Quanto accaduto recentemente all’interno del Movimento 5 Stelle a seguito dell’iniziativa autonoma dei 2 senatori che nell’ambito dei lavori di commissione hanno proposto l’abolizione del reato di clandestinità, conferma quanto il tema sia evidentemente delicato e possa scaldare tutti gli animi, dai più calcolatori a quelli più calorosi.

Nel caso specifico c’è stata una replica immediata dal Blog di Beppe Grillo che, con eccesso lapidario, ha dato una visione diametralmente opposta dell’opportunità di intervenire in questo modo per dare una soluzione al problema ben più ampio dell’immigrazione.

Dal mio punto di vista hanno, le due parti, commesso degli errori e la cosiddetta colpa è in mezzo: come fin da subito anticipato i senatori si sono mossi autonomamente senza coinvolgimento ne dell’assemblea in cui congiuntamente agli altri colleghi del Movimento vengono intraprese le scelte più delicate, ne tantomeno, errore ancora più grave se vogliamo, un azione di sondaggio delle opinioni all’interno del proprio bacino di elettori per comprenderne il polso e la visione del problema.

Hanno commesso altresì un errore Grillo e Casaleggio dando da un punto di vista formale una spiegazione troppo fredda e non contestualizzata, vero che la questione non era nel programma ma i fattori esterni che incidono sull’azione politica sono molteplici e vanno affrontati ancor di più se non previsti a priori, tornando però all’errore “procedurale” imputabile ai senatori.

Ovviamente dal punto di vista politico questo è stato un assist per i detrattori del Movimento che si getteranno a bocche spalancate per cogliere l’opportunità, se non lo avessero già fatto, di snocciolare pompose analisi sull’errore commesso.

Al di là di questo aspetto vorrei provare a fare una riflessione su quello che rappresenta la “sostanza” di quanto affermato da Grillo, ovvero che non deve essere abolito il reato di clandestinità per le ricadute rischiose in termini di immigrazione incontrollata: questo è il punto di partenza.

Da un lato l’istituzione del reato di clandestinità, avvenuto in tempi relativamente recenti nel nostro paese, caso non unico che ci accomuna con Francia, Germania e Gran Bretagna, ha mostrato la corda proporzionatamente all’intensificarsi dei flussi migratori strettamente correlati all’intenso acuirsi dell’instabilità politica nell’area nordafricana. Il reato però prevede l’obbligatorietà della sanzione penale al contrario di Francia e Gran Bretagna, con l’ “annessa” conseguenza di espulsione, peraltro ormai poco praticata e dai costi insostenibili, gravando mostruosamente sul nostro intero apparato penale e di pubblica sicurezza. In aggiunta la beffa del soccorso ai clandestini che rende compartecipi di un reato ha dato visti i recenti tragici fatti il colpo finale a questa norma.

E’ ragionevole quindi rivedere il reato di clandestinità, ma deve essere inquadrato in una revisione organica del Testo Unico D.Lgs. 286/98 – Testo Unico immigrazione, modificato appunto con la legge 94 del 2 luglio 2009, con lo scopo di disporre degli strumenti normativi per affrontare una parte del problema immigrazione, all’interno del nostro territorio nazionale, dando gli strumenti adeguati per gestirlo, limitandone le conseguenza negative con annesse delle quote o delle soglie che consentano di prevedere annualmente un numero indicativo di persone che possano essere accolte nel nostro paese ed integrate come anche prevedendo quei filtri per evitare l’ingresso di persone con precedenti pericolosi o in aria di terrorismo, fenomeno da non dimenticare perché sempre assolutamente attuale e purtroppo presente.

Ovviamente queste sono considerazioni di massima che vanno approfondite ma il problema di fondo rimane “a monte”, non quindi nel paese di destinazione ma nei paesi di provenienza, ovvero all’esterno del nostro territorio.

L’immigrazione oggi, in Italia e nei paesi occidentali, è un problema concreto e sarebbe sbagliato nasconderlo; il nostro paese in particolare non è attualmente in grado di assorbire l’offerta di forza lavoro esterna, tanto non riesce a coprire il fabbisogno interno quanto non potrebbe, nel breve-medio periodo, sopperire con forme di ingresso per una definitiva integrazione che non siano le doverose forme di sostegno umanitario. Se ripensiamo agli scenari di fine ottocento e metà novecento in cui noi italiani andavamo alla ricerca di fortuna all’estero, pure con molte difficoltà, alla volta di paesi dove c’era assoluta necessità di manodopera, stime indicative riportano di un flusso in uscita dalla sola Italia di oltre i 15 milioni di persone nell’arco di un secolo. Considerando la situazione internazionale dove l’evidente miglior qualità di vita del nostro paese e dei paese limitrofi, al confronto delle zone africane e medio orientali, non c’è alcun motivo nel dubitare che sia una meta ambita e molto probabilmente è corretto ipotizzare che ci attendano realisticamente milioni e milioni di persone che nei prossimi decenni spingeranno per l’ingresso nell’Europa unita.

Qual è la differenza tra i nostri migranti e i migranti che ora arrivano da noi? La neonata Italia figlia dell’unificazione e dei decenni successivi era un paese sicuramente più civile dei nostri dirimpettai di oltre mare, benché vi fossero aree in condizioni di estrema arretratezza,  e tendeva ad una minimale regolamentazione delle uscite quali condizioni minime di sicurezza, al contrario di quanto avviene al di là del Mediterraneo, quindi il vero problema non è il reato di clandestinità come configurato in Italia ma le condizioni di vita nei paesi di provenienza e le modalità con cui intraprendono questi “viaggi della speranza” che stanno causando ed hanno causato migliaia di caduti in una guerra silenziosa.

Non solo l’Unione Europea ma l’intera comunità internazionale, quindi l’ONU, deve prendere coscienza che è necessario intervenire direttamente sui territori per prevenire l’acuirsi delle condizioni sociali tipiche da cui deriva la necessità di (fuggire) emigrare dal proprio paese. Interventi in loco potrebbero ridurre le fuoriuscite illegali dai propri paesi, creare task force di polizia internazionale che, con l’adeguata copertura normativa, potrebbero colpire duramente quei delinquenti che si offrono per denaro nel trasporto degli emigranti in condizioni vergognose, salvaguardare le condizioni di vita dal punto di vista sanitario e scolastico, dando assistenza alle famiglie ed in particolar modo ai bambini.

Ed inoltre la stessa comunità internazionale dovrebbe mettere in discussione con forza e con coerenza le pratiche vergognose con cui vengono condotti certi business nei paesi africani che provocano volutamente guerre costanti tramite le quali controllare indirettamente giacimenti vari, petrolio, uranio, diamanti, con la connivenza dei governi stessi: proprio gli stessi che poi si chiedono come risolvere il problema dell’immigrazione.

Pensare quindi a numeri ridotti e ragionare sull’onda dell’emotività è politicamente un grave errore per tutti e nulla di tutto ciò impedisce la gestione dell’oggi con interventi umanitari internazionali. Ed è questa una ulteriore riflessione: l’Unione Europea non può delegare ai soli stati di frontiera la gestione di questa emergenza nella speranza, vana, che riescano in autonomia a sbrigarsela da soli. L’Unione ci costa, pretende e ci impone: bene, ora è il momento di riscuotere e collaborare per risolvere un’emergenza che è certamente più grande di noi soli.