Unione Industriali a Savona, e la Comunità?

Unione Industriali a Savona, e la Comunità?

Sono stato al recente incontro organizzato da Unione Industriali Savona, gentilmente invitato dagli organizzatori come Consigliere Regionale, incontro al quale ho partecipato volentieri perché sono convinto che ogni soggetto rappresentante di interessi collettivi, vada ascoltato e vada compreso per meglio indirizzare l’attività di chi ricopre ruoli all’interno delle istituzioni. Lo faccio con lo scopo di avere coscienza di quali siano le aree di collaborazione e quali siano le divergenze, d’altronde viviamo in una comunità ed è quindi determinante comprenderla in tutte le sue sfaccettature. Unione Industriali ha la rappresentatività conferita dai propri iscritti di molte medio-grandi imprese del territorio quindi ne diventa uno degli attori con cui confrontarsi.

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Il discorso del Presidente Guglielmelli è stato decisamente chiaro, ovviamente a nome dell’associazione, facendo una serie di evidenti richiami alla politica in senso lato. Fra questi alcuni mi hanno colpito.

Senza dubbio il j’accuse ai cosiddetti “comitati del no”. Va da sè che la stessa Confindustria nazionale si è schierata inspiegabilmente per il SI del referendum costituzionale, scelta incomprensibile visto che il processo legislativo si complica ancor di più, il potere verrebbe accentrato ad una maggioranza non rappresentativa del paese e di conseguenza un Presidente del Consiglio di cui tutti non si può essere amici e sperare in qualche gentile cortesia. Capiamoci….

Ma qui si parla dei casi nostrani di contrapposizione ad opere e imprese ritenute interessanti dal punto di vista degli investimenti per Unione Industriali che trova sostanzialmente riprovevole la presenza di gruppi che non condividono questa tesi. Grazie a Dio c’è ancora la possibilità di dissentire e in termini assoluti credo debba essere accettata la contrarietà ad una proposta soprattutto se questa viene calata dall’alto, ovvero se l’avvio di investimenti sul territorio non sono condivisi forse è il caso di capire se effettivamente sono utili, ben congeniati, compatibili, portano benessere e perchè no, intelligenti (smart).

Di fatto non ci può essere stupore se un investimento produttivo porta benessere a pochi e danni diretti o indiretti a molti, mi pare ovvio che nasca del dissenso,ovvero come se chi governa fa scelte sbagliate e non condivise, viene naturalmente criticato e magari non più votato.

Se nel savonese abbiamo avuto e tuttora abbiamo investimenti discutibili, a dir poco, il “comitato del no” diventa la voce di questi investimenti potenzialmente sbagliati manifestando quindi la normale pluralità di un insieme di attori. E fin qui la premessa, un pò lunga in effetti. Perchè il presidente Guglielmelli, non me ne voglia, crea un nesso causale tra questi fattori e la crisi del savonese. Qui purtroppo una caduta di stile che a certi livelli non si può avere: veramente qualche imprenditore pensa che questi siano la causa? Peraltro nel savonese quanti “comitati del no” hanno effettivamente bloccato degli investimenti o delle stesse aziende? A me risulta tecnicamente nessuno e quindi mi domando su quali fatti concreti si fondano queste affermazioni. Perchè se nel resto dell’Italia del Nord la crisi non colpisce così duro come da noi, veramente Unione Industriali pensa siano questi le cause? Spero vivamente di no.

Ma non posso nemmeno accettare questa tesi come una scusante della categoria. Perchè se una comunità intera è oggettivamente in difficoltà, le cause e le responsabilità sono condivise e diffuse e chi fa impresa dovrebbe essere il primo ad assumersi le sue.

Saranno queste mie, parole impopolari nella categoria che si domanderà cosa avete fatto voi, cosa fate, solo “vaffa” etc….. però non si può tacere di fronte al fatto che se il savonese è stagnante, un bagno di umiltà lo si faccia tutti, ma proprio tutti. In passato durante una intervista mi chiesero perchè il Movimento 5 Stelle è contro le grandi opere. Io serenamente risposi che non sono, non siamo contro le grandi opere ma contro le opere (imprese) inutili, che non hanno un ROI (return of investment – ritorno dell’investimento) che ne giustifichi la realizzazione, e per una comunità il concetto di ritorno dell’investimento è molto ampio. Approccio che qualunque imprenditore adotta quando intende spendere i propri soldi per fare crescere la sua azienda. E quindi di cosa parliamo? E’ o non è una visione politica che deve indirizzare la direzione degli investimenti? Perchè il punto è questo. Decide il mercato in totale autonomia o la politica che deve “tessere” una trama con tutta la comunità.

Io propendo per la seconda ipotesi, non penso sia compito “completo” del mercato indirizzare lo sviluppo ma debba essere la sintesi fatta attraverso la politica che indirizza lo sviluppo all’interno di una ampia forbice con regole chiare dove il mercato si può muovere. Concordo pienamente nella richiesta di ottenere lo status di “area di crisi complessa”, strumento previsto dal d.l. 83/2012 “Misure urgenti per la crescita”. Concordo sia con la richiesta sia con chi ammette che non possa essere il punto di arrivo. Anzi, a tutti gli effetti è una resa. Non siamo riusciti a costruire alternative senza iniezioni di denaro, ancora non certe peraltro, che da un certo punto di vista sfalsano la nostra reale capacità di fare sviluppo, in alcuni casi perchè siamo in contesti che travalicano certamente confini provinciali (Bombardier, Piaggio, Tirreno Power), ma in altri casi, come la piattaforma Maersk, mi domando se qualcuno è disponibile a mettere la propria testa sulla ghigliottina con la certezza che quell’investimento, per lo più pubblico, possa portare sviluppo e occupazione, tralasciando l’impatto ambientale di portata enorme che rischia di causare danni ad altri settori, come quello turistico – balneare. Perchè a Genova anche in sede istituzionale, la stessa rappresentanza sindacale Maersk lamenta cali di lavoro importanti, procedure di licenziamento etc…. Recentemente Hanjin, importante compagnia di shipping è entrata in crisi.

In un sopralluogo lungo l’intera area portuale genovese, eseguito durante i lavori della Quarta Commissione Ambiente – Territorio – Energia di cui sono membro, abbiamo incontrato l’amministratore delegato di PSA che è il terminalista del porto VTE di Pra-Voltri. Alla luce della presenza delle nuove gru con qui sono in grado di caricare – scaricare qualsiasi nave, lui stesso, ovviamente di parte, si domanda la necessità di una simile operazione a 40 km scarsi. Un dubbio lecito, quantomeno.

E su questo fronte, nel discorso del Presidente Guglielmelli si è fatto cenno all’altro tema importante, gli accorpamenti delle Autorità Portuali. Ebbene io sono pienamente d’accordo nella scelta effettuata dal Presidente Toti di avvallare e formalizzare la richiesta di proroga nella procedura di accorpamento, come prevede la riforma dei porti. A questa pare che il ministero abbia in generale risposto a tutti minacciando più o meno velatamente,  possibili commissariamenti, peraltro Genova lo è già. Sbaglia il ministero e sbaglia chi intende la proroga come strumento per mantenere posti al sole. Dal mio punto di vista tale deve essere unicamente intesa come fase tecnica in cui si perfezionano le modalità di governance di un solo soggetto che nasce dalla fusione di 2 o piu soggetti: procedure normalmente usate nelle grandi aziende, nelle multinazionali che spesso impiegano semestri per la definitiva fusione e la definizione dei processi aziendali.

Sono sufficientemente convinto che se Genova e Savona si propongono nel Mediterraneo e nel mondo come un unico grande porto, potremmo averne benefici tutti, per questo condivido che il processo di fusione sia costruito bene nell’interesse delle 2 realtà.

Non ho potuto fare a meno di notare la corretta critica alla Giunta Toti che nell’ambito della promozione turistica ha deliberato, il 5 agosto con atto nr. 775, che tutti i comuni liguri siano inseriti nell’elenco delle località turistiche. Questo di fatto comporta, per la normativa nazionale di settore, che tutti possano istituire la tassa di soggiorno. Va da sè che è evidente la discrasia tra l’elenco e la reale vocazione turistica di molti comuni, quindi è un provvedimento ingiustificato perchè non fotografa una reale situazione e non può certo considerarsi volano di sviluppo per un comune che, se non ha nulla di “turistico”, con i pochi alberghi o B&B o agriturismi che abbiamo diffusi, certamente non potrà con questo trasformarsi in comune turistico.

E’ sostanzialmente un balzello applicato in maniera trasversale. L’approccio appare contraddittorio, le voci dei comuni sono a macchia di leopardo favorevoli, contrari ma quali effettivamente sono comuni a vocazione turistica? Quali sono enormi conglomerati di seconde case, che peraltro sono l’antitesi del turismo di qualità che regioni come il Trentino hanno saputo governare. E la regione tutta è nelle condizioni di offrire, a fronte di una tassa di soggiorno, una proposta? Sempre il Trentino, a chi risiede nelle strutture ricettive che aderiscono, offre la “Trentino Guest Card” che ricambia con sconti, mezzi di trasporto gratuiti, impianti di risalita estiva gratuiti etc…. Ecco perchè il percorso deve essere esattamente l’opposto. Prima si studia a tavolino cosa si può offrire ai visitatori e dopo si istituisce la tassa per sostenere economicamente l’investimento. Qui si fa il contrario, e si rischia di disincentivare quel poco di turismo che sta germogliando fuori dalle solite vecchie e stanche seconde case.

Ed infine, quando si dice che turismo e industria nel nostro territorio possono convivere temo non si guardino i dati percentuali sul peso che aveva l’industria turistica nel savonese con altri territori, anche di altre regioni, che sul turismo fanno “spessore economico.” Mi auguro che per turismo non si consideri solo l’accesso agli stabilimenti balneari: va bene che noi savonesi “si va a spiaggia” anzichè al mare, ma fino ad oggi questo non èè stato sufficiente per lo sviluppo di un settore turistico pesante. E allora viene il momento delle scelte, di cosa si intende per impresa sul nostro territorio, di come la si vuole sviluppare e di chi ne è capace. Ecco, parliamo un pò di qualità dei nostri imprenditori, perchè molto speso le colpe sono della politica, della qualità dei politici. Sacrosanta verità, ma della qualità dei nostri imprenditori?

Alcuni effettivamente dimostrano di avere le qualità, ma altri, tolti dai legami facili con una certa politica che agevola, favorisce e facilita perchè “di parte”, hanno dimostrato di non essere in grado di competere in un mercato che è agguerrito, difficile, a volte globale.

Ho compreso che c’è un principio di coscienza di questo elemento, e ho compreso che viene chiamata in causa la politica. Lo condivido, ma se questa chiamata è per fare favoritismi lo respingo, se è per favorire uno sviluppo compatibile con le richieste di una comunità intera, allora ben venga.

Sul caso del campo di Legino

Sul caso del campo di Legino

 Sul caso del campo di Legino, quartiere di Savona, che la Prefettura con la Curia vorrebbe adibire ad “hub” di smistamento profughi, credo si debba fare un ragionamento scevro da umori di pancia ma di ciò che si può o non si può fare in base alla normativa vigente, a prescindere da che piaccia o meno, perché per cambiarla si deve intervenire principalmente a livello nazionale ed europeo.

> Oltre ciò che è di buon senso fare.

> La prima riflessione è la questione ovviamente nazionale di flussi migratori verso il nostro paese che è oggettivamente fuori controllo, lo è per responsabilità della politica europea e lo è per parte preponderante, per la politica nazionale. Il governo Renzi ed Alfano non decidono, si limitano come si dice in Liguria, a fare “tappulli”. Ma un problema del genere, perchè di problema si parla se un fenomeno così non è governato, non si risolve a tappulli ne tantomeno si limita.
La conseguenza immediata è la ricaduta sugli enti locali, attraverso le Prefetture che in alcuni casi attivano freddamente circolari ministeriali. Ed il caso di Legino diventa un casus belli su cui si accende la discussione, con toni anche sopra le righe.
Non credo e non voglio pensare che Savona, la mia città, sia una città intollerante, come alcuni vorrebbero far credere. Penso invece sia giusto porsi il problema dell’accoglienza contestualmente a come viene strutturata e come viene pubblicizzata alla cittadinanza.

Nel caso specifico quasi come un fulmine a ciel sereno si propone, per disponibilità della Curia e interesse della Prefettura che il campo sportivo abbandonato in zona

Legino possa divenire una sorta di centro accoglienza per tutti quei soggetti migranti che fanno richiesta di asilo politico.

La prima domanda che và posta, ed il Comune di Savona non deve perdere tempo, è esattamente quale tipologia di centro accoglienza si prevede, si tratta si quelli temporanei attivati dai Prefetti ai sensi dell’art. 11 d.lgs. n. 142/15 (comunemente denominati Centri di Accoglienza Straordinaria – CAS)? Perchè se così fosse si vuole fare una iniziativa che è già “obsoleta” nel senso che ora tali interventi dovrebbero essere effettuati dallo SPRAR, destinato a divenire, quando adeguatamente ampliato, l’unico sistema di seconda accoglienza. Per arrivare a questo obiettivo, è previsto un graduale riassorbimento dei CAS, per assicurare l’omogeneità degli standard qualitativi di accoglienza e dei servizi erogati.
Cosa rappresenta lo SPRAR?

Dovrebbe essere lo strumento per richiedenti protezione internazionale, regolato dal d.lgs. n. 142/15, che all’art. 14 prevede, per la fase di seconda accoglienza, l’applicazione del sistema di accoglienza territoriale SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) attraverso interventi di “accoglienza integrata”, che vanno oltre il vitto alloggio. Ricordando che è comunque sempre finanziato con fondi pubblici di concerto con gli Enti Locali che si rendono disponibili.

Nel territorio ligure, tranne l’area genovese, non sono stati ancora sottoscritti protocolli di intesa per attivare lavori socialmente utili ai migranti richiedenti asilo, evitando di lasciarli nell’inattività negativa per loro e per chi vede inevitabilmente bighellonare persone che potrebbero rendersi utili.
Stante i dati del Ministero si stima che per il 2016 possano arrivare circa 170.000 migranti, che è mediamente simile al 2014. Di questi, per pari numeri al 2014 si erano avute circa 60.000 richieste di asilo, ad oggi nel 2016 sono state presentate 40.512 richieste di asilo in Italia (35mila da parte di uomini), il 58% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Le commissioni d’asilo hanno esaminato quest’anno 40.699 domande di protezione: lo status di rifugiato è stato concesso al 4%, la protezione sussidiaria al 13%, quella umanitaria al 18%, il 5% è risultato irreperibile ed i non riconoscimenti sono stati il 60%, un dato in crescita.

La distribuzione dei richiedenti asilo sul territorio ligure, è cresciuta dall’1 al 3% del totale delle domande sull’intero territorio nazionale, dal 2013 al 2015, la Liguria risulta essere la quattordicesima regione per percentuale di numero migranti rapportato con il numero complessivo di migranti accolti nel nostro paese, non viene però preso in considerazione il peso sulla popolazione residente, dato invece importante per capire la densità di presenze sul numero di abitanti che è uno degli elementi socialmente critici. Non basta a mio avviso ragionare sul numero di abitanti ma anche sulla densità per superficie.
I richiedenti asilo rientrano quindi in un percorso di accoglienza che dura quantomeno il periodo in cui le commissioni territoriali analizzano la domanda e accolgo o respingono la richiesta di asilo, periodo che ha durata variabile e durante il quale non sono rari i casi in cui le persone si danno alla macchia.
Composto questo quadro, e sfruttando anche quanto previsto dal decreto legislativo 142/2015, si dovrebbe fare un piano a livello regionale delle previsioni di arrivi e della capacità di accoglienza del territorio, ed ogni territorio dovrebbe a sua volta farlo per le singole provincie quantomeno, mettendo a fattor comune tutti gli enti locali che “preventivamente” con la Prefettura possano mettersi ad un tavolo e affrontare il nodo: chi, quanto e dove si possono accogliere migranti richiedenti asilo politico (compresi rifugiati da zone di guerra).
Recentemente l’assessore regionale Sonia Viale ha dichiarato la volontà di convocare il tavolo di coordinamento regionale che dovrebbe fare proprio questo: bene, dopo un anno e dopo che la patata bollente è arrivata a Savona, ora amministrata dal centrodestra, c’è la consapevolezza che abbiamo un problema: tranne Ventimiglia dove faceva gioco facile scaricare su Alfano ora però l’asticella si è alzata, l’Assessore non si preoccupi di cosa decideranno i 5 Stelle a Roma e Torino, siamo in Liguria.
Dico anche che il comune di Savona se vuole evitare di subire deve uscire dal suo aureo isolamento che lo contraddistingue da anni e assumere, se questa amministrazione ne è capace, nutro dubbi ma mi riservo giudizi dopo un tempo minimo di lavoro del nuovo Sindaco, un ruolo di leadership nel territorio provinciale senza arringhe “da tavolo” alla Ripamonti, ma con metodo e politica, quella equilibrata che consente di ragionare andando oltre lo spostare il problema ad un’altro ma di condividerlo e trovare soluzioni, prime fra tutte quelle compatibili con le condizioni socioeconomiche di un territorio, il savonese, che soffre una crisi economica e di conseguenza sociale senza precedenti, non a caso è in itinere la richieste di “stato di area di crisi complessa”.
Oggi si deve avere un quadro chiaro di quali siano tutti i soggetti coinvolti nella fase di seconda accoglienza, le varie cooperative e Caritas che siano, per monitorare il lavoro svolto e la qualità dei servizi offerti, perchè è inutile nascondere il fatto che diversi ci lucrano. E quindi ancor più importante conoscerli tutti, capire chi lavora bene e chi lavora male: con i primi fare un percorso collaborativo insieme ai Sindaci e le Prefetture, con i secondi indirizzarli altrove, magari dalla magistratura. E si deve avere un quadro delle strutture potenzialmente disponibili su tutto il territorio provinciale, facendo uno screening puntuale.
In ultimo, tornando al caso del campo di Legino, come ho scritto precedentemente, al di là della definizione tecnica, è un sistema di seconda accoglienza sbagliato perché passa attraverso la logica dello spazio di “confino” che tutto ha ma non certo di un potenziale percorso di integrazione; benchè comprenda il ragionamento della Prefettura di avere una base temporanea di appoggio prima delle sistemazioni definitive, non è il percorso corretto che la Prefettura, longa mano del Governo, dovrebbe assumere. La diffusione sul territorio il più ampio possibile di disponibilità di strutture è la chiave per evitare le tensioni sociali che innegabilmente ci sono, a onor del vero come in qualunque caso dove arrivino numerosi perfetti sconosciuti da zone di guerra delle quali non vi sono notizie e di cui in alcuni casi ci sono criticità legate anche al terrorismo che esiste, non và dimenticato.
Non è quindi nemmeno con il buonismo che si affronta la questione perché non ci sono le condizioni; pragmatismo e cultura di accoglienza governata con lucidità sono le uniche chiavi, il resto è demagogia.

Vengo”no” dopo, il PD. A Villa Zanelli e non solo.

Vengo”no” dopo, il PD. A Villa Zanelli e non solo.

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Diceva un noto ritornello di molti anni fa “Vengo dopo il TG” e il gioco di parole mi torna utile per fare una riflessione sula questione villa Zanelli. Il sottoscritto, con il proprio gruppo in consiglio regionale, aveva riproposto politicamente il tema sotto il punto di vista più importante, vista la proprietà che vanta la regione tramite ARTE sull’intero bene, ovvero se sia possibile evitarne la vendita e fare in modo che il bene rimanga di proprietà pubblica ridando vita e dignità a favore della collettività.. In quel frangente l’assessore competente, Scajola, aveva condiviso l’impostazione ed avviato le indagini con ARTE al fine di identificare alternative per coprire comunque l’importo che ARTE deve incassare, attraverso altre vendite escludendo però Villa Zanelli.
Da qui apriti cielo: il vice Sindaco di Savona riscopre Villa Zanelli ed in chiave buonista anziché prevederne una asfaltatura completa del parco attraverso gli oneri di urbanizzazione futuribili delle prossime operazioni edilizie sul lungomare, ne propone su facebook provocatoriamente una pulizia coinvolgendo la cittadinanza.
Di primo acchito giudicai l’idea una boutade come altre a cui ci ha abituato Di Tullio, ricordo l’ospedale unico a Legino fra alcune delle perle che serbo nel cuore, ma devo riconoscere che non scherzava affatto ed in un successivo incontro in regione, cui ho partecipato come invitato insieme ad altri consiglieri regionali del savonese, il Vice Sindaco illustrata la sua idea all’Assessore, ne ha ottenuto il nulla osta.
L’iniziativa di per sé potrebbe essere una proposta interessante se provenisse da una amministrazione e da una forza politica che negli anni avesse dimostrato ogni sforzo per salvare il bene, non svenderlo ed anzi recuperarlo. E invece arriva dal Partito Democratico, in chiave squisitamente elettorale, in risposta al rischio provocato da una iniziativa nata da altri soggetti politici, come noi ad esempio, che vorremmo realmente salvare Villa Zanelli e non vendere e farci un albergo di lusso. E arriva di corsa, dopo anni di totale incuria e disinteresse.
E arriva chiedendo ai cittadini di fare quello per cui una società del comune, ATA, è appositamente creata ad hoc per eseguire la pulizia. Società che viene pagata da tutti noi contribuenti, con operatori anche specializzati. Quindi perché coinvolgere i cittadini? Servono perché ATA non ha risorse economiche sufficienti per fare una 2 giorni di pulizia peraltro parte integrante del proprio “business core” (come dicono gli inglesi). O il Comune ovvero noi cittadini, non ha risorse per effettuare tale pulizia in accordo con la Regione Liguria?
Il coinvolgimenti dei cittadini serve per renderli partecipi della problematica? E non lo si poteva fare negli ultimi 20 anni con sensibilizzazione sul tema? Serve per fare gruppo per le prossime elezioni? Serve per raccogliere militanti?
A cosa serve? Ad evitare di perdere troppo consenso dopo la questione bitume dove, anche in regione, il Partito Democratico ci è venuto dietro disconoscendo il proprio operato pregresso?
Poi mi dicono che siamo in campagna elettorale. Si, ma alcuni sono molto, molto preoccupati…

Fare, dire, ricordare

Fare, dire, ricordare

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Ho letto il recente articolo del Secolo/Stampa (Stampecolo?) in cui il giornalista stila una sorta di classifica dei principali attori presenti attualmente in Giunta nel Comune di Savona. In alcuni passaggi pure divertente, uno spottone elettorale per alcuni di essi, il Sindaco è fuori dai giochi ed è in corso di costruzione il personaggio che dovrà prenderne il posto nello scacchiere politico locale, peraltro segue un precedente articolo dello stesso giornalista che sparava una serie di nomi, sempre per il partito democratico. E giornalisticamente parlando è comprensibile, però che noi, sempre gli stessi….
http://www.ilsecoloxix.it/p/savona/2015/05/02/ARjkkQJE-nonostante_premiata_sondaggi.shtml
Articolo

Non è chiaro però il giudizio di merito perché tutte le persone elencate sono, più o meno, sulla barca da quasi un decennio e il prodotto “Savona” non dà alcun segno di restyling, anzi, ristagna nelle secche della tassazione, le banche che fanno circolare pochi soldi e le solite operazioni immobiliari che aumentano le case sfitte. Niente di nuovo sul fronte occidentale insomma.
Ma è un’altro l’aspetto che mi colpisce.
Non posso infatti notare il solito cenno ai grillini che non fanno abbastanza, peraltro leit motiv nazionalpopolare che viene abbondantemente utilizzato a livello nazionale e, in questo caso, a livello localissimo.
Il fare o non fare dipende se si valutano i soli risultati finali o se si valutano anche le iniziative dal principio, ovvero si possono fare diverse considerazioni ma dipendono dal punto di vista, assumendo sia un punto di vista “obiettivo”, in caso contrario non c’è speranza a difesa di chicchessia.
Vorrei fare qualche considerazioni su tematiche che, andando puramente a memoria, ricordo siano state proposte/supportate da questi brutti ceffi di cui faccio parte:
(PARTECIPAZIONE) In consiglio comunale dopo un iter più lungo di una gravidanza, è stata portata al voto la proposta di istituzione dei referendum comunali che consentirebbero anche ai cittadini di contare qualcosa. Certo, per alcuni “i cittadini” sono un noioso fastidio utile solo nelle tornate elettorali, della serie amiamo il popolo ma ci fa schifo la gente, tant’è noi però continuiamo a credere nel loro valore. Ebbene, proposta bocciata, anche dalla citata lista civica che avrebbe preso il posto dei grillini nell’immaginario erotico dei savonesi, che siede “de facto” in maggioranza insieme al Partito Democratico. E gli altri cosa dicono a riguardo? Boh….
(SCUOLA) Un’altra considerazione, pure essa recente. I “grillini nullafacenti” sono andati a fare una ispezione al centro cottura CAMST, visita preannunciata su un servizio che il Comune affida in gara per un appalto di oltre 5 milioni, tanta roba quindi. La visita ha trovato una partita di farina scaduta, si è data comunicazione ma, domando, se un articolo viene messo in quinta pagina dopo la pubblicità, di chi è la responsabilità? Non si è fatto abbastanza o non è stato divulgato abbastanza? E gli altri cosa dicono a riguardo? Boh….
(EDILIZIA SCOLASTICA) Sempre scuola, l’anno scorso, grazie ad un emendamento del Movimento 5 Stelle alla legge di stabilità 2014 è stata proposta l’adesione del Comune che, bontà loro, è stata approvata. Ebbene, avranno fatto tutte le procedure necessarie per attingere ai fondi? E gli altri cosa dicono a riguardo? Boh….
(INFRASTRUTTURE – SALUTE – SICUREZZA) Ancora, tramite una interrogazione parlamentare e una interpellanza comunale erano state sollevate già oltre un anno fa tutte le problematiche che ora stanno emergendo con i lavori in corso dell’Aurelia Bis: livelli amianto nello smerino, lavoro non in sicurezza, rischio crolli. Tutto verificabile e “agli atti”. Anche qui, la domanda retorica è: non è stato fatto o non è stato divulgato? E gli altri cosa dicono a riguardo? Boh
(GESTIONE RIFIUTI) Aggiungo che questi “grillinacci ambientalisti addormentati” l’anno scorso avevano sottoposto una interrogazione per capire come e quali azioni intendeva fare il Comune di Savone per l’ulteriore passaggio di proprietà della discarica in mano a EcoSavona, di cui il Comune è azionista di minoranza. Tema peraltro affrontato fin dal 2012 la questione GEOTEA. Pochi giornali ne hanno compreso le implicazioni, l’unico che ha ripreso con la dovuta attenzione la questione è stato il sito NININ. E gli altri cosa dicono a riguardo? Boh.
(ENERGIA – SMART CITIES) Recentemente, i “sonnacchiosi”, hanno depositato una mozione insieme al gruppo NOI PER SAVONA per la promozione e lo sviluppo del cosiddetto “shore to ship”, l’elettrificazione dei porti che consente di ridurre le emissioni in inquinanti delle grandi imbarcazioni durante lo stazionamento nei porti. Nell’ultimo consiglio comunale, dopo scene degne di Shining con il consiglio comunale deserto, i consiglieri di maggioranza in fuga e riagguantati per avere il numero legale, è stato chiesto di ritirarla per riportarla in commissione. Ma quando è la Giunta che propone le deliberazioni fornendo il materiale a 4-5 giorni dal consiglio ed impedendo di fatto lo studio e l’analisi dei documenti? E gli altri cosa dicono a riguardo? Boh.

(RIDUZIONE COSTI) Ancora recentemente era stato nuovamente posta l’attenzione ai costi del personale dirigente non tanto per accanimento quanto per una migliore redistribuzione dei premi anche a favore dei dipendenti. Quindi?
Ho volutamente usato tra parentesi delle parole chiave per evidenziare a livello macroscopico le tematiche toccate, importanti, pur nel contesto comunale, ma a questo punto a me preme capire se conta più essere o apparire. Perché nel primo caso, tramite le attività all’interno dell’istituzione si possono fare delle azioni, condivisibili o meno è altra questione, nel secondo caso è sufficiente comunicare, poi fare o non fare diventa relativo però…..
Fare, dire, ricordare: prima fare, poi comunicare che si è effettivamente fatto. E se poi qualcuno questo lo volesse ricordare non sarebbe male.

La Memoria collettiva

La Memoria collettiva

Non ho parenti che risultino partigiani, non ho storie di eroi da raccontare o aneddoti di famiglia che siano allettanti per qualche sezione dell’ANPI da presentare in commemorazioni del 25 Aprile.

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Mio nonno paterno rimase ustionato in casa dopo un bombardamento che aveva causato una forte perdita di gas che provocò un grave incendio nel palazzo dove abitava. Mio zio bambino, che mai ho conosciuto, a circa 12 anni morì mentre andava a scuola sotto un bombardamento alleato a Genova. Questi i fatti storici e freddi che nella mia famiglia si ricordano strettamente legati alla guerra.

Io però ascolto sempre con piacere e con molto interesse i racconti e le considerazioni sulla Resistenza, sul 25 Aprile e sulla libertà.

In questi giorni ho avuto modo di ascoltare a Genova, grazie all’organizzazione di una RSU aziendale, un lungo intervento del genovese Giordano Bruschi, partigiano, giornalista, sindacalista ed anche politico. Persona di esperienza infinita, oltre 90 anni, una lucidità incredibile con i racconti di lavoro, il lavoro ai tempi del fascio e della tessera indispensabile per sopravvivere. Eppure, ad esempio, nella storica fabbrica della San Giorgio di Sestri Ponente, ai tempi guidata da 2 ingegneri ebrei, non era necessaria e lì si ritrovarono a lavorare tutti gli operai che non accettava il ricatto “occupazione” di quella tessera, di quel regime, fino a quando gli stessi direttori non furono deportati. E ancora tutte le storie di coloro che iniziarono a ribellarsi, perdendo il lavoro e la vita e che combatterono, combatterono per mettere fine a quel regime e come molti diedero vita alla Resistenza.

Nell’occasione è intervenuto il prof. Guido Rodriguez, esperto di scienze neuropsichiatriche, che ha fatto un intervento sulla memoria, il proprio ambito. Ma la memoria non è solo quella che permette di ricordare dei fatti, ma che consente di avere un ricordo comune di avvenimenti e storie, di come si sono svolti accadimenti storici e che lascito culturale hanno prodotto. Nel caso specifico, durante l’occupazione prima e la resistenza dopo, l’Italia vide sotto il proprio cielo il periodo più buio della propria storia.

Un periodo in cui vi furono scelte drammatiche, di cui ora, con la memoria collettiva, ne conserviamo tutti o quasi il significato, quel misto tra valore storico e valore simbolico. Un passaggio che ho trovato interessante è la testimonianza medica di come, nel caso dei reduci ebrei dalle deportazioni,  inizialmente vi erano negazioni della verità stessa tra chi aveva vissuto e chi ascoltava e non credeva.

Una memoria collettiva è necessaria perché tutti credano e ricordino i fatti. Ma anche qui un passaggio storico ci deve ricordare che non tutti erano partigiani, non tutti hanno fatto la resistenza: se si arrivò allora ad oltre venti anni di dittatura fascista è perché gli italiani stessi lo scelsero, o comunque buona parte di essi. Ed anche questo và ricordato e và contestualizzato nella vita odierna.

Poi, in ultimo, ho partecipato alla tradizionale fiaccolata che si conclude in Piazza Martiri a Savona, dove la sera del 24 viene dedicato un momento ai caduti e alla Resistenza con una fiaccolata di gruppi provenienti da tutti i quartieri, organizzata dall’ANPI. All’evento è intervenuto il dottore Giovanni De Luna, uno storico italiano che insegna Storia contemporanea all’Università di Torino. Ha fatto alcune considerazioni che ho trovato molto lucide, come uno storico deve fare, prima fra tutte quella che in quegli anni, ci furono come scritto prima della grandi scelte. Le scelte di coloro che per salvaguardare se stessi e i propri cari scelsero di rimanere ai margini evitando il confronto, la scelta di coloro che si schierarono anche durante la Repubblica di Salò con i nazifascisti, anche perché rappresentavano il potere, esercitato con la forza militare. Ed infine la scelta di coloro, si stima circa 6000 in tutto il nord Italia, che andarono sui monti, ed iniziarono a combattere. Lo storico, come tale, ha giustamente ricordato che il 25 Aprile è l’apice di un processo iniziato con l’8 Settembre 1943 in cui l’Italia dei Savoia, del Duce e di Badoglio si arrese, il “sogno straccione” dell’Impero sognato da Mussolini si dissolse come neve al sole e nulla fu più come prima.

Ebbene tutto questo è nostro patrimonio collettivo che dobbiamo tramandare per ricordare, una appunto “memoria collettiva” che và vissuta e raccontata correttamente per insegnare il sacrificio fatto da alcuni, ma gli errori fatti da molti: non erano tutti partigiani e non erano tutti fascisti. Ma molti erano italiani che hanno semplicemente accettato le cose come stavano, con il tempo, si sono assuefatti ad avere chi pensava loro per tutto: dalla culla alla tomba. E senza l’informazione vera, hanno accettato senza voler vedere, la privazione della libertà. Un ulteriore spunto è stata la successiva esplosione di “vis politica” dopo anni che non era stata più libera, dal ’45 in poi tornarono a fare politica i cittadini, per ricostruire un paese, tutti, dai socialisti ai democristiani, dai comunisti ai repubblicani. Poi il tempo e la storia recente ci hanno lasciato un panorama di desolazione e fallimenti che ora paghiamo caro, ma rimane la memoria di quel tempo.

A Savona tale manifestazione è a forte caratterizzazione di sinistra e un po’ mi diverte partecipare e vedere alcune facce stupite per la presenza di un “grillino”. Io però ci penso e mi chiedo come mai. Io ad esempio ero stupito di vedere molti rappresentanti del partito democratico, forse stonavano più loro che il sottoscritto. Ed ero stupito dal discorso del Sindaco che ha citato l’immigrazione, la libertà di culto e il campo nomadi della Fontanassa: per giustificare spese che approvano in ben pochi. Un tripudio di ipocrisia quale ultimo baluardo per trovare un senso di appartenenza agli ideali espressi da chi 70 anni fa combatteva per la libertà di voto, di partecipazione. Ecco, la memoria collettiva servirebbe anche per questo: per non dire stupidaggini, si fa miglior figura.

Buon 25 Aprile.

I “nomadi stanziali”.

I “nomadi stanziali”.

I “nomadi stanziali”.

Recentemente a Savona si è accesa una discussione sull’imminente proposta di regolamento comunale per “regolamentare” la sosta nel noto campo nomadi della “Fontanassa” in Savona. E’ di per sè un pò divertente che si regolamenti la sosta stanziale di nomadi, una contraddizione in termini ma la realtà è che questo in effetti avviene da anni e quindi la questione è stata affrontata.

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Ma il problema, se così lo vogliamo definire, non è tanto i soggetti che occupano l’area, ma il modello che si è venuto a creare, un modello dove a livello nazionale vi è assoluta carenza di regolamentazione per un fenomeno che avviene in tutte le città dove ognuna, a seconda della forza politica che governa, adotta dei provvedimenti, a volte diversi, a volte simili, a volte contrastanti. Pertanto la prima riflessione che faccio è la necessità di un intervento normativo che disciplini quantomeno a livello regionale la sosta delle popolazioni nomadi che peraltro in Savona è decisamente contenuta mentre in grandi città come Roma, o Milano e probabilmente anche a Genova, manifesta criticità ben superiori.

L’altra considerazione che vorrei fare è sul cercare di superare le classiche contrapposizioni sinistra e destra: questo è uno di quei temi, come l’immigrazione, in cui si torna a fare campanilismo politico ricompattando le fila nel nome della battaglia ideologica. Battaglia con la quale non ci mangiamo e non ci facciamo riduzione dei costi, per cui non serve ma serve capire come risolvere praticamente le questioni.

Senza entrare nel dettaglio del regolamento, è evidente che nasce da un punto ormai critico: una situazione di fatto non a norma di persone anche residenti che vivono in un contesto sanitario e sociale al limite, in un area che era peraltro destinata a tutt’altro, come parcheggio per l’adiacente campo della Fontanassa. A questo punto il rischio di un possibile sgombero avrebbe messo l’amministrazione, di sinistra (credo…), sotto una luce mostruosamente negativa e da lì l’intervento di un regolamento per dare una impomatata al tutto con un investimento contenuto. Dico contenuto perché in effetti i “famosi” 100.000 Euro per la messa a norma di quest’area dal punto di vista tecnico (luce, acqua, scarichi etc…) possono essere facilmente recuperati da una riduzione dei premi di produzione dei dirigenti o dalla riduzione del personale di staff del Sindaco, quindi a favore di una azione dal punto di vista sociale ben più elevato (o no?).

Dal punto di vista personale non credo affatto che sia questa la strada corretta, o meglio, da un lato se parliamo di integrazione anche per le popolazioni nomadi che non vogliono più essere nomadi, perché di questo parliamo, andrebbero inserite come tutti nel circuito dei soggetti residenti, in regola con le normative di soggiorno e contribuenti, alla ricerca di alloggi/case popolari quando ne hanno diritto.

E’ altresì vero che però ci confrontiamo con una cultura che vuole mantenere la sua identità e per questo probabilmente ricerca volutamente aree differenti e fuori dalle zone centrali, quindi è accettabile vi sia un area dedicata? Dipende unicamente dal costo per la collettività. Se il costo è sostenibile e a questo contribuisce a copertura dello stesso chi la utilizza con una quota di “affitto” tramite il canone che il regolamento introduce, non vedo alcun problema. Se per questa la collettività si sobbarca sulle proprie spalle costi senza alcun controllo allora abbiamo un problema.

In ultimo, nel caso specifico un paio di riflessioni ulteriori. Mi domando, a fronte del regolamento, cosa succederà quando ci saranno casi di non pagamento delle bollette, chi controllerà che la famiglie richiedenti accesso al campo non abbiano già alloggi di edilizia residenziale sull’intero territorio nazionale, o la non titolarità di altre zone di sosta sul territorio nazionale. Cosa succederà dopo i 4 anni massimi di permanenza consentiti per i residenti a Savona o dopo i 10 mesi per i non residenti.

Molto lavoro per la Polizia Municipale, molti costi in più per noi cittadini?

Il Bike Sharing Avanzato.

Il Bike Sharing Avanzato.

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Dopo il fallimento del bike sharing lanciato dall’amministrazione del Comune di Savona i savonesi non si sono dati per vinti ed hanno avviato un nuovo sistema di bike sharing appunto “avanzato”, perchè con le biciclette che avanzano in giro si possono creare nuove stazioni di prelievo in un contesto di massima socializzazione. Le chiavi sono autogestite come anche gli spazi dove installare la nuova postazione….#unpòdovecapita.

Pare che il servizio funzioni e sia in continua espansione: a breve partirà anche una forma simile di car sharing.

Genny ‘a Carogna, ovvero del calcio e della violenza.

Genny ‘a Carogna, ovvero del calcio e della violenza.
La recente finale di Coppa Italia ci ha regalato un’altra pagina di calcio da ricordare, in negativo; l’evento calcistico in sé è stato praticamente ignorato e l’attenzione, giustamente, si è spostata sui fatti criminosi che si sono svolti all’esterno dello stadio, con il presunto agguanto a mano armata da parte di un delinquente, tale è il personaggio, verso un tifoso napoletano.Possiamo ampiamente discutere del concetto di tifoso, o “ultras” e del delinquente: a me pare chiaro che quanto avviene, non di rado, negli stadi italiani, non può essere ascrivibile a dei tifosi. Sono delinquenti, senza se e senza ma. Ma il personaggio che più ha colpito è senza dubbio tale Gennaro De Tommaso, detto “Genny ‘a Carogna”, noto piccolo delinquente locale ma anche capopolo di una parte della tifoseria napoletana.
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Si è discusso della trattativa o presunta tale tra “lo Stato” e il capoultras in questione: certamente c’è stata, e non si stupiscano coloro che non hanno mai avuto a che fare in prima persona con eventi di questo genere, anche se non è certamente lo Stato ma piuttosto le forze dell’ordine che devono vigilare in occasioni di questo genere, sull’ordine pubblico. Come ha dichiarato in una intervista anonima un poliziotto della DIGOS, c’è poco da stupirsi, quando ci sono migliaia di persone che stanno “ribollendo”, è bene usare tutti gli strumenti di dialogo, piacciano o meno, per mantenere in quel frangente un livello accettabile di ordine evitando guai ben peggiori.Genny ‘a carogna ha il merito di averci messo la faccia e di essere sceso per chiedere quali erano le condizioni all’esterno dello stadio evitando un degenero di quella che doveva essere una partita di calcio, quindi una festa. Di fronte a questo fatto, però, è necessario fare i conti con il mondo del calcio, a partire proprio da Genny, la sua presenza allo stadio e la maglietta che indossava, un’insulto.

Facendo qualche ricerca in rete ho trovato diversi articoli di giornale, uno del 2008, che riporta: “Il costo minimo per una partita considerata “non a rischio” quindi con un numero ridotto di forze dell’ordine, disputata in un stadio medio-piccolo come quello labronico (Del Livorno, ndr) con una capienza di 19.201 posti, è mediamente di 30 mila euro”. Siamo nel 2008, per una squadra di piccola entità come volumi di affari e di tifoserie. E’ difficile pensare che i costi si siano ridotti. Un’indagine recente stima in 45 milioni di euro il costo annuo sopportato dallo Stato per il mantenimento dell’ordine pubblico legato alle partite. Dal 2007, con il pacchetto di norme che ha introdotto la figura degli steward all’interno degli stadi, parrebbe si sia si è registrato un progressivo calo del numero delle forze dell’ordine impiegate per gli eventi calcistici, ma è difficile pensare che questo modello possa portare reali riduzioni di costi e maggiore sicurezza.

Sul calcio ormai si è già parlato molto, ora servono i fatti: misure come quella adottate dalla THATCHER fortemente repressive, obbligo di firma fuori dallo stadio per chi è interdetto, processo per direttissima da una parte. Dall’altra quanto, sempre in Inghilterra, si è fatto negli anni ’90 riempiendo gli stadi con le telecamere a circuito chiuso: in caso di incidenti, era possibile riconoscere i violenti, arrestarli e comminare loro pene detentive pesanti (e immediatamente). Non solo: le società vennero obbligate a ristrutturare gli stadi con la modifica degli impianti, eliminando le barriere tra il campo di gioco e la tribuna: soltanto posti a sedere numerati associati al biglietto nominativo, con la costruzione dei seggiolini in ogni settore. I tifosi infatti devono restare seduti per l’intera gara, pena l’espulsione che avviene tramite gli steward della società e se perdura il comportamento viene inibito l’abbonamento ed impossibilitato ad acquistare nuovi biglietti. Capienza degli stadi limitata, struttura progettata con la possibilità di avere negozi e quant’altro. Si optò anche per la responsabilizzazione delle società di calcio, alle quali venne da allora affidata la sorveglianza all’interno degli impianti. Tutto attraverso la presenza di stewards privati, retribuiti direttamente dai club, in collegamento via radio con la polizia presente solo all’esterno degli impianti.

Fu anche deciso il divieto per le società di avere rapporti con i propri tifosi, se si esclude la collaborazione finalizzata a prevenire possibili incidenti: ecco, i rapporti tra società di calcio italiane e le tifoserie sono un altro dei grossi problemi che soffre il nostro calcio. Rapporti che usati a dovere possono indirizzare le cessioni, gli acquisti, le scommesse e addirittura le trattative per rilevare o meno una squadra.

Come possiamo pensare che arrivino investitori nel nostra paese, anche per il calcio, se il prodotto che abbiamo è fatto di guerriglia urbana, stadi obsoleti e vetusti, società che rispondono ai capiultras prima che agli amministratori?

Sono totalmente d’accordo con Renzi: non possiamo più, come collettività, sostenere per la sicurezza delle partite cifre di questo genere, senza peraltro poterci andare in sicurezza con la famiglia. Ma si deve agire, fare, il modello c’è, si può adattare certamente al contesto italiano, ma ci vuole fermezza, peraltro anche il Presidente del CONI Malagò è assolutamente in linea su questo, se vogliamo che il calcio torni ad essere una festa, come avviene negli States per baseball, basket e football americano. Dove peraltro, per motivi puramente economici, sono addirittura arrivati a fermare i campionati per trovare accordi (tra giocatori, sponsor etc…), ebbene, faccio una provocazione: fermiamo per 1 anno i campionati, facciamo le leggi, togliamo le sponsorizzazioni delle società di scommesse alle squadre (ma non è un controsenso?????), cerchiamo sponsor anche internazionali, avviamo i lavori di ristrutturazione a carico delle società e ripartiamo con un business interessante dal punto di vista economico ma accessibile da tutti e forse non avremo più bisogno di trattare con i Genny del caso.

Io, da ex abbonato allo stadio ed ex abbonato alla pay per view della mia squadra, attendo sviluppi ma nel frattempo non vado più allo stadio e guardo raramente in televisione le partite, ben che meno ci porto le mie figlie. Peccato, perché uno stadio gremito che fa il tifo per la propria squadra, dal vivo, è addirittura più bello della partita giocata sul campo. Forza Genoa, comunque.

ABBASSO ALE’.

ABBASSO ALE’.

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GIORNALISTA: “onorevole eccellenza cavaliere senatore”;

POLITICO: “mi sia consentito dire il nostro è un partito serio disponibile al confronto nella misura in cui alternativo aliena ogni compromesso“;

GENTE COMUNE: “ahi lo stress, Freud e il sess, è tutto un cess, ci sarà la ress“;

GIORNALISTA: “senza fatti e soluzioni, super pensioni, ladri di stato e stupratori, evasori legalizzati auto blu”;

POLITICO: “pci psi dc dc pci psi pli pri dc dc dc dc,  Immunità parlamentare”;

GENTE COMUNE: “vedo tanta gente che non c’ha l’acqua corrente e non c’ha niente ma chi me sente…”;

 

Brani tratti dal testo “Nun te reggea più” di Rino Gaetano. Un pezzo che è sempre attualissimo, o no? 

 

La Non festa della donna.

La Non festa della donna.

Il titolo non è errato ma voluto perché, passata la festa e “gabbato” lo Santo, pensavo corretto dedicare un pensiero al gentil sesso in un giorno assolutamente qualunque che nulla a che vedere con la festa della donna.

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La ricorrenza fissata all’8 Marzo deve le sue origini a San Pietroburgo dove, l’8 marzo 1917 appunto (il 23 febbraio secondo il calendario giuliano allora in vigore in Russia), le donne della capitale guidarono una grande manifestazione che rivendicava la fine della guerra: a questa seguì una fiacchissima reazione dei cosacchi, inviati a reprimere la protesta, che incoraggiò successive manifestazioni che portarono sia al crollo dello zarismo e l’inizio della rivoluzione russa sia a identificare nell’8 marzo una data importante per le donne che venne successivamente spogliata del carattere prettamente politico e assunta come riferimento per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema femminile.

Premesso che sono allergico alle mimose, quindi le evito come la peste, senza voler offendere nessuno/nessuna, non sono affatto convinto della valenza in termini assoluti della festa della donna ma soprattutto della necessità di fissare a priori le cosiddette “quote rosa”, in qualunque ambito.

Ovviamente l’Italia ha una cultura “latina”, certamente diversa da altre culture sia del vecchio continente che di altre regioni del mondo, da noi storicamente il maschilismo è stato e tuttora rappresenta un dato di fatto culturalmente presente

Nelle discussione elettorale di questi giorni alla Camera dei Deputati, grande clamore ha fatto la levata di scudi di molte onorevoli che chiedevano la presenza “per legge” di quote rosa, richiesta poi caduta di fronte al voto segreto. A pensar male sembrava più una delle tante questioni di principio con cui ci fanno discutere e litigare perdendo di vista il tema centrale della discussione, in questo caso una legge in pratica identica alla precedente quindi incostituzionale, peraltro solo per una delle 2 camere nella speranza (vana) che il Senato si auto-chiuda e se ne vadano…

Ma tornando alle quote rosa per legge mi domando se la strada per cambiare una cultura sia quella di riservare per legge il 50% o qualunque altra percentuale alla presenza di donne in un qualunque posto, pubblico e privato che fosse. Da un punto di vista squisitamente pratico ci sono aree dove le donne sono meno presenti, penso ad esempio al mondo dell’ingegneria, in questo caso forse anche per attitudini diverse alla materia, ma se qui si imponesse una percentuale è realmente applicabile per avere poi in una qualunque selezione o ricerca del personale “il meglio per capacità” disponibile? Idem per la politica, oggettivamente le donne che fanno politica sono meno, imporre per legge il 50% è realmente la strada per avere i più capaci e meritevoli?

In fondo gli unici “driver” dovrebbero essere questi.

Quindi si pone il vero problema, che è a monte. Le donne nella nostra cultura sono messe nelle condizioni di sviluppare nel mondo universitario e lavorativo, le proprie capacità al meglio con gli stessi strumenti degli uomini?

La risposta, in Italia, è no.

Ma non perché mancano le quote rosa, ma perché mancano tutte le condizioni perché dal punto di vista culturale si cambi. Nel mondo lavorativo ci sono ad esempio ancora ostacoli enormi per le donne, soprattutto nella fase più delicata in cui arrivano dei bambini, per superare questo è necessario ci siano maggiori strumenti di supporto che vanno da più facilità di accesso agli asili/scuole, maggiore flessibilità nelle assenze per malattia dei bambini e dei congedi e SOPRATTUTTO gli stessi strumenti devono essere disponibili per i padri affinchè in base alle esigenze possano alternarsi senza alcuna limitazione:

avete mai pensato ad esempio che le assenze sul lavoro per malattia dei figli dopo un certo periodo non sono retribuite e che si deve per forza scegliere chi meno ci rimette? Questi aspetti non sono banali, ma mettono i paletti per lo sviluppo di una carriera lavorativa, in condizioni di inseguire sempre e inevitabilmente fare poi delle scelte nell’ineluttabile bivio famiglia/lavoro. Possibile non vi sia una via di mezzo? O una alternativa?

Sull’aspetto culturale, si parte nelle scuole, centro nevralgico per formare una cultura diffusa, fornendo gli strumenti per realizzare il concetto di pari opportunità sotto tutti i punti di vista perché questo è un tema applicabile a tanti aspetti delle nostra vita, dalla persona con un handicap alla persona di un’altra etnia o cultura. La riflessione va’ fatta soprattutto su noi stessi, nessuno dice che è facile e scontato e tutti noi abbiamo più o meno marcati pregiudizi che vanno dalla battuta della donna al volante fino ad arrivare alle declinazioni più violente che devono giustamente essere punite con severità, ed infatti è ancor più grave un comportamento delittuoso verso un soggetto che in certe condizioni è più debole, ma devono essere superate nelle discussioni, nelle azioni e nei comportamenti quotidiani.

Viva le donne e i Viva i giorni di NON festa della donna.