Della “Produttività” spesso e volentieri se ne parla e si discute, in forme accese, legate alle dinamiche delle cosiddette relazioni industriali e soprattutto nel quadro economico e lavorativo. Sembra essere un problema di quanto si lavora, si deve quindi semplicemente lavorare di più per essere più produttivi?

 
Recentemente ho letto un brano tratto da una intervista al prof. Sebastiano Fadda, ordinario di Economica Politica all’Università Roma Tre, oltre che coinvolto in temi quali mercato del lavoro, contrattazione e sistemi di welfare, particolarmente interessante per l’analisi schematica di questo concetto.

Innanzitutto partiamo del termine produttività: si può sostanzialmente definire come il rapporto tra un “ouput” prodotto e gli “inputs” impiegati per produrlo. Ovviamente và contestualizzato per settore e tipologia merceologica ma statisticamente ci sono gli strumenti per valorizzare questo rapporto che può essere rappresentato tramite la cosiddetta “Produttività Totale dei Fattori” (PTF) oppure, nell’ambito in questione, viene anche utilizzata una ulteriore forma di confronto, ovvero la “Produttività Grezza” del lavoro (definito quale valore aggiunto per ora di lavoro).

 

In vie generale, purtroppo, sotto il profilo di ambedue le misurazioni, i valori espressi dall’Italia, nell’ultimo decennio, sono fra i più bassi d’Europa, anzi, sul valore di produttività grezza, siamo al di sotto di Grecia e Portogallo. Comunque sia, anche il PTF risulta drasticamente sceso contro invece aumenti discreti recepiti da Germania, guarda caso, e Regno Unito.

Ma a guardar bene le retribuzioni in Italia sono fra le più contenute d’Europa, pur avendo invece alti numeri di ore lavorate per unità di prodotto: in sostanza parrebbe che lavoriamo più di altri con buste paga che sono più leggere al fine di confrontarci con paesi che hanno un tasso di produttività maggiore.

 Alla lunga un approccio di questo genere, con la contrazione dei salati in primis, non è più sostenibile e tutti i limiti si manifestano quanto più il mercato è globale, integrato ed in alcuni casi con condizioni lavorative migliori, vedasi Germania.

 

Proviamo a sintetizzare quali sono realmente i fattori che influenzano la produttività e che ne determinano il rapporto.

 Si possono schematizzare in 2 gruppi:

 

Fattori esterni all’impresa

Fattori interni all’impresa

 

I primi sono determinati dagli insiemi quali logistica, trasporti, energia, comunicazioni, adempimenti burocratici, trattamento fiscale, sistemi di interconnessione etc….

Da questo elenco si evince facilmente che su questo fronte è la politica in prima battuta che deve creare le condizioni per migliorare sotto ogni profilo questi fattori. Fra tutti basti citare l’energia, ad esempio l’Alcoa in Sardegna, recentemente alla ribalta delle cronache per i noti problemi di chiusura impianto, non è stata acquisita da una multinazionale americana per gli alti costi dell’energia che l’impianto utilizzava, per i quali vi era sostanzialmente un eccessivo costo e quindi una scarsa competitività del prodotto finito.

Senza tralasciare la pressione fiscale che pesa in Italia come quasi nessun’altro  e che sta strozzando il mondo delle imprese nel confronto, sempre più serrato, con gli altri paesi.

 

Il secondo insieme di fattori, interni all’impresa, vede tre ambiti di influenza: innovazione tecnologica, efficienza gestionale e crescita professionale del personale.

Nel primo ambito ricade quel ritardo ormai cronico che colpisce la nostra impresa e forse il mondo universitario, nella ricerca, dalla quale poi dovrebbero partire gli impulsi che si trasferiscono nel mondo delle imprese. Senza innovazione tecnologia distribuita saremo sorpassati non solo da tutti i paesi del mondo occidentale, ma anche da quelli emergenti.

Simile per alcuni punti l’efficienza gestionale, ovvero la capacità di migliorare i processi industriale sempre e continuamente,  con un costante confronto costruttivo a livello di reti territoriali.

Infine sul terzo ambito vi sono elementi che confermano un ritardo nel confronto con gli altri paesi europei come nella percentuale di assorbimento di laureati, sensibilmente inferiore a Germania e Francia, peraltro in uno scenario nel quale l’Italia ha un ampio numero di laureati disponibili. Anche sulla formazioni vi sono dati che ci vedono percentualmente indietro rispetto ai già citati paesi europei: la formazione non è uno strumento fine a se stesso ma ha lo scopo di preparare il personale ad utilizzare le nuove tecnologie, i nuovi processi e le nuove esigenze del mercato: senza questo supporto il capitale umano non viene valorizzato e diventa più difficile un confronto vincente in termini qualitativi.

 

Come visto i fattori che influenzano la produttività sono molteplici quali gli attori coinvolti che devono intervenire.

Tanto è il ritardo accumulato nell’ultimo decennio e tanti sono gli errori della politica, nella pressione fiscale asfissiante sulle imprese e sui salari, nella burocrazia e nella “mala politica”, nel costo dell’energia in un mercato che è libero, ma le cui regole possono e devono essere riscritte, quante sono le azioni da intraprendere.

 

Non basta certo fare le imprese a 1 euro come si vanta l’attuale Ministro dello Sviluppo ne tantomeno fare discussioni sugli straordinari o meno per aumentare la Produttività.