermare che per uno stesso esame radiologico, con lo stesso macchinario e lo stesso personale medico, fatto con servizio sanitario comportava tempi certamente superiori al mese, fatto in regime di “intramonenia” entro 15 giorni l’esame era possibile. Dopo le 17 e il sabato mattina.

Capirete anche voi che questo è il nocciolo della questione. E sostenere che per risolvere il problema delle code è necessario stipulare ulteriori convenzioni con l’esterno è come dire che se c’è troppa coda per entrare al cinema a vedere un film vado a vederne un altro di cui non ho alcun interesse.

Non ho risolto il problema e ho buttato via dei soldi.

Grecia, “una faccia una razza.”

Grecia, “una faccia una razza.”

Il detto ha origini antiche ma non chiare, è però palesemente accettato che accomuni greci ed italiani non solo da un punto di vista morfologico ma soprattutto dal punto di vista culturale. Ambedue siamo eredi infatti di culture che hanno dato un impronta indelebile al mondo che conosciamo, Grecia antica, ellenismo dopo, Roma e la cultura latina insieme sono il solco tracciato per cui siamo ciò che siamo. Eppure, con le dovute cautele, sia Italia che Grecia sono nobili decadute, grandi paesi in cerca di riscatto che negli equilibri mondiali hanno perso, o certamente ammorbidita, quella assoluta leadership culturale, economica e militare che potevano indubbiamente vantare millenni orsono.

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Oggi siamo ingabbiati in una fase di transizione che per ambedue i paesi, in forme più accentuate e più complesse per la Grecia meno per l’Italia, non ci rende giustizia. Non rende giustizia alle potenzialità che rendono uniche queste realtà e che hanno un valore talmente importante dal punto di vista culturale che è un delitto non valorizzarlo ed esportarlo come un prodotto di cui tutti potrebbero trarne beneficio. Ma la vicenda su cui vorrei fare alcune riflessioni è legata purtroppo a questioni meno nobili se vogliamo, ma oggi più che mai determinanti.

Siamo nell’Unione Europea, un progetto fantastico iniziato quasi mezzo secolo fa, che doveva dare vita ad un grande organismo politico ed invece si è arenato su 2 scogli: una profonda crisi economica e una moneta unica, l’Euro. Vorrei solo fare una precisazione, quando fu introdotta la moneta unica, personalmente ero entusiasta e pensavo a come avrebbe consentito ai cittadini di vivere meglio, sia nel tempo libero (turismo), sia nel lavoro (commercio e industria).

Mentre la crisi ha una sua dimensione, delle cause complesse e delle conseguenze non prevedibili che non tratterò qui, la moneta unica è stata una scelta consapevole che doveva accompagnarsi ad una politica fiscale unica ed una politica economica unica, insomma una “politica” europea. Questo processo si è arrestato, ed ora ci rimane una moneta unica, una Banca Centrale NON di proprietà degli stati dell’Unione e una calibratura di questa moneta che non ha nessuna relazione con le economie dell’Europa del sud.

Per tornare alla Grecia ora la vittoria del leader greco di sinistra Tsipras ha evidenziato alcuni aspetti che non possono passare inosservati. La Grecia è un paese in crisi da molto tempo perché ha avuto una economia debole, una politica democratica giovane, ricordiamo che i Colonnelli erano al potere ancora negli anni 70, un po’ come in Spagna e Portogallo, un livello di corruzione altissimo dove però hanno mangiato tutti, banche straniere, fondi finanziari speculativi, aziende tedesche o italiane o inglesi o francesi che con un consolidato sistema di mazzette hanno consumato come un cancro il paese. Ed ora lo lasciano marcire.

In Italia diverse forze politiche tendono ad appropriarsi del nome di Tsipras come loro cavallo di battaglia, mi riferisco ad alcune forze di sinistra, ma la vittoria non è una vittoria di un partito di sinistra o quantomeno non è il punto principale: è la vittoria di una forza politica che vuole a tutti i costi salvare il paese dal baratro e che in questo momento non ha più sovranità, è la vittoria di una forza politica che pretende di rinegoziare dei contratti che sono uno strozzinaggio de facto.

Ho ascoltato le interviste del ministro greco Varoufakis, persona sicuramente carismatica e intelligente, sta facendo il suo lavoro. Lo fa con gli “attributi”, quelli necessari quando si sta giocando una partita difficile, lo fa attaccando direttamente il paese la cui politica è cieca perché non “comunitaria” e “solidale”, la Germania. Il paese che è riuscito a disegnare la sua economia intorno all’Euro, o forse è riuscito a disegnare l’Euro intorno alla sua economia. Peraltro ho apprezzato molto il passaggio sullo stritolare una nazione con debiti fino a soffocarla, passaggio che dovrebbe ricordare quanto vissuto dalla Germania con la Repubblica di Weimar, magari con qualche ricordo rivissuto durante la riunificazione tedesca con cui il cancelliere Kohl ottenne una risultato storico ma ad un prezzo che alcuni sostengono pagato anche dalle economie dei paesi vicini.

E’ comunque evidente un atteggiamento ostile della BCE che in risposta ha deciso di non accettare più i titoli di Stato ellenici detenuti dalle banche del Paese in cambio di liquidità mettendo con le spalle al muro la Grecia che di fatto non ha chiesto di essere esentata dal pagare i propri debiti ma ha chiesto in sostanza di farlo con maggiori dilazioni e agganciando la propria solvibilità alla crescita.

Io pongo la questione anche da un punto di vista semplicistico, ma concreto: non ci sono dubbi che la Grecia ha dei debiti, e tecnicamente li ha anche con altri paesi stranieri. Il grafico sottostante (fonte Economist) riporta a sinistra (dato di metà 2014) l’ammontare assoluto del debito sovrano: l’Italia guida la classifica con un debito che a Ottobre 2014 ammonta a 2.157,5 miliardi di Euro (fonte Bankitalia). Seguono Germania e Francia, gli altri ben staccati, come la Grecia.

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Osservate invece la parte a destra che fornisce una composizione schematica del debito dove la Grecia è in assoluto il paese maggiormente indebitato verso l’estero. Andando a citare dati da un servizio di Panorama, l’ammontare totale dell’esposizione finanziaria di Atene (dati di ottobre 2014) è di 320 miliardi di euro, di cui il 17% (54 miliardi circa) è in mano ai privati. Un altro 10% (32 miliardi) è del Fondo Monetario Internazionale mentre l’8% (quasi 26 miliardi) fa capo alla Banca Centrale Europea, a cui va aggiunto un ulteriore 3% (poco più di 9 miliardi) della banca centrale greca. Totale: circa 120 miliardi di euro in tutto. Quasi 200 miliardi, cioè il 62% del totale, è invece in mano ai governi dell’Eurozona, Italia compresa.

Cosa significano questi numeri:

  • Che il debito italiano è una cifra tale che in confronto la Grecia è una nocciolina;
  • Che la composizione del debito greco desta interesse perché molti “stranieri” rivogliono i propri capitali;
  • Che la composizione del debito italiano è tale che forse, a molti, potrebbe interessare “relativamente poco” un default del nostro paese;
  • Che certamente come prestatore anche l’Italia è corretto voglia controllare che ci sia un processo di rientro dei propri capitali;

Ed infine mettere in campo tutte le azioni perché la Grecia sia in grado di onorare il proprio debito è prima di tutto “buon senso”, non accogliere le richieste volte a favorire uno sviluppo degno di questo nome, da qualunque membro di zona Euro provengano, è follia. Oppure conferma che il progetto moneta unica come ora in vigore è fallito. Ed allora si facciano le valutazioni del caso.

In vino veritas.

In vino veritas.

Siccome a prendersi troppo sul serio si finisce di cadere nel ridicolo, oggi vorrei fare alcune considerazioni su una passione che ho sviluppato negli ultimi anni: il vino.

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Certamente bevo vino da tempo (non sono un alcolizzato sia chiaro!) ma circa tre anni fa mi sono iscritto ad un corso di degustazione organizzato da quella che una volta era l’UNITRE ed ora si chiama UNISAVONA e che propone ogni anno corsi molto interessanti che toccano dalla cultura al corso di cucina compreso il famoso corso di degustazione. Il corso di degustazione vini è organizzato da persone estremamente appassionate innanzitutto e competenti che fanno capo ad una organizzazione che si pone l’obiettivo di promuovere la passione per il buon vino, l’uso moderato ovvero “poco ma buono” ed il cosiddetto “eno – turismo” ovvero l’opportunità di visitare le cantine per conoscere direttamente il luogo di origine e produzione, il territorio.

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Eh sì perché il vino è forse una delle produzioni dell’uomo maggiormente legate al territorio di cui è imbevuto, scusate il gioco di parole, come anche della cultura stessa che si sviluppa con esso e grazie ad esso. Infatti nel settore si parla del cosiddetto terroir che identifica il rapporto uomo – vigna – territorio, gli elementi essenziali nella composizione del vino quale prodotto finale, una bella definizione si trova anche in wikipedia “il terroir definisce l’interazione tra più fattori, come terreno, disposizione, clima, viti, viticoltori e consumatori del prodotto. Questa parola non può essere banalmente tradotta in altre lingue in “territorio” in quanto il concetto è molto più complesso”.

Vero. La traduzione non renderebbe giustizia ma il concetto è chiaro ed il nesso tra i diversi fattori è determinante.

Per questo il vino diventa prodotto del territorio e ne identifica le caratteristiche oltre che promuoversi vicendevolmente: è un fattore determinante e và tutelato come bene produttivo. Che siano vitigni importati o autoctoni, franco di piede o no, laddove presente si lega al luogo di produzione si identifica con esso e con il passare del tempo con le persone che ci lavorano. Rosso, bianco, rosato, fermo o mosso, invecchiato in botti di rovere o vino in purezza, le mille varianti ogni volta uniche.

Fino a poco tempo fa il vino italiano era poco noto per la sua qualità, veniva prodotto in abbondanza e bevuto senza molto criterio. Avevamo ampia produzione, quantomeno fino a 25-30 anni orsono mentre la Francia è sempre stata una eccellenza noi, soprattutto con il caso del metanolo, avevamo toccato il fondo. Da allora la strategia è completamente cambiata, la promozione ed i controlli hanno dato il via ad un nuovo modo di concepire il vino e una cultura completamente diversa. E’ ripresa con intensità la coltivazione di terre da vino anche di piccole dimensioni, ricercando la qualità con tecniche nuove o tradizionali ma disciplinari molto rigidi che oggi ci consentono di avere vini eccellenti di qualità invidiabile. I migliori alla faccia dei francesi.

La Liguria non è da meno, le nostre zone hanno ottimi bianchi tra cui il Vermentino, che contro quello sardo è più secco e sapido, il Pigato, di vitigno simile al primo ma ancor più qualitativo, e rossi come il Rossese di Dolceacqua, il vino più pregiato fra i rossi liguri, cui segue l’Ormeasco. Nel savonese non possiamo non citare la Granaccia di Qualiano ed il Buzzetto, una variante della lumassina. Alcuni esempi che consentono a diverse piccole imprese locali di produrre e commercializzare creando valore per tutti. Ma non solo.

La coltivazione del vino tramite il recupero di terre collinari abbandonate consente di salvaguardare localmente aree dal dissesto idrogeologico e parallelamente può ridar vita a quei borghi dell’immediato entroterra ormai spopolati.

Ecco che alla fine ci sono caduto e tra il serio e faceto in fondo c’è sempre qualcosa di utile, anche da semplici passioni si può vedere come dietro ci siano risvolti importanti. Anzi, per la nostra regione determinanti.

Ora vado a farmi un bicchiere.

Essere o non Essere…il Movimento.

Essere o non Essere…il Movimento.

Alla fine anche per chi non ci credeva o gufava il Movimento 5 Stelle c’è. Non era scontato, è vero, d’altronde non è presente in alcune regioni ed in passato anche in Liguria non si erano create le condizioni perché si ponesse una base per creare la lista dei candidati consiglieri, sicuramente è meglio fare un passo indietro se non ci sono le condizioni piuttosto che fare un passo più lungo della gamba e fare più danni che benefici.

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Abbiamo lavorato bene, o al meglio delle nostre possibilità, per fare in modo che si avviasse dal punto di vista organizzativo e operativo tutto il necessario perché la lista dei candidati consiglieri fosse pronta a inizio anno. Parlo al plurale perché in questa avventura sono parte in causa. E ne sono contento.

Ma al di là di questo spesso ci diciamo che dobbiamo migliorarci, che sbagliamo, che siamo litigiosi (peculiarità comune al panorama ligure) ma tant’è, ripeto, abbiamo una lista di persone che, almeno per quelle che conosco direttamente nel collegio elettorale corrispondente alla provincia di Savona, sono di assoluta garanzia per serietà, onestà e correttezza. Ognuno ovviamente con le proprie competenze e bagaglio di esperienze. E siamo i primi.

Non vi sono altre forze politiche che hanno già una squadra pronta, nemmeno il Partito Unico che prima sceglie i capi e poi i seguaci: altro che processo partecipativo, un vero e proprio test di esautorazione del voto orizzontale a favore di pochi che decidono per tutti. Il trionfo della delega. E’ una dote importante che non và dispersa ma anzi valorizzata sfruttando il tempo a disposizione per consolidare le linee programmatiche già presenti perfezionandole e arricchendole. Abbiamo la possibilità di fare quella rete che ci ha permesso di nascere, ma ora è una rete vera di rapporti tra diversi portavoce in tutti i livelli istituzionali, dal Parlamento Europeo a quello di Roma, passando per i Comuni e le Regioni attraverso cittadini ed attivisti. Una fonte di conoscenza enorme, sì, la conoscenze è l’arma più potente in assoluto. Ed ora tocca a noi, alla nostra regione, la Liguria.

C’è tanto da fare per invertire la tendenze recessiva che colpisce la regione, fra le più in difficoltà nel Nord Ovest. Io non so come andrà a finire, non posso tantomeno avere la certezza che ogni scelta intrapresa sia la più corretta ma sarà la più onesta. Alcuni infatti dimenticano che il consiglio regionale ligure è stato falcidiato non da rare malattie ma da mali comuni: furti, ruberie, reati classici della politica insana del nostro paese. E sono avvenuti qui accanto ma non sembra se ne sia data il giusto risalto. Sono vergognosi ed anzi non capisco come non sia stata commissariata la Regione vista la totale assenza di controllo da parte della Giunta guidata da uno dei politici peggiori della nostra recente storia. Burlando.

Speriamo di dimenticare presto queste pagine di amministrazione e fare entrare i cittadini anche in questa istituzione.

Ad maiora.

Il Risiko dei Sindaci.

Il Risiko dei Sindaci.

La nostra regione è prossima ad affrontare le elezioni per la scelta della nuova amministrazione che avrà il compito di guidarla dalla primavera del 2015. Scalda da tempo i motori il Partito Democratico che sfruttando l’ampio spazio dedicato dai giornali con l’infinita sfida per le “Primarie” mette in prima fila i propri alfieri per una campagna elettorale che di fatto è già iniziata da un anno.

Si sente peraltro discutere delle opinioni dei singoli sfidanti in gioco e non di un programma organico condiviso: in sostanza l’impressione è di essere al bar sport con alcuni presunti esperti di gioco che dicono la loro su come la squadra deve essere messa in campo la Domenica. Ma nessuno di questi ha diretto gli allenamenti, gli anglosassoni definirebbero questo approccio “top down” ovvero pochi che decidono dall’alto verso il basso.

La mia riflessione però è in questo caso indirizzata al nugolo di sindaci in quota PD che da Levante a Ponente dichiarano il loro amore verso l’uno o l’altro candidato. Uno schieramento come nel classico gioco del Risiko.

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Nulla da eccepire sul fatto che vi siano simpatie o comunque comunanza di idee con l’uno o con l’altro, ma non mi piace vedere Sindaci che sono apertamente dichiarati o schierati, non mi piace perché il Sindaco è un ruolo istituzionale del quale si dimentica che è per legge “super partes”, primo cittadino, ma di tutti i cittadini, rappresentante di Governo, del Comune e dell’Amministrazione tutta, a prescindere da quale colore ne sia alla guida. Non mi piace per rispetto di tutti gli elettori questa prevaricazione del ruolo di partito sul ruolo istituzionale, non mi piace il modo spudorato con cui viene fatto, e non è solo una mera questione di stile. Nemmeno di opportunità.

Ma di decenza. La decenza di occuparsi innanzitutto del proprio territorio per il quale le “cose da chiedere e da trattare” dovrebbero essere ben assodate: le necessità dei cittadini sono la priorità per un Sindaco, se la relazione con il soggetto istituzionale “Regione” deve correttamente essere oliata e bidirezionale, prescinde dal presunto candidato presidente. Peraltro aggiungo che dovrebbe prescindere anche se fosse di altra formazione politica. In sostanza quello che vedo è solamente una forma di propaganda elettorale di un solo partito, pagata con i soldi dei contribuenti tutti.

E’ bene ricordare ai vari sindaci locali, per rimanere in zona il Sindaco di Savona ad esempio, piuttosto che Orsi, di Albisola Superiore, che insieme agli scaioliani ora sono tutti in quota “Paita” (…che culo, ne avevamo tanto bisogno…), o i Sindaci di Celle e Varazze, che sono pagati per fare i Sindaci e non per fare propaganda elettorale. Qualora lo volessero, chi lo nega, possono serenamente rassegnare le dimissioni e dedicarsi “anema e core” al Partito con un po’ di volontariato di cui c’è tanto bisogno, anche per la continua riduzione dei servizi che il Governo sta proponendo. La provocazione magari c’è, ma magari non sarebbe sbagliato avere un approccio più istituzionale e meno di logica di partito, ricordandosi che non c’è discontinuità nelle proposte messe in campo dal Partito Unico e che quindi, se hanno a cuore gli interessi del comune che rappresentano, facciano un gesto coraggioso, forte per cambiare veramente. Non c’è nulla di più coraggioso che cambiare idea, non per interesse, ma per necessità dei propri concittadini superando la mera visione di partito imposta dall’alto per obiettivi più nobili, che non garantiranno la rielezione, perché il consenso non sempre và d’accordo con il governo, ma certamente lascerebbe un ricordo utile in queste elezioni regionali, sarebbe un gesto apprezzabile. Quindi un passo indietro, grazie.

Ce la faranno?

P.S.: Auguri di Buon Anno.

Lettera alla Liguria.

Lettera alla Liguria.

La nostra Regione è splendida. Per tanti anni ho vissuto e lavorato fuori regione: mi mancava il mare e mi mancava la possibilità unica offerta dalla Liguria di avere, girato l’angolo, colline e montagne. Un entroterra verdissimo, ricco di natura e piccoli borghi caratteristici, angoli di mare da cartolina. Un sole caldo nella bella stagione, vento e acqua a volontà che possono diventare energia rinnovabile e sostenibile.

Cartina-Liguria

Ma la Liguria è anche la regione con il più alto tasso di disoccupazione del Nord Italia, con un’età media della popolazione fra le più elevate, con delle sacche di insediamenti inquinanti che hanno negli anni consumato irrimediabilmente ampie aree del territorio e del mare con evidenti lacune in tutto il processo di controllo, pensiamo solo ai casi dell’area provinciale di Savona quali l’Acna, Tirreno Power e la Cokeria di Bragno, per citarne alcuni.

In Liguria, dopo la Lombardia, sono state consumate percentualmente le più ampie aree del territorio con una cementificazione selvaggia, volgare e arrogante sponsorizzata da aree politiche spesso conniventi con organizzazioni illegali. Ponente, Levante, l’area metropolitana di Genova ed il relativo entroterra sono in equilibrio precario ed il rischio idrogeologico non è più un rischio ma una assoluta certezza ogni qualvolta piove: si piove, incredibile chi lo avrebbe mai detto e potuto prevedere.

La Regione ha ampie e fondamentali competenze nel comparto Sanità e molto del suo bilancio è dedicato a questo, insieme ai trasporti. Oggi stiamo vivendo nel silenzio assordante promosso volutamente da partiti come il Partito Democratico una precisa strategia di “ritirata” del pubblico da tutti i settori fondamentali, un progressivo smantellamento dei presidi sanitari, i pronto soccorso che erano distribuiti in maniera capillare sul territorio, alle specialità disponibili sui diversi ospedali. La media dei posti letto ogni 1000 abitanti è in costante diminuzione, ci sono evidenti criticità laddove viene instillato il messaggio che è necessario inserire i privati pagati dalla Sanità Pubblica facendo evidente abuso dell’intramoenia oramai fuori controllo. Non perché il privato non debba operare, ma perché se pagato dal pubblico avrà certamente un costo maggiore contro un identico servizio fornito direttamente dal pubblico. All’interno di una riorganizzazione e di una riduzione degli sprechi e delle inefficienze, è possibile e doveroso pretendere una sanità pubblica “eccellente” insieme ad una valorizzazione importante del personale che opera nel settore che deve essere fornito di tutti gli strumenti formativi necessari.

La Liguria è il fanalino di coda nella raccolta differenziata e per questo a costante rischio sanzioni da parte dell’Unione Europea, ma come tutta la politica ambientale ligure che negli anni di gestione burlando è stata fallimentare. Ho scritto tante cose che non vanno che sono evidenti agli occhi di tutti ma forse non del tutto a chi non vuole vedere con obiettività come stanno le cose, o forse perché è direttamente o indirettamente coinvolto.

Le responsabilità sono evidenti e in Liguria non è difficile identificare nomi e cognomi perché sono i soliti noti da anni, decenni…. Io credo che ci si debba concentrare su pochi e chiari obiettivi e tentare di raggiungerli cambiando completamente metodi e persone. Non dobbiamo dimenticare che la Regione ha potere di legiferare ovvero “leggi regionali” con le quali è possibile incidere realmente e cambiare in meglio la vita di tutti i cittadini, facendola conoscere a tutti, rendendola trasparente e facendo in modo che sia bella, intelligente e “smart” , un posto dove poter far crescere i nostri figli, sicuro, dove potranno avere delle opportunità di studio e di lavoro al pari o anzi meglio di altre regioni.Dove possiamo disporre di cure eccellenti tramite un servizio pubblico funzionale e funzionante. Dove è possibile non solo fare impresa con il turismo, da valorizzare ben di più di quanto fatto fino ad oggi, ma anche imprese nuove, innovative, che sanno conciliare virtuosamente ambiente e persone: sgravi fiscali e aree in cui concentrare e favorire start up, terziario avanzato, operatori nel settore delle energie rinnovabili e nell’efficienza energetica.

Il dado è tratto.

 

“L’Inutile Pubblico Impiegato” ovvero della meritocrazia “a perdere”.

“L’Inutile Pubblico Impiegato” ovvero della meritocrazia “a perdere”.

Per quanto si parla del pubblico impiego probabilmente solo chi lo vive da dentro può dire come stanno le cose realmente, e le cose non stanno bene. Affatto.

Non c’è colpa per chi vi lavora, come potrebbe, avendo fatto concorsi aperti per titoli ed esami secondo le disponibilità messe a bando non vi è ragione alcuna di pensare che dal punto di vista numerico ci siano dei problemi di abbondanza di risorse per causa delle stesse risorse che vi lavorano. Idem per gli incarichi dirigenziali: se ci sono evidentemente perché sono state create le condizioni affinché le pubbliche amministrazioni procedessero all’inserimento in organico di figure con tali incarichi. Nulla si crea nulla di distrugge ovvero se ci sono state delle assunzioni negli anni, anzi nei decenni, è perché evidentemente “qualcuno” ha ritenuto fossero necessarie.

Concorso-pubblico

Ma perché scrivo queste considerazioni generali che NON sono il punto su cui voglio soffermarmi? Perché nelle scorse settimane a conti fatti è stata, per il sesto anno consecutivo, dichiarata l’impossibilità di rinnovo dei contratti nel pubblico impiego che in pratica blocca interventi migliorativi sulla busta paga dei lavoratori del settore.

Qualcuno qui potrebbe dire: “è certo! Giusto, non se li meritano…non fanno niente etc.…” i soliti luoghi comuni che spesso chi come il sottoscritto è “utente” di qualche agenzia o ente si sente in diritto di commentare sotto questo profilo.

Sulla questione mi era capitato di sentire peraltro commenti del genere “pensa quelli che non hanno nemmeno il lavoro, oppure quelli che sono in cassaintegrazione etc.…” formalmente ineccepibili. E’ doveroso guardare chi sta peggio e rispettarne le condizioni.

Ma non è questo il punto. Il punto è che tutte le categorie contrattuali in questi ultimi 6 anni hanno avuto degli aumenti contrattuali che, per chi non lo sapesse, rappresentano un aumento nella busta paga “urbe et orbi” secondo il livello contrattuale ovviamente. In sostanza un aumento nello stipendio minimo che negli anni ha assunto la funzione di assorbire il naturale aumento del costo della vita. (un tempo c’era la scala mobile….). Poi, nel privato, c’è un arma in più a favore di chi lavora, la giusta possibilità di contrattarsi personalmente un aumento ulteriore per capacità e meriti. Il sacrosanto “merito”. Nel pubblico impiego quest’arma non c’è e i tanti che lavorano sodo e tengono in piedi la baracca non vedono riconosciuto da anni il proprio impegno, quanto meno in forma universale.

E’ il cuore del concetto del merito: sei in gamba? Lavori bene?  E’ giusto che ti sia riconosciuto a parità di altri colleghi che per molteplici ragioni non sono allo stesso passo. Questo è lo strumento che porta molti a cercare di fare bene, di impegnarsi e, assumendo di essere in un contesto “normale”, di avere premiati i propri sforzi.

Nel Pubblico Impiego tutto questo non esiste. Il trattamento economico è identico per tutti, raffrontati nello stesso livello di inquadramento, ovvero se lavori tanto o poco viene riconosciuto lo stesso importo. Non solo, se lavori molto molto poco, probabilmente, a seconda del Dirigente, come dice il detto che “il pesce puzza sempre …”, non vi sono particolari drammi, usando un eufemismo.

Quindi abbiamo un problema sul merito per il quale una vera riforma della pubblica amministrazione deve farne perno centrale.

Poi c’è un altro problema. Il pubblico impiego è stato utilizzato, tipicamente nei grandi numeri dei ministeri ma anche in realtà locali, come palliativo alla disoccupazione da un lato, al consenso politico dall’altro, producendo un evidente fenomeno di eccesso di risorse in alcuni settori talmente evidente causa delle accuse rivolte genericamente a tutti. Quelli che se lo meritano e quelli che non se lo meritano.

Alcuni sostengono che percentualmente ci sia circa un 30% di risorse in eccesso e nelle categorie dirigenziali forse si arrivi ad un 40%. Attenzione, come ho messo in premessa se sono state fatte procedure di assunzione nessuna responsabilità può avere colui che si è candidato ed è stato assunto, salvo casi di abusi ovviamente.

Abbiamo quindi un settore in cui: non vi è alcuna politica meritocratica, ci sono risorse in eccesso e il rinnovo dei contratti è bloccato da anni per tutti indistintamente. La soluzione in questo caso deve partire necessariamente dall’alto, a livello statale innanzitutto, da chi governa se ha il coraggio di fare una vera riforma del pubblico impiego (altro che articolo 18….) mi aspetterei un imponente piano di prepensionamenti e una completa riorganizzazione del funzionamento del pubblico impiego in linea con i processi adottati nelle medio-grandi aziende private. Mi aspetterei maggiori tutele e più ampio spazio per i soggetti svantaggiati ma selezioni severe e attente per le categorie dirigenziali. Mi aspetterei politiche di incentivazione e premio del merito per coloro che sono in gamba e un pubblico impiego che renda orgoglioso chi ci lavora e visto con rispetto da chi ci si interfaccia.

Quale organizzazione sindacale ha il coraggio di risolvere alla radice il problema visto che in Italia il tasso di sindacalizzazione più alto si registra proprio nel pubblico impiego dove si supere il 50%?

Non ci sono alternative, è solo questione di tempo e di chi si prenderà la responsabilità di farlo: probabilmente non vincerà le elezioni successive e non farà nuove “tessere sindacali”.

I “nomadi stanziali”.

I “nomadi stanziali”.

I “nomadi stanziali”.

Recentemente a Savona si è accesa una discussione sull’imminente proposta di regolamento comunale per “regolamentare” la sosta nel noto campo nomadi della “Fontanassa” in Savona. E’ di per sè un pò divertente che si regolamenti la sosta stanziale di nomadi, una contraddizione in termini ma la realtà è che questo in effetti avviene da anni e quindi la questione è stata affrontata.

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Ma il problema, se così lo vogliamo definire, non è tanto i soggetti che occupano l’area, ma il modello che si è venuto a creare, un modello dove a livello nazionale vi è assoluta carenza di regolamentazione per un fenomeno che avviene in tutte le città dove ognuna, a seconda della forza politica che governa, adotta dei provvedimenti, a volte diversi, a volte simili, a volte contrastanti. Pertanto la prima riflessione che faccio è la necessità di un intervento normativo che disciplini quantomeno a livello regionale la sosta delle popolazioni nomadi che peraltro in Savona è decisamente contenuta mentre in grandi città come Roma, o Milano e probabilmente anche a Genova, manifesta criticità ben superiori.

L’altra considerazione che vorrei fare è sul cercare di superare le classiche contrapposizioni sinistra e destra: questo è uno di quei temi, come l’immigrazione, in cui si torna a fare campanilismo politico ricompattando le fila nel nome della battaglia ideologica. Battaglia con la quale non ci mangiamo e non ci facciamo riduzione dei costi, per cui non serve ma serve capire come risolvere praticamente le questioni.

Senza entrare nel dettaglio del regolamento, è evidente che nasce da un punto ormai critico: una situazione di fatto non a norma di persone anche residenti che vivono in un contesto sanitario e sociale al limite, in un area che era peraltro destinata a tutt’altro, come parcheggio per l’adiacente campo della Fontanassa. A questo punto il rischio di un possibile sgombero avrebbe messo l’amministrazione, di sinistra (credo…), sotto una luce mostruosamente negativa e da lì l’intervento di un regolamento per dare una impomatata al tutto con un investimento contenuto. Dico contenuto perché in effetti i “famosi” 100.000 Euro per la messa a norma di quest’area dal punto di vista tecnico (luce, acqua, scarichi etc…) possono essere facilmente recuperati da una riduzione dei premi di produzione dei dirigenti o dalla riduzione del personale di staff del Sindaco, quindi a favore di una azione dal punto di vista sociale ben più elevato (o no?).

Dal punto di vista personale non credo affatto che sia questa la strada corretta, o meglio, da un lato se parliamo di integrazione anche per le popolazioni nomadi che non vogliono più essere nomadi, perché di questo parliamo, andrebbero inserite come tutti nel circuito dei soggetti residenti, in regola con le normative di soggiorno e contribuenti, alla ricerca di alloggi/case popolari quando ne hanno diritto.

E’ altresì vero che però ci confrontiamo con una cultura che vuole mantenere la sua identità e per questo probabilmente ricerca volutamente aree differenti e fuori dalle zone centrali, quindi è accettabile vi sia un area dedicata? Dipende unicamente dal costo per la collettività. Se il costo è sostenibile e a questo contribuisce a copertura dello stesso chi la utilizza con una quota di “affitto” tramite il canone che il regolamento introduce, non vedo alcun problema. Se per questa la collettività si sobbarca sulle proprie spalle costi senza alcun controllo allora abbiamo un problema.

In ultimo, nel caso specifico un paio di riflessioni ulteriori. Mi domando, a fronte del regolamento, cosa succederà quando ci saranno casi di non pagamento delle bollette, chi controllerà che la famiglie richiedenti accesso al campo non abbiano già alloggi di edilizia residenziale sull’intero territorio nazionale, o la non titolarità di altre zone di sosta sul territorio nazionale. Cosa succederà dopo i 4 anni massimi di permanenza consentiti per i residenti a Savona o dopo i 10 mesi per i non residenti.

Molto lavoro per la Polizia Municipale, molti costi in più per noi cittadini?