In questo periodo di crisi economica ogni giorno  si leggono notizie dal mondo del lavoro quasi come fossero un bollettino di guerra: aziende in crisi, chiusure, cassa integrazione, mobilità con le ormai consuete ricadute sull’occupazione e sui lavoratori, immancabile quindi che vi sia poi l’intervento delle organizzazioni sindacali, croce e delizia di tanti.
 Su questo vorrei spendere alcune “parole”, seppur trattasi di uno scritto, dando una interpretazione un po’ diversa dai molti luoghi comuni e trasferita dal sottoscritto come vita vissuta.

Dei sindacati si dice tutto e il contrario di tutto, sono anch’essi discussi, odiati, indispensabili ed affetti da molti mali della politica nazionale, concausa di gran parte del gap economico che l’Italia accusa nei confronti di altri paesi europei.

Eppure chi scrive ha tastato con mano e vive direttamente il sindacato nella speranza che sia interprete vivo dello spirito originario che dal nome stesso ne scaturisce l’essenza: sindacato, dal greco antico “fare giustizia insieme”. Un principio semplice ma di così grande valenza sociale che ha un sapore quasi mitologico.

Mi sono avvicinato al sindacato intorno ai 25 anni, quasi per caso, nella mia azienda milanese dove da poco ero stato assunto con il mio primo contratto a tempo indeterminato, gran cosa in una azienda con più di 15 dipendenti,  ma purtroppo era arrivato l’effetto boomerang della new economy , si era sgonfiata la famosa “bolla” e gli schizzi erano arrivati addosso ai lavoratori. Quindi, cassa integrazione.

Francamente allora non sapevo cos’era ne tantomeno cos’era il sindacato, e in fondo al di là di sapere che il mio contratto non aveva una scadenza predeterminata, non avevo la minima idea che vi fossero delle regole, dei principi, un contratto insomma che regolamentava la mia vita di lavoratore, soprattutto in mio favore.

Visto il problema emerso dal mio punto di vista fu naturale pretendere di “partecipare” attivamente per capire cosa stava succedendo, cosa voleva fare l’azienda, quali erano i diritti di tutti i miei colleghi e come potevamo ridurre gli impatti delle azioni che l’azienda stava avviando. Da quel momento in poi sono stato un delegato sindacale di una delle 3 confederazioni nazionali con alti e bassi, in termini di impegno e casi più o meno complessi, ho sempre ricoperto questo duplice ruolo.

 Negli anni questo mi ha permesso di comprendere la regolamentazione nel mondo del lavoro, i contratti, gli accordi tra le parti sociali e tutto ciò che diamo per scontato ma che invece nasce dal costante confronto fra le associazioni dei lavoratori, i sindacati appunti, che contrattano con le associazioni delle imprese.
Recentemente in altra azienda dove sono ora impiegato, sono tornati alla ribalta “i soliti noti” problemi che si riflettono su colleghi, amici, magari proprio quello della scrivania di fronte con il quale mangi e prendi il caffè tutti i giorni.

Può capitare di passare come delegato delle nottate in trattativa per un rinnovo di contratto integrativo, fare tardi la sera in un’altra città per cercare di portare alla firma l’azienda per un accordo di mobilità che fornisca le maggiori tutele per i più, dover recuperare il lavoro e il tempo perso a casa, sottraendolo alla famiglia; come delegato, che forse non è un sindacalista ma un semplice rappresentante dei lavoratori, questo è il lavoro oscuro, che spesso passa inosservato, ignorato, criticato e da molti guardato con sospetto.

Poco importa perché se questo è lo strumento per essere partecipi rendendo un servizio a se stessi e i propri colleghi, fornendo strumenti ed informazioni utili a migliorare la propria vita lavorativa, ne vale la pena.

Questa è l’altra faccia del sindacato, quella che probabilmente tutti vorrebbero vedere e che ricalca lo spirito originario e profondo di coloro che nei primi del 900 hanno lottato, anche con il più grande dei sacrifici, per ottenere diritti, rispetto e condizioni di lavoro migliori, arrivando ai tempi contemporanei di chi ha avuto il privilegio di partecipare direttamente alla nascita dello Statuto dei Lavoratori, la nota legge 300 del 1970 che tutti vogliono modificare, forse proprio perché è venuta troppo bene .

Lungi dal voler dispensare assoluzioni a chi in qualunque situazione abusa della propria posizione, non rispetta chi ha dato mandato a rappresentarlo e non gioca stando nelle regole scritte e quelle non scritte della morale nel rispetto del bene comune.

A pensarci bene questo parrebbe essere il problema della politica in Italia ed il sindacato è affetto dagli stessi mali che trasversalmente colpiscono la nostra società, ma è proprio questo il punto: si può e si deve salvare quanto di buono vi è, salvaguardandolo e dove necessario utilizzandolo come fertilizzante.

Ecco che allora l’invito è quello di valutare ogni volta con un poco di spirito critico quanto si legge e si dice dei sindacati e delle loro azioni, magari dietro c’è un delegato che sta cercando di fare in modo che non licenzino il suo collega, il suo amico, quello che gli sta di fronte con cui prende il caffè tutti i giorni e che gli racconta della sua famiglia e dei suoi bambini.