Così recita un passaggio dell’eccellente canzone del compianto Gaber, “La Libertà”: “…la libertà è partecipazione…”.
Non è affatto scontato, infatti, ai giorni nostri, nel mondo, in molti paesi ed anche laddove si pensa sia naturale, disporre dell’opportunità di “partecipare”.
 Ovviamente quanto si vuole intendere qui è la partecipazione che consente di condividere ed influenzare le scelte della collettività, quell’insieme di individui che, raggruppati in forme e modi diversi, perseguono il cosiddetto “Bene Comune”, che in buona parte corrisponde alla politica o fare politica.

Ebbene, il privilegio di poter partecipare è stato intensamente perseguito, nei secoli, forse nei millenni, con lo scopo di far sì che sempre più persone potessero conoscere e decidere. La democrazia partecipata di cui ora si parla non è altro che una forma forse migliore di democrazia, l’amata democrazia che affonda le sue origini nell’Atene di Pericle e che per bocca di molti saggi è stata più volte definita in passato come un sistema di autogoverno imperfetto, ma quantomeno il migliore ad oggi conosciuto. Certamente più la democrazia appartiene ed è esercitata dal popolo più è reale, o forse meglio dire perfetta.

 

Con la diffusione delle informazioni, internet e varie pulsioni nate da movimenti e think tank diffusi si è consolidato il concetto che la sfida, oggi, si gioca sulla scelta del modello democratico che si vuole adottare e quale sostanziale forma di governo si voglia costruire.

La democrazia “per delega” ha ormai toccato il punto più alto, o più basso a seconda dell’angolazione che vogliamo adottare, nella nostra nazione e nel modello, deviato, partitocratico che ha di fatto consegnato le chiavi del nostro sistema paese a dei delegati sui quali di fatto è estremamente difficile determinare le scelte o il controllo diretto.

 

Quindi evidentemente non basta mettere una croce e attendere 5 anni per rimetterla, giudicando solo in quel frangente lo stato dell’arte e l’operato dei delegati: quei tali che sono stati incaricati tramite i Partiti e il voto dei cittadini ad amministrare.

Il modello è fallace e fallato perché in realtà con questo approccio il cittadino normalmente è lasciato completamente all’oscuro delle scelte intraprese su di lui e non ha reali e concreti mezzi per influenzarle.

A riguardo c’è un interessante analisi condotta annualmente dall’Economist, nota rivista periodica inglese di carattere economico, chiamata “The Economist Intelligence Unit’s Index of Democracy”, che a partire dal 2007 ha condotto delle analisi sulla base di alcuni fattori e di cosiddetti esperti/opinion leader, tramite le quali viene redatta una classifica che evidenzia quelle nazioni in cui vi sono:

 

  1. Democrazie complete (Full democracies) — punteggio di 8-10.
  2. Democrazie imperfette (Flawed democracies) —punteggio da 6 a 7.9.
  3. Regimi ibridi (Hybrid regimes) —punteggio da 4 a 5.9.
  4. Regimi autoritari (Authoritarian regimes) —punteggio inferiore a 4.

 Possono essere discutibili i criteri di classificazione, magari non esattamente oggettivi, ma i risultati sono alquanto interessanti, vediamo l’elenco fino al posizionamento dell’Italia:


L’Italia è al 31° posto, Capo Verde o le Mauritius ci superano e la Norvegia primeggia su tutti.
L’approccio quindi è diverso e il modo di pensare deve cambiare.

Recentemente a Savona è stato avviato dalla stessa amministrazione, pur con molte perplessità e contrarietà al suo interno, un embrione di modello partecipativo che includesse maggiormente i cittadini in alcune scelte dell’amministrazione, tramite l’istituzione di un assessorato alla Partecipazione.

Al di là di questo aspetto, quello che và sottolineato è l’importanza che giocano i cittadini chiamati a fare delle scelte o quantomeno tentare di indirizzarle: gli eventi organizzati in questo percorso partecipativo sono stati diversi e la partecipazione è stata costantemente in diminuzione. Peraltro và detto che fin da subito, il primo evento definito OST (Open Space Technology) ha visto quasi 170 persone partecipare ma, riflettendoci un attimo, su una popolazione di circa 62.000 abitanti al 2010, assumendo che di questi i cittadini attivi siano 1/3,

ovvero una quota parte non viene considerata perché in età minore ed un’altra quota è marito/moglie, compagna, sostanzialmente quindi di un nucleo familiare solo uno dei componenti si considera coinvolgibile, abbiamo un rapporto di 1 partecipante ogni 117 teorici.

Peraltro, ad un occhio attento, i partecipanti erano per lo più persone già coinvolte in qualche forma di aggregazione che fosse associazione, movimento, partito, comitato e quant’altro, sarebbe interessante sapere quanti erano effettivamente cittadini “non attivi” in nessuna forma di organizzazione; In sostanza circa meno dell’1% dei cittadini che potrebbero e dovrebbero partecipare hanno realmente accolto l’invito.

Le successive iniziative hanno visto un ulteriore calo dei partecipanti che sembrano per lo più sempre essere i soliti pochi noti.

Perché? Innanzitutto perché per quanto comunque è stato discusso e condiviso, con molte idee interessanti e utili, fin da subito l’Amministrazione  è risultata “macchinosa” nel formulare risposte e/o proposte risolutive, dando così adito e scusanti per chi già era diffidente e magari rispondendo alle spinte di chi voleva affossare fin da subito l’iniziativa, e ve ne sono.

Inoltre è probabile che le forme e i modi di comunicazione degli eventi non sia stato ottimale, nei tempi corretti e con gli strumenti idonei: sarebbe interessante coinvolgere anche come “prova” professionisti del settore per tentare un cambiamento di rotta, ancora possibile.

Ma a parer mio un po’ di responsabilità è di noi cittadini, dei “savonesi” che sono tendenzialmente pigri, abitudinari, ai quali chiedere di dedicare un po’ di ore a discutere del proprio “abitato” è come chiedere di partecipare ad un’assemblea di condominio di 4 o 5 ore. Detta così sembra un castigo ma posso garantire che superati i problemi di chi ha famiglia, la spesa, il lavoro, i figli, partecipare è affascinante e discutere di come migliorare il luogo in cui si vive altrettanto: ci sono molte persone in gamba che non fanno parte della cosiddetta “classe dirigente” ma che hanno tutti i numeri per esserlo, anzi, forse proprio perché non hanno tempo, magari per lavoro, sono doppiamente preparate su specifici temi.

La progressiva riduzione dei partecipanti a mio avviso non è giustificabile su di una iniziativa che di fatto è ancora troppo giovane per essere adeguatamente giudicata, come dire i savonesi sono da un lato pigri ma dall’altro un po’ troppo bacchettoni: perché invece non partecipare massivamente riducente quel rapporto da 1 su 117 a 1 su 30?