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“L’Inutile Pubblico Impiegato” ovvero della meritocrazia “a perdere”.

“L’Inutile Pubblico Impiegato” ovvero della meritocrazia “a perdere”.

Per quanto si parla del pubblico impiego probabilmente solo chi lo vive da dentro può dire come stanno le cose realmente, e le cose non stanno bene. Affatto.

Non c’è colpa per chi vi lavora, come potrebbe, avendo fatto concorsi aperti per titoli ed esami secondo le disponibilità messe a bando non vi è ragione alcuna di pensare che dal punto di vista numerico ci siano dei problemi di abbondanza di risorse per causa delle stesse risorse che vi lavorano. Idem per gli incarichi dirigenziali: se ci sono evidentemente perché sono state create le condizioni affinché le pubbliche amministrazioni procedessero all’inserimento in organico di figure con tali incarichi. Nulla si crea nulla di distrugge ovvero se ci sono state delle assunzioni negli anni, anzi nei decenni, è perché evidentemente “qualcuno” ha ritenuto fossero necessarie.

Concorso-pubblico

Ma perché scrivo queste considerazioni generali che NON sono il punto su cui voglio soffermarmi? Perché nelle scorse settimane a conti fatti è stata, per il sesto anno consecutivo, dichiarata l’impossibilità di rinnovo dei contratti nel pubblico impiego che in pratica blocca interventi migliorativi sulla busta paga dei lavoratori del settore.

Qualcuno qui potrebbe dire: “è certo! Giusto, non se li meritano…non fanno niente etc.…” i soliti luoghi comuni che spesso chi come il sottoscritto è “utente” di qualche agenzia o ente si sente in diritto di commentare sotto questo profilo.

Sulla questione mi era capitato di sentire peraltro commenti del genere “pensa quelli che non hanno nemmeno il lavoro, oppure quelli che sono in cassaintegrazione etc.…” formalmente ineccepibili. E’ doveroso guardare chi sta peggio e rispettarne le condizioni.

Ma non è questo il punto. Il punto è che tutte le categorie contrattuali in questi ultimi 6 anni hanno avuto degli aumenti contrattuali che, per chi non lo sapesse, rappresentano un aumento nella busta paga “urbe et orbi” secondo il livello contrattuale ovviamente. In sostanza un aumento nello stipendio minimo che negli anni ha assunto la funzione di assorbire il naturale aumento del costo della vita. (un tempo c’era la scala mobile….). Poi, nel privato, c’è un arma in più a favore di chi lavora, la giusta possibilità di contrattarsi personalmente un aumento ulteriore per capacità e meriti. Il sacrosanto “merito”. Nel pubblico impiego quest’arma non c’è e i tanti che lavorano sodo e tengono in piedi la baracca non vedono riconosciuto da anni il proprio impegno, quanto meno in forma universale.

E’ il cuore del concetto del merito: sei in gamba? Lavori bene?  E’ giusto che ti sia riconosciuto a parità di altri colleghi che per molteplici ragioni non sono allo stesso passo. Questo è lo strumento che porta molti a cercare di fare bene, di impegnarsi e, assumendo di essere in un contesto “normale”, di avere premiati i propri sforzi.

Nel Pubblico Impiego tutto questo non esiste. Il trattamento economico è identico per tutti, raffrontati nello stesso livello di inquadramento, ovvero se lavori tanto o poco viene riconosciuto lo stesso importo. Non solo, se lavori molto molto poco, probabilmente, a seconda del Dirigente, come dice il detto che “il pesce puzza sempre …”, non vi sono particolari drammi, usando un eufemismo.

Quindi abbiamo un problema sul merito per il quale una vera riforma della pubblica amministrazione deve farne perno centrale.

Poi c’è un altro problema. Il pubblico impiego è stato utilizzato, tipicamente nei grandi numeri dei ministeri ma anche in realtà locali, come palliativo alla disoccupazione da un lato, al consenso politico dall’altro, producendo un evidente fenomeno di eccesso di risorse in alcuni settori talmente evidente causa delle accuse rivolte genericamente a tutti. Quelli che se lo meritano e quelli che non se lo meritano.

Alcuni sostengono che percentualmente ci sia circa un 30% di risorse in eccesso e nelle categorie dirigenziali forse si arrivi ad un 40%. Attenzione, come ho messo in premessa se sono state fatte procedure di assunzione nessuna responsabilità può avere colui che si è candidato ed è stato assunto, salvo casi di abusi ovviamente.

Abbiamo quindi un settore in cui: non vi è alcuna politica meritocratica, ci sono risorse in eccesso e il rinnovo dei contratti è bloccato da anni per tutti indistintamente. La soluzione in questo caso deve partire necessariamente dall’alto, a livello statale innanzitutto, da chi governa se ha il coraggio di fare una vera riforma del pubblico impiego (altro che articolo 18….) mi aspetterei un imponente piano di prepensionamenti e una completa riorganizzazione del funzionamento del pubblico impiego in linea con i processi adottati nelle medio-grandi aziende private. Mi aspetterei maggiori tutele e più ampio spazio per i soggetti svantaggiati ma selezioni severe e attente per le categorie dirigenziali. Mi aspetterei politiche di incentivazione e premio del merito per coloro che sono in gamba e un pubblico impiego che renda orgoglioso chi ci lavora e visto con rispetto da chi ci si interfaccia.

Quale organizzazione sindacale ha il coraggio di risolvere alla radice il problema visto che in Italia il tasso di sindacalizzazione più alto si registra proprio nel pubblico impiego dove si supere il 50%?

Non ci sono alternative, è solo questione di tempo e di chi si prenderà la responsabilità di farlo: probabilmente non vincerà le elezioni successive e non farà nuove “tessere sindacali”.

La riforma del lavoro perduto.

La riforma del lavoro perduto.

Vorrei spendere molte parole su quella che viene definita riforma del lavoro, la proposta che Renzi ha chiamato “Jobs act”, ma non le ho.

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Vorrei farlo parlando dell’articolo 18, tema che ho sviluppato in passato in questo precedente pezzo.

Vorrei parlare dei tecnicismi che regolano il TFR, la relativa tassazione e di quanto si prevede in futuro, dell’ASPI, dei contratti e delle tutele. Tutti argomenti che si possono peraltro leggere in tanti testi in e approfondimenti in rete. Quello che a me invece rimane è una cortina fumogena lanciata quale riforma del lavoro per rispondere supinamente alle richieste di altri soggetti (…”ce lo chiede l’Europa”…) andando a completare quanto avviato dal governo Monti.

Qualche considerazione generale però la voglio fare. L’articolo 18 probabilmente è un totem, ma è già stato fatto un intervento proprio per accontentare Confindustria in modo che i licenziamenti oggettivi di carattere economico potessero ricadere nella casistica in cui il giudice,  affermato l’errore, può assegnare al lavoratore l’indennità e non più necessariamente il reintegro. Quindi l’intervento qui sarebbe sostanzialmente di forma e poca sostanza. Sono rimasto peraltro colpito da una intervista di tempo fa in cui Squinzi dichiarava che gli investitori non “investono” per l’articolo 18: non ci credeva nemmeno lui.

L’ideona del TFR: non è certo il primo caso e và detto in termini assoluti che il TFR è denaro del lavoratore e in linea teorica è lecito che ne faccia l’uso più opportuno. La questione sta nella forma di tassazione che qualunque prelievo anticipato vedrebbe applicata: la proposta del Governo assume di tassare in forma ancor più decisa il caso del prelievo anticipato mensile/annuale soprattutto per i redditi superiori ai 15.000 Euro. Sostanzialmente antieconomico per la persona che sceglie questo strumento sfruttando magari il caso disperato che pur di avere un maggior stipendio accetta una tassazione maggiore e sconveniente. Eppure si poteva, se lo scopo era quello di aiutare le persone, fare un lavoro migliore e semplice: anticipo del TFR esentasse.

Invece hanno pensato bene di prevedere una tassazione più alta e stabilire ipotesi di accordo con le banche per prestare alle aziende il denaro per dare gli eventuali anticipi di TFR. Secondo voi le banche prestano gratuitamente i soldi? Sui fondi pensione dei sindacati ho sempre avuto forti perplessità: l’unico aspetto positivo è la contribuzione obbligata del datore di lavoro ma francamente non mi convince questo flusso di denaro che poi viene investito in aree che sono completamente fuori il controllo diretto.

Nella proposta del Governo ci sono poi elementi che riguardano gli strumenti quali ammortizzatori sociali e ASPI, già prevista dalla Fornero e in corso di avvio, che dovrebbero disciplinare meglio (o peggio?) quest’area.

Altro punto è nel contratto di inserimento a tutele crescenti: questo è l’apice. L’ennesimo contratto con meno diritti introdotto nella jungla dei contratti, mi domando come possano coloro che si studiano queste proposte farlo serenamente senza comprendere l’inutilità oggettiva. Attualmente ci sono così tanti strumenti di “ingresso” nel mondo del lavoro che è difficile identificarli tutti, oltretutto sono già ampiamente “flessibili”: contratto a termine, con maggiori proroghe proposte proprio dall’attuale governo, apprendistato, a progetto, partite IVA. etc….

I contratti per entrare nel mondo del lavoro sono tutti già pronti e disponibili, se invece parliamo di precarietà nulla della proposta nel jobs act affronta concretamente la questione. E infatti la questione è tutt’altra.

Il problema ruota nel lavoro che non c’è più. Il lavoro in Italia e nel mercato europeo è drasticamente ridotto perché gli investimenti non ci sono, o sono in settori nuovi dove le imprese non sono pronte ad operare o il costo di produzione, di cui ho parlato in questo articolo, è troppo elevato.

E allora le riforme degli ultimi anni, che poi sono della stesse mente semplicemente applicate da persone diverse, non affrontano il problema di fondo. La tassazione sul lavoro e, in generale il costo del lavoro che non dipende dai lavoratori, fossero tutti arricchiti forse si, ma la realtà sappiamo così non essere.

Costo del lavoro quindi: costi di produzione (energia, burocrazia etc….) e processi produttivi. Mentre per i primi le aziende poco possono, per i secondi possono tutto. Ma allora perché le aziende chiedono o parlano dell’articolo 18? Ne parlano quelle aziende gestite da imprenditori incapaci, dirigenti incompetenti che negli anni hanno lavorato unicamente per appoggio o sostegno politico.

Si tratta di quell’imprenditoria incompetente che legata alla politica ci pesa come una zavorra e che ci mette una sorta di cappio al collo con il ricatto occupazionale. Sono gli stessi che poi piangono, chiudono lamentandosi che non ce la fanno e di punto in bianco lasciano a casa centinaia di lavoratori. Purtroppo per queste non c’è “jobs act” che tenga, e lo conferma uno Squinzi qualunque che pensa serva poter evitare il reintegro del lavoratore in caso di licenziamento illegittimo per favorire gli investimenti: tanto vale credere a Babbo Natale che fa impresa in Italia al caldo durante ferragosto.

L’imprenditoria sana e capace ha ben altri problemi da risolvere: il mercato che non offre opportunità associata ad una tassazione fra le più alte del pianeta. Altro che articoli 18 e contratti a tutele crescenti.

Quelle che negli ultimi anni sono state avviate sono delle riforme del personale, non riforme del lavoro e quest’ultima non è nemmeno da considerarsi una riforma ma un prosegue dei provvedimenti della Fornero mascherato con un nome inglese “che fa figo”.

Sento parlare molto spesso di modello tedesco, modello che dobbiamo importare e che dobbiamo fare nostro: dal mio punto di vista va bene. Purchè ci prendiamo anche un po’ di imprenditori tedeschi e manager tedeschi e ci leviamo quei dinosauri dell’imprenditoria italiana legati ad altrettanta politica inetta che li ha sempre sostenuti.

Poi parleremo di riforme del lavoro.

Unire, accorpare e sopprimere

Diversi verbi per definire diverse conseguenze, ma non solo, gli stessi forniscono ulteriori spunti perché ognuno ha un significato diverso e forse una connotazione più o meno positiva. Ad esempio l’adagio che “l’unione fa la forza” è certamente il più positivo e attraverso ”l’unire” le forze di diversi soggetti è possibile avere una forza complessiva maggiore.

Accorpare” ha una valenza diversa con un messaggio in cui un soggetto fa proprio un altro, magari più piccolo. Molto in voga dal punto di vista aziendale dove spesso aziende ne accorpano altre. Infine “sopprimere”, molto chiaro e non lascia spazio a interpretazioni.

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L’esempio migliore di utilizzo dei diversi verbi sopraelencati lo ha dato e lo sta dando la vicenda delle Autorità Portuali che in questi mesi ha riempito ed animato i dibattiti sui giornali e nella politica locale. In parte su spinta delle ultime richieste del governo Renzi, in parte perché tema aperto da tempo, si è passati dal parlare di “unioni” fra le autorità portuali di Genova e Savona piuttosto che di accorpamenti e soppressioni (per quella di Savona). Un po’ tutte le alternative che venivano proposte di volta in volta dall’una o dall’altra figura politica.

Personalmente non credo sia un problema da trattare con piglio campanilistico o territoriale, come sembra sia avvenuto nel partito che guida la regione ed i comuni principalmente coinvolti, forse per proprie questioni interne visto un troppo diretto coinvolgimento della politica nella gestione delle Autorità Portuali, il vero problema a mio avviso, ma piuttosto un modello corretto e vincente di “governance” per rendere più competitiva una industria che potenzialmente può dare molto al territorio.

Scrivo potenzialmente perché su Savona ci sono luci e ombre nel rapporto tra Autorità Portuale e territorio: sia chiaro che non basta dire che una qualunque ditta/impresa fornisce opportunità di lavoro e quindi è benevola con il territorio. Le opportunità di lavoro ci sono perché servono a quella ditta/impresa. Non c’è alcun rapporto di benevolenza ma un semplice interesse comune: da una parte serve una risorsa per fare delle attività, dall’altra serve un reddito. Nulla di più nulla di meno.

Stesso discorso vale per l’Autorità Portuale che peraltro, rispetto ad una qualunque ditta, non può certo “spostare” la propria attività altrove.

Quello che forse è mancato negli ultimi anni è un maggiore investimento degli utili sul territorio attraverso percorsi condivisi con la cittadinanza su temi di interesse sociale e generale. Un esempio negativo è la costruzione della nuova sede: perché non si poteva recuperare strutture già esistenti come Palazzo S. Chiara?

Ricordo che la definizione, presente sul sito dell’Autorità, è “L’Autorità Portuale di Savona è un ente pubblico non economico, istituito dalla legge n. 84 del 28 gennaio 1994, che amministra il litorale fra Albissola Marina e Bergeggi: 10 km di costa che includono i porti di Savona e Vado Ligure e le spiagge comprese fra i due scali.”

Stiamo parlando di un ente pubblico quindi, che è bene collettivo e non strumento di amministrazione politica: se per superare la logica attuale è necessario rimescolare le carte a favore di un nuovo approccio gestionale, ben venga individuare una forma di unione con l’Autorità Portuale di Genova, peraltro interessante per prepararsi alla nuove sfide del mercato con specializzazioni in settori merceologici in ogni area portuale. Poter ridurre anche il peso degli emolumenti per i vertici dirigenziali e politici può rappresentare un ulteriore spazio di miglioramento, lasciando ad ogni area portuale autonomia nelle scelte operative si potrebbe comunque mantenere un corretto assetto tra unione amministrativa e gestionale e autonomia operativa.

Ma tant’è la riforma che era in procinto di varare il ministro Lupi è stata esempio di come al peggio non c’è fine perché senza un’adeguata visione si andava unicamente verso la  “soppressione” di alcune autorità portuali tra cui quella di Savona. Ora il tutto si è stoppato in attesa di nuove revisioni, è probabile che le insistenze di alcune personalità del partito democratico siano state decisive o semplicemente non si è ancora trovato l’accordo per suddividere le aree di influenza politica (e temo sia la più probabile…). Una cosa è certa, questo modello di Autorità Portuale deve cambiare a favore di un maggiora condivisione dei risultati con la collettività intera, che poi ne è la proprietaria.

AMT, ATM, ATAC…tante sigle, un problema.

AMT, ATM, ATAC…tante sigle, un problema.

Ricordo i primi anni del 2000 in cui a Milano, dove lavoravo, i lavoratori ATM fecero uno sciopero selvaggio per il mancato, dopo anni, rinnovo del contratto. Nessuna tutela per nessuna fascia di punta, serrande abbassate anche per la metropolitana.

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Città paralizzata, proteste a furor di popolo e….rinnovo ottenuto. Aggiungo, peraltro, che ATM oggi chiude i bilanci in utile (esercizio 2012 utile consolidato di 4,4 milioni).

Se a Genova AMT e, per non fare nomi, ATAC a Roma, con un buco di bilancio più profondo di Alitalia, non sono in grado ne di dare certezze ai lavoratori ne di chiudere i bilanci decentemente, è un problema di gestione. Potranno esserci sicuramente ampie sacche di inefficienza ma il pesce, come sempre, puzza dalla testa.

Le scelte di manager politici e di poltrone divise per placare la fame dei partiti non sono più compatibili con l’esigenza di efficacia ed efficienza per mantenere un’azienda sana. Una gestione aziendale attenta, anche in momenti come questo, può ridurre le emorragie e tenere testa al periodo. Perché alcuni riescono ed altri no?

Il socio privato può intervenire ma nei servizi essenziali, quali il trasporto pubblico, deve esserci il controllo di maggioranza del soggetto pubblico che deve eticamente e operativamente essere in grado di eccellere, incominciando dal merito, dalla coerenza, dalla progettazione e da personale motivato e premiato. Un discorso che va’ esteso al pubblico impiego nella sua interezza dove per persone che non svolgono bene il proprio lavoro ce ne sono molte di più che lo fanno, con impegno e serietà e senza alcun riconoscimento del merito.

Prendiamo ATAC, con un bilancio consolidato al 2012 di indebitamento netto pari a Euro 270 milioni e oltre, con un organico di 11 mila dipendenti circa, una perdita maggiore a quella di Alitalia, ma non sono soli, purtroppo, tante partecipate versano in condizioni disperate. Sono tutti fannulloni? Certo che no, ma chi pagherà il prezzo più salato? La risposta è scontata.

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Ma allora, dov’è il nocciolo della questione? Possibile che non sia “possibile?

No, le ragioni vanno cercate su diversi fronti: innanzitutto società del genere non possono perseguire l’utile inteso come mero profitto che caratterizza il privato ma devono bensì garantire una gestione virtuosa che miri quantomeno al pareggio con un elevato livello di servizio. Qualunque insegnante universitario di diritto e di economia sa bene che l’avvento delle cosiddette “partecipate” non può, a meno che non perdano di vista il loro scopo, competere nel mercato libero come una qualunque azienda privata ma a queste sarebbe sbagliato soprattutto chiederlo.

Poi ci sono diversi ordini di problemi riconducibili a come in Italia è inteso il pubblico impiego, come anticipato: il merito, le capacità manageriali, la spartizione inutile delle poltrone, le buonuscite milionarie, la disparità di retribuzioni tra i livelli più bassi ed i manager, spesso incapaci, corresponsabili di una gestione inefficiente. Tutti sono mali riconducibili allo stesso problema ed il problema va’ estirpato come un cancro rimuovendo le parti insane e lasciando quelle sane. Un società partecipata può essere efficiente e virtuosa se non volteggiano come avvoltoi i partiti tradizionali che si nutrono della carcassa per mantenere il proprio potere, un potere fatto di accomodamenti e spartizioni.

Infine va’ affrontato il nodo del pubblico impiego, valevole per tutte le realtà, in cui il merito non è premiato, logica conseguenza di un sistema che non ne ha interesse perché con la “raccomandazione” o con la “nomina politica”, facce diverse della stessa medaglia, mira al mantenimento della propria area di influenza con buona pace di chi vorrebbe avere dei servizi funzionanti e magari senza buchi di bilancio.

Quando il danno è fatto ed il gioco non funziona più si arriva alla soluzione dei “privati” come deus ex machina con i quali risolvere tutti i problemi e dare servizi migliori. Il servizio migliore, per un privato, è quello che garantisce maggiore utile, come potrebbe in parte essere con ben altra gestione pubblica, ma è pacifico che un servizio “essenziale” non può avere nel suo scopo la ricerca dell’utile ma la fornitura del servizio con la maggiore facilità di accesso: è una questione di approccio, una questione politica.

Per non parlare dei casi in cui i privati non possono rientrare degli investimenti ed allora “il pubblico” si riaccolla il bene, magari al doppio del valore con cui lo ha venduto, ed il cittadino…”paga” come diceva il principe De Curtis.

Il canovaccio è talmente ripetitivo che quasi annoia ma spiace sentire conoscenti ed amici sostenere che questi scioperi creano solo disagi: è vero, lo sciopero crea disagi, anzi, se non li crea è inutile, tanto vale fare un flash mob, ora molto più significativo.

Con un vero sciopero, in cui tutti i lavoratori si riconoscono, come quelli degli anni ’60 e ’70, “ribaltando” le scrivanie e i macchinari, sicuramente qualcuno si rende pronto ad ascoltare. Coloro che non sono realmente a rischio o comunque stanno sufficientemente bene non riescono a cogliere quanto sia difficile la situazione, non accettano proteste di questo genere, ma la realtà è che solo con eventi plateali si possono ottenere risultati in Italia, ancor più in Liguria: una regione in coma profondo, in mano ad una classe politica che mette in nota spese i reggiseni, con infiltrazioni della malavita in molti comuni, alcuni commissariati, un dissesto idrogeologico latente che solo per fortuna non si manifesta come recentemente avvenuto in Sardegna, investimenti nel cemento “armato” e poco altro.

Abbiamo anche noi la nostra sigla dei trasporti, TPL, amministrata da un manager di nomina politica, in attesa che arrivi la soluzione definitiva del trasporto regionale “made in Burlando” si “governicchia”, come per la vicenda del servizio di trasporto degli studenti, per il quale ad un certo punto si era ventilato di dare l’appalto ai privati, poi si è tornato a TPL costringendo i lavoratori a turni insopportabili, con ore di pausa in giro per la provincia, sempre a disposizione. E poi?

Le nuove relazioni contrattuali e le solite polemiche.

Le nuove relazioni contrattuali e le solite polemiche.

Lo stallo creatosi nel mondo sindacale, in particolare nell’ambito delle forme e dei modi con cui rendere esigibile tutto ciò che concerne e deriva della contrattazione fra sindacati e parti datoriali, ha purtroppo dei punti in comune con lo stallo della nostra politica.

Sono facce di una stessa medaglia dove alcuni attori non vogliono in alcun modo sciogliere i nodi che il tempo e le scelte sbagliate hanno provocato.

Nel mondo sindacale sono i due in particolare i temi caldi che l’accordo di Maggio di quest’anno ha cercato di risolvere: la modalità con cui misurare la rappresentatività di una sigla sindacale, con ciò che ne consegue, e l’ esigibilità di un contratto, nato da una “piattaforma” contrattuale posta da una o più sigle ma non necessariamente tutte, e la sua esigibilità appunto verso tutti i lavoratori, ovvero che sia applicata e rispettata da tutti.

Sul primo tema è bene fare un po’ di storia perché ad esso è legata la forte tensione fra le sigle sindacali del settore metalmeccanico, FIOM da una parte e FIM-UILM dall’altra, benché venga da domandarsi cosa ne pensano le altre, come i COBAS, di cui sempre poco si parla ma che anch’essi, nelle fabbriche e non solo ci sono ancora, eccome.

L’accordo interconfederale del Dicembre 1993 definisce le regole con cui costituire le RSU (rappresentanze sindacali unitarie) citando in particolar modo che possono prendervi parte quelle associazioni firmatarie del Protocollo di intesa del Luglio 1993 e/o quelle che comunque sono firmatarie del C.C.N.L. di categoria applicato al reparto o allo stabilimento oggetto di elezioni. Quindi, se la sigla sindacale rientra nelle casistiche di cui sopra può chiedere sostanzialmente l’indizione di elezioni. Tali si svolgono con delle votazioni di lista ed i seggi disponibili, variabili in base al numero di addetti a partire da 3 seggi, vengono assegnati proporzionatamente sulla base dei voti ricevuti. C’è però una complicanza, questo avviene su 2/3 dei seggi disponibili, il comma 2 del succitato accordo di Dicembre prevede che 1/3 sia dedicato esclusivamente alle sigle firmatarie del contratto collettivo di categoria. E’ bene ricordare che non tutte le sigle sindacali regolarmente presenti nel mondo dei sindacati sono necessariamente firmatarie di contratti, tipicamente i cosiddetti Cobas che non partecipano ai tavoli contrattuali ma anche, formalmente, per la FIOM nel settore metalmeccanico.

Evidentemente chi allora fece questo accordo, CGIL, CISL e UIL, ritenne che chi firmava dovesse essere favorito: sbagliato perché non è un principio democratico, anzi provocatoriamente parrebbe che chi non firma è sostanzialmente messo in una condizione di subire successivi ed ulteriori  aggravi, inoltre non garantisce reale rappresentatività, ma tant’è andò bene fino a pochi anni fa perché andava a ledere sigle sindacali generalmente meno presenti e soprattutto non sostenute politicamente dai partiti storici di inizio anni 90’, con le successive trasformazioni “trasformiste”: CGIL-PCI, CISL-DC, UIL-PSI.

Una nota di colore: nel protocollo di Luglio l’unica associazione che mise nero su bianco la sua contrarietà a destinare 1/3 dei seggi delle votazioni per RSU alle sigle sindacali firmatarie dei contratti collettivi fu la CONFEDIR, la confederazione dei dirigenti e quadri nella pubblica amministrazione.

Con il passare degli anni, senza particolari drammi, si arriva al contratto collettivo dei metalmeccanici del 2008 che viene siglato da tutte le 3 sigle appartenenti ai sindacati confederali. Ma contestualmente arriva la “bomba” FIAT con Marchionne che esce da Confindustria, quindi disdice il contratto poiché la sua parte datoriale che lo aveva firmato non lo rappresenta più e si apre il noto scenario dei contratti dedicati al settore Auto con i referendum delle diverse sigle, l’aspra contesa con la FIOM e le diverse piattaforme contrattuali per un nuovo contratto collettivo che arrivò nel 2009: il risultato finale fu quindi un contratto sottoscritto solo da FIM e UILM con l’esclusione della FIOM, successivo comunque ad un referendum in FIAT in cui la FIOM, per pochi voti, andò in minoranza.

Al di là di questa spiacevole e molto complessa vicenda, il nocciolo della questione è però proprio quanto nel 2011 e poi a Maggio di quest’anno i sindacati confederali hanno provato a dirimere, riscrivendo sostanzialmente le regole per la rappresentanza.

Si tratta in pratica come valutare e pesare una sigla sindacale: in base agli iscritti ed in base ai voti presi nelle elezioni per le RSU con una media pesata al 50% per ciascuno dei 2 fattori. Chi a livello nazionale conta quindi un valore maggiore o uguale al 5% fra  i lavoratori dello stesso settore (metalmeccanico, bancario o chicchessia purché nel privato), può sedere al tavolo della trattativa per i contratti collettivi. Un principio assolutamente corretto e tutto sommato simile ad una sorta di soglia di sbarramento.

Peccato che questo passaggio purtroppo abbia lasciato ancora irrisolta la faccenda dell’ 1/3 dei seggi: oggi come oggi ci sono delle nuove regole ma non è stata definita la modalità per superare questo punto ed ora FIOM, FIM e UILM “giocano“ a chi non vuole fare il primo passo. Da un lato la FIOM non è firmataria di contratto e quindi formalmente non potrebbe averne diritto, dall’altro ci sono però delle nuove regole con cui misurare la rappresentatività che sicuramente danno un peso importante alla FIOM. Il nodo da sciogliere è però strettamente legato all’altra questione, cioè l’esigibilità dei contratti.

Le nuove regole contenute nell’accordo di Maggio 2013 prevedono che ci possano essere, in fase di contrattazione collettiva, più piattaforme di proposta contrattuale: la parte datoriale darà precedenza a quella sostenuta dalla sigla/sigle che hanno un livello di rappresentatività come sopra descritto del 50% + 1.

E come sopra, se tale piattaforma sarà quella che diverrà contratto appunto sostenuta dal 50% + 1 delle organizzazioni sindacali, dovrà essere sottoposta a consultazione ed approvazione a maggioranza semplice da parte dei lavoratori della categoria coinvolta, secondo modi e tempi da definire in ciascun CCNL.

A questo punto parrebbe esserci la soluzione dei problemi di rapporti e pesi “contrattuali” nel mondo dei sindacati purché si riscriva definitivamente il regolamento per le elezioni delle RSU, cancellando il, “privilegio” dell’1/3, e si proceda quindi a fare elezioni laddove necessario per aggiornare i dati ed avere dei livelli di rappresentatività oggettivi.

Un’ultima nota per il settore metalmeccanico: la soluzione qui è ancora in itinere. Da un lato la FIOM continua a non riconoscere la validità del contratto collettivo dei metalmeccanici del Dicembre 2012 benché anche per via giudiziale ne sia stata confermata l’esigibilità, dall’altro FIM e UILM non intendono procedere a rinnovi di RSU rinunciando alla quota di 1/3 di cui formalmente avrebbero diritto.

Facciamo tutti un passo avanti: i primi accettino il contratto così come ora, magari dicendo che non gli piace così nessuno si sente offeso, i secondi diano il benestare in via transitoria, fino alla definitiva scrittura delle regole,  a fare elezioni aperte che peraltro vedrebbero un’interessante partecipazione anche di altre sigle, non solo la FIOM, tutte alla pari.

Chissà, magari qualche nuova organizzazione sindacale potrebbe farsi avanti e rivoluzionare il settore.

La Rappresentatività.

La Rappresentatività.

Dopo diversi anni di tensioni ed aspre polemiche, accesi dibattiti e contratti discussi e discutibili, le organizzazioni sindacali confederali insieme a Confindustria, sono finalmente giunte ad un accordo sulla rappresentatività il 31 maggio 2013. In sostanza stiamo parlando di quella misura che determina quali sindacati sono titolati a fare contratti collettivi “erga omnes”, come disciplinato dalla legge, e con quali regole.

Non è affatto un tema banale proprio perché i contratti collettivi di lavoro, con ciò che ne consegue, impattano milioni e milioni di lavoratori, con le relative imprese, e fino ad oggi si viveva una intensa discussione su chi avesse titolo per fare contratti collettivi che poi erano applicati a tutti: ho già toccato parzialmente il tema in un mio precedente articolo.Riferendomi in particolar modo al sindacato di categoria FIOM – CGIL, dei metalmeccanici, particolarmente incline allo scontro ideologico sulla materia della rappresentatività e della validità degli accordi.

Ma entriamo nel merito: di fatto buona parte dei contenuti erano già stati definiti nell’accordo interconfederale del 28 giugno 2011 (http://it.wikipedia.org/wiki/Contratto_collettivo_aziendale_di_lavoro) , non firmato dalla FIOM, ed oggi sono stati attuati e ribaditi quei propositi; comunque sia il principio regolatore sarà fondato nella misurazione degli iscritti al sindacato in questione ed i votanti alle elezioni delle RSU. Il mix tra numero di iscritti e numero di votanti (non necessariamente iscritti) darà luogo alla valutazione della percentuale di rappresentatività sull’insieme dei lavoratori. Questi 2 fattori saranno proporzionatamente considerati per la soglia del 5% oltra la quale, se superata, il sindacato in questione potrà avere titolo a sedere al tavolo della trattativa con la controparte datoriale, ovviamente intendendosi la contrattazione nazionale.

Sul fronte giurisprudenziale, in tema di rappresentatività e di come è “normata”, si è espressa la Corte costituzionale, con le sentenze n. 54 del 1974, n. 334 del 1988 e n. 30 del 1990. (21) E’ stata affermata, dalla Corte, la legittimità della selezione dei sindacati rappresentativi, a cui attribuire diritti e prerogative ulteriori rispetto quelli attribuiti a tutte le associazioni sindacali, “se tale selezione ha luogo in virtù di elementi giustificativi rispondenti a criteri di ragionevolezza.” : ecco che in questa definizione vi era nascosto qualche elemento poco chiaro che con gli accordi di giugno 2011 e maggio 2013 si sono chiariti in via definitiva. Temi che in qualche modo per il pubblico impiego erano già stati sanati.

E’ comunque materia delicata, di cui vi sono ampie trattazioni di diritto che peraltro ai semplici lavoratori lasciano un po’ di amaro in bocca: si discute dei loro diritti o dei diritti delle organizzazioni sindacali? La seconda, evidentemente e non tanto nei confronti delle organizzazioni dei datori di lavoro ma fra loro stesse: molte energie spese inutilmente se ci fossero meno sindacati politicizzati ed un rapporto più diretto con i lavoratori.

La rappresentatività è un tema che và a braccetto con la rappresentanza, come la politica anche i sindacati raccolgono gruppi di interessi formati dai lavoratori che delegano un sottoinsieme di persone a “trattare” per loro, con i limiti tipici del caso, dove non necessariamente tutti sono in accordo, ma tant’è questo oggi è il sistema.

L’altro aspetto peculiare dell’accordo è il concetto di “esigibilità” di un contratto: ovvero un contratto collettivo firmato dai sindacati è effettivamente applicabile a tutti? E se uno o più sindacati non lo avessero firmato perché non in accordo, sarebbe questo ugualmente applicabile? Ebbene il principio sancito e controfirmato dalle 3 organizzazioni sindacali, la Triplice, oggi maggiormente rappresentative, è quello della maggioranza semplice ovvero il 50% + 1. Insomma se un contratto è firmato da organizzazioni sindacali, anche una sola, che misurata con il criterio di alcuni capoversi precedenti, allora tale è valido e soprattutto “esigibile” dovendosi quindi tutti adeguare e rispettare al valore normativo del contratto così firmato.

Questo mette fine a molte polemiche, agli accordi separati ed alle recriminazioni del caso con dei numeri e delle soglie ben precise cui adeguarsi. Al di là delle opinioni sul mondo sindacale, che ricordo non essere in altri paesi visto come un problema ma come una risorsa (cfr. Germania), un approccio direi “scientifico” che dà la misura concreta del peso di ogni soggetto. Un po’ come una soglia di sbarramento per accedere agli scranni del Parlamento, durante le elezioni nazionali.

Sarebbe interessante pesare certe associazioni, comitati o gruppi vari che tendono ad imporre con forza ed insistenza le proprie visioni in rappresentanza di porzioni più o meno ampie di cittadini quando in esse non sia chiaro il livello o la percentuale di rappresentatività ed il peso che, con una certa regolarità, dovrebbero ricevere.

Un po’ di regole di rappresentanza forse sarebbero utili per dirimere discussioni e lungaggini poco produttive in molti settori della società civile.

 

Bignami degli Ammortizzatori Sociali – Parte seconda

Bignami degli Ammortizzatori Sociali – Parte seconda

 

 Nell’affrontare la riforma degli ammortizzatori sociali che la Fornero ha impostato all’interno della riforma del lavoro, a inizio anno scorso, si erano fin da subito aperte delle criticità visto l’evidente congiuntura negativa alla quale stiamo assistendo; il risultato, concreto, è un ampio utilizzo  di tutte le forme previste per la salvaguardia dell’occupazione, mai come oggi vi sono state così ingenti richieste che hanno un diretto impatto economico sulle casse dello Stato, come spiegato nel precedente articolo.
In quel frangente, fortunatamente, la grave situazione di emergenza economica, produttiva ed occupazionale ha lasciato intatte alcune fattispecie degli istituti già citati quale la cassa in deroga e l’introduzione della nuova ASPI  in sostituzione dell’indennità di mobilità con molta gradualità.

Stesso dicasi per l’iniziale volontà di eliminare i casi in cui la CIGS coprisse  esigenze non connesse alla conservazione del posto di lavoro che aveva portato il Governo ad abrogare  l’art.3 della legge n.223/91 relativo alla regolamentazione della cigs in caso di procedure concorsuali (fallimento, omologazione del concordato preventivo consistente nella cessione dei beni, liquidazione coatta amministrativa, amministrazione straordinaria). La questione fu poi affrontata nei successivi emendamenti inclusi nel decreto sviluppo (Decreto Legge 22 giugno 2012, n. 83 ): nella nuova formulazione il citato art.3 viene mantenuto fino al 31 dicembre 2015, ma restringendone la applicabilità ai soli casi in cui sussistano prospettive di continuazione o ripresa dell’attività e di salvaguardia, anche parziale, dell’occupazione.

In sostanza si era compreso che i fallimenti potevano esserci eccome ma sui lavoratori deve esserci quel tanto di tutela per avere un sostegno economico laddove un potenziale nuovo soggetto volesse riavviare l’attività, caso più che mai comune ai giorni nostri.

La riforma prevedeva stanziamenti per i prossimi anni al fine di attraversare questo lungo periodo di crisi, risulta evidentemente che la ex Ministro aveva sbagliato i conti anche qui, meno male che erano i tecnici…

L’attuale impianto della Cassa Integrazione ordinaria, straordinaria e nei Contratti di solidarietà è stato mantenuto, sancendo anche per il futuro l’esistenza di ammortizzatori sociali per fronteggiare difficoltà produttive ed economiche senza ricorrere immediatamente ai licenziamenti. L’obbligo alla tutela viene esteso anche ai settori che prima non erano coperti dalla CIG attraverso la costituzione per via contrattuale dei Fondi Bilaterali di Solidarietà presso l’Inps con funzioni “erga omnes” e con  l’estensione degli ammortizzatori sociali  anche alle aziende sotto i 15 dipendenti, attraverso la bilateralità contrattuale.

Nota: non avevo citato i contratti di solidarietà nel precedente articolo dei quali riporto testualmente la definizione INPS:

“I contratti di solidarietà sono accordi, stipulati tra l’azienda e le rappresentanze sindacali, aventi ad oggetto la diminuzione dell’orario di lavoro al fine di:

 

  • mantenere l’occupazione in caso di crisi aziendale e quindi evitare la riduzione del personale (contratti di solidarietà difensivi,art. 1 legge 863/84);

 

  • favorire nuove assunzioni attraverso una contestuale e programmata riduzione dell’orario di lavoro e della retribuzione (contratti di solidarietà espansivi art. 2 legge 863/84). Questa tipologia ha avuto, però, scarsissima applicazione.”

L’applicazione di questo strumento fino ad oggi è stato poco utilizzata anche se ora se ne parla con sempre più insistenza.

 

Cambierà e sta cambiando  l’attuale indennità di disoccupazione in Assicurazione Sociale per l’impiego (ASPI). A questo strumento universale si dovranno affiancare Fondi settoriali finalizzati in particolar modo alla protezione sociale dei lavoratori anziani in caso di disoccupazione, generalizzando quanto già avviene da anni nel settore bancario. Questione per ora piuttosto ferma.

Quali sono i requisiti per l’ASPI?

L’indennità è riconosciuta in  presenza dei seguenti requisiti:

a) stato di disoccupazione attestato.

b) lo stato di disoccupazione deve essere involontario

c) almeno due anni di assicurazione. Devono essere trascorsi almeno due anni dal versamento del primo contributo contro la disoccupazione.

d) almeno un anno di contribuzione contro la disoccupazione nel biennio precedente l’inizio del periodo di disoccupazione (non vengono considerati utili i contributi figurativi come ad esempio in malattia) 

A chi è rivolta?

Quanto si percepisce?

La misura dell’indennità mensile è rapportata alla retribuzione media mensile ed è pari al 75 per cento nei casi in cui quest’ultima sia pari o inferiore per il 2013 all’importo di 1.180 euro mensili, annualmente rivalutato sulla base della variazione dell’indice ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie degli operai e degli impiegati, intercorsa nell’anno precedente; nei casi in cui sia superiore al predetto importo, l’indennità è pari al 75 per cento di 1.180 euro incrementata di una somma pari al 25 per cento del differenziale tra la retribuzione mensile e il predetto importo.

Nelle ipotesi di frazione di mese, il valore giornaliero dell’indennità è determinato dividendo l’importo così ottenuto per il divisore 30.

Come si articola?

A regime, dal 1° gennaio 2016, ed in relazione agli eventi di disoccupazione verificatisi a partire da questa data, la durata massima legale dell’indennità di disoccupazione ASPI è pari a:

  • 12 mesi per i soggetti con età anagrafica inferiore a 55 anni, detratti i periodi di indennità (ASPI e mini ASPI) già eventualmente fruiti nell’arco di un periodo precedente la data di cessazione del rapporto di lavoro pari al periodo massimo teorico della prestazione;
  • 18 mesi per i soggetti con età anagrafica pari o superiore a 55 anni, nei limiti delle settimane di contribuzione negli ultimi 2 anni, detratti i periodi di indennità (ASPI e mini ASPI) già eventualmente fruiti nell’arco di un periodo precedente la data di cessazione del rapporto di lavoro pari al periodo massimo teorico della prestazione.

Questo schema sintetizza le modalità di avviamento e consolidamento del nuovo istituto che come già detto sostituirà l’indennità di mobilità:

 

Lo schema successivo invece mostra come sarà articolato il passaggio dall’indennità di mobilità all’ASPI:

Come già ampiamente sostenuto, purtroppo tutto il castello mostra la corda alla luce di come si stia involvendo il mercato del lavoro contestualmente al prorogarsi della crisi, in sostanza il sistema non si autosostiene poiché tende a vedere sempre meno occupati e più disoccupati; ulteriori complicanze sono date dall’estrema rigidità nella cosiddetta flessibilità in entrata che, con molta probabilità, è ormai chiaro a tutti non essere funzionale nel contesto attuale.

Può essere il reddito di cittadinanza una risposta? Forse si perché è una “tassa universale” , sostituirebbe tutti gli ammortizzatori sociali, toglierebbe di mezzo un bel po’ di “lobby della crisi” e ci porterebbe ad un livello di welfare europeo in linea con gli atri stati. Ma questa è un’altra storia.

Bignami degli Ammortizzatori Sociali.

Bignami degli Ammortizzatori Sociali.
Gli ammortizzatori sociali sono lo strumento noto in Italia quale intervento a sostegno del reddito per quei soggetti lavoratori che rientrano in aziende all’interno delle quali si svolgono processi che possiamo definire in via generale di crisi o di ristrutturazione.
Lo schema di riferimento vede sostanzialmente 2 istituti: la Cassa Integrazione Guadagni, a sua volta suddivisa in Ordinaria e Straordinaria, e l’Indennità di mobilità.

Il primo istituto, noto come CIG (Cassa Integrazione Guadagni) si suddivide in cassa integrazione guadagnai ordinaria, e CIGS per la straordinaria, trova i suoi fondamenti normativi nel Decreto Legislativo Luogo Tenenziale del 9 novembre 1945, n. 788 “Istituzione della Cassa per l’integrazione dei guadagni degli operai dell’industria e disposizioni transitorie a favore dei lavoratori dell’industria dell’Alta Italia” e successivamente la legge 20-05-1975, n. 164 “Provvedimenti per la garanzia del salario (art. 12) ordinaria-straordinaria”.

NOTA: per la CIGS si considerano anche le seguenti leggi: L. n. 1115 del 5 novembre 1968, L. n. 223 del 23 luglio 1991, L. n. 236 del 1993 e L. n. 92 del 28 giugno 2012.

La cassa ordinaria è attivata nei casi in cui vi siano eventi transitori e non imputabili all’imprenditore ed ai lavorati oltre che a situazioni temporanee di mercato tali per cui l’impresa sia in difficoltà nel proprio mercato di riferimento. Diversamente la “straordinaria” presuppone alcuni requisiti più gravosi quali:

– Eventi di ristrutturazione aziendale, riorganizzazione o riconversione

– Crisi aziendale

– Procedure concorsuali (fallimento, concordato preventivo etc…)

Per l’ordinaria l’intervento può durare al massimo 13 settimane, più eventuali proroghe fino a 12 mesi; in determinate aree territoriali il limite è elevato a 24 mesi.
Diversamente per la straordinaria, che spesso è purtroppo il preludio a situazioni “definitive”, può durare dai 12 ai 24 mesi a seconda della causa per cui si è attivata, si può arrivare anche a 36 mesi nell’arco di un quinquennio.

 

 

Le istituzioni responsabili all’erogazione sono il Ministero del lavoro e delle politiche sociali e l’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale (INPS); per ambedue l’importo che viene corrisposto è pari all’80% della retribuzione totale che sarebbe spettata per le ore di lavoro non prestate, entro un limite massimo mensile stabilito di anno in anno, nell’anno corrente 2013 (circ. n. 14 del 30/01/2013) i massimali sono fissati in:

. € 959,22 lordi mensili per quei lavoratori la cui retribuzione, comprensiva dei ratei di 13ͣ e delle altre eventuali mensilità aggiuntive è inferiore o pari a € 2.075,21 lordi mensili;

€ 1.152,90 lordi mensili per i lavoratori che hanno una retribuzione superiore a € 2.075,21 lordi mensili.

Come si finanzia la CIGO?

ordinario, versato mensilmente, con un’aliquota contributiva pari al 1,90% della retribuzione lorda corrisposta al lavoratore, per le aziende fino a 50 dipendenti e al 2,20% per le aziende con oltre 50 dipendenti;

addizionale, in tutti i casi in cui la Commissione provinciale per la CIGO ritenga l’evento oggettivamente evitabile (è il caso tipico di mancato accordo con le organizzazioni sindacali) ed è pari al 4% delle somme erogate a titolo di integrazione salariale per le aziende fino a 50 dipendenti e all’8% per le aziende con oltre 50 dipendenti. L’evento è oggettivamente non evitabile e pertanto non è dovuto il contributo addizionale, quando è esterno all’azienda, improvviso e non prevedibile

 . contributo a carico dello Stato

 

Come si finanzia la CIGS?

Il finanziamento della CIGS è in misura prevalente a carico dello Stato, tramite l’INPS, per la parte rimanente del finanziamento, l’art 9 della Legge n. 407 del 1990 ha previsto un contributo ordinario pari allo 0,90% delle retribuzioni mensili soggette a contribuzione, così ripartito: 0,30% a carico dei lavoratori beneficiari e 0,60% a carico dei datori di lavoro destinatari del trattamento CIGS (circ. n. 19 del 1991).

Le aziende sono, inoltre, soggette a un contributo addizionale del 4,5% dell’integrazione salariale corrisposta ai lavoratori o del 3% per le aziende fino a 50 dipendenti (circ. n. 240 del 1988), salvo quelle che vertono in procedure concorsuali.

Inoltre va sottolineato che l’istituto della cassa integrazione, soprattutto la straordinaria, è indirizzato ad un insieme di realtà produttive che devono avere alcuni requisiti, come un numero minimo di dipendenti, tipologie di attività etc… ed infine che è presente la “cassa in deroga” quale forma di sostegno al reddito per quelle realtà che non rientrano nella normativa della cassa integrazione guadagni, in questo caso peraltro è pagata direttamente dall’INPS in stretto coordinamento con la Regione di pertinenza territoriale.

Passiamo brevemente in rassegna al secondo istituto, l’indennità di mobilità, conseguente ai provvedimenti di licenziamento collettivo regolati dalla legge 223/1991

Le aziende destinatarie della mobilità (industria, commercio, cooperative ed una serie di altre particolarità) hanno facoltà di avviare la relativa procedura e stabilire il numero dei lavoratori in esubero, dopo aver esaminato la situazione insieme ai rappresentanti sindacali e di categoria. Al termine della procedura, le aziende procedono al licenziamento dei lavoratori e ne comunicano i dati agli Uffici del Lavoro per l’iscrizione nelle liste di mobilità.
I licenziamenti devono avvenire nell’arco di 120 giorni dalla chiusura della procedura, salvo diversa indicazione che deve essere espressamente dichiarata nell’accordo sindacale (art.8, c.4 L.236/93)

 

La misura dell’erogazione è simile alla CIGO ed il finanziamento è dovuto dai datori di lavoro nella misura dello 0,30% calcolato sulle retribuzioni ed una somma da versare in 30 rate mensili per ciascun lavoratore posto in mobilità pari a sei volte il trattamento mensile iniziale spettante al lavoratore stesso, a questo si aggiunge la somma di un acconto pari al trattamento massimo mensile di integrazione salariale moltiplicato per il numero di lavoratori ritenuti eccedenti, una sorta di fideiussione.

Ora, da questa sintetica e non esaustiva panoramica degli strumenti più diffusi e tristemente noti è possibile fare una considerazione generale di contesto, ovvero la dinamica classica cui ora assistiamo è l’avvio della procedura di cassa integrazione ordinaria, la successiva straordinaria ed infine il licenziamento collettivo con l’indennità di mobilità. Se si aggiunge la cassa in deroga, e i livelli altissimi di aziende in crisi, è chiaro perché in questi giorni si stia parlando di fondamentale e necessaria esigenza di finanziare, da parte dello Stato, i fondi riservati alla cassa integrazione, rappresentando di fatto la parte che più pesa nel budget disponibile dall’INPS. Non è un caso peraltro che spesso negli accordi sindacali, laddove vi siano aziende che hanno qualche garanzia, sia chiesto che le aziende stesse anticipino ai lavoratori le forme di sostegno al reddito relative all’istituto della CIG. Non è raro che l’INPS si trovi in difficoltà, soprattutto quando si passa dalle Regioni nei casi di cassa in deroga, dove la carenza di fondi è cronica. In questi casi spesso i lavoratori si trovano ad attendere come minimo dai 3 ai 6 mesi per vedere l’integrazione salariale: un miraggio che nel caso di “cassa a 0 ore”, ovvero senza rotazioni, mette realmente in difficoltà le persone.

Nel prossimo articolo parleremo degli impatti che la riforma Fornero ha avuto negli ammortizzatori sociali ed in particolar modo nell’ASPI: sulla Riforma Fornero avevo già scritto facendo alcune considerazioni quanto mai profetiche …LEGGI… soprattutto laddove si parla di flessibilità in entrata che ora, pur forse con l’obiettivo nobile di ridurla preferendo contratti più duratori, di fatto ha ottenuto l’effetto contrario dimostrando che nello scenario attuale non è la riforma che serviva, o forse serviva solo ad alcuni, ma non ai lavoratori.

Bombardier, l’ennesimo disinvestimento?

Bombardier, l’ennesimo disinvestimento?

 

 
Il caso Bombardier di Vado è un canovaccio visto e ripetuto in molte realtà industriali italiane, laddove abbiamo a che fare con multinazionali. Non certo meglio se la passano le aziende a carattere nazionale ma, se non altro, il livello di confronto è racchiuso sul territorio ed è possibile sviscerare con più facilità quelle che sono le motivazioni e le cause per cui vengono intraprese determinate azioni.
Qui invece ci troviamo di fronte appunto ad una realtà industriale di primaria importanza per il nostro territorio, una realtà peraltro che si muove su una produzione in linea con soluzioni di mobilità particolarmente utili sia nel nostro contesto rivierasco, sia a più ampio spettro sull’intero territorio nazionale, peraltro senza impatti nefasti quali altre realtà vadesi ci hanno abituato. La produzione peculiare del sito in questione è rappresentata da un locomotore che è risultato nell’ultimo ventennio essere vincente sotto tutti i profili, il modello E464. Tutto bene fino a quando con il passare del tempo è naturalmente invecchiato e le richieste del mercato e del principale cliente Trenitalia hanno manifestato un limite strutturale: senza un investimento in termini di innovazione tecnologica ed omologazione per nuove tipologie di locomotori, il prodotto vadese di fatto non è più appetibile.
I lavoratori nella recente assemblea pubblica hanno quindi posto l’accento sul nodo della questione, ovvero la necessità che l’azienda investa per poter partecipare alle gare di Trenitalia con la disponibilità di un prodotto adeguato e già omologato, al fine di essere competitiva quanto e meglio degli altri concorrenti.

A dare risalto alla richiesta sono state chiamate le istituzioni e le forze politiche locali, tutte unite per l’obiettivo condiviso.

 E’ chiaro che a questo punto la questione si sposta sia sul confronto tra azienda, lavoratori e istituzioni, ma è altrettanto chiaro che di fronte abbiamo una multinazionale il cui vertice non è certamente in Italia, dovranno quindi fin da subito chiariti i ruoli ed i margini di manovra del management italiano.
In sostanza è necessario capire se e quale sia l’interlocutore più indicato per porre la questione, le istituzioni potrebbero su questo fare leva ed invitare ad esprimersi tutto il “Board” della divisione “Transportation” con un invito formale.

Altra questione da porre e la consueta abitudine di questa realtà a sollecitare viceversa le istituzioni per avere supporto ed aiuto durante le gare di appalto più sensibili con Trenitalia. Un’approccio di questo genere è piuttosto limitativo per una grande azienda, che tale si definisce, perchè è proprio con il suo prodotto e la diversificazione su più clienti che può garantire maggiori opportunità di sviluppo. Ben venga l’aiuto per il sito di Vado, ma la principale protagonista in questa vicenda è l’azienda che deve investire sul sito per crescere ed accedere a tutte le opportunità a cui sicuramente le istituzioni non porranno limiti.Trattandosi però di una multinazionale, purtroppo gli scenari sono ben più complessi, inutile nascondere un fatto noto a tutti, moltissime realtà come Bombardier stanno disinvestendo in Italia, dove i capitali sono diminuiti, il credito è bloccato e non ci sono in vista ampie campagne di miglioramento delle infrastrutture esistenti, come ad esempio i trasporti regionali.

Le scelte quindi che Bombardier farà non sono per ora note, anche se i segnali sono evidenti: per ora niente nuovi prodotti ma solo “revamping” delle carrozze, una sorta di rifacimento degli interni  che certamente non rappresenta una eccellenza dove la qualità del lavoro vadese può emergere come ha dimostrato sui locomotori: il rischio è che una attività come quella possa essere facilmente migrata altrove.

Con questa tendenza il sito di Vado, che ora vive il più classico dei percorsi all’insegna degli ammortizzatori sociali, la cassa integrazione ordinaria, si avvierebbe ad un declino evidente con impatti sull’occupazione drammatici.

I Metalmeccanici e la Guerra Civile.

I Metalmeccanici e la Guerra Civile.

 

Da tempo si consuma una battaglia silenziosa o quasi fra le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative del settore metalmeccanico, da una parte l’organizzazione di categoria FIOM, che fa capo al sindacato confederale CGIL, dall’altra le organizzazioni FIM e UILM, rispettivamente per conto CISL e UIL. Defilati altri sindacati meno rappresentativi e comunque non alla ribalta delle cronache.
E’ una sorta di “guerra civile” combattuta fra componenti della stessa categoria, che convivono nelle aziende metalmeccaniche ancora presenti sul territorio, come dire “nordisti” contro “sudisti”,  ma tutti fratelli americani. Eppure non è sempre stato così, tutt’altro: dagli anni sessanta proprio i sindacati del metalmeccanico diedero vita ad un nuovo soggetto unitario definito Federazione Lavoratori Metalmeccanici (FLM) che fino ai primi anni ottanta operò in piena sintonia.

Lo scopo principale del sindacato che risiede nel suo DNA è quello di fare i contratti con le aziende per regolamentare la vita lavorativa all’interno delle imprese, quale soggetto rappresentante e controparte istituzionale dei lavoratori nei confronti delle stesse: se non riesce in questo di fatto sta fallendo nel suo ruolo principale. Con gli anni il perimetro di attività delle organizzazioni sindacali si è costantemente ampliato arrivando ad occuparsi delle “persone” e non più solo ed unicamente dei lavoratori all’interno del contesto prettamente lavorativo.

Tornando al contratto, che sia collettivo o aziendale, si tratta di un compromesso accettato ed accettabile dalle parti in causa che sono portatori di interessi diversi: fino a che punto è necessario o è possibile scendere a compromessi? Quanto è ritenuto accettabile il compromesso pur di fare il contratto, che è l’obiettivo finale,o almeno dovrebbe esserlo.

Qui stanno le differenze, le politiche e gli approcci della cosiddetta strategia sindacale. Ovviamente non vi è alcun obbligo nel fare un contratto, se non si trovano sufficienti elementi accettabili, ma ci sono delle conseguenze.

Un sindacato come la FIOM ha sicuramente determinato un ruolo importante nelle lotte per i diritti dei metalmeccanici, va però ricordato che storicamente per un buon ventennio l’azione è stata unitaria, come citato precedentemente, successivamente divisa ma con un lavoro sufficientemente collaborativo per realizzare i contratti collettivi; da un decennio invece si assiste ad una profonda spaccatura tra FIM e UILM nei confronti di FIOM.
 Ogni volta con varie motivazioni differenti il sindacato che fa capo alla CGIL non riesce a trovare il compromesso accettabile per firmale il contratto collettivo, è avvenuto nel contratto del 2001, quello de 2003, quello del 2009 e adesso il nuovo contratto del 2012. Fa eccezione quello del 2008 travolto dalle vicende FIAT che da allora hanno ulteriormente creato una spaccatura fra i contendenti, che ora di fatto è il nocciolo della questione, il famoso modello FIAT o Marchionne.

La strategia del sindacato di Landini recentemente  è improntata a chiamare in causa la Magistratura,  con gli innumerevoli ricorsi fatti dalla FIOM sulla validità dei contratti, non è dato a sapersi perché ora hanno ritenuto di dover ricorrere alla magistratura e nel 2001-2003 no, non si comprende inoltre se vi sia una strategia per cui, confidando che gli altri sindacati trovino un accordo, tanto valga non firmare e rimanere “duri e puri”. Una sorta di presunzione morale con la quale non sporcarsi le mani per scendere a patti “con il padrone. Certo, se tutti i sindacati metalmeccanici seguissero la linea del non firmare per non scendere a compromessi, avremmo i contratti fermi ai primi anni duemila, magari con la busta paga ancora in Lire. O forse avremmo assistito ad una lotta di classe come quella dei minatori ai tempi della Thatcher? Difficile.

A guardar bene però ci sono alcuni aspetti non chiari nell’approccio del sindacato confederato nella CGIL che sembra piuttosto indeciso tra fare il sindacato indipendente ed un programma di governo, che dichiara lotta dura a Marchionne e che cavalca il fronte dell’antipolitica e dei No Tav. Un mix di forze politiche rappresentate alcune in parlamento come quelle dell’Idv, ed altre come Sel in procinto di entrarci, assieme agli ex compagni di partito di Rifondazione e i Comunisti italiani, anch’essi pronti con Rivoluzione Civile a fare ingresso nella Casta, soglia permettendo.

Ora insistono su una serie di temi che parrebbero più da partito politico, che quindi opera su altri tavoli di lavoro e determina con l’attività legislativa gli indirizzi di governo, riferendosi ad un contratto collettivo ipotetico desiderato del quale non si hanno evidenze ma generici intenti:

– “un contratto che impedisca i licenziamenti attraverso il ricorso ai contratti di solidarietà”: probabilmente non è stato colto che i contratti di solidarietà esistono già, legge 863/84, e che al più se devono essere migliorati si deve intervenire sulla legge, attività non di competenza di un sindacato. Sarebbe sufficiente nelle crisi aziendali proporlo per gestire ad esempio le riduzioni di personale, e peraltro prescinde dal contratto collettivo.

– “aumenti il salario fisso, anche attraverso la defiscalizzazione degli aumenti”: per gli aumenti salariali si può parlare di competenza sindacale, la materia fiscale è bene ricordare che ancora non è in carico ai sindacati, e forse è bene rimanga tale.

 – “garantisca la sicurezza dei lavoratori e il rispetto dell’ambiente”: ottimo intento di cui il sindacato ha eccellente compito di monitoraggio e denuncia, peccato che anche qui lo schema di riferimento è la legge, nella fattispecie ora in Italia è il decreto legislativo 81/2008. Peraltro spesso e volentieri le RSU nelle aziende maggiormente inquinanti vedono una prevalenza di delegati FIOM, come ad esempio l’Ilva di Taranto, o la Tirreno Power di Savona, quindi vi è sicuramente l’opportunità di segnalare in anticipo incompatibilità con la salute.
       Landini
“favorisca e sostenga gli investimenti per la piena e buona occupazione”:  gli investimenti li fanno i capitali: se sono pubblici è probabile che siano stanziati dalle amministrazioni ai vari livelli, quindi non è certo il sindacato che decide quando, al più suggerisce il come, ma certamente non dentro un contratto collettivo dei metalmeccanici. Se i capitali provengono dalle aziende idem con alcune varianti.

“allarghi gli spazi di contrattazione della Rsu sulla prestazione lavorativa nei luoghi di lavoro”: questo è uno dei pochi elementi realmente di confronto sul piano sindacale, diamone atto.

Oltretutto, continuando a non riconoscere ne il contratto collettivo attuale, ne il precedente ormai scaduto, senza una contro proposta contrattuale circostanziata che risponde anche alle richieste delle associazioni datoriali, d’altronde indispensabile per trovare dei punti di contatto, di fatto sembra quasi che non vi sia realmente l’intento di fare dei contratti ma piuttosto di rimanere in una sorta di fase di stallo per temporeggiare, forse auspicando che si facciano delle “azioni” in politica.

L’ultimo tassello dell’intricata vicenda è che ora la FIOM sta facendo votare o sottoscrivere moduli ai lavoratori metalmeccanici per richiedere di non applicare una parte del nuovo contratto di lavoro.

La giurisprudenza ha più volte  ribadito che i contratti firmati sono pienamente legittimi, valgono innanzitutto per gli iscritti alle organizzazioni firmatarie, e vengono quindi estesi anche ai lavoratori non iscritti a condizione che non lo rifiutino.

Dire all’azienda di non applicare il contratto, da parte del singolo lavoratore, è perciò perfettamente legittimo, un po’ masochista ed estremamente pericoloso: infatti per la Magistratura, il contratto è composto sia dalla parte salariale e da quella normativa. O si accetta o si rifiuta in toto.

Il che significa che chiedendo la disapplicazione, si mette nella mani dell’aziende la decisione di non applicarlo, mettendo a rischio tutta la parte salariale e la parte normativa, anche quella relativa alle tutele delle malattie. Infatti, come è ovvio, non si può scegliere in un contratto la sola parte che piace di più. L’azione è promossa con una pubblicizzazione di iniziativa democratica, vero, resta il fatto che inevitabilmente si finirà in Magistratura perché chi ha diritto di chiedere di non applicare un contratto? Quali sono i criteri che renderebbero valido questa forma di votazione? Si potrà chiedere di “non applicare la richiesta di non applicazione del contratto”? E’ evidente che tutto questo non farà altro che creare problemi a chi di problemi ne ha già tanti, non era meglio forse avviare una verifica nei gruppi dirigenti lasciando magari da parte l’orgoglio e la politica?

Con questa strategia c’è da augurarsi che i metalmeccanici non siano costretti a spedire il certificato medico al Magistrato di turno e fare la richiesta ferie alla Questura.