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Grecia, “una faccia una razza.”

Grecia, “una faccia una razza.”

Il detto ha origini antiche ma non chiare, è però palesemente accettato che accomuni greci ed italiani non solo da un punto di vista morfologico ma soprattutto dal punto di vista culturale. Ambedue siamo eredi infatti di culture che hanno dato un impronta indelebile al mondo che conosciamo, Grecia antica, ellenismo dopo, Roma e la cultura latina insieme sono il solco tracciato per cui siamo ciò che siamo. Eppure, con le dovute cautele, sia Italia che Grecia sono nobili decadute, grandi paesi in cerca di riscatto che negli equilibri mondiali hanno perso, o certamente ammorbidita, quella assoluta leadership culturale, economica e militare che potevano indubbiamente vantare millenni orsono.

 alejandro2 partenone colosseo

Oggi siamo ingabbiati in una fase di transizione che per ambedue i paesi, in forme più accentuate e più complesse per la Grecia meno per l’Italia, non ci rende giustizia. Non rende giustizia alle potenzialità che rendono uniche queste realtà e che hanno un valore talmente importante dal punto di vista culturale che è un delitto non valorizzarlo ed esportarlo come un prodotto di cui tutti potrebbero trarne beneficio. Ma la vicenda su cui vorrei fare alcune riflessioni è legata purtroppo a questioni meno nobili se vogliamo, ma oggi più che mai determinanti.

Siamo nell’Unione Europea, un progetto fantastico iniziato quasi mezzo secolo fa, che doveva dare vita ad un grande organismo politico ed invece si è arenato su 2 scogli: una profonda crisi economica e una moneta unica, l’Euro. Vorrei solo fare una precisazione, quando fu introdotta la moneta unica, personalmente ero entusiasta e pensavo a come avrebbe consentito ai cittadini di vivere meglio, sia nel tempo libero (turismo), sia nel lavoro (commercio e industria).

Mentre la crisi ha una sua dimensione, delle cause complesse e delle conseguenze non prevedibili che non tratterò qui, la moneta unica è stata una scelta consapevole che doveva accompagnarsi ad una politica fiscale unica ed una politica economica unica, insomma una “politica” europea. Questo processo si è arrestato, ed ora ci rimane una moneta unica, una Banca Centrale NON di proprietà degli stati dell’Unione e una calibratura di questa moneta che non ha nessuna relazione con le economie dell’Europa del sud.

Per tornare alla Grecia ora la vittoria del leader greco di sinistra Tsipras ha evidenziato alcuni aspetti che non possono passare inosservati. La Grecia è un paese in crisi da molto tempo perché ha avuto una economia debole, una politica democratica giovane, ricordiamo che i Colonnelli erano al potere ancora negli anni 70, un po’ come in Spagna e Portogallo, un livello di corruzione altissimo dove però hanno mangiato tutti, banche straniere, fondi finanziari speculativi, aziende tedesche o italiane o inglesi o francesi che con un consolidato sistema di mazzette hanno consumato come un cancro il paese. Ed ora lo lasciano marcire.

In Italia diverse forze politiche tendono ad appropriarsi del nome di Tsipras come loro cavallo di battaglia, mi riferisco ad alcune forze di sinistra, ma la vittoria non è una vittoria di un partito di sinistra o quantomeno non è il punto principale: è la vittoria di una forza politica che vuole a tutti i costi salvare il paese dal baratro e che in questo momento non ha più sovranità, è la vittoria di una forza politica che pretende di rinegoziare dei contratti che sono uno strozzinaggio de facto.

Ho ascoltato le interviste del ministro greco Varoufakis, persona sicuramente carismatica e intelligente, sta facendo il suo lavoro. Lo fa con gli “attributi”, quelli necessari quando si sta giocando una partita difficile, lo fa attaccando direttamente il paese la cui politica è cieca perché non “comunitaria” e “solidale”, la Germania. Il paese che è riuscito a disegnare la sua economia intorno all’Euro, o forse è riuscito a disegnare l’Euro intorno alla sua economia. Peraltro ho apprezzato molto il passaggio sullo stritolare una nazione con debiti fino a soffocarla, passaggio che dovrebbe ricordare quanto vissuto dalla Germania con la Repubblica di Weimar, magari con qualche ricordo rivissuto durante la riunificazione tedesca con cui il cancelliere Kohl ottenne una risultato storico ma ad un prezzo che alcuni sostengono pagato anche dalle economie dei paesi vicini.

E’ comunque evidente un atteggiamento ostile della BCE che in risposta ha deciso di non accettare più i titoli di Stato ellenici detenuti dalle banche del Paese in cambio di liquidità mettendo con le spalle al muro la Grecia che di fatto non ha chiesto di essere esentata dal pagare i propri debiti ma ha chiesto in sostanza di farlo con maggiori dilazioni e agganciando la propria solvibilità alla crescita.

Io pongo la questione anche da un punto di vista semplicistico, ma concreto: non ci sono dubbi che la Grecia ha dei debiti, e tecnicamente li ha anche con altri paesi stranieri. Il grafico sottostante (fonte Economist) riporta a sinistra (dato di metà 2014) l’ammontare assoluto del debito sovrano: l’Italia guida la classifica con un debito che a Ottobre 2014 ammonta a 2.157,5 miliardi di Euro (fonte Bankitalia). Seguono Germania e Francia, gli altri ben staccati, come la Grecia.

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Osservate invece la parte a destra che fornisce una composizione schematica del debito dove la Grecia è in assoluto il paese maggiormente indebitato verso l’estero. Andando a citare dati da un servizio di Panorama, l’ammontare totale dell’esposizione finanziaria di Atene (dati di ottobre 2014) è di 320 miliardi di euro, di cui il 17% (54 miliardi circa) è in mano ai privati. Un altro 10% (32 miliardi) è del Fondo Monetario Internazionale mentre l’8% (quasi 26 miliardi) fa capo alla Banca Centrale Europea, a cui va aggiunto un ulteriore 3% (poco più di 9 miliardi) della banca centrale greca. Totale: circa 120 miliardi di euro in tutto. Quasi 200 miliardi, cioè il 62% del totale, è invece in mano ai governi dell’Eurozona, Italia compresa.

Cosa significano questi numeri:

  • Che il debito italiano è una cifra tale che in confronto la Grecia è una nocciolina;
  • Che la composizione del debito greco desta interesse perché molti “stranieri” rivogliono i propri capitali;
  • Che la composizione del debito italiano è tale che forse, a molti, potrebbe interessare “relativamente poco” un default del nostro paese;
  • Che certamente come prestatore anche l’Italia è corretto voglia controllare che ci sia un processo di rientro dei propri capitali;

Ed infine mettere in campo tutte le azioni perché la Grecia sia in grado di onorare il proprio debito è prima di tutto “buon senso”, non accogliere le richieste volte a favorire uno sviluppo degno di questo nome, da qualunque membro di zona Euro provengano, è follia. Oppure conferma che il progetto moneta unica come ora in vigore è fallito. Ed allora si facciano le valutazioni del caso.

Sviluppo e “contrario”

uno due

Sono andato a cercare su alcuni dizionari di sinonimi e contrari l’opposto di “sviluppo”. Vi sono differenze contestuali al significato attribuito al termine. Se per sviluppo intendiamo aumento, abbiamo il contrario “diminuzione”. Se progresso, abbiamo “regresso”, se evoluzione abbiamo “involuzione”, se di un pensiero è svolgimento abbiamo “riassunto”. Del termine indicato sentiamo quotidianamente tesi, opinioni, programmi e roboanti annunci di molti, dalla politica ai sindacati, dalle associazioni industriali e quelle economiche ma forse si può pensare in modo sistemico anche al suo contrario, al contrario dello sviluppo. Ciò vorrebbe dire operare in un contesto di “diminuzione”, “regresso” e “involuzione”, forse meno accattivante e più complesso, certamente poco a favore dei riflettori e della ribalta nei media.

Questa piccola premessa allo scopo di anticipare qualche riflessione basata anche e non solo sul territorio locale, savonese e non, in cui effettivamente ed oggettivamente siamo in un contesto contrario allo sviluppo. Lo dicono diverse statistiche e articoli recenti pubblicati sui quotidiani, lo dice la realtà quotidiana: area in forte involuzione demografica, riduzione degli stipendi medi, riduzione dell’occupazione in tutti i settori, riduzione del territorio disponibile grazie al fenomeno tristemente ligure della “rapallizzazione” di cui la nostra area ha tratto, purtroppo, eccellente insegnamento. In generale un quadro contrario dello sviluppo nelle sue diverse accezioni.

Forse andrebbe rivisto il modo con cui si affronta la questione, partendo dal contrario e studiando punto per punto lo stato dell’arte di ogni area e rivalutando come si possa intervenire per fermare il trend e “ripartire” con un vero sviluppo operando però in un contesto contrario allo sviluppo.

Cosa vuol dire in pratica? Provo a fare qualche riflessione. La rapallizzazione ligure ha dato benefici ad alcuni, pochi e soliti, e un contesto territoriale frastagliato, spiacevole, dissestato. Brutto. Fermarla è necessario per ravvivare un settore fondamentale come quello del turismo, perché ci serve un territorio bello e perché sia bello ci sono tanti ambiti in cui intervenire per rinnovare, efficientare riducendo i consumi, migliorare, ristrutturare. Una inversione di tendenza verso lo sviluppo, la “diminuzione” di una attività a favore dell’ ”aumento” di un’altra attività.

Altro esempio. Aziende e imprenditoria in cui i costi della produttività di cui scrissi in un mio precedente articolo: sono un freno e un limite.

Certamente l’ambito territoriale non può tutto ma convenzioni di comuni potrebbero prevedere fortissime defiscalizzazioni per attrarre investimenti compatibili con il territorio e i cittadini, in linea con una area che vuole essere bella, anche per il turismo che è una delle potenziali “aziende”. Negli stessi bacini territoriali si potrebbero attivare contestualmente gli strumenti per tutelare ed aiutare coloro che sono in difficoltà economica, anche a causa di problemi occupazionali. Sviluppo nella riduzione.

Il costo della vita è alto, il costo delle case è alto. Sono legate? In parte si, perché se è vero che vi è un altissimo numero di immobili sfitti è altrettanto vero che se vi fossero più compravendite sarebbero, per leggi di mercato, più opportunità di acquisto e prezzi più favorevoli. E’ altrettanto vero che la “diminuzione” della domanda è un limite imposto dalle minori disponibilità economiche di coloro che vorrebbero comprare, stretta del credito e affini, le cause. Qui, un “aumento” nella possibilità di disporre del credito necessario è indispensabile per i giovani. Riduzione del credito contro aumento del credito; sviluppo locale se le banche locali, anziché essere coinvolte o farsi coinvolgere in casi a dir poco nebulosi, dialogassero con il territorio in modo da essere più vicine e raggiungibili.

La sanità è un settore in sviluppo? Per alcuni si, purtroppo. Se fosse applicabile un concetto di mercato più malattie ci sono meglio è per i settori sanitari e farmaceutici, ripeto, in ottica del privato. Oggi pare proprio che lo scenario sia questo pur con una vita media più lunga che in passato. Questo è un caso in cui, benché in così poche righe con si possa argomentare il concetto, è opportuno puntare ad una “riduzione” o “contrazione” dei consumi: insomma un settore complicato dove se il paziente è il business, saperlo in mano a un privato mi terrorizza.

Penso anche ad un caso di cui si discute in questi giorni, il porto e la riduzione della Authority. E’ un settore in crescita? Così pare stante il comunicato del Maggio 2014, fermo restando la progressiva incidenza negativa dell’import di materiale solido quale il carbone per la centrale di Vado, ferma ora e prossimamente. Settore pur tuttavia in crescita quindi. Ma il timore di un accorpamento nel quadro generale del riordino delle Authority portuali provoca timori di contrazione. Partendo da questo invece il problema và visto nella governance del porto, non nelle sue potenzialità: un accorpamento che potrebbe dare specializzazioni spinte per ogni ambito territoriale portuale e incrementare ancor più i traffici. Autonomia decisionale e focalizzazione su specifici business per la crescita.

Vedremo con il tempo quali azioni si svilupperanno sul territorio: chi pensa allo sviluppo, chi alla contrazione, chi ad ambedue auspicando che chi pensa, pensi veramente per lo sviluppo partendo dal suo contrario come ora fotografato.

Una giornata semplice

Una giornata semplice

Domenica scorsa si è svolto a Genova uno degli eventi più importanti per il Movimento 5 Stelle ovvero la terza edizione del V-Day, un momento di incontro per fare il punto della situazione e lanciare nuovi messaggi ai cittadini.

imgL’occasione è stata quanto mai propizia perché pur essendo una giornata di freddo pungente il tempo è stato clemente e la partecipazione ampissima: colpiva nella folla numerosa la tranquillità e l’entusiasmo di voler partecipare per “ascoltare”, non solamente “esserci”, molti poi hanno trovato spazio nel confronto aperto con i parlamentari a completa disposizione per raccontare e spiegare il lavoro svolto.

Una formula unica arricchita dal discorso di Beppe Grillo che si è dedicato una parte del tempo lasciandone tanto altro a persone come Dario Fo, tanto per non fare nomi, o Paul Connett, il “visionario” della strategia rifiuti zero al quale dobbiamo molto per il solo entusiasmo con cui esorta a perseguire con forza una strategia. Vorrei dire ai diffidenti o mugugnoni che per quanto possa essere arduo il percorso, magari anche tecnicamente,  avere una strategia è quantomeno il primo passo per perseguire un obiettivo, con il mugugno o l’auto sospensione dalle imposizioni di legge (vero Burlando?) per il raggiungimento delle percentuali richieste di raccolta differenziata, non andremo da nessuna parte. Bello l’intervento di Micah White, attivista del movimento Occupy Wall Street che ha toccato alcune questioni cruciali tra cui il fallimento del modello finanziario “estremo” fondato…sul debito. Altri ospiti si sono avvicendati sul palco, ognuno con un contributo ed ognuno con un messaggio.

Molta gente quindi in un clima semplice, di festa con molta curiosità ed estrema attenzione nell’ascoltare i discorsi, i capannelli che quasi naturalmente si formavano vicino ai parlamentari o ai tanti consiglieri presenti, anche loro impegnati comunque nel fare o ridare, se vogliamo, nobiltà alla politica.

Piatto forte della giornata è stata la presentazione del cuore di quella che sarà la proposta politica del Movimento alle prossime elezioni europee che è sintetizzata in 7 punti:

1. Referendum per la permanenza nell’euro

2. Abolizione del Fiscal Compact

3. Adozione degli Eurobond

4. Alleanza tra i Paesi mediterranei per una politica comune finalizzata eventualmente all’adozione di un Euro 2

5. Investimenti in innovazione e nuove attività produttive esclusi dal limite del 3% annuo di deficit di bilancio

6. Finanziamento per attività agricole e di allevamento finalizzate ai consumi nazionali interni

7. Abolizione del pareggio di bilancio

A guardar bene tocca il nocciolo della questione ovvero il precario equilibrio economico in stretta relazione con la moneta unica. Moneta, peraltro, non adottata da tutti i paesi dell’Unione per la quale non viene messa in discussione la forma, ma la sostanza, nel tentativo di arrivare realmente all’Unione Europea, ma delle persone, della condivisione e, soprattutto, della collaborazione.

Già in passato avevo toccato il tema relativo al Fiscal Compact raggiungibile a questo link, che può essere messo in stretta relazione con l’abolizione del pareggio di bilancio e gli Eurobond, diversi tasselli dello stesso mosaico economico; è infatti condivisa da molti, in diverse aree politiche e geografiche, l’idea che uno strumento del genere tenda a schiacciare le economie che, forse meno virtuose, hanno comunque un andamento differente da quelle più solide “tedesco-centriche”, ma non per questo prive di ampissime potenzialità, come sempre è stata l’Italia, fino all’adozione dell’Euro.  I grafici che durante l’intervento di Beppe Grillo venivano mostrati riportavano comunque dati ed informazioni che si possono trovare in rete e certamente, per la nostra realtà economica, la moneta unica e le regole che la registrano, non ha saputo, per ora, dare le risposte attese.

In passato tutti quando abbiamo visto il prezzo di una pizza margherita passare da 4.000 Lire a 4 Euro, forse, qualche riflessione su chi, come e perché si fosse costruito  questo modello, avremmo dovuto farla. Quindi, il dubbio è decisamente lecito.

E cos’è un Euro 2 per quelle aree con economie più lente, coma la nostra o la Spagna, la Grecia etc… se non una alternativa, anche temporanea, per avere maggiore libertà, ad esempio , di svalutazione con lo scopo di aumentare le esportazioni verso altri paesi “non Euro” o paesi Euro con una marcia più veloce?

Oggi ad esempio la Germania fonda principalmente la sua politica economica sulle esportazioni  grazie ai benefici che la moneta unica comporta per la loro economica, d’altronde quanti prodotti tedeschi vediamo sempre più affermarsi nel nostro paese? Non è un caso e, addirittura, è prossima un’indagine in questo senso (http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-11-13/la-ue-apre-indagine-surplus-bilancio-germania-barroso-italia-ancora-sotto-analisi-132234.shtml)

Sicuramente i punti verranno arricchiti in un dibattito che si svilupperà all’inizio del prossimo anno, ma c’è molta materia interessante già ora come anche la valorizzazione dei prodotti agricoli al fine di premiarne i consumi interni: un “chilometro 0” a livello nazionale. Cosa c’è di sbagliato? Molti paesi ben più liberisti del nostro tutelano le proprie produzioni, come gli Stati Uniti ad esempio, sembra invece che l’Unione Europea sia una sorta di “terra di mezzo”. Caso vuole che anche per elementi più spiccioli ovvero nell’elaborazione di nuovi progetti o nuove metodologie cofinanziate dall’Unione nell’ambito dei vari programmi quadro di ricerca o sperimentazione, accada frequentemente che tali vengano adottati o diciamo “presi” da paesi extra UE.

L’impressione, poi non tanto impressione, è che oggi l’Europa unita sia un grande mercato unico delle merci dove si vendono anche porzioni di sovranità nazionale dei paesi membri; tutto è in vendita,  anche il debito pubblico dei paesi come il nostro.

Dobbiamo approcciare su 2 livelli: intervenire sia sul modello con cui è disegnata la politica dell’Unione Europea, un lavoro a medio-lungo termine politico, sia sulle regole della monete unica, lavoro invece da fare a breve termine, di carattere più tecnico ma che deve essere indirizzato da una diversa politica intrapresa all’interno della stessa UE, passaggio indispensabile affinchè si possa parlare di sviluppo dell’area Euro e di tutta l’Europa.

NdR: mentre scrivevo questo articolo è stata emessa la sentenza della Corte Costituzionale. Dopo anni, finalmente, è arrivata  la Corte  dove non voleva arrivare certa politica: l’attuale legge elettorale è, sicuramente, incostituzionale in alcune parti che la sentenza a breve descriverà. Ma è soprattutto una legge elettorale che limita il diritto ai semplici cittadini di scegliere i propri rappresentanti dando un peso al voto in modo completamente distorto con il premio di maggioranza, peraltro poi disatteso come adesso da coalizione che dopo il voto si sciolgono, cambiano nome, vanno al Governo, poi all’opposizione….

Un grazie all’Avv. Aldo Bozzi, su questo punto ha fatto meglio di 3 legislature e centinaia di politici che si sono avvicendati al “potere”.

Il drago Draghi.

Il drago Draghi.

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Mario draghi, il presidente della Banca Centrale Europea, con una mossa parzialmente inaspettata ha abbassato ulteriormente il livello dei tassi di interesse nell’Eurozona, portandolo allo 0,25%, minimo storico dall’esistenza della moneta unica.

Per Draghi l’andamento dei tassi di interesse è correlato all’andamento del tasso di inflazione e la sua policy, nella strenua difesa del fortino Euro, è stata fino ad oggi quella di allontanare il rischio, concreto, della  “deflazione” intervenendo con una politica accomodante.

Le questioni in gioco sono 2 quindi: l’andamento dell’Euro in termini di tasso di interesse e il livello di inflazione nei paesi con moneta unica.

Abbassare il tasso di interesse ad un ulteriore minimo storico non avvantaggerà certamente i normali cittadini con mutuo, cosa a cui tutti normalmente pensano: i mutui legati al tasso di scambio dell’Euro si stima siano, in Italia, meno del 2%. Gli altri sono tutti legati all’Euribor, per lo più a 3 mesi, che non è in diretta relazione con il tasso Euro e peraltro sono già a livelli talmente bassi che non è pensabile una ulteriore riduzione: nessuna banca oggi presterebbe denaro senza un tasso minimale di interesse ad altre banche. Potrebbe avvantaggiare le varie banche che si fanno prestare denaro dalla BCE ma ad oggi le stesse non rimettono in circolo il denaro ricevuto e questo, di per sé, è un grosso limite ed un errore nelle regole esistenti.

L’altra questione che preoccupa è il tasso di inflazione che si attesta mediamente sullo 0,7%, in picchiata dall’anno scorso in cui era al 3,2%. Non entriamo nelle teorie economiche che definiscono cos’è l’inflazione ma basti sapere che l’effetto finale è che a parità di moneta disponibile, un bene o un servizio costa di più. L’inflazione per la BCE deve essere mediamente al 2%, valore peraltro simile a quanto veniva perseguito in Italia nella prima metà del ‘900, ed oggi la tendenza è che il valore dei prezzi salga sempre di meno, addirittura in uno scenario simile a quanto accaduto in Giappone, possa scendere ancora. Da notare che il Giappone non è fallito, non ci sono state orde di barbari nelle strade ma ha, con fatica, tenuto i tassi di interesse allo zero per molti anni, aumentato le esportazioni e “svalutato” la moneta. Qui si parla di “deflazione”. Cosa comporta?

Pensare che la diminuzione dei prezzi sia un vantaggio oggettivo è sbagliato perché tutti noi siamo consumatori ma anche “produttori” e tutto il sistema produttivo si troverebbe a fare i conti con prodotti o servizi con minore utile, conseguenze dirette sono la riduzione dell’occupazione, in un contesto dove la produzione stessa diminuisce proprio perché viene ridotta la domanda ed il valore del prezzo finale.

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Un gatto che si morde la coda visto che il livello di disoccupazione medio in area Euro è al 12%, senza contare quella giovanile che in paesi come il nostro supera il 30%.

Fatte queste premesse è chiaro che lo scenario futuro è grigio, per usare un eufemismo, ma soprattutto non è condivisa la visione dello stesso futuro monetario. La politica di austerità imposta dalla leadership tedesca sta mettendo a dura prova la tenuta sociale dell’Europa che dimostra enormi differenze da paese a paese, ne avevo già fatto cenno in un mio precedente articolo.

Siamo di fatto tenuti forzatamente uniti da una moneta che molti economisti mettono in discussione non tanto per pregiudiziali politiche ma quanto perché non ha la flessibilità necessaria per affrontare un periodo come questo.La realtà è che siamo sempre più prossimi all’inevitabile scelta da affrontare ovvero se investire tutto nella costruzione di una Europa Unita, disegnata tramite la politica sui bisogni della società e dei cittadini che ne fanno parte, anziché una “Moneta Unita” disegnata sulle necessità di alcune lobby di potere, grandi banche, pochi paesi beneficiari di cui noi cittadini ne subiamo le scelte, senza reali benefici.

Forse dovremmo rispolverare le speranze e le idee di Giuseppe Mazzini che con la sua Giovine Europa si prefissava di promuovere l’indipendenza e l’emancipazione dei popoli dalla sudditanza ai regimi assoluti, ma oggi chi sono i regimi assoluti? Gli Stati sovrani o, forse, le Banche Assolute?

“TARES e quales” ad un balzello medioevale.

“TARES e quales” ad un balzello medioevale.

In questi giorni per molti savonesi, con l’arrivo del primo caldo estivo, è giunta un’amara sorpresa: gli “avvisi bonari” di pagamento del nuovo tributo TARES, ma di bonario, nella reazione di chi lo riceve c’è ben poco, anzi, solo la vergogna che si può provare nel mettere il classico dito nella piaga.

E’ una batosta rispetto alla vecchia Tarsu, ora molto più simile all’IMU, ma già lo si sapeva: cifre persino raddoppiate, o giù di lì, ma facciamo un po’ di cronistoria degli eventi per capire come siamo arrivati a questo punto.

IERI, 2012

uno

OGGI, 2013

due

 

Con il Dl 6 dicembre 2011, n. 201Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici (cd. “Salva Italia”)”, il buon Monti parte alla carica con le sue iniziative illuminanti ed innovative, aumentare la pressione fiscale sui ceti medi: che trovata geniale e realmente innovativa!

La nuova tassa sui rifiuti e sui servizi viene introdotta per accorpare in un’unica tassa  le diverse fasi della gestione dei rifiuti, indirizzata a tutti i destinatari ed utenti potenzialmente in grado di produrre rifiuti appunto; il nuovo tributo andrà a finanziarie sia il prelievo previsto per il servizio di smaltimento dei rifiuti svolti dai singoli comuni sia all’amministrazione centrale  così come originariamente previsto dal decreto sul federalismo municipale. Quindi l’obiettivo è avere un’unica tassa sia per la gestione, sia per la raccolta, che per lo smaltimento e che abbraccerà utenti persone fisiche ed esercizi commerciali. Da notare che l’elemento distintivo per il pagamento è il possesso e non la proprietà del “bene”, al contrario di quanto poteva avvenire con TIA e TARSU.

Sfogliando un po’ di normative come la delibera comunale di attuazione (http://images.comune.savona.it//IT/f/ilconsiglio/Delibere/2013/15/15307_COMUNESVML_2342013.pdf) ed il regolamento comunale di Savona che ne regolamenta l’applicazione (http://images.comune.savona.it//IT/f/Tributi/TARES/15/15379_COMUNESVML_2442013.pdf), deliberato dal Consiglio comunale nell’Aprile 2013, con i voti contrari dell’opposizione, in particolare del M5S,  si può rilevare che la struttura dell’imposta è data dalla componente rifiuti, comprensiva di tutti i servizi connessi all’intero processo di gestione dei rifiuti  e componente servizi: qui si paga pure l’illuminazione pubblica, cosa c’entra con i rifiuti non è chiaro. Forse serve ai netturbini di ATA di prima mattina in inverno.

A parte le battute, la determinazione della tariffa avviene “in base alle quantità e qualità medie ordinarie di rifiuti prodotti per unità di superficie e ad essa si applica una maggiorazione, pari a € 0,30, modificabile in aumento dal Comune fino a € 0,40, per metro quadrato di superficie assoggettabile allo stesso, costituente la componente servizi del tributo.

Il gettito della componente rifiuti è destinato in toto alla copertura del 100% del servizio per il quale, il soggetto gestore, nel caso del Comune di Savona è ATA, deve annualmente fornire il piano finanziario dell’anno successivo comprensivo degli obiettivi di miglioramento, salvo conguagli, disciplinato secondo i criteri di determinazione dei costi del servizio di gestione dei rifiuti stabiliti con i criteri contenuti nel D.P.R. 158/1999 che di fatto dà ai Comuni ampio mandato per la determinazione della tariffa.

La tariffa è composta da due quote, l’una – detta quota fissa – determinata in relazione alle componenti essenziali del costo del servizio di gestione dei rifiuti, riferite in particolare agli investimenti per le opere ed ai relativi ammortamenti, e l’altra – detta quota variabile – rapportata alle quantità di rifiuti conferiti, al servizio fornito e all’entità dei costi di gestione. Ad essa sono connessi 2 coefficienti, uno per la quota variabile, più elevato, ed uno per la quota fissa che vengono moltiplicati con la cosiddetta tariffa unitaria al metro quadro, e le maggiorazioni, dando luogo in estrema sintesi al calcolo del tributo ed alla somma da versare.

Il significato di questi coefficienti può essere così sintetizzato:

  • UTENZE DOMESTICHE
  • QUOTA FISSA: E’ determinata in modo da privilegiare i nuclei familiari più numerosi e le minori dimensioni dei locali (coefficiente di adattamento Ka) .Ha una differenziazione per Comuni sopra o sotto i 5000 abitanti e tra aree del Nord, Centro e Sud. L’applicazione per il Comune è stata di facile interpretazione.
  • QUOTA VARIABILE: E’ rapportata alla produzione individuale di rifiuti differenziati e indifferenziati (coefficiente di produttività Kb, in funzione del n° dei componenti).
Massimi e Minimi di legge Coefficiente variabile applicato a Savona

Come si può vedere il Comune ha applicato le tariffe sopra la media fino a 3 componenti del nucleo familiare, dopo è rimasto in linea alla media o sotto. Mai ovviamente al minimo…

  • UTENZE NON DOMESTICHE
  • QUOTA FISSA: E’ attribuita in base a un coefficiente relativo (Kc)di potenziale produzione di rifiuto legato al tipo di attività per unità di superficie.
  • QUOTA VARIABILE: E’ rapportata a un coefficiente di produzione (Kd) in kg/mq che tiene conto della quantità di rifiuto connessa alla tipologia di attività.

tre

Non c’è spazio sufficiente per riportare le tabelle, disponibili comunque sia sul regolamento comunale con i coefficienti  fissi e variabili, ed in rete (http://www.tares.it/wp-content/uploads/2012/10/PROSPETTO-DI-ANALISI-REGOLAMENTO-bozza-del-17-10-2012.pdf) per eventuali confronti. Anche qui il criterio di applicazione dei coefficienti è difficilmente se non raramente sui minimi, ma piuttosto il contrario.

L’ammontare del tributo può essere sensibilmente ridotto se la raccolta differenziata aumenta. Quanto più aumenta, tanto più si riduce sia il computo dedotto sia dal coefficiente di quota variabile sia la maggiorazione per i servizi (da 0, 30 Euro/mq a 0,40 Euro/mq). Idem per i rifiuti assimilati urbani. Insomma, ci sarebbe un sensibile risparmio se si raggiungessero gli obiettivi da molti auspicati:

cinque

Durante la discussione antecedente alla delibera di Consiglio per il nuovo regolamento attuativo comunale pare che l’Assessore al Bilancio Martino avesse dichiarato in pompa magna che tale tributo rappresenta “ una imposta dedicata per definizione a spesare il servizio rifiuti“. Non importava però allora che la Tares fosse ancora in forse, o fosse prevista la possibilità prudenziale di mantenere le vecchie tariffe. Non importava che in Parlamento fosse oggetto di ben tre diverse mozioni: PD, PDL, MoVimento 5 Stelle, diversamente uniti ne chiedevano una sospensione, a indicare quanto fosse criticata e quanto fosse tutt’altro che scontata la sua applicazione.
Nulla, il Comune di Savona aveva deciso di metterla a bilancio e di chiudere anticipatamente la partita.

Attrezzarono così in fretta e furia l’ufficio tributi per calcolare la nuova tariffa, con i risultati che si vedono in questi giorni, senza possibilità di tornare indietro. Inutili le proteste e le richieste dell’opposizione, di fronte ad un bilancio presentato già blindato, deciso nelle segrete stanze e ad una approvazione data per scontata, nel perfetto silenzio assenso della maggioranza, con qualche laconico mugugno a bassa voce forse.

Con le tariffe già elevatissime dell’IMU, e con quest’ulteriore “balzello” che va a gravare sempre sugli stessi settori, il quadro è realmente desolante. Ma è ancor più desolante sapere che Savona si attesta a circa il 22% di raccolta differenziata, altro che riduzioni della tariffa, c’è il rischio di incorrere in sanzioni per il mancato raggiungimento degli obiettivi europei di gestione dei rifiuti, ed ogni comune ne è corresponsabile.

L’allarme lanciato di quanto la Tares sia arbitraria e iniqua è stato puntualmente inascoltato dando luogo ad una patrimoniale subdola: fra tariffa e addizionali fa pagare carissimi dei servizi sempre più discutibili, è penalizzante per le famiglie, un “massacro” per le imprese e gli esercizi commerciali già boccheggianti. Per non parlare del fatto che è assolutamente slegata da logiche di raccolta differenziata virtuosa, dove magari il cittadino “smart” è contento di pagare di più ma avere una città più pulita, un processo di gestione dei rifiuti ottimale e quindi una sorta di ritorno di investimento.

No, nulla di tutto questo, stiamo purtroppo parlando dell’ennesimo salato balzello applicato dal nostro Sceriffo di Nottingham (qui ognuno è libero di dare il volto che più gradisce, la scelta è ampia), insomma, una tassa da ripensare in toto.

Il Comune di Savona, teso a far quadrare ad ogni costo i conti, senza tagliare spese superflue e compensi quantomeno discutibili, non sembra particolarmente toccato. Benché abbia lasciato la quota parte di tariffa di maggiorazione dei servizi a 0,30 Euro/mq quale soglia minima, aveva certamente margine di manovra su tutti i coefficienti, tranne la quota fissa per le utenze domestiche, ed è ormai necessario e non più accettabile alcun rinvio del l’avvio della raccolta differenziata. Senza ovviamente dimenticare che tutto ruota attorno ad ATA, per il suo ruolo ovviamente, che riporta i seguenti costi:

quattro

Speremmu.

 

 

 Europa 1 – Italia 0.

 Europa 1 – Italia 0.

Mentre stavo rientrando da una trasferta di lavoro ho ascoltato la trasmissione “Smart City – La città intelligente”, condotta dal mio omonimo Melis, di nome Maurizio, ottimo giornalista scientifico e preparato nell’ormai noto settore delle Smart City.

Degli argomenti trattati, uno in particolare mi ha colpito, durante il quale c’è stato un collegamento con l’ex ministro Profumo, savonese di nascita ma torinese di adozione, che ha incentrato il suo intervento sul rapporto decisamente sfavorevole che ha l’Italia con i fondi di finanziamento di provenienza europea. In sostanza quanto veniva rimarcato è che l’Italia ha una capacità attrattiva di finanziamenti che pende a sfavore rispetto alla quota contributiva che il nostro paese indirizza verso Bruxelles.uno

Riferendosi al bilancio 2007-2013, l’ex ministro ha spiegato che il contributo italiano è pari al 13,5% dei 56 miliardi di euro messi a disposizione dall’Unione, e  l’Italia è riuscita o sta riuscendo a recuperare appena l’8,5% del totale (contro il 13,5% appunto), sulla base dei progetti che ha presentato in questo periodo, in generale la nostra capacità di fare rientrare fondi rispetto ai contributi che versiamo all’Unione si aggira intorno al 60%, forse meno, contro percentuali ben più alte di altri paesi europei.  Un problema strutturale che abbiamo è nell’approccio, forse un po’ “italico” e culturale se vogliamo, ovvero si tende a cercare i fondi senza aver chiaro a priori cosa farsene.

In sostanza, bisogna invertire l’ordine degli addendi: non più partire dai fondi per arrivare ai progetti ma avere, nel momento in cui si definiscono delle cifre di massima, già chiari e disponibili dei progetti contestualizzati ai territori sui quali saranno gli obiettivi da perseguire.

E’ una ’impostazione che può avere forte incidenza nelle politiche di rilancio dell’economia nostrana anche in ottica di un ritorno alla crescita, negli ultimi anni i fondi comunitari hanno assunto una cattiva reputazione come di soldi di nessuno, spesso spesi male o non spesi, in realtà ci sono strumenti come i fondi strutturali messi in campo dalla Ue – il Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR), il Fondo sociale europeo (FSE) e il Fondo di coesione – per non parlare di tutti quelli che sono fondi rientranti nell’universo dei finanziamenti sulle smart city, come “Horizon 2020” per citare il prossimo ingente piano di finanziamento.due

Questo è quindi un problema ed un limite al quale per certi versi vi è rimedio o quanto meno è possibile attivarsi affinché pubblica amministrazione e settore privato facciano squadra per migliorare le proprie proposte progettuali.

Il problema ancor più serio e complesso risiede nella “politica” europea che si sta spingendo verso posizioni che da un punto di vista economico, nella cosiddetta “austerity” maggiormente gravosa per i paesi di area “Euro”, sta rallentando il normale processo di sviluppo economico e dall’altra nella sua sede istituzionale quale il Parlamento europeo, vede un ruolo dei deputati italiani alquanto ridotto o riduttivo: la tendenza degli ultimi anni è stata quella di inviare a Bruxelles o Strasburgo i politici cosiddetti “trombati” o da riciclare, i Borghezio o Mastella o Zanicchi solo per citarne alcuni, senza voler con questo dire che siano tutti inattivi o completamente avulsi dallo sviluppo delle politiche europee, ma tant’è.

La questione in sostanza è che per quanto ora noi lamentiamo politiche europee che ci danneggiano e che non rispondono alle esigenze della gente comune, dovremmo considerare attentamente quali scelte e quali strategie verranno avviate dalle forze politiche che intendono partecipare alla competizione elettorale del prossimo anno, appuntamento quinquennale per il rinnovo del parlamento europeo. Ed infatti spesso e volentieri sentiamo dei nostri Premier e Ministri che “vanno in Europa”, ma non ci siamo anche noi in Europa, ovvero all’interno delle istituzioni europee? Se dall’Italia andiamo a chiedere e talvolta sembra quasi “mendicare”, i nostri euro-deputati esattamente dove sono? Cosa fanno? Quanto incidono nelle politiche anche a favore del proprio paese che li ha eletti per rappresentarne le necessità?

Credo siano domande lecite perché le scelte intraprese dall’Europa, da non confondersi con la Banca Centrale Europea, benché ad oggi sia forse l’unico reale “governo” delle nostre vite, sono sempre più incisive nell’ambito delle politiche di sviluppo, lavoro e ricerca.

“Unita nella diversità.” , così dice il motto dell’Unione Europea.

Fiscal Compact o Mortal Combat?

Fiscal Compact o Mortal Combat?

Gli amanti dei videogiochi storici ricorderanno sicuramente uno dei migliori “Picchiaduro” degli anni ’90, che con le sue combo, i personaggi e la violenza da Grand-Guignol  lo resero eccellente sotto tutti i punti di vista.

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Ebbene, ai giorni nostri abbiamo una nuova versione del siffatto video gioco, il Fiscal Compact. Purtroppo è un gioco non adatto al grande pubblico ma solo per pochi eletti nelle cabine di regia del Vecchio Continente. Il 1 Gennaio 2013 nella totale indifferenza o quasi della gran parte degli italiani è entrato in vigore il “Trattato di Stabilità, coordinamento e governance, nell’unione economica e monetaria”. Il trattato doveva essere ratificato da almeno 12 stati dell’unione in quanto non è un atto emanato a livello centrale ma un accordo intergovernativo di diritto internazionale, 25 dei 27 lo hanno approvato nelle proprie sedi parlamentari, tranne Gran Bretagna e Repubblica Ceca, si sono rifiutati.

Il Fiscal Compact costituisce la parte squisitamente fiscale del trattato e si può sintetizzare in due obblighi dei paesi sottoscrittori: il primo attiene al rapporto tra il disavanzo pubblico e il prodotto interno lordo (che chiameremo “Rapporto A”), il secondo tra il debito pubblico e il prodotto interno lordo (“Rapporto B”).

Premettiamo alcune definizioni che possono essere ricavate da tutti navigando in rete:

Prodotto Interno Lordo: Il Prodotto Interno Lordo è il valore totale dei beni e servizi prodotti in un Paese da parte di operatori economici residenti e non residenti nel corso di un anno, e destinati al consumo dell’acquirente finale, agli investimenti privati e pubblici, alle esportazioni nette (esportazioni totali meno importazioni totali). Non viene quindi conteggiata la produzione destinata ai consumi intermedi di beni e servizi consumati e trasformati nel processo produttivo per ottenere nuovi beni e servizi. Insomma, è ciò che un paese produce.

Disavanzo pubblico: l’ammontare della spesa pubblica non coperta dalle entrate, ovvero quella situazione economica dei conti pubblici in cui, in un dato periodo, le uscite dello Stato superano le entrate. Il disavanzo è dunque un risparmio pubblico negativo.

Debito pubblico: l’ammontare dei debiti che un paese ha contratto nella sua storia verso creditori che possono essere persone, enti, imprese o altri paesi.

 

Lo schema del Fiscal Compact si può rappresentare come qui riportato. Significa che in condizioni di rapporto stabile tra il proprio debito pubblico e il PIL, è concesso di avere un massimo di disavanzo pubblico rapportato con il PIL dello 0,5%, in caso contrario, è il massimo è 1% PRIMO OBBLIGO

Rapporto A MAX 0,5%  se Rapporto B <= 60%

SECONDO OBBLIGO

Rapporto A MAX 1%  se Rapporto B >= 60%

La cosa incredibile è che tali parametri, secondo il trattato, devono essere ricercati e mantenuti tramite strumenti legislativi e fiscali nazionali, possibilmente “di natura costituzionale” e per attuarli, il Governo in carica, ha prontamente messo mano alla Costituzione intervenendo sull’articolo 81, “voci di corridoio” dicono in 86 minuti, viene da domandarsi perché già che c’erano non hanno messo mano agli articoli relativi alle Provincie per abolirle.

Và sottolineato inoltre che per quanto riguarda il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo, per i paesi sottoscrittori dell’Euro, è fatto obbligo entro 20 anni arrivare ad un valore di rapporto al 60%, eliminando ogni anno il 5% di eccedenza del debito rispetto a questo valore. L’Italia oggi ha il sopracitato rapporto al 120%, dovrebbe quindi ogni anno destinare circa 45-50 miliardi di Euro per pagare questo debito, una enorme manovra finanziaria ogni anno, oltre a quella normalmente necessaria. Drammatico.

Assolutamente discutibile la soglia fissata salomonicamente al 60% senza alcuna valutazione specifica sulle singole capacità economiche di ogni paese dell’area Euro, per non parlare degli squilibri che la stessa ha al suo interno, nei regimi fiscali, nei costi della “produttività” etc… insomma una regola uguale per tutti dove tutti sono diversi.

Per raggiungere questo obiettivo la prima mossa nello scenario di gioco, qui torniamo a Mortal Combat, è stata quella più “cruenta”, la combinazione perfetta: aumentare il prelievo fiscale e ridurre la spesa pubblica, alcuni la chiamano austerity, altri, forse più opportunamente, declino.

Non è pensabile privare una nazione della possibilità di adottare, secondo le teorie economiche più diffuse, politiche temporanee di indebitamento per fare ripartire l’economica, ora è impossibile. Tanto più che non è possibile, oggi, fare scelte autonome di svalutazione della moneta, per l’area Euro.

Da qui si sviluppano alcuni temi, primo fra tutti se gli strumenti adottati di “austerità” ci aiuteranno ad uscire da questa profonda crisi: bè pare proprio di no, secondo i principali studiosi di economia. La pensano diversamente gli operatori della finanza ed i politici a conferma che le sorti della nazioni non sono più in mano ai rappresentanti del popolo, ma a quelli delle banche, braccio operativo della finanza speculativa, di quella economia non reale che ci sta accompagnando da alcuni decenni. La giustificazione dei leaders europei è che la crescita è demandata ad una fase due, era invece prioritaria la fase uno di riordino dei conti.

Sarà, un buon padre di famiglia è giusto che non si indebiti troppo, ma se serva la macchina al figlio per farlo andare a lavorare, deve avere la possibilità di comprarla anche con un prestito, indebitandosi, perché un domani ne avrà un vantaggio a lungo termine, un investimento per il suo futuro e quello della sua discendenza.

Guardare all’Europa Unita è nella natura italiana, dalla “Giovine Europa” di mazziniana memoria, è un fatto storico e inconfutabile che l’Italia abbia creduto sempre in questo grande progetto. Nella storia anche recente abbiamo spesso visto nell’Europa un modello cui fare riferimento, un modo per giustificare i nostri limiti e cercare un qualche intervento risolutivo da altri vicini nostrani, più bravi e più virtuosi. Il modello però oggi lascia qualche perplessità, il pensiero dominante, simil tedesco per intenderci, non sembra intenzionato ad una più equa distribuzione della ricchezza, sulla scorta dei principi di equità sociale e integrazione dei popoli siamo piuttosto messi male, complice la crisi dove ognuno, alla fine, cerca un po’ di arrangiarsi come può, visti i tempi.

Se però il trend si conferma è difficile pensare ad una reale integrazione politica dei paesi membri, quindi anche una integrazione di politiche fiscali: la moneta unica non era il punto di arrivo, era il punti di partenza ma qualcuno, oggi, sta guadagnando bene, qualcun altro invece sta soffocando, come la Grecia l’altro ieri, Cipro ieri, e domani? A chi toccherà?

In Mortal Combat, come tutti i picchiaduro, ne restava solo uno, come il film “Highlander”, non vorremmo che anche in Europa ne restasse solo uno, quello che ci guadagna.

 

L’IMUrtacci! (loro)

L’IMUrtacci! (loro)

 

 Dunque siamo arrivati alla resa dei conti, e che conti! Con il 17 Dicembre si chiude il termine per il pagamento dell’ultima tranche dovuta per l’IMU (Imposta Municipale Unica o anche Propria) che per sua natura è di fatto una reintroduzione dell’ICI per la componente immobiliare e dell’l’IRPEF, con le relative addizionali regionali e comunali,  per la componente di redditi fondiari su immobili non locati e non affittati.
 La tassa, in particolare l’ICI che fu abolita dal faccione sorridente di Berlusconi ad un Porta a Porta di alcuni anni fa, è in realtà opera dello stesso Governo Berlusconi ultimo che,  con il d.lgs. nº 23 del 14 marzo 2011, ne stabiliva l’introduzione a partire dal 2014 limitatamente agli immobili diversi dall’abitazione principale.

Il Governo Monti, il governo delle banche e delle agenzie di rating per intenderci che sta per lasciarci, con il decreto legge nº 201 del 6 dicembre 2011 (noto come “manovra Salva Italia”) poi convertito, con modificazioni, dalla legge nº 214 del 22 dicembre 2011 ha modificato nella sostanza l’imposta rendendola di fatto una nuova ICI sulle abitazioni principali ed anticipandone l’introduzione, in via sperimentale, a partire dal 2012  per poi essere applicata a regime a partire dal 2015.

Va detto che del concetto di “sperimentale” o “a regime”, nella tassa, di fatto non vi è traccia ed è pertanto opinione diffusa che tale così è e così, per ora, ce la teniamo. Proviamo ora a fare una sintesi schematica di questa imposta che, a parere dello scrivente, si affianca al canone RAI nella classifica delle imposte più odiate.

Gli “oggetti” tassati sono:

. fabbricati in cui rientrano anche i fabbricati rurali ad uso sia abitativo sia strumentale;

 . aree fabbricabili;

 . terreni in cui rientrano sia quelli agricoli sia quelli incolti.

I soggetti passivi, colore che pagano, sono:

 . il proprietario di fabbricati, aree fabbricabili e terreni a qualsiasi uso destinati;

 . il titolare del diritto reale di usufrutto, uso, abitazione, enfiteusi, superficie sugli stessi;

 . l’ex coniuge affidatario della casa coniugale;

 . il locatario per gli immobili, anche da costruire o in corso di costruzione, concessi in locazione finanziaria

 In estrema sintesi gli elementi che compongono l’IMU sono, tutto sommato, semplici:

  . rendita catastale: rivalutata del 5% e poi moltiplicata per dei fattori fissi per categoria catastale, ferme restando alcune specifiche eccezioni

I fattori fissi in questione sono:

  •  160 per i fabbricati classificati nel gruppo catastale A e nelle categorie catastali C/2, C/6 e C/7, con esclusione della categoria catastale A/10. Per intenderci il gruppo catastale A è il più rappresentativo delle abitazioni in cui viviamo regolarmente.
  •  140 per i fabbricati classificati nel gruppo catastale B e nelle categorie catastali C/3, C/4 e C/5;
  •  80 per i fabbricati classificati nelle categorie catastali A/10 e D/5;
  •  60 per i fabbricati classificati nel gruppo catastale D, ad eccezione dei fabbricati classificati nella categoria catastatali D/5; tale moltiplicatore è elevato a 65 a decorrere dal 1° gennaio 2013;
  •  55 per i fabbricati classificati nella categoria catastale C/1.

    . delle aliquote: sia per l’abitazione principale, dove proprietario e proprio nucleo familiare risiedono abitualmente, sia per le altre tipologie di fabbricati, che hanno rispettivamente delle forbici da un minimo ad un massimo, a discrezione del Comune

    Le aliquote in questione sono:

    –  per l’abitazione principale: è pari a 0,4%, i Comuni possono aumentarla o diminuirla sino a 0,2 punti percentuali;

    –  per gli altri fabbricati: l’aliquota di base è pari a 0,76 %, I comuni possono aumentarla o diminuirla sino a 0,3 punti percentuali

    Per quanto concerne l’aspetto dell’incasso, lo Stato si riserva la quota di imposta pari alla metà dell’importo calcolato applicando alla base imponibile di tutti gli immobili, ad eccezione dell’abitazione principale e delle relative pertinenze, nonché dei fabbricati rurali ad uso strumentale, l’aliquota di base pari allo 0,76%: quindi ad esempio se in un Comune si applica una aliquota più alta per altri fabbricati, comunque sia la quota parte dello Stato è sempre basata sul 50% dello importo calcolato con l’aliquota 0,76.Questo almeno per ora, è prossimo un emendamento alla legge di stabilità ora in discussione, per dare tutto ai Comuni.

Bene, anzi male. Già nella formulazione della legge, per quanto attiene i fattori moltiplicatori della rendita catastale ci sono delle iniquità incredibili: ovvero per la rendita catastale di fabbricati del gruppo catastale A si moltiplica sempre per 160 sia che si tratti di un Castello, classe A8, sia che si tratti di una abitazione “ultra popolare” A5. Questo al momento è quello che il Governo dei tecnici ci ha lasciato, è doveroso un approccio più incrementale e adeguato alle realtà abitative.
Passiamo ora al nostro beneamato Comune di Savona: con ampia visione amministrativa, equo senso di giustizia sociale e visione sistemica della Cosa Pubblica, è partito già il 1 Febbraio 2012, in Prima Commissione, ad illustrare che avrebbe applicato l’aliquota massima dell’1,06 per tutti gli immobili al di fuori dell’abitazione principale. Come dire: nel dubbio spariamo proiettili a grappolo che ne becchiamo quanti più possibile.

Come già diceva giustamente l’amica Milena DeBenedetti del Movimento 5 Stelle di Savona, mi permetto di riportare un suo passaggio: “Siamo abituati a considerare chi ha casa un “ricco”, ma spesso, al di là di grossi proprietari e speculatori, si tratta solo di persone che sono state previdenti, ma ora stanno attingendo ai risparmi per tirare avanti perché hanno pensioni basse, sono stati licenziati, hanno figli che non lavorano. Che magari hanno anche un mutuo. Le persone ormai entrano in crisi per ogni spesa non prevista, possono contare sempre meno su redditi esterni.

Non paghi ovviamente nel consiglio comunale del 28 Febbraio, durante l’approvazione del Bilancio, quanto previsto veniva, per il 2012, definitivamente confermato.

Forse qualcuno non si è accorto che ora, per comprare casa, l’erogazione dei mutui è ormai un miraggio, il capitale necessario in una compravendita è tale che pochi sono in grado di comprare, i “Soliti Pochi” verrebbe da dire; assumere quindi che possedere altre case di proprietà sia sinonimo di ricchezza è sbagliato nella forma e nella sostanza, soprattutto quando queste case provengono per eredità dai propri parenti “defunti”.

Quando un parente prossimo poi concede ai figli, nipoti o cugini un immobile gratuitamente, laddove questi vi risiedano abitualmente con il nucleo familiare, perché non hanno gli strumenti per comprare casa,  non è certo per lucro e nella sostanza si tratta di una abitazione principale. Perché quindi non applicare una aliquota più sostenibile? Sono eresie? Assolutamente no, basti guardare alcuni comuni a noi vicini come Albissola Marina, Varazze che applicano l’aliquota ordinaria dello 0,76 per gli immobili dati in comodato d’uso gratuito ad un parente fino al 3° e affini al 2°.

In sostanza i distinguo si potevano fare.

Si trattava forse di un problema di Bilancio? Se non ricordo male, dopo la relazione della Corte dei Conti, successiva ai fatti dell’IMU, il Sindaco ha dichiarato che Savona è in regola con i bilanci, si tratta solo di problemi tecnici. Poteva quindi rimodulare l’aliquota mettendola allo 0,76. Tanto per dare un messaggio alla Corte dei Conti, della serie siamo massicci e non abbiamo nulla da temere.

La realtà purtroppo è che molto probabilmente i conti non sono in ordine e che non vi è una visione tale da capire che colpire nel mucchio i soliti noti di fatto riduce le capacità di spesa, non basta trincerarsi dietro concetti ai limiti del ricatto quali o così o siamo costretti a tagliare i servizi: e valutare invece concetti quali efficacia ed efficienza? O forse perequazione fiscale?

Se i conti non sono in ordine è responsabilità politica dell’amministrazione comunale che peraltro è la medesima del precedente mandato e diretta discendente di quella ancor prima guidata da Ruggieri: qui non ci sono Berlusconi a cui dare la colpa…

Per una applicazione corretta dell’imposta comunale, una visione sistemiche e che tendesse ad un modello impositivo quanto più equo possibile, avrebbe, se non altro, cercato di applicare quanto disposto dalla legge 30/12/2004, n. 311 che al comma 336 tratta in merito della possibilità per i Comuni di richiedere quanto necessario ai titolari degli immobili che risultino avere un classamento non congruo per intervenute variazioni edilizie. Non solo, il comma 335 determina che possano e debbano essere presi in considerazione, proprio ai fini dell’applicazione dell’imposta comunale sugli immobili, disparità tra il valore medio di mercato e il valore medio catastale al fine di identificare il corretto classamento.

La ruota gira, purtroppo a pagare tutto sono sempre i soliti noti, poi ci sono gli altri.

Caro CO.RE.CO ti scrivo.

Caro CO.RE.CO ti scrivo.

“Caro CO.RE.CO ti scrivo, così mi distraggo un po’…”, a ripensare al testo volontariamente storpiato del compianto cantautore bolognese Lucio Dalla, in una delle sue migliori canzoni, viene nostalgia.

Ma a ripensare al CO.RE.CO, di questi tempi, ne viene altrettanta. Solo per ricordare ai più giovani o a chi non ne conosceva le funzioni, una brevissima cronistoria dell’Ente regionale al quale erano attribuite funzioni di controllo sugli atti delle province, dei comuni e degli altri enti locali.

Previsto dalla Costituzione fin dagli albori dello Stato repubblicano, all’articolo 130, fu istituito con legge n. 62 del 1953 e reso operativo nel 1971 in concomitanza con l’attuazione dell’ordinamento regionale.

Il CO.RE.CO (Comitato Regionale di Controllo) nelle sue funzioni esercitava sia il controllo di legittimità sugli atti delle provincie, dei comuni e degli altri enti locali sia, in casi disciplinati dalla legge, anche il controllo di merito, nella forma di richiesta motivata agli enti deliberanti di riesaminare la loro deliberazione.

In sostanza aveva anche il compito di annullare atti illegittimi ed intervenire nel merito su atti quali i bilanci degli enti locali vincolando i consigli a riesaminare la deliberazione che, per divenire esecutiva, doveva essere confermata dal consiglio, provinciale o comunale, a maggioranza assoluta assumendosene la responsabilità politica, sconosciuta a molti amministratori.

Era costituito con un mix di figure competenti in materia di diritto amministrativo nominate dalla Regione, dalla Prefettura e dal Tribunale Amministrativo Regionale.

Perché se ne parla al passato? Perché con la riforma del Titolo V della Costituzione, nel 2001, fu abolito l’articolo 130 e di fatto eliminato l’obbligo di avere un Ente amministrativo “controllore”; pur aprendosi un ampio dibattito sulla possibilità o meno di mantenere in funzione il CO.RE.CO, tutte le Regioni se ne privarono.

Le funzioni di un ente come il CO.RE.CO sono quanto mai di attualità, anche a Savona, dove pare che l’intervento della Corte dei Conti sugli sprechi e le inefficienze nella gestione dei rapporti con la società comunale ATA, tramite la sua relazione,  abbia compiuto un atto di “lesa maestà” verso l’amministrazione Berruti che si trincera dietro una banalizzazione del problema per “meri errori tecnici”.

Purtroppo al contrario la gravità del fatto non è sufficientemente compresa dai nostri amministratori e forse, con superficialità e poca attenzione agli aspetti giuridici di quanto contestato, non comprendono quali danni alla cittadinanza siano prossimi ad essere palesati e che tali ricadranno sulla stessa cittadinanza quali conseguenze dirette di un irregolare operato amministrativo.

Il vuoto lasciato da questo Ente probabilmente nel contesto attuale non verrà colmato, sicuramente dal punto di vista amministrativo, ma dal punto di vista funzionale è lecito domandarsi se forse con un livello di controllo più vicino all’operato degli enti locali si possa efficientare l’apparato amministrativo al fine, ultimo e primo per importanza, di evitare sprechi o cattiva gestione.

L’amministrazione comunale savonese sta accumulando da anni un debito pro-capite fra i più alti d’Italia, stando a fonti quali il Sole 24 Ore, e non vi sono state tracce di inversioni di tendenza. La classica “goccia che fa traboccare il vaso” dovrebbe essere proprio la relazione della Corte dei Conti che fornisce indirettamente l’invito ad un serio ripensamento di cosa significhi amministrare per il bene comune nel rispetto delle leggi e dei regolamenti.

L’evasore fiscale.

L’evasore fiscale.

Faceva caldo e mi stavo girando nel letto continuamente da una parte e dall’altra, cercando, con la posizione giusta, di arrivare al sonno profondo con il quale accompagnarmi fino all’indomani.
D’un tratto vengo come folgorato da un pensiero, intenso e vibrante come un fulmine in una serata estiva: pensa ad uno Stato dove i controlli fiscali vengono effettuati con rigore e precisione, dove chiunque che paga regolarmente le tasse è premiato con servizi eccellenti e la pressione fiscale stessa gli consente di godere un buon tenore di vita con una sensazione di giustizia diffusa che lo pervade dal cuore.
Ed ancora, immagina un controllo fiscale talmente preciso e rigoroso che, nella presentazione degli scontrini di spese farmaceutiche, per le detrazioni fiscali, arriva addirittura a verificare uno a uno gli scontrini stessi ed intercettare, fra le varie voci, spese farmaceutiche per prodotti omeopatici, non detraibili!
Fantastico! Un rigore esemplare che metterebbe in ridicolo la nota precisione tedesca.
D’un tratto mi ridesto dallo stato di torpore e realizzo che non trattasi di un pensiero, di un sogno, o forse un brutto sogno.
E’ la realtà, sono a Savona e si tratta della mia dichiarazione dei redditi, di un “terribile” lavoratore dipendente, come anche mia moglie, la categoria più infida.
Noi che abbiamo i conti correnti alle Bahamas, facciamo società fittizie ed esportiamo capitali con la speranza di qualche scudo interstellare che li faccia rientrare dalla finestra.
Bene, penso, quindi l’Agenzia delle Entrate di Savona ha, con eccellente senso di precisione, controllato con cura la nostra dichiarazione, verificato con perizia gli scontrini e, vedendo la categoria sociale a cui apparteniamo, la più infida come sopra descritto, non si è fermata alla somma riportata negli scontrini, si è addentrata nell’affascinante lettura degli stessi.
Ha così intercettato la nostra truffa milionaria: acquisto e detenzione di sostanze omeopatiche con l’intento di usarle su minori e lo scopo, malvagio, di detrarne le spese
ai danni dello Stato.
L’Addetto dell’Agenzia, con senso del dovere e sprezzante dei rischi che la “famigliola tipo” di lavoratori dipendenti con figli in questi anni ha fatto conoscere all’opinione pubblica, non ha esitato un attimo e comminato la sanzione: circa 12 Euro di detrazioni chieste ingiustamente allo Stato con una sanzione punitiva di circa 3 Euro.
Un totale di circa 16 Euro fra le varie voci, da versare all’Agenzia.
Ancora meglio penso io, questo è lo Stato che voglio, il rigore giusto, senza guardare in faccia a nessuno, mutui, figli, debiti….le tasse si pagano e chi sbaglia…paga ancora di più.
Dopo questo fervore da comizio elettorale me ne torno a dormire, o meglio, a cercare di dormire.
Questa volta però un altro pensiero mi assilla, tormentandomi con uno strano senso di nausea associato: ma l’Italia non è un paese sul baratro della stabilità economica? Ma l’Italia non ha una percentuale di evasione fiscale fra le più alte del pianeta? Ma in Italia i lavoratori dipendenti non sono quelli che le tasse, comunque, le pagano tutte per forza visto che sono trattenute alla fonte? Ma in Italia i “Grandi Evasori” non sono anche i Grandi Furbi che non vengono mai “pizzicati”?
La domanda sorge spontanea, scusate, ma dovete eravate negli ultimi 25 anni?
Buona Notte.