Nella …prima parte dell’articolo…abbiamo introdotto l’argomento delle Smart City e delle Smart Grid, approfondendo quest’ultimo tema. Ora passiamo in esame il concetto di Smart City che, tradotto, non è altro che “città intelligente”: ma come può una città essere intelligente?

 

 I criteri guida di cui sopra rappresentano di fatto gli interventi su cui concretamente si prospettano ampi margini di crescita e sviluppo, brevemente:- la “mobilità”, fortemente di carattere elettrico, comprendendo in questo insieme le 3 grandi tipologie di auto elettriche: Electric Vechicle (EV), Plug In Electric Vechicle (PEV) e Hibryd Electric Vechicle (HEV). Comprensivo di tutto il sistema di colonnine di ricarica e sistemi di immagazzinamento dell’energia. Un recente studio nell’ambito del progetto Energy Strategy del Politecnico di Milano prefigura uno scenario pessimistico di diffusione di veicoli elettrici in Italia entro il 2020 intorno ad oltre 2 milioni di unità con investimenti pari a 60-80 miliardi di Euro, lo scenario ottimistico arriverebbe quasi a raddoppiareOvviamente, alla luce delle tecnologia di “mobilità” in uso, si possono e si devono rivedere le modalità di utilizzo del proprio mezzo, magari in concomitanza con la presenta di trasporti pubblici efficienti, non inquinanti ed affidabili- l’”ICT”, ovvero quell’insieme di tecnologie e software che consentono la circolazione delle informazioni con la più ampia e facile portata, per tutti gli usi dal privato al pubblico. Tramite reti dati veloci, computer prestazionali, wireless accessibile etc…

– la “sostenibilità ambientale”, come ad esempio edifici progettati o ristrutturati con sistemi di riduzione delle dispersioni termiche, autonomi dal punto di vista energetico, dotati di sistemi di teleriscaldamento, riduzione delle emissioni CO2, aziende eco-compatibili etc…

Per ultimi ma non per importanza “qualità della vita” e “società smart” rappresentano direttrici di sviluppo di cui la prima è naturale conseguenza di questo nuovo modello di sviluppo urbano, la seconda rappresenta ad esempio i nuovi modelli democratici partecipativi, da estendere in molti aspetti della vita sociale.

Fornita quindi una definizione formale e sostanziale del concetto di Smart City, possiamo certamente affermare che tutti i criteri riportati sono già in corso di realizzazione in molti casi di studio e non solo, in Italia e all’estero. Ci sono grandi prospettive e tutte le aziende del settore, i centri di ricerca universitari e le amministrazioni pubbliche più lungimiranti stanno portando avanti porzioni di trasformazioni “smart”: ovviamente per una reale e tangibile percezione di un miglioramento della qualità della vita, peraltro che possa essere misurabile con ad esempio maggiore tempo libero a disposizione/riduzione emissioni CO2, si deve intervenire con un approccio sistemico e generale, salvaguardando le peculiarità di ogni contesto: l’Italia ha pochi grandi centri urbani, quindi al di fuori di questi si deve ragionare per aggregati.

Veniamo ora al capitolo investimenti: qui abbiamo un enorme volano ma per avviarlo serve una grande spinta che solo forti volontà politiche, la presenza di imprese con adeguate competenze e la disponibilità di fondi possono garantire.

Per quanto concerne la volontà politica abbiamo un panorama un po’ a macchia di leopardo per intenderci, dove ci sono amministrazioni pubbliche, generalmente comunali, che vogliono intraprendere reali progetti esecutivi in ambito “smart city”, ve ne sono tante altre che per ora nulla stanno facendo.

Certo che una certa politica, problema tutto italiano, purtroppo non è nemmeno in grado di comprendere quanto qui si prospetta, il potenziale enorme che da questo rinnovo urbanistico si può ottenere, soprattutto in termini occupazionali ora più che mai è necessario intraprendere iniziative forti, per spingere questo processo e dargli sostegno: non ad esempio come recentemente fatto ridurre gli incentivi per la realizzazione di impianti da fonte rinnovabili.

Le imprese di settore, che intravedono opportunità di business concreti dei quali ovviamente si nutrono per la loro stessa sopravvivenza, anche alla luce della forte crisi in corso, dove è fondamentale ribaltare il problema e trovare nuovi fronti di sviluppo, sono estremamente attente agli scenari prospettati.

Chiaramente il capitolo “fondi” è il più delicato, ma non si pensi che si parta da zero, tutt’altro.

Il MIUR ha stanziato fondi per oltre 900 milioni di Euro tramite 2 bandi specifici; a livello europeo l’iniziativa “Smart Cities and Communities Initiative” ha recentemente fornito stanziamenti tramite bando per 450 milioni di Euro.

Il recente “Pacchetto Occupazione” della Commissione Europea (“Towards a job reach recovery”) punta a creare in 3 settori chiave, entro il 2020, diversi milioni di posti di lavoro. Questi punti chiave sono “green economy”, “information and communication technology” (ICT) e “lavoratori della sanità”: a leggere con attenzione si può tranquillamente constatare che è tutto riconducibile a realizzare soluzioni “smart”. Peraltro, proprio in questo periodo, è in discussione tra Consiglio europeo e Commissione, le modalità di destinazione dei fondi di finanziamento alle politiche di sviluppo regionali (FESR) che per ora vede un budget di oltre 330 miliardi di Euro.

Una conclusione a questo breve e non esaustivo articolo non c’è, semmai si può concludere con l’auspicio che la politica, soprattutto in Italia, non sia cieca e non sia fatta solo di “Er Batman” ma di cittadini onesti e preparati ad accogliere queste sfide come opportunità per la salvaguardia del bene comune.

 Proviamo a dare una definizione tratta da un recente studio cofinanziato da aziende del settore dell’istituto “The European House-Ambrosetti”:“Smart city è per noi un modello urbano che minimizza lo sforzo per i bisogni “bassi” e soddisfa efficacemente i bisogni più “alti”, per garantire un’elevata qualità della vita, ottimizzando risorse e spazi per la sostenibilità.È in atto un progressivo passaggio dal soddisfacimento dei bisogni primari e materiali (bisogni biologici, sicurezza, affetti, rispetto), tipici delle società di mercato consumistiche, al soddisfacimento di bisogni più “alti”, tipici di società globali post-consumistiche: consapevolezza (di sé e del mondo), sostenibilità delle scelte (soddisfare i propri bisogni evitando di compromettere la capacità delle future generazioni di soddisfare i loro), equilibrio, realizzazione di sé e crescita personale. Questo genere di bisogni può essere soddisfatto solo da città più evolute, da città smart. Smart city è, dunque, per noi un modello urbano capace di garantire un’elevata qualità della vita e una crescita personale e sociale delle persone e delle imprese, ottimizzando risorse e spazi per la sostenibilità.”Dalla definizione si comprende quanto ampio sia l’impatto di questo modello di sviluppo urbano, alla stregua di un intervento di “spirito rinascimentale” citando un accostamento quanto mai corretto ed efficace.

I criteri guida quindi per identificare una città-progetto smart possono essere sintetizzati in:

  • Mobilità
  • ICT (Information Communication Technology)
  • Sostenibilità ambientale (Energia, edifici, suolo, acqua)
  • Qualità della vita
  • Società smart (istruzione,sanità,governance,partecipativa)

Una città ideale “smart” è quindi un progetto molto ampio che tocca tutti gli aspetti della vita quotidiana e si configura come una grande, se non unica, possibilità di cambiare radicalmente, in meglio, la qualità della vita nei centri urbani; và ricordato peraltro che recenti studi affermano che nel mondo cosiddetto “occidentale”, da pochi anni il numero di abitanti concentrato in grandi centri urbani ha superato percentualmente il numero di quelli al di fuori di contesti urbani.

I criteri guida di cui sopra rappresentano di fatto gli interventi su cui concretamente si prospettano ampi margini di crescita e sviluppo, brevemente:

– la “mobilità”, fortemente di carattere elettrico, comprendendo in questo insieme le 3 grandi tipologie di auto elettriche: Electric Vechicle (EV), Plug In Electric Vechicle (PEV) e Hibryd Electric Vechicle (HEV). Comprensivo di tutto il sistema di colonnine di ricarica e sistemi di immagazzinamento dell’energia. Un recente studio nell’ambito del progetto Energy Strategy del Politecnico di Milano prefigura uno scenario pessimistico di diffusione di veicoli elettrici in Italia entro il 2020 intorno ad oltre 2 milioni di unità con investimenti pari a 60-80 miliardi di Euro, lo scenario ottimistico arriverebbe quasi a raddoppiare

Ovviamente, alla luce delle tecnologia di “mobilità” in uso, si possono e si devono rivedere le modalità di utilizzo del proprio mezzo, magari in concomitanza con la presenta di trasporti pubblici efficienti, non inquinanti ed affidabili

– l’”ICT”, ovvero quell’insieme di tecnologie e software che consentono la circolazione delle informazioni con la più ampia e facile portata, per tutti gli usi dal privato al pubblico. Tramite reti dati veloci, computer prestazionali, wireless accessibile etc…

– la “sostenibilità ambientale”, come ad esempio edifici progettati o ristrutturati con sistemi di riduzione delle dispersioni termiche, autonomi dal punto di vista energetico, dotati di sistemi di teleriscaldamento, riduzione delle emissioni CO2, aziende eco-compatibili etc…

Per ultimi ma non per importanza “qualità della vita” e “società smart” rappresentano direttrici di sviluppo di cui la prima è naturale conseguenza di questo nuovo modello di sviluppo urbano, la seconda rappresenta ad esempio i nuovi modelli democratici partecipativi, da estendere in molti aspetti della vita sociale.

Fornita quindi una definizione formale e sostanziale del concetto di Smart City, possiamo certamente affermare che tutti i criteri riportati sono già in corso di realizzazione in molti casi di studio e non solo, in Italia e all’estero. Ci sono grandi prospettive e tutte le aziende del settore, i centri di ricerca universitari e le amministrazioni pubbliche più lungimiranti stanno portando avanti porzioni di trasformazioni “smart”: ovviamente per una reale e tangibile percezione di un miglioramento della qualità della vita, peraltro che possa essere misurabile con ad esempio maggiore tempo libero a disposizione/riduzione emissioni CO2, si deve intervenire con un approccio sistemico e generale, salvaguardando le peculiarità di ogni contesto: l’Italia ha pochi grandi centri urbani, quindi al di fuori di questi si deve ragionare per aggregati.

Veniamo ora al capitolo investimenti: qui abbiamo un enorme volano ma per avviarlo serve una grande spinta che solo forti volontà politiche, la presenza di imprese con adeguate competenze e la disponibilità di fondi possono garantire.

Per quanto concerne la volontà politica abbiamo un panorama un po’ a macchia di leopardo per intenderci, dove ci sono amministrazioni pubbliche, generalmente comunali, che vogliono intraprendere reali progetti esecutivi in ambito “smart city”, ve ne sono tante altre che per ora nulla stanno facendo.

Certo che una certa politica, problema tutto italiano, purtroppo non è nemmeno in grado di comprendere quanto qui si prospetta, il potenziale enorme che da questo rinnovo urbanistico si può ottenere, soprattutto in termini occupazionali ora più che mai è necessario intraprendere iniziative forti, per spingere questo processo e dargli sostegno: non ad esempio come recentemente fatto ridurre gli incentivi per la realizzazione di impianti da fonte rinnovabili.

Le imprese di settore, che intravedono opportunità di business concreti dei quali ovviamente si nutrono per la loro stessa sopravvivenza, anche alla luce della forte crisi in corso, dove è fondamentale ribaltare il problema e trovare nuovi fronti di sviluppo, sono estremamente attente agli scenari prospettati.

Chiaramente il capitolo “fondi” è il più delicato, ma non si pensi che si parta da zero, tutt’altro.

Il MIUR ha stanziato fondi per oltre 900 milioni di Euro tramite 2 bandi specifici; a livello europeo l’iniziativa “Smart Cities and Communities Initiative” ha recentemente fornito stanziamenti tramite bando per 450 milioni di Euro.

Il recente “Pacchetto Occupazione” della Commissione Europea (“Towards a job reach recovery”) punta a creare in 3 settori chiave, entro il 2020, diversi milioni di posti di lavoro. Questi punti chiave sono “green economy”, “information and communication technology” (ICT) e “lavoratori della sanità”: a leggere con attenzione si può tranquillamente constatare che è tutto riconducibile a realizzare soluzioni “smart”. Peraltro, proprio in questo periodo, è in discussione tra Consiglio europeo e Commissione, le modalità di destinazione dei fondi di finanziamento alle politiche di sviluppo regionali (FESR) che per ora vede un budget di oltre 330 miliardi di Euro.

Una conclusione a questo breve e non esaustivo articolo non c’è, semmai si può concludere con l’auspicio che la politica, soprattutto in Italia, non sia cieca e non sia fatta solo di “Er Batman” ma di cittadini onesti e preparati ad accogliere queste sfide come opportunità per la salvaguardia del bene comune.