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Diario di un Covid-19 normale.

Diario di un Covid-19 normale.

Con l’esito dell’ultimo tampone ho ricevuto il pedigree che attesta la non presenza del virus che, ai primi di Marzo, si era affacciato per poi essere attestata con tampone dell’ASL la positività al virus SARS-CoV-2 ed avviare la quarantena.
Devo dire che se non esistesse potrei raccontare di una fastidiosa e lunga influenza con una serie di sintomi tipici del Covid ma contenuti, un paio di giorni di febbre, un po di tosse (poca) molta molta stanchezza e gusto e olfatto spariti, tutt’ora scarsamente funzionanti. Ricordo che nel ‘96 a militare ci fecero il classico vaccino che si usava a inizio “naja” attraverso il quale non ho mai avuto influenze fino al 2021….  nessuno sapeva chi era il produttore e non c’era dibattito. Quella volta in una caserma di 700 ragazzi almeno 400 con la febbre post vaccino a 40. Ero stato decisamente peggio.

Alcune riflessioni ho avuto il tempo di farle e provo a elencarle in ordine sparso.

La presa in carico di chi ha il Covid-19 sul territorio è identica a Marzo 2020. Ci sono 2 modalità ON/OFF. O stai male male e chiami soccorso e allora si parte con il ricovero altrimenti attendi in casa chiamando i centralini ASL per fare il primo tampone, poi il secondo di controllo e poi cerchi di capire se puoi uscire tu o i tuoi familiari, in mezzo poco o niente quanto un monitoraggio regolare sui sintomi, non pervenuto. Mi domando se ci fosse più potenza di fuoco, ovvero se non fosse stato smantellato il servizio sanitario, avremmo forse avuto un controllo sul territorio più accurato e una presa in carico a prescindere migliore che potrebbe intercettare evoluzioni peggiori e prevenirle prima che tali richiedano il ricovero.

Alcuni pongono la domanda “da chi lo hai preso” come se qualcuno volontariamente avesse sparato a bruciapelo un colpo di saliva nell’occhio. Non lo so. Per non prendersi un virus bisognerebbe stare chiusi in un bunker da soli con un sistema di approvvigionamento sterile dei beni di prima necessità, qualunque altra opzione apre a questioni meramente “probabilistiche” con anche tutte le precauzioni del caso. Mi pare che si tenda a una caccia all’untore a prescindere.

lockdown is for babies, 3 settimane di quarantena in appartamento is for men“, nel mio caso ho fatto anche un tampone che ha fatto cilecca e quindi si sono allungati i tempi. Mi viene in mente quando nel lockdown 2020 c’erano le faide tra quelli che a norma di DPCM scendevano a fare nei pressi di casa attività sportiva e quelli che non lo tolleravano (e magari avevano case con bei grandi giardini…). Era allora ed è tutt’ora nei casi non gravi il trionfo dei pigri.

Curioso come si stia creando una corrente di talebani al contrario per i quali se ti ammali è perché sicuramente hai sbagliato tu o non hai seguito le regole (“te la sei cercata”): come un tempo chi contraeva l’HIV era necessariamente un omosessuale drogato. Questi sono pericolosi tanto quanto quelli che ignorano ogni regola perché se i secondi sono irresponsabili, i primi sono quelli che se gli dai potere poi godono nell’esercitarlo senza senso, forse sono gli stessi che controllano dalla finestra chi esce e mette la mascherina;

L’alto livello di contagio è indubbio, però dal punto di vista percentuale, benché i numeri siano alti,  evidenzia che sintomi gravi sono per una fetta molto contenuta sulla massa dei positivi.

Rapport tra positivi e ospedalizzati positivi (quindi con sintomi più gravi), aggiornato al 23 Marzo:

Il dato percentuale (non l’assoluto) al 5,7% per il 23 Marzo è importante perché a mio avviso la questione è il dimensionamento e quindi la capacità di gestione dei malati nei sistemi sanitari dei paesi ricchi (come il nostro). Con il passare del tempo non sono state prese reali contromisure di potenziamento dell’assistenza sul territorio e della forza lavoro ospedaliera, chiaramente se i numeri assoluti crescono si può arrivare a troppi casi di ricovero difficile da gestire, ma il valore percentuale indica che la patologia crea problemi più seri per circa il 5,7% delle persone. Non voglio né sottodimensionare il problema né tantomeno fare un ragionamento semplicistico, valuto solamente la casistica e come viene gestita sulla percentuale degli affetti con complicanze che richiedono il ricovero.

È probabile che il virus circoli anche fra i giovani e i bambini che fortunatamente non hanno sintomi o sintomi lievissimi. E probabilmente il contagio arriva in casa ma il tema rimane e non può che essere proteggere i soggetti “deboli”, in primis con opportune azioni adottate dai soggetti “non deboli”. Le misure di contenimento vanno rivolte soprattutto alle fasce deboli o con patologie mentre deve essere possibile maggiore elasticità alle altre tipologie di soggetti anche per ragioni di lavoro, di tutti i lavori.

Questo potrebbe essere un dibattito già visto in tante occasioni, ovvero tra “salute e lavoro”; nella nostra storia sono tanti i casi di lavoro che ha causato danni alla salute, esempi attuali potrebbero essere l’Ilva di Taranto, oppure le centrali a carbone come a livello locale fu la questione Tirreno Power di Vado Ligure, e tanti altri. Il delicato rapporto tra questi 2 pilastri della nostra stessa Costituzione si ripropone nella gestione della pandemia, in modo molto più ampio.

Le scuole devono essere aperte, devono andare avanti. La didattica a distanza va bene a piccole dosi ma obiettivamente oltre a togliere un valore inestimabile per i ragazzi e i bambini, la socialità, evidenzia tanti (troppi) che si perdono per strada per i più svariati motivi.

Vaccinarsi senza se e senza ma. Personalmente non ho timori di sorta, tantomeno fretta visto che sono fresco di guarigione, e ritengo sia innanzitutto a proprio vantaggio, quindi ben venga quando arriverà il mio turno. Non c’è spazio in una pandemia per i novax ideologici, se non ci sono patologie di sorta accertate che rendano pericolosa la somministrazione. Ho comunque alcuni dubbi generali. Non credo ad esempio che a settembre sia possibile arrivare all’80% di copertura nel nostro paese. Non tanto per incapacità organizzative, ma più che altro perché non c’è alcun controllo nell’approvvigionamento della materia prima, il vaccino. La più grande pandemia moderna è combattuta con dei vaccini creati da aziende private con le quali gli stati fanno dei contratti: se ci pensiamo direi che hanno un bel potere contrattuale, le aziende.
Non è chiaro poi se ogni anno dovrà essere rifatto, come il vaccino influenzale stagionale. Mi chiedo inoltre se la vaccinazione non verrà perseguita a livello globale, la cosiddetta immunità di gregge complessiva non potrà esserci quindi la circolazione nel mondo rimarrà ancora sottesa a diverse limitazioni.

In Liguria la gestione dei vaccini è fra le peggiori ma soprattutto pare disordinata. Per non parlare delle file apparentemente privilegiate che intere categorie stanno avanzando, alcune francamente imbarazzanti. Voglio però essere ottimista auspicando che sia data precedenza senza troppi giri di parole agli anziani e mi aspetto che si possa ripartire per il periodo estivo a una sorta di normalità.

Purtroppo, questa vicenda, al netto dell’impatto sulle persone e sulla salute che è stato oggettivamente pesante per molte, sta marcando gli aspetti peggiori delle comunità perché porta all’isolamento, alla cultura del sospetto e un po’ di egoismo latente. Vorrei però che non fosse dimenticato di porre al centro delle politiche di ogni livello il potenziamento ed il miglioramento del servizio sanitario come anche la ricerca: uno degli insegnamenti di questa pandemia per gli stati moderni è questo, per il nostro paese anche il modello organizzativo con la sanità regionalizzata che ha mostrato evidenti disparità di trattamento e gestione incompatibili con lo spirito di uno stato nazionale che dovrebbe essere unico.

Sfruttamento minerario di titanio nel parco Beigua.

Sfruttamento minerario di titanio nel parco Beigua.

Come noto con il decreto 1211-2021 Regione Liguria ha autorizzato le attività di esplorazione e ricerca di minerali, in particolar modo il titanio, nelle aree che da molti anni sono oggetto di interesse della CET, la Compagnia Europea per il Titanio.
Ricordo bene che già nel 2015 ci trovavamo in una situazione simile, con allora un procedimento di VIA in corso al quale partecipai direttamente depositando delle osservazioni volte a scongiurare questa ipotesi. Tale fu anche l’interesse dei comuni come quelli di Urbe e Sassello che le varie associazioni ambientaliste che l’ipotesi allora sembrava fosse tramontata definitivamente. Purtroppo così non è stato e nuovamente si riapre questa scelta, con l’aggravante che in questo caso non si è passati per una procedura di Valutazione di Impatto ambientale, complice anche il fatto che nella scorsa legislatura la giunta Toti ha di fatto abrogato la legge regionale che disciplinava la VIA regionale creando guarda caso le condizioni per questo genere di atti: nulla è mai casuale se si seguono le vicende sia politiche che amministrative.
Ad una lettura attenta del decreto, che è pubblico, ci sono diversi punti non chiari, uno fra tutti è l’area che si vorrebbe autorizzare, confrontando infatti il testo nella parte del “considerato che si riporta che la richiesta insiste su 458 ha di cui 229 ricadenti in area parco e di questi 46 sono in area protetta ZSC:

Nella parte di decreto vero e proprio però si autorizza per 229 ettari, e non per i soli 183 al di fuori sia della zona parco che della zona ZSC.


Ben fanno ad avviare un ricorso su questo provvedimento perché non è solo, da un punto di vista politico, sbagliato ma anche da un punto di vista amministrativo manifesta alcuni limiti.
E non posso fare a meno di pensare alla vicenda dell’ingresso del comune di Urbe nel Parco del Beigua, vicenda per la quale avevo presentato un emendamento al piano regionale che disciplina i parchi e i confini, richiesta bocciata senza alcuna ragione tecnica: non vi erano osservazioni da nessun ufficio tecnico, dai comuni e dall’ente parco che non fossero a favore di questa scelta. Scelta che vedeva contraria la parte politica regionale senza apparenti motivazioni. Benchè la richiesta di ingresso nel parco comprendeva un’area contenuta del comune di Urbe, per un 2% circa della superficie ed in particolare nei pressi del passo del Faiallo, si era creato un dibattito tale che non era allora comprensibile la ragione di questa avversione. Non era comprensibile allora, ma se invece fosse legata ad avere più libertà nel concedere in un prossimo futuro la possibilità di una miniera di titanio nei pressi del parco?
Credo sia una scelta sbagliata e spero che tutti gli attori che hanno gli strumenti per intervenire e fermare questa ipotesi si attivino in tutte le sedi.

Draghi Vs Conte

Draghi Vs Conte

La crisi di governo non è inspiegabile, al netto della miccia che è stata accesa da Italia Viva, da tempo era evidente il fermentare di spinte variegate per dare una spallata alle attuali forze di governo.
Peraltro facendo un passo indietro, a valle delle elezioni politiche 2018, già si era palesato non esserci una maggioranza netta e solo grazie alle scelte dei partiti, Lega, M5S, e poi PD, si sono create delle condizioni parlamentari perché ci fosse un governo, al netto che per i rispettivi elettorati e gli stessi partiti, siano state impreviste o comunque dettate dal timore di ritornare alle urne, complice una legge elettorale poco funzionale.
Questo già di per sé era un campanello di allarme sulla qualità della proposta politica ma soprattutto sulla capacità di governare con un indirizzo chiaro.
La crisi pandemica, dal punto di vista politico, ha di fatto acuito questo scenario mostrando la difficoltà oggettiva di rappresentare una maggioranza chiara con un altrettanto indirizzo politico. Non condivido la tesi per cui se le regioni sono per gran parte di orientamento di centro destra, necessariamente il paese sia orientato in quella direzione, ne tantomeno che si dovesse votare anticipatamente, avremmo altrimenti una sola votazione nazionale mentre invece ci sono più livelli e possono normalmente esserci differenti maggioranze, tra comuni, regioni e stato. A mio avviso tutto ruota sulla effettiva e iniziale assenza di una maggioranza chiara in sede parlamentare che si era creata in modo artificiale con scelte oggetto di profondo dibattito, acuite ora dall’emergenza sanitaria e dalle scelte che nell’arco di quest’anno dovranno essere intraprese anche e soprattutto in campo economico.
È evidente che per passaggi così sensibili il coperchio, già in equilibrio precario, saltasse: non è Renzi il punto; ha fatto da semplice detonatore di pulsioni e pressioni interne ed esterne. Interne alla politica, presumibilmente dalle stesse forze politiche di centro destra, esterne, da molteplici categorie, gruppi economici o “think tank” di ogni genere.

La scelta del Presidente della Repubblica, dalle dichiarazioni, la trovo ragionata con alcuni limiti di tipo politico. Condivido che le elezioni anticipate, in questi mesi, vadano a contrapporsi con le priorità di gestione emergenza sanitaria. Non condivido però che sia un governo tecnico a sancire come indirizzare il più importante piano di investimenti economici del dopoguerra ad oggi. Perché questo è un indirizzo politico, dovrebbe essere una rappresentazione delle istanze degli elettori per come vorrebbero sia disegnata l’Italia del futuro.
Per questo spero si valuti lo spiraglio di sciogliere le camere sul limite del semestre bianco di Mattarella, traguardando quindi Giugno come periodo perchè successivamente non si potrebbe fino a nuovo Presidente della Repubblica, andando quindi al 2022. Abbiamo già visto come il periodo estivo abbia minore diffusione del contagio, e potrebbe essere il momento adatto per i tempi canonici di una campagna elettorale e le varie prassi di avvio nuova legislatura.
Cosa dovrebbe fare un eventuale governo tecnico nei mesi da Febbraio a Giugno, quindi un governo a tempo determinato?
Gestire sicuramente l’emergenza sanitaria e il piano vaccini. Tenere aperto il dialogo con l’Unione Europea per tutti i fondi di cui si discute, circoscrivendo gli accordi per avere un indirizzo su come il paese intende investirli ma trattare perché siano raffinati e ratificati da Settembre in poi, con un governo politico nuovo e soprattutto un nuovo parlamento.
Mettere in sicurezza alcune questioni di impatto sociale rilevante, tra cui i vari ristori e il blocco dei licenziamenti per tutto il 2021 con il contestuale finanziamento delle varie forme di cassa integrazione. E fare una legge elettorale, coerente con la riduzione dei parlamentari, possibilmente che consenta maggiore stabilità.

In sintesi credo si debba andare al voto e si possa fare durante questa estate prendendo atto che questo parlamento non esprime una maggioranza. E credo che i partiti abbiamo mostrato ancora una volta l’incapacità di superare i momenti più difficili o forse il coraggio di fare scelte perdendo consenso, scelte che guardino al bene comune e non alle proiezioni dei sondaggi.


In ultimo ringrazio il Presidente Conte, io credo abbia fatto del suo meglio in condizioni francamente proibitive per chiunque, con serietà e impegno.

Covid-19, Tu quoque

L’evoluzione della situazione ha manifestato con gravità mai vista nel mondo occidentale moderno, quanto quella sottovalutazione fosse errata e di fatto abbia colto impreparati tutti noi. Per me è stato nel fine settimana del 7-8 marzo, quando già erano attivi provvedimenti del Governo e delle regioni del Nord Italia ma tant’è ancora in tanti non comprendevano la reale portata del fenomeno, dove ho preso coscienza che il problema fosse serio e c’era un reale e concreto pericolo per la salute di tutti, nessuno escluso.

Cosa è successo dopo, a parte le reazioni di ciascuno di noi, è notizia di cronaca: l’OMS dichiara la pandemia, la diffusione globale del virus, i decessi, le progressive e sempre più stringenti misure di chiusure, il cosiddetto “lock down”etc…misure che hanno radicalmente cambiato le nostre vite, tra l’altro ricordando quanto ciascuno di noi abbia una vita sociale, anche i più “orsi” caratterialmente, come il sottoscritto. Come alcuni sanno ho un ruolo pubblico, come consigliere regionale, che svolgo dal 2015 quando allora fui eletto, per cui più di altri in questo periodo ho avuto ed ho tutt’ora relazioni con molti soggetti, ora tutte “virtuali”, ma soprattutto la responsabilità quantomeno di rappresentare delle istanze, dei problemi o anche delle proposte, da trasferire a chi governa, al netto di essere in minoranza in regione Liguria; quindi ancor più sentito è stato ed è un sentiment, una percezione più ampia dei problemi non tanto per particolari capacità ma semplicemente per le informazioni che acquisisco, come chiunque in questo ruolo.

Visto lo stato attuale delle cose, alla data in cui scrivo siamo al 27 marzo, gli ordini di problemi sono ovviamente 2: l’aspetto sanitario strettamente correlato a quello epidemiologico, e l’aspetto economico, conseguenza diretta del primo.

Sul primo punto credo che non si possa fare altro che mantenere rigide le misure di contenimento sociale, la curva dei contagi sta rallentando e nell’arco dei prossimi 10 giorni potremo misurare, come auspicato da tutti, una riduzione, frutto semplicemente dei minori contatti sociali. E’ una mera questione statistica, di grandi numeri, ci saranno zone con curve di rallentamento più o meno accentuate, ma la Cina ha dimostrato che un rigido protocollo di lock down porta a ridurre drasticamente i contagi. Protocollo che la Cina, anch’essa con qualche ritardo, ha adottato verso le fine di Gennaio e conta di rimuovere i primi di Aprile, dopo oltre 2 mesi.

Della nostra sanità, della capienza di posti letto, della disponibilità di personale etc.. scriverò successivamente, ci basti sapere che sono meno rispetto a diversi anni fa su tutti i fronti, come sono meno le risorse economiche disponibili.

Ma la riflessione che vorrei fare in questa sede è quanto mi abbia colpito un aspetto. Al 2020, con i big data, la rete, l’intelligenza artificiale, la possibilità di andare nello spazio, le macchine elettriche, i super computer e chi più ne ha più ne metta, un virus, come altri in passato, sta penetrando nelle nostre società più avanzate e ricche, e l’unica arma per combatterlo è….stare a casa. Di cotanta tecnologia, siamo di fatto nelle condizioni di rispondere al picco più alto del contagio come bene o male si poteva fare secoli e secoli addietro.

E’ una considerazione agrodolce questa, che ci ricorda alla fine quanto siamo piccoli nell’universo, ricorda a chi ha il dono della fede il nostro spazio all’interno di un grande disegno non sempre comprensibile, ricorda come alla fine niente è assolutamente certo e scontato. Non vorrei cadere però nel pessimismo, caratteristica che non mi appartiene, personalmente ho grande fiducia nella scienza e nella ricerca scientifica e sono certo verranno individuate contromisure importanti, il tema vero è che trattasi di una guerra anche contro il tempo e i danni epidemologici e sanitari saranno maggiori tanto quanto il tempo per trovare delle soluzioni scientifiche andranno lunghe.

L’altra riflessione, come accennato, è di carattere economico. E’ stato detto da persone molto più illustri del sottoscritto: siamo in guerra. Le guerre si combattono con strumenti straordinari. E’ evidente che l’impatto del Covid sia duplice, il primo è l’alto tasso di infezione comporta una sempre più ampia fetta di cittadini che nella migliore delle ipotesi sono costretti a casa per la malattia, nella peggiore come purtroppo avviene, in ospedale. Il secondo aspetto è che le stesse misure di contrasto, ovvero di contenimento sociale, hanno fermato tout court un’ampia fetta del nostro mondo produttivo ed economico, che ovviamente non può passare indenne da una prova di questo genere, mai vista dal dopoguerra ad oggi.

Ed allora la politica, auspicabilmente quella più alta, entra in gioco per mettere in campo soluzioni prima emergenziali e poi, parallelamente ad una sperata riduzione del contagio, di rilancio di tutti i settori. Vedo in quest’ottica il dibattito a livello europeo vera chiave di volta. L’Italia, e forse nessun paese europeo da solo, può avere tutti gli strumenti necessari per ripartire azzerando quanto avvenuto, vorrei essere ottimista ma i dati economici del nostro paese al netto del “coronavirus” non erano incoraggianti prima e tantomeno lo potranno essere dopo. E’ quindi inevitabile che ci sia un ruolo chiave dell’Unione Europea, che siamo anche noi. Ed allora oggi si misurerà se questo organismo che nei decenni è cresciuto ed ha acquisito ruoli sempre più importanti nelle vite dei propri cittadini europei, è in grado di fare quel salto di qualità da molti auspicato; chi scrive è un europeista convinto, per una Europa vera, unita e solidale che nella propria carta fondante ha i valori di coesione sociale una colonna portante della propria ragion d’essere e che purtroppo ad oggi mostra ancora grossi limiti.

Quella che viviamo è la più grande “crisi” dell’epoca moderna, alcuni riconducono il significato di crisi (dal greco antico κρίσις ) a “opportunità, che è più l’interpretazione cinese Io, pessimo studente al liceo classico, rimarrei sul presunto significato originale dal greco antico di “separazione” o “scelta”: credo sia, per l’aspetto economico – politico, il momento delle scelte in chiave europeista e l’evoluzione del dibattito ci dirà quale sarà la scelta che dovremo fare.

Per ora non possiamo che ringraziare tutto quel personale ospedaliero che in prima linea combatte per noi.

Per aspera ad astra.

Ponente che vai, gente che trovi

Ponente che vai, gente che trovi

Vorrei fare alcune riflessioni sul ponente savonese, le cittadine costiere che abbracciano l’arco territoriale da Finale ad Andora, passando per Pietra, Loano, Borghetto Ceriale, Albenga. Per poi arrivare ad Andora e Alassio. Senza dimenticare Bergeggi, Noli e Varigotti.
Un’area nota a tutti quantomeno per il turismo, il mare e i centri storici delle diverse cittadine, in alcuni casi perle di bellezza uniche conosciute ovunque. In questo periodo ho cercato di comprenderle meglio parlando con le persone che le vivono e le conoscono, fermo restando che non può bastare così poco tempo, ci sono alcuni temi comuni che si possono raggruppare in una sorta di elenco che le tocca tutte con sfumature diverse.
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Turismo sì, ma di seconde case: si può affermare senza essere smentiti che quasi tutte queste cittadine hanno una popolazione residente di un certo numero, ma che nel periodo estivo raddoppia ed oltre. Non solo, ad esso è strettamente correlato un eccesso di cementificazione selvaggia nell’immediato entroterra proprio per dare spazio a nuove abitazioni, una sorta di fenomeno di “rapallizzazione” tipico della cittadine costiere liguri, non a caso il termine è stato coniato proprio per Rapallo nella riviera di Levante.
Infrastrutture. Senza girarci intorno, in molte di queste cittadine è aperta la questione della tratta ferroviaria su 2 diversi ordini di problemi: il raddoppio e lo spostamento o “ribaltamento a monte”. Il tratto a binario unico è un’offesa ai cittadini liguri che sulla dorsale ferroviaria che attraversa tutta la regione, devono contare come strumento indispensabile per spostarsi, per lavoro e per turismo. Come risolvere la questione? Ad oggi presenti sul sito delle ferrovie si possono vedere i progetti di raddoppio con ribaltamento a monte, per intenderci ad esempio ciò che fu fatto negli anni settanta nelle cittadine tra Arenzano e le Albissole le cui aree costiere tornarono a nuova vita e si diede uno slancio importante per il litorale con splendide “passeggiate a mare” e impulso ad un turismo qualitativamente superiore.
L’alternativa che viene posta sul tavolo è il raddoppio in sede, ovvero laddove necessario ampliare il tratto ferroviario nella sua sezione per ricavare il secondo binario. Certamente gli investimenti necessari sarebbero più contenuti come anche gli impatti sul territorio. A queste opzioni non c’è alternativa e la scelta può e deve essere fatta con il coinvolgimento dei cittadini tutti, sia coloro che sono su area costiera sia coloro che potenzialmente sarebbero impattati dal ribaltamento a monte. Non solo, ogni scelta và effettuata con approccio scientifico prevedendo prima analisi e controlli del territorio, poi condivisione con la cittadinanza ed insieme le decisioni del caso.
E rimanendo nell’ambito infrastrutture, abbiamo certamente ancora aperto il tema depuratori che in alcune zone, come l’albenganese, non trova soluzione definitiva e permane quindi il potenziale rischio, come altrove a macchia di leopardo, degli sversamenti soprattutto in periodo estivo: chiaramente per aree che del turismo balneare si giocano una importante fetta di entrate economiche non è accettabile ed oltretutto non è linea con le direttive europee che impongono reti di depuratori sui territorio o in alternativa le cosiddette fosse IMOF (fosse chimiche).
Nel Ponente savonese si gioca poi una partita delicatissima sul fronte sanitario, di cui in altri articoli ho già fatto cenno. I 2 ospedali di Albenga e Pietra Ligure sono al centro di continue discussioni, oggetto di pellegrinaggi continui da parte di tutte le forze politiche con annessi regali di penne, borsette e altri piccoli oggetti. Al di là del cattivo gusto, che pare più da avvoltoi che si aggirano intorno alla loro preda, o al cadavere, io credo che i 2 ospedali debbano convivere e sopravvivere. Lunga vita ai 2 ospedali! Ma pienamente integrati, con i servizi e le specialità equamente distribuiti per massimizzare personale e macchinari. Offrire un servizio pubblico eccellente significa saperlo valorizzare, puntando a chirurgia elettiva in uno e magari in chirurgia traumatica nell’altro. Avere 2 ospedali a distanze ravvicinate non significa necessariamente sprechi: è “semplicemente” una questione di organizzazione ben fatta da promuovere e raggiungere. Dobbiamo puntare a fornire eccellenze per invertire le fughe fuori regione ed anzi saper attrarre sul nostro territorio pazienti che cercano servizi di qualità.
E poi il capitolo lavoro, legato a casi noti come la questione Piaggio e i cantieri Rodriquez, ferite aperte sul fronte occupazionale ma anche potenziali mire speculative per la solita edilizia quando invece, con le giuste leve come la riduzione dell’IRAP o le stesse infrastrutture di cui sopra, si poteva avere di più e meglio. Ma non solo, il lavoro nel settore primario, forte nell’albenganese, è spesso a rischio per un delicato equilibrio sul territorio che causa dissesto idrogeologico risponde come può manifestando le evidenti responsabilità di chi non ha programmato e rispettato il territorio stesso.
Un territorio quindi delicato, che ha però ampi margini di miglioramento ad esempio nel turismo stesso che non può essere solo balneare, ma deve mettere a fattor comune le bellezze dell’entroterra, ricco di borghi e paesaggi da visitare. Metterli a fattor comune, in un contenitore che li promuova a livello internazionale insieme ad un marchio che identifichi il nostro territorio e la bellezza che può offrire.
Non per ultimo e non da ignorare le infiltrazioni malavitose, vi invito a fare una ricerca con il Google e le parole chiave “ponente savonese”: l’esito vi stupirà, forse tranne gli addetti ai lavori. Una partita difficile che su trasparenza, onestà e legalità può trovare la chiave per vincere.
Queste ed altre idee sono un libro dei sogni per alcuni, una idea chiara di sviluppo per noi.

Valle dell’Eden o Valbormida?

Valle dell’Eden o Valbormida?

Alcune settimane fa, ho partecipato ad un incontro a Carcare con diverse associazioni del territorio, incontro organizzato dal gruppo locale del “Meetup Amici di Beppe Grillo Valbormida”. Faceva seguito ad una breve visita fatta a priori sul territorio, condizione necessaria ma non sufficiente per avere una visione di insieme di quella che potrebbe essere una perla del nostro entroterra e che invece, a conti fatti, risulta essere un area fortemente a rischio.

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Sono rimasto colpito in particolare da una testimonianza puramente casuale raccolta durante il sopralluogo nei pressi dell’Italiana Coke. Un abitante del luogo stava pulendo il bordo della strada insieme al figlio per rendere scorrevole lo scolo delle acque, con lui abbiamo incominciato a discutere e, osservando le case sparse nei dintorni, elencandole una a una, ha fatto il resoconto delle malattie mortali che in ognuna di esse si sono introdotte. Ecco, io vorrei partire da questo.

La presenza di una realtà industriale oggettivamente obsoleta e al di fuori di ogni limite del consentito e del buon senso, facilmente collegabile al degrado delle condizioni ambientali causa di svariate patologie anche gravi, rende de facto necessaria una efficiente struttura ospedaliera di area per cura e soprattutto prevenzione delle patologie.
Affermare e pretendere che l’ospedale di Cairo Montenotte debba essere dichiarato “ospedale di area disagiata” avendone i requisiti tecnico-giuridici prefissati dall’ex ministro della salute Balduzzi oltre che per necessità oggettive derivanti dall’ampiezza del bacino di popolazione servito dalla struttura (40.000 abitanti), dalla posizione geografica all’interno dell’appennino ligure e dalla precarietà della viabilità locale, è la “conditio sine qua non” perché sia rispettato il territorio e i cittadini che lo vivono.
Non solo, per quanto riguarda l’ambiente e gli effetti nocivi che su di esso causano insediamenti produttivi osceni che si sono visti nell’area, ricordiamo l’ACNA di Cengio in primis, nodo ancora da sciogliere, è indispensabile intervenire nell’ accertare entità, gravità della situazione e responsabilità attraverso mirate campagne di monitoraggi ambientali e efficaci indagini epidemiologiche con la massima trasparenza coinvolgendo i rappresentanti delle associazioni e i cittadini tutti.
Vorrei ricordare che la Regione ha potenzialmente già a disposizione in mezzi per farlo, ovvero l’ARPAL per la parte di monitoraggio, le ASL per la parte di indagini epidemiologiche, e DATASIEL per la parte di analisi dati con sistemi informativi.
Ciascuno di questi 3 soggetti è però messo nelle condizioni di non poter operare efficientemente ed efficacemente, vuoi per inefficienze o cattiva gestione, vuoi per totale assenza della politica regionale e locale che pare voglia girare la testa dall’altra parte.
Vediamo come evidentemente ci siano delle carenze oggettive nella gestione e l’utilizzo di queste aziende o enti pubblici citati che in un territorio come quello della Valbormida potrebbero fare molto: se ad oggi non è stato fatto nulla o quasi, potremmo pensare che qualcuno o ci è o ci fa. Viste le gravi problematiche dell’area, le lacune e il disinteresse degli amministratori regionali, ricordando chiaramente che negli ultimi dieci anni hanno condotto le danze in solitaria Burlando con la sua attuale metamorfosi paitiana e il Partito Democratico calpestando gli interessi della collettività, il sospetto è che sia area volutamente messa in disparte.
Ne è ulteriore indizio il devastante piano regionale dei rifiuti della Paita che fa sospettare che questa valle possa essere adibita, in un futuro non molto lontano, ad un grosso centro di trattamento e smaltimento dei rifiuti del nord Italia. E ad esso si aggiunge la certezza del biodigestore di Ferrania, in corso di realizzazione, evidentemente sovradimensionato rispetto alle esigenze del territorio, che non apporterebbe significativo impatto occupazionale ma il rischio di generare ulteriori problemi ambientali in un’area abitata già martoriata da decenni di industrializzazione ottocentesca fuori controllo che ha lasciato rovine e problemi, progetto quindi respinto al mittente e da rivedere in toto.
In Val Bormida, come nel resto della nostra regione, non si devono insediare ulteriori attività eco incompatibili ma occorre progettare un futuro nel quale siano avviate campagne di bonifica dei siti inquinati e conversione di attività ora dannose per l’ambiente trasformando industrie inquinanti e oramai destinate alla chiusura per crisi finanziaria o di mercato in attività eco-compatibili costituite da piccole medie imprese a forte impatto occupazionale, magari nelle energie alternative e nell’efficienza energetica che tanta occupazione stanno dando all’estero con esempi virtuosi.
Ed inoltre, come altre aree del nostro entroterra, penso ai paesi come Stella da cui provengo e il relativo entroterra, è importante mettere a disposizione una rete viaria adeguata per zone che durante la stagione invernale possono lamentare difficoltà e che, nel caso specifico, possono contare anche sulla rete ferroviaria Savona – Torino sulla quale andrebbero svolte migliorie e ribadita la necessità di potenziare la frequenza dei treni, fornendo stazioni di interscambio con il trasporto locale per agevolare la mobilità sul territorio e rendere appetibile lo stesso a nuovi insediamenti o aziende del terziario avanzato.
Chiudo questo testo da come ho iniziato: è ormai imprescindibile riprogettare lo sviluppo sul territorio in modo che non vi siano più case da indicare con drammatici lutti al proprio interno.

Fare, dire, ricordare

Fare, dire, ricordare

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Ho letto il recente articolo del Secolo/Stampa (Stampecolo?) in cui il giornalista stila una sorta di classifica dei principali attori presenti attualmente in Giunta nel Comune di Savona. In alcuni passaggi pure divertente, uno spottone elettorale per alcuni di essi, il Sindaco è fuori dai giochi ed è in corso di costruzione il personaggio che dovrà prenderne il posto nello scacchiere politico locale, peraltro segue un precedente articolo dello stesso giornalista che sparava una serie di nomi, sempre per il partito democratico. E giornalisticamente parlando è comprensibile, però che noi, sempre gli stessi….
http://www.ilsecoloxix.it/p/savona/2015/05/02/ARjkkQJE-nonostante_premiata_sondaggi.shtml
Articolo

Non è chiaro però il giudizio di merito perché tutte le persone elencate sono, più o meno, sulla barca da quasi un decennio e il prodotto “Savona” non dà alcun segno di restyling, anzi, ristagna nelle secche della tassazione, le banche che fanno circolare pochi soldi e le solite operazioni immobiliari che aumentano le case sfitte. Niente di nuovo sul fronte occidentale insomma.
Ma è un’altro l’aspetto che mi colpisce.
Non posso infatti notare il solito cenno ai grillini che non fanno abbastanza, peraltro leit motiv nazionalpopolare che viene abbondantemente utilizzato a livello nazionale e, in questo caso, a livello localissimo.
Il fare o non fare dipende se si valutano i soli risultati finali o se si valutano anche le iniziative dal principio, ovvero si possono fare diverse considerazioni ma dipendono dal punto di vista, assumendo sia un punto di vista “obiettivo”, in caso contrario non c’è speranza a difesa di chicchessia.
Vorrei fare qualche considerazioni su tematiche che, andando puramente a memoria, ricordo siano state proposte/supportate da questi brutti ceffi di cui faccio parte:
(PARTECIPAZIONE) In consiglio comunale dopo un iter più lungo di una gravidanza, è stata portata al voto la proposta di istituzione dei referendum comunali che consentirebbero anche ai cittadini di contare qualcosa. Certo, per alcuni “i cittadini” sono un noioso fastidio utile solo nelle tornate elettorali, della serie amiamo il popolo ma ci fa schifo la gente, tant’è noi però continuiamo a credere nel loro valore. Ebbene, proposta bocciata, anche dalla citata lista civica che avrebbe preso il posto dei grillini nell’immaginario erotico dei savonesi, che siede “de facto” in maggioranza insieme al Partito Democratico. E gli altri cosa dicono a riguardo? Boh….
(SCUOLA) Un’altra considerazione, pure essa recente. I “grillini nullafacenti” sono andati a fare una ispezione al centro cottura CAMST, visita preannunciata su un servizio che il Comune affida in gara per un appalto di oltre 5 milioni, tanta roba quindi. La visita ha trovato una partita di farina scaduta, si è data comunicazione ma, domando, se un articolo viene messo in quinta pagina dopo la pubblicità, di chi è la responsabilità? Non si è fatto abbastanza o non è stato divulgato abbastanza? E gli altri cosa dicono a riguardo? Boh….
(EDILIZIA SCOLASTICA) Sempre scuola, l’anno scorso, grazie ad un emendamento del Movimento 5 Stelle alla legge di stabilità 2014 è stata proposta l’adesione del Comune che, bontà loro, è stata approvata. Ebbene, avranno fatto tutte le procedure necessarie per attingere ai fondi? E gli altri cosa dicono a riguardo? Boh….
(INFRASTRUTTURE – SALUTE – SICUREZZA) Ancora, tramite una interrogazione parlamentare e una interpellanza comunale erano state sollevate già oltre un anno fa tutte le problematiche che ora stanno emergendo con i lavori in corso dell’Aurelia Bis: livelli amianto nello smerino, lavoro non in sicurezza, rischio crolli. Tutto verificabile e “agli atti”. Anche qui, la domanda retorica è: non è stato fatto o non è stato divulgato? E gli altri cosa dicono a riguardo? Boh
(GESTIONE RIFIUTI) Aggiungo che questi “grillinacci ambientalisti addormentati” l’anno scorso avevano sottoposto una interrogazione per capire come e quali azioni intendeva fare il Comune di Savone per l’ulteriore passaggio di proprietà della discarica in mano a EcoSavona, di cui il Comune è azionista di minoranza. Tema peraltro affrontato fin dal 2012 la questione GEOTEA. Pochi giornali ne hanno compreso le implicazioni, l’unico che ha ripreso con la dovuta attenzione la questione è stato il sito NININ. E gli altri cosa dicono a riguardo? Boh.
(ENERGIA – SMART CITIES) Recentemente, i “sonnacchiosi”, hanno depositato una mozione insieme al gruppo NOI PER SAVONA per la promozione e lo sviluppo del cosiddetto “shore to ship”, l’elettrificazione dei porti che consente di ridurre le emissioni in inquinanti delle grandi imbarcazioni durante lo stazionamento nei porti. Nell’ultimo consiglio comunale, dopo scene degne di Shining con il consiglio comunale deserto, i consiglieri di maggioranza in fuga e riagguantati per avere il numero legale, è stato chiesto di ritirarla per riportarla in commissione. Ma quando è la Giunta che propone le deliberazioni fornendo il materiale a 4-5 giorni dal consiglio ed impedendo di fatto lo studio e l’analisi dei documenti? E gli altri cosa dicono a riguardo? Boh.

(RIDUZIONE COSTI) Ancora recentemente era stato nuovamente posta l’attenzione ai costi del personale dirigente non tanto per accanimento quanto per una migliore redistribuzione dei premi anche a favore dei dipendenti. Quindi?
Ho volutamente usato tra parentesi delle parole chiave per evidenziare a livello macroscopico le tematiche toccate, importanti, pur nel contesto comunale, ma a questo punto a me preme capire se conta più essere o apparire. Perché nel primo caso, tramite le attività all’interno dell’istituzione si possono fare delle azioni, condivisibili o meno è altra questione, nel secondo caso è sufficiente comunicare, poi fare o non fare diventa relativo però…..
Fare, dire, ricordare: prima fare, poi comunicare che si è effettivamente fatto. E se poi qualcuno questo lo volesse ricordare non sarebbe male.

La Memoria collettiva

La Memoria collettiva

Non ho parenti che risultino partigiani, non ho storie di eroi da raccontare o aneddoti di famiglia che siano allettanti per qualche sezione dell’ANPI da presentare in commemorazioni del 25 Aprile.

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Mio nonno paterno rimase ustionato in casa dopo un bombardamento che aveva causato una forte perdita di gas che provocò un grave incendio nel palazzo dove abitava. Mio zio bambino, che mai ho conosciuto, a circa 12 anni morì mentre andava a scuola sotto un bombardamento alleato a Genova. Questi i fatti storici e freddi che nella mia famiglia si ricordano strettamente legati alla guerra.

Io però ascolto sempre con piacere e con molto interesse i racconti e le considerazioni sulla Resistenza, sul 25 Aprile e sulla libertà.

In questi giorni ho avuto modo di ascoltare a Genova, grazie all’organizzazione di una RSU aziendale, un lungo intervento del genovese Giordano Bruschi, partigiano, giornalista, sindacalista ed anche politico. Persona di esperienza infinita, oltre 90 anni, una lucidità incredibile con i racconti di lavoro, il lavoro ai tempi del fascio e della tessera indispensabile per sopravvivere. Eppure, ad esempio, nella storica fabbrica della San Giorgio di Sestri Ponente, ai tempi guidata da 2 ingegneri ebrei, non era necessaria e lì si ritrovarono a lavorare tutti gli operai che non accettava il ricatto “occupazione” di quella tessera, di quel regime, fino a quando gli stessi direttori non furono deportati. E ancora tutte le storie di coloro che iniziarono a ribellarsi, perdendo il lavoro e la vita e che combatterono, combatterono per mettere fine a quel regime e come molti diedero vita alla Resistenza.

Nell’occasione è intervenuto il prof. Guido Rodriguez, esperto di scienze neuropsichiatriche, che ha fatto un intervento sulla memoria, il proprio ambito. Ma la memoria non è solo quella che permette di ricordare dei fatti, ma che consente di avere un ricordo comune di avvenimenti e storie, di come si sono svolti accadimenti storici e che lascito culturale hanno prodotto. Nel caso specifico, durante l’occupazione prima e la resistenza dopo, l’Italia vide sotto il proprio cielo il periodo più buio della propria storia.

Un periodo in cui vi furono scelte drammatiche, di cui ora, con la memoria collettiva, ne conserviamo tutti o quasi il significato, quel misto tra valore storico e valore simbolico. Un passaggio che ho trovato interessante è la testimonianza medica di come, nel caso dei reduci ebrei dalle deportazioni,  inizialmente vi erano negazioni della verità stessa tra chi aveva vissuto e chi ascoltava e non credeva.

Una memoria collettiva è necessaria perché tutti credano e ricordino i fatti. Ma anche qui un passaggio storico ci deve ricordare che non tutti erano partigiani, non tutti hanno fatto la resistenza: se si arrivò allora ad oltre venti anni di dittatura fascista è perché gli italiani stessi lo scelsero, o comunque buona parte di essi. Ed anche questo và ricordato e và contestualizzato nella vita odierna.

Poi, in ultimo, ho partecipato alla tradizionale fiaccolata che si conclude in Piazza Martiri a Savona, dove la sera del 24 viene dedicato un momento ai caduti e alla Resistenza con una fiaccolata di gruppi provenienti da tutti i quartieri, organizzata dall’ANPI. All’evento è intervenuto il dottore Giovanni De Luna, uno storico italiano che insegna Storia contemporanea all’Università di Torino. Ha fatto alcune considerazioni che ho trovato molto lucide, come uno storico deve fare, prima fra tutte quella che in quegli anni, ci furono come scritto prima della grandi scelte. Le scelte di coloro che per salvaguardare se stessi e i propri cari scelsero di rimanere ai margini evitando il confronto, la scelta di coloro che si schierarono anche durante la Repubblica di Salò con i nazifascisti, anche perché rappresentavano il potere, esercitato con la forza militare. Ed infine la scelta di coloro, si stima circa 6000 in tutto il nord Italia, che andarono sui monti, ed iniziarono a combattere. Lo storico, come tale, ha giustamente ricordato che il 25 Aprile è l’apice di un processo iniziato con l’8 Settembre 1943 in cui l’Italia dei Savoia, del Duce e di Badoglio si arrese, il “sogno straccione” dell’Impero sognato da Mussolini si dissolse come neve al sole e nulla fu più come prima.

Ebbene tutto questo è nostro patrimonio collettivo che dobbiamo tramandare per ricordare, una appunto “memoria collettiva” che và vissuta e raccontata correttamente per insegnare il sacrificio fatto da alcuni, ma gli errori fatti da molti: non erano tutti partigiani e non erano tutti fascisti. Ma molti erano italiani che hanno semplicemente accettato le cose come stavano, con il tempo, si sono assuefatti ad avere chi pensava loro per tutto: dalla culla alla tomba. E senza l’informazione vera, hanno accettato senza voler vedere, la privazione della libertà. Un ulteriore spunto è stata la successiva esplosione di “vis politica” dopo anni che non era stata più libera, dal ’45 in poi tornarono a fare politica i cittadini, per ricostruire un paese, tutti, dai socialisti ai democristiani, dai comunisti ai repubblicani. Poi il tempo e la storia recente ci hanno lasciato un panorama di desolazione e fallimenti che ora paghiamo caro, ma rimane la memoria di quel tempo.

A Savona tale manifestazione è a forte caratterizzazione di sinistra e un po’ mi diverte partecipare e vedere alcune facce stupite per la presenza di un “grillino”. Io però ci penso e mi chiedo come mai. Io ad esempio ero stupito di vedere molti rappresentanti del partito democratico, forse stonavano più loro che il sottoscritto. Ed ero stupito dal discorso del Sindaco che ha citato l’immigrazione, la libertà di culto e il campo nomadi della Fontanassa: per giustificare spese che approvano in ben pochi. Un tripudio di ipocrisia quale ultimo baluardo per trovare un senso di appartenenza agli ideali espressi da chi 70 anni fa combatteva per la libertà di voto, di partecipazione. Ecco, la memoria collettiva servirebbe anche per questo: per non dire stupidaggini, si fa miglior figura.

Buon 25 Aprile.

La Mensa dei Poveri.

La Mensa dei Poveri.

Questa settimana si è discusso su alcuni giornali di una questione relativa alla mensa scolastica presso il Comune di Savona, servizio triennale gestito in appalto dalla cooperativa CAMST per una cifra intorno ai 5 milioni di Euro, uno degli appalti più onerosi per il Comune.

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La questione è nata da una semplice e “prevista” visita presso il centro cottura sito in Vado. “Semplice” perché di fatto trattasi di una visita dei componenti Commissione Mensa, organo trasversale istituito tra insegnanti, genitori e responsabili del servizio, con lo scopo di supportarne le attività in termini di controllo, suggerimenti, verifiche e migliorie. “Prevista” perché fissata in una data nota a priori.

Su richiesta esplicita il Movimento 5 Stelle, a mio avviso anche per una valida e doverosa funzione di “controllo” che tutte le forze politiche dovrebbero effettuare negli appalti pubblici, è intervenuto con 2 deputati della Commissione Cultura e 1 consigliere del Movimento 5 Stelle di Savona, insieme ad alcuni rappresentanti della Commissione Mensa.

A questo punto il fatto: negli scaffali dove sono presenti alimenti per la cottura, sono stati ritrovati diversi sacchi di farina scaduti da circa 15 giorni.

Chi era presente per conto della CAMST ha da un lato addotto alcune giustificazioni, pur non negando ovviamente il fatto in sé, anche perché impossibile negarlo. Chi dall’altra parte presente, in alcuni casi ha colto con molta preoccupazione l’accaduto.

Alcuni invece hanno prontamente sminuito il tutto, l’Assessore Sorgini in primis, ed in cascata altre figure ed addirittura alcuni membri della commissione mensa. Per l’Amministrazione trattasi di alimenti che comunque erano chiaramente tracciati e individuabili come scaduti e quindi da smaltire. Ed io su questo vorrei fare una considerazione, anzi 2.

La prima è che immediatamente vi sono stati riferimenti relativi all’errore umano e la ricerca del colpevole, guarda caso l’ultimo della catena. Niente di più sbagliato laddove vi è un servizio così delicato ci devono essere delle procedure meticolose, scritte e che ne disciplinano l’esecuzione, di conseguenza diversi livelli di controllo con diversi soggetti addetti. Pertanto, la considerazione in questo caso è che siano mostrate queste procedure, non note ai membri della Commissione Mensa, e sia chiarito dove la procedura ha fallito perché si possa migliorare ed evitare nuovamente un caso del genere. Non è un fatto banale ma è proprio questa la ragione dei controlli per un processo di miglioramento continuo, peraltro poco credibile che fossero noti come materiale da non utilizzare perché in mezzo a tutto il restante per uso cottura, non giriamoci intorno.

Altra considerazione è la reazione. La CAMST basti fare qualche ricerca, è una cooperativa nata a Bologna e diventata un colosso della ristorazione negli appalti pubblici, presente in moltissimi comuni, molti dei quali amministrati dal Partito Democratico, perché alla guida di essi ovviamente, cosa avevate capito?  E per questo comunque non esente da critiche o problemi, alcuni dei quali:

http://torino.repubblica.it/cronaca/2014/06/25/news/mense_scolastiche_blitz_dell_asl_sigilli_alle_cucine_camst-89970994/

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Non vi è nulla di strano o anomalo nel pretendere controlli, nell’eseguirli in prima persona o nel farli eseguire anche da una parte politica avversa. Il diritto di controllo e critica anzi, dovrebbe essere trasversale in un appalto di questo genere. Ed inoltre, gli stessi Comitati che nascono nelle scuole, possono e debbono essere attori protagonisti nei controlli, non solo utili per imbiancare le pareti perché il Comune non trova i fondi necessari, oppure l’Assessore vuole solo braccianti privi di capacità di giudizio utili solo “a chiamata”? A proposito la domanda di accesso ai fondi dei contribuenti che possono destinare l’8×1000 Iperf all’edilizia scolastica a che punto si trova? Perché anche questo tema verrà sviluppato con attenzione nelle prossimo elezioni regionali e nel programma elettorale del Movimento.

Per concludere, la farina scaduta, mangiatevela voi e i vostri figli, noi ci vedremo alla prossima ispezione, questa volta a sorpresa.

 

Rebus sanitario

Rebus sanitario

Recentemente è stata avviata una raccolta firme proposta dal comitato dei Cittadini Attivi Loanesi di Loano, in provincia di Savona, soggetto promotore dell’iniziativa, relativa alle funzionalità del reparto di pediatria nell’ospedale di S. Corona di Pietra Ligure, tutt’oggi in via di smantellamento con rischi potenzialmente pericolosissimi per i piccoli utenti: i nostri figli.

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Ma non solo, si manifesta palesemente anche una “voluta” errata interpretazione delle previsioni contenute nell’accordo Conferenza Stato – Regioni dell’Agosto 2014 che definisce i livelli assistenziali per le diverse tipologie di ospedale. E nel caso specifico, il S. Corona di Pietra Ligure è un ospedale DEA di 2° livello che deve offrire alla cittadinanza una ben precisa serie di servizi. Nulla vieta all’ospedale S. Paolo di Savona di essere in grado di fornirne altrettanti ma è molto rischioso che per mere logiche politiche di spartizione dell’elettorato si ponga a rischio la vita dei nostri piccoli che in caso di ricovero urgente, da tutto ponente, non potrebbero fare altro che convergere su Savona con tempi di percorrenza maggiori e maggiori ricadute sulla loro salute.

La raccolta firme promossa dai cittadini che ha come obiettivo ripristinare il pronto soccorso pediatrico nella sua sede originaria e dare la possibilità ai piccoli pazienti giunti attraverso il Pronto Soccorso di poter rimanere nella struttura qualora sopraggiungano complicazioni che richiedano il ricovero è lodevole e và sostenuta. Ma il tema dell’assetto sanitario savonese è più ampio e complesso. La valutazione và fatta in forma sistemica e organica: innanzitutto vi sono i cittadini, la distribuzione sul territorio e la conformazione del territorio. Nella nostra Provincia attualmente vi sono per l’ASL 2 le seguenti strutture:

Ad ognuna di esse è associata una categoria che ne definisce a priori le funzionalità offerte, dalle più ampie (DEA 2° livello) a quelle basilari (P.I.). Quali sono però i temi aperti e non risolti di cui spesso leggiamo e discutiamo? Sono esattamente le 4 strutture ospedaliere per le quali alcuni sostengono siano troppe, altri che le funzioni così ripartite non vanno bene, altri ancora che i presidi base debbano ulteriormente essere ridotti o sfrondati di ulteriori funzionalità. Ma tutte queste considerazioni NON possono essere prese singolarmente e vanno vista in con visione sistemica: la ripartizione delle competenze è materia su cui la Regione ha un ruolo molto importante se non determinante ed è per questo che la visione deve essere anche a livello territoriale regionale.

Questo ad esempio è il motivo per cui il S.Corona di Pietra Ligure è un ospedale di DEA 2° Livello, perché l’altro è a Genova e la copertura del territorio ligure, un arco che si estende da La Spezia a Ventimiglia, deve considerare le necessità di Ponente e Levante; aggiungo peraltro che l’altro con pari funzioni per il reparto pediatrico è il Gaslini di Genova, quindi si avvalora il senso di avere anche questo reparto pienamente operativo a Pietra Ligure. Poi si passa all’annosa diatriba tra S. Paolo di Savona e il S.Corona appunto: una diatriba politica, da sempre. Il bacino elettorale….pardon…di pazienti della città di Savona è stabile e costante, contro quello di Pietra Ligure che però ha importanti picchi nel periodo estivo. Se alcune specialità sono meno ricche è sintomo della normale funzione di DEA di 1° livello, nulla vieta che vi siano, tramite anche capacità gestionali del singolo ospedale…, servizi di pari livello, ma non a scapito dell’uno o dell’altro per mere beghe politiche.

Ricordiamoci l’orografia della nostra terra, i tempi di percorrenza, le infrastrutture disponibili: tutti questi elementi fanno parte di un ragionamento sistemico.

Passiamo ora ad Albenga, ospedale della discordia ma vorrei ricordare innanzitutto che è una struttura pubblica, di noi contribuenti. Quindi può e deve funzionare in simbiosi con Pietra Ligure distribuendosi le funzioni perché geograficamente vicini e magari puntando su alcune specialità. Oggi in esso c’è però insito un tema che è il nocciolo della questione: il rapporto tra pubblico e privato.

Opera infatti in Albenga il gruppo privato GSL (Gruppo Sanitario Ligure), riconducibile a un gruppo privato molto noto nel nostro territorio che ruota intorno alla figura del sig. Dellepiane, imprenditore, costruttore, magnate locale nonché presidente del Savona. L’attuale Signore di tutto il territorio savonese, attualmente sotto indagine per una possibile maxi evasione fiscale nell’ambito dell’operazione edilizia Crescent. Oltre che dubbia ed avvolta in domande prive di risposta, una speculazione indecorosa: brutto, ma brutto nel senso sublime che ne dava Kant, il filosofo ottocentesco, una bruttezza oggettiva e indiscutibile.

Questo va’ considerato come l’esempio del rapporto nato male, la storia d’amore che è destinata a non funzionare, tra il pubblico e il privato: l’esempio di quello che non vorremmo, peraltro già oggetto di indagini per una gara assegnata appunto ai “soliti noti”, si parla di turbativa d’asta etc…. C’è quindi un costo esorbitante sostenuto dall’ASL e dalla Regione per pagare questo ente privato che svolge in convenzione con il sistema sanitario nazionale (SSN), l’attività medica, soprattutto in determinate specialità. Sia chiaro: come già scrissi operano in esso medici di comprovate capacità tecniche. Ma non è questo il punto: il punto è perché mai non mantenere il controllo e l’operato diretto del pubblico valorizzando, chi ne ha diritto, i migliori. E di questo principio già scrissi esprimendomi sulla sacrosanta necessità che anche il pubblico impiego, cui gli operatori medici rientrano in linea di principio, possa essere assoggettato al riconoscimento del merito, e del demerito. Quindi se il problema è come trattenere i migliori dottori nel pubblico, o quantomeno chiedere che svolgano una parte della loro pratica all’interno delle strutture pubbliche, non capisco perché si debba fare appalti da milioni di euro, operare in regime di intramoenia ovvero consentire l’esercizio della pratica privata dentro la struttura pubblica: su tutto questo va’ messo ordine.

Se quindi l’operazione della “Banda Burlando” (Burlando, Montaldo e Neirotti) era volta a creare una specialità per evitare le fughe presso ASL non liguri, ebbene è sbagliato il metodo, a pensar bene. A pensar male, si fa peccato….

Ed infine veniamo a Cairo. Io che sono stellese di adozione, il paese di Pertini, ricordo che molti anni fa c’era l’ospedale di Sassello ed era utilizzato dalle persone del territorio, perché vicino e perché pratico per le persone anziane vicino alle esigenze di base. Ebbene, a Cairo lo scenario è decisamente più importante per il bacino di potenziali utenti, per il contesto e le funzioni di pronto soccorso. Funzioni recentemente oggetto di discussione, per le quali oggi è necessario fare chiarezza e impostare in modo differente la questione. L’area è oggettivamente disagiata dal punto di vista geografico: raggiungere le riviera è un percorso stradale lungo, articolato e in alcuni periodi dell’anno improbabile.  Questo alla luce del concetto di emergenza e di pronto intervento ovviamente, non certo per una bella gita al mare domenicale.

Il mantenimento di un ospedale pur di base, con un pronto soccorso però pienamente operativo H24, è “conditio sine qua non” e se la strada per dichiararlo tale è quella di considerarlo di area disagiata, come peraltro contempla la Conferenza Stato-Regioni, ebbene sia questa.

Ad oggi quindi chi scrive crede che la capillarità delle strutture ospedaliere sia la forza di un sistema sanitario sul territorio e per il territorio, e sia da sprono a contrastare quanto viene proposto oggi in tutti i settori del pubblico: meno scuole, meno uffici postali, meno presidi socio-assistenziali. E’ una ritirata senza condizioni di resa che il “pubblico” sta facendo, e non è accettabile. Non così, non ora.