Mentre stavo rientrando da una trasferta di lavoro ho ascoltato la trasmissione “Smart City – La città intelligente”, condotta dal mio omonimo Melis, di nome Maurizio, ottimo giornalista scientifico e preparato nell’ormai noto settore delle Smart City.

Degli argomenti trattati, uno in particolare mi ha colpito, durante il quale c’è stato un collegamento con l’ex ministro Profumo, savonese di nascita ma torinese di adozione, che ha incentrato il suo intervento sul rapporto decisamente sfavorevole che ha l’Italia con i fondi di finanziamento di provenienza europea. In sostanza quanto veniva rimarcato è che l’Italia ha una capacità attrattiva di finanziamenti che pende a sfavore rispetto alla quota contributiva che il nostro paese indirizza verso Bruxelles.uno

Riferendosi al bilancio 2007-2013, l’ex ministro ha spiegato che il contributo italiano è pari al 13,5% dei 56 miliardi di euro messi a disposizione dall’Unione, e  l’Italia è riuscita o sta riuscendo a recuperare appena l’8,5% del totale (contro il 13,5% appunto), sulla base dei progetti che ha presentato in questo periodo, in generale la nostra capacità di fare rientrare fondi rispetto ai contributi che versiamo all’Unione si aggira intorno al 60%, forse meno, contro percentuali ben più alte di altri paesi europei.  Un problema strutturale che abbiamo è nell’approccio, forse un po’ “italico” e culturale se vogliamo, ovvero si tende a cercare i fondi senza aver chiaro a priori cosa farsene.

In sostanza, bisogna invertire l’ordine degli addendi: non più partire dai fondi per arrivare ai progetti ma avere, nel momento in cui si definiscono delle cifre di massima, già chiari e disponibili dei progetti contestualizzati ai territori sui quali saranno gli obiettivi da perseguire.

E’ una ’impostazione che può avere forte incidenza nelle politiche di rilancio dell’economia nostrana anche in ottica di un ritorno alla crescita, negli ultimi anni i fondi comunitari hanno assunto una cattiva reputazione come di soldi di nessuno, spesso spesi male o non spesi, in realtà ci sono strumenti come i fondi strutturali messi in campo dalla Ue – il Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR), il Fondo sociale europeo (FSE) e il Fondo di coesione – per non parlare di tutti quelli che sono fondi rientranti nell’universo dei finanziamenti sulle smart city, come “Horizon 2020” per citare il prossimo ingente piano di finanziamento.due

Questo è quindi un problema ed un limite al quale per certi versi vi è rimedio o quanto meno è possibile attivarsi affinché pubblica amministrazione e settore privato facciano squadra per migliorare le proprie proposte progettuali.

Il problema ancor più serio e complesso risiede nella “politica” europea che si sta spingendo verso posizioni che da un punto di vista economico, nella cosiddetta “austerity” maggiormente gravosa per i paesi di area “Euro”, sta rallentando il normale processo di sviluppo economico e dall’altra nella sua sede istituzionale quale il Parlamento europeo, vede un ruolo dei deputati italiani alquanto ridotto o riduttivo: la tendenza degli ultimi anni è stata quella di inviare a Bruxelles o Strasburgo i politici cosiddetti “trombati” o da riciclare, i Borghezio o Mastella o Zanicchi solo per citarne alcuni, senza voler con questo dire che siano tutti inattivi o completamente avulsi dallo sviluppo delle politiche europee, ma tant’è.

La questione in sostanza è che per quanto ora noi lamentiamo politiche europee che ci danneggiano e che non rispondono alle esigenze della gente comune, dovremmo considerare attentamente quali scelte e quali strategie verranno avviate dalle forze politiche che intendono partecipare alla competizione elettorale del prossimo anno, appuntamento quinquennale per il rinnovo del parlamento europeo. Ed infatti spesso e volentieri sentiamo dei nostri Premier e Ministri che “vanno in Europa”, ma non ci siamo anche noi in Europa, ovvero all’interno delle istituzioni europee? Se dall’Italia andiamo a chiedere e talvolta sembra quasi “mendicare”, i nostri euro-deputati esattamente dove sono? Cosa fanno? Quanto incidono nelle politiche anche a favore del proprio paese che li ha eletti per rappresentarne le necessità?

Credo siano domande lecite perché le scelte intraprese dall’Europa, da non confondersi con la Banca Centrale Europea, benché ad oggi sia forse l’unico reale “governo” delle nostre vite, sono sempre più incisive nell’ambito delle politiche di sviluppo, lavoro e ricerca.

“Unita nella diversità.” , così dice il motto dell’Unione Europea.