Ricordo i primi anni del 2000 in cui a Milano, dove lavoravo, i lavoratori ATM fecero uno sciopero selvaggio per il mancato, dopo anni, rinnovo del contratto. Nessuna tutela per nessuna fascia di punta, serrande abbassate anche per la metropolitana.

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Città paralizzata, proteste a furor di popolo e….rinnovo ottenuto. Aggiungo, peraltro, che ATM oggi chiude i bilanci in utile (esercizio 2012 utile consolidato di 4,4 milioni).

Se a Genova AMT e, per non fare nomi, ATAC a Roma, con un buco di bilancio più profondo di Alitalia, non sono in grado ne di dare certezze ai lavoratori ne di chiudere i bilanci decentemente, è un problema di gestione. Potranno esserci sicuramente ampie sacche di inefficienza ma il pesce, come sempre, puzza dalla testa.

Le scelte di manager politici e di poltrone divise per placare la fame dei partiti non sono più compatibili con l’esigenza di efficacia ed efficienza per mantenere un’azienda sana. Una gestione aziendale attenta, anche in momenti come questo, può ridurre le emorragie e tenere testa al periodo. Perché alcuni riescono ed altri no?

Il socio privato può intervenire ma nei servizi essenziali, quali il trasporto pubblico, deve esserci il controllo di maggioranza del soggetto pubblico che deve eticamente e operativamente essere in grado di eccellere, incominciando dal merito, dalla coerenza, dalla progettazione e da personale motivato e premiato. Un discorso che va’ esteso al pubblico impiego nella sua interezza dove per persone che non svolgono bene il proprio lavoro ce ne sono molte di più che lo fanno, con impegno e serietà e senza alcun riconoscimento del merito.

Prendiamo ATAC, con un bilancio consolidato al 2012 di indebitamento netto pari a Euro 270 milioni e oltre, con un organico di 11 mila dipendenti circa, una perdita maggiore a quella di Alitalia, ma non sono soli, purtroppo, tante partecipate versano in condizioni disperate. Sono tutti fannulloni? Certo che no, ma chi pagherà il prezzo più salato? La risposta è scontata.

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Ma allora, dov’è il nocciolo della questione? Possibile che non sia “possibile?

No, le ragioni vanno cercate su diversi fronti: innanzitutto società del genere non possono perseguire l’utile inteso come mero profitto che caratterizza il privato ma devono bensì garantire una gestione virtuosa che miri quantomeno al pareggio con un elevato livello di servizio. Qualunque insegnante universitario di diritto e di economia sa bene che l’avvento delle cosiddette “partecipate” non può, a meno che non perdano di vista il loro scopo, competere nel mercato libero come una qualunque azienda privata ma a queste sarebbe sbagliato soprattutto chiederlo.

Poi ci sono diversi ordini di problemi riconducibili a come in Italia è inteso il pubblico impiego, come anticipato: il merito, le capacità manageriali, la spartizione inutile delle poltrone, le buonuscite milionarie, la disparità di retribuzioni tra i livelli più bassi ed i manager, spesso incapaci, corresponsabili di una gestione inefficiente. Tutti sono mali riconducibili allo stesso problema ed il problema va’ estirpato come un cancro rimuovendo le parti insane e lasciando quelle sane. Un società partecipata può essere efficiente e virtuosa se non volteggiano come avvoltoi i partiti tradizionali che si nutrono della carcassa per mantenere il proprio potere, un potere fatto di accomodamenti e spartizioni.

Infine va’ affrontato il nodo del pubblico impiego, valevole per tutte le realtà, in cui il merito non è premiato, logica conseguenza di un sistema che non ne ha interesse perché con la “raccomandazione” o con la “nomina politica”, facce diverse della stessa medaglia, mira al mantenimento della propria area di influenza con buona pace di chi vorrebbe avere dei servizi funzionanti e magari senza buchi di bilancio.

Quando il danno è fatto ed il gioco non funziona più si arriva alla soluzione dei “privati” come deus ex machina con i quali risolvere tutti i problemi e dare servizi migliori. Il servizio migliore, per un privato, è quello che garantisce maggiore utile, come potrebbe in parte essere con ben altra gestione pubblica, ma è pacifico che un servizio “essenziale” non può avere nel suo scopo la ricerca dell’utile ma la fornitura del servizio con la maggiore facilità di accesso: è una questione di approccio, una questione politica.

Per non parlare dei casi in cui i privati non possono rientrare degli investimenti ed allora “il pubblico” si riaccolla il bene, magari al doppio del valore con cui lo ha venduto, ed il cittadino…”paga” come diceva il principe De Curtis.

Il canovaccio è talmente ripetitivo che quasi annoia ma spiace sentire conoscenti ed amici sostenere che questi scioperi creano solo disagi: è vero, lo sciopero crea disagi, anzi, se non li crea è inutile, tanto vale fare un flash mob, ora molto più significativo.

Con un vero sciopero, in cui tutti i lavoratori si riconoscono, come quelli degli anni ’60 e ’70, “ribaltando” le scrivanie e i macchinari, sicuramente qualcuno si rende pronto ad ascoltare. Coloro che non sono realmente a rischio o comunque stanno sufficientemente bene non riescono a cogliere quanto sia difficile la situazione, non accettano proteste di questo genere, ma la realtà è che solo con eventi plateali si possono ottenere risultati in Italia, ancor più in Liguria: una regione in coma profondo, in mano ad una classe politica che mette in nota spese i reggiseni, con infiltrazioni della malavita in molti comuni, alcuni commissariati, un dissesto idrogeologico latente che solo per fortuna non si manifesta come recentemente avvenuto in Sardegna, investimenti nel cemento “armato” e poco altro.

Abbiamo anche noi la nostra sigla dei trasporti, TPL, amministrata da un manager di nomina politica, in attesa che arrivi la soluzione definitiva del trasporto regionale “made in Burlando” si “governicchia”, come per la vicenda del servizio di trasporto degli studenti, per il quale ad un certo punto si era ventilato di dare l’appalto ai privati, poi si è tornato a TPL costringendo i lavoratori a turni insopportabili, con ore di pausa in giro per la provincia, sempre a disposizione. E poi?