L’interpretazione che alcuni danno di ambientalista è piuttosto distorta: pare si immagini persone che vivono sugli alberi nutrendosi di bacche, con la foglia di fico per coprire le pudenda ed una vita condotta nel mito del “Buon Selvaggio”.

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Io non so se sono ambientalista ma cerco di rispettare l’ambiente e migliorarlo, faccio la raccolta differenziata, perseguo qualche forma di “efficenza energetica” (quindi meno produzione quindi meno consumi), uso la macchina quando serve (ed è a GPL) e credo nelle energie rinnovabili, soprattutto “sostenibili”. Però giuro che non vado in giro con la foglia di fico e non mangio bacche, benché beva vino che in effetti….

Recentemente mi sono imbattuto in un dibattito per una questione relativa alla probabile cementificazione di un area di Savona, oggi in stato di oggettiva incuria.

Evitare l’abuso di cemento è un modo di conciliare meglio il tessuto urbano con le aree verdi, ed evitare che le aree verdi siano “assalite” senza regole dal cemento è un modo per tutelare il nostro paesaggio. Esistono per questo gli strumenti di pianificazione dello sviluppo del territorio urbano ed extraurbano, strumenti che non sempre sono però largamente condivisi ma tendono più ad iniziative unilaterali: devono tenere conto di tutto, anche della proprietà privata, certamente. Si tratta molto semplicemente di scegliere cosa privilegiare e come sviluppare appunto il tessuto urbano, su questo la politica ha un forte ascendente. Peraltro nessuno sostiene che non si debba mettere ordine, ma ordine vuol dire necessariamente palazzi? Certamente no. Seconda domanda, chi paga? E’ chiaro che se cerco soldi (oneri di urbanizzazione), ad esempio, dall’edilizia, questa me li darà ma vorrà costruire palazzi. Perché non provare a cercarli altrove? Terza domanda, ma con i palazzi si crea lavoro? Generalmente non con le piccole imprese del territorio e manovalanza locale. Fatevi un giro e verificate chi sono le imprese coinvolte nelle operazioni edilizie più sensibili e soprattutto le imprese ingaggiate e i lavoratori impiegati. Io con imprese edili locali parlo ed ho parlato e mi confermano questo, peraltro accentuando il fatto che spesso le grosse ditte ingaggiano personale poco qualificato, non italiano, disponibile ad accettare retribuzioni al ribasso.

Sempre dell’ambientalista. Personalmente ho avuto maggiore sensibilità sul tema da quando ho avuto figli, sarà un caso sarà maggiore interesse ma obiettivamente quello che facciamo oggi si ripercuote su quello che abbiamo domani, quindi i nostri figli. Sull’energia tanto si è speso ma, come ho scritto in tanti articoli, è certo che le energie rinnovabili (e sostenibili) sono maggiormente compatibili con l’uomo e la natura, le fonti fossili no. Poi possiamo discutere che le leggi di economia ci dicono che le seconde sono più redditizie delle prime, ma appunto redditizie, non accettabili. Dipende cosa interpretiamo noi tutti da redditizio: ciò che è per alcuni non necessariamente lo è per tutti, come danni generati sulla collettività che se ne accolla le conseguenze in termini di impatto sanitario, tantomeno.

Una volta alcune formazioni politiche ambientaliste criticavano le forme di energia rinnovabile come l’eolico. Con il tempo si è compreso le potenzialità ed il reale impatto sul territorio, ovviamente con le dovute accortezze. Ma erano dei pazzi: non credo, benché non abbia mai condiviso la relativa azione politica, erano semplicemente gruppi di opinione che avevano cura dell’ambiente. Non vedo cosa vi sia di sbagliato.

A volte vengono chiamati in causa i “comitati”. Si dice che in Italia c’è sempre un comitato per qualcosa e si critica spesso proprio la presenza dei comitati che sono sempre schierati per il “contro”; proviamo a cambiare nome ai comitati e forziamo l’interpretazione chiamandoli “think tank” (termine anglosassone che mi piace moltissimo…): gruppi di persone/opinione che si esprimono su temi specifici, in questo caso magari ambientali. Qual è il problema? D’altro canto se nascono evidentemente perché la politica non è in grado di ascoltare sufficientemente i bisogni dei cittadini tutti, senza strati ulteriori.

Ecco, l’ambientalista forse è questo: uno spirito critico che vuole coniugare con determinazione sviluppo e ambiente.

Un palazzone in meno, un giardino per in nostri figli. Una centrale a carbone in meno, un sistema di produzione di energia elettrica distribuita in più. Una riduzione dei consumi energetici del 50% negli edifici pubblici, lavoro ad imprese locali per realizzarlo. Una riduzione dell’afflusso di veicoli in città per più mezzi pubblici e mobilità sostenibile. E non solo.

Questa è la mia interpretazione di ambientalista.