Il titolo non è errato ma voluto perché, passata la festa e “gabbato” lo Santo, pensavo corretto dedicare un pensiero al gentil sesso in un giorno assolutamente qualunque che nulla a che vedere con la festa della donna.

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La ricorrenza fissata all’8 Marzo deve le sue origini a San Pietroburgo dove, l’8 marzo 1917 appunto (il 23 febbraio secondo il calendario giuliano allora in vigore in Russia), le donne della capitale guidarono una grande manifestazione che rivendicava la fine della guerra: a questa seguì una fiacchissima reazione dei cosacchi, inviati a reprimere la protesta, che incoraggiò successive manifestazioni che portarono sia al crollo dello zarismo e l’inizio della rivoluzione russa sia a identificare nell’8 marzo una data importante per le donne che venne successivamente spogliata del carattere prettamente politico e assunta come riferimento per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema femminile.

Premesso che sono allergico alle mimose, quindi le evito come la peste, senza voler offendere nessuno/nessuna, non sono affatto convinto della valenza in termini assoluti della festa della donna ma soprattutto della necessità di fissare a priori le cosiddette “quote rosa”, in qualunque ambito.

Ovviamente l’Italia ha una cultura “latina”, certamente diversa da altre culture sia del vecchio continente che di altre regioni del mondo, da noi storicamente il maschilismo è stato e tuttora rappresenta un dato di fatto culturalmente presente

Nelle discussione elettorale di questi giorni alla Camera dei Deputati, grande clamore ha fatto la levata di scudi di molte onorevoli che chiedevano la presenza “per legge” di quote rosa, richiesta poi caduta di fronte al voto segreto. A pensar male sembrava più una delle tante questioni di principio con cui ci fanno discutere e litigare perdendo di vista il tema centrale della discussione, in questo caso una legge in pratica identica alla precedente quindi incostituzionale, peraltro solo per una delle 2 camere nella speranza (vana) che il Senato si auto-chiuda e se ne vadano…

Ma tornando alle quote rosa per legge mi domando se la strada per cambiare una cultura sia quella di riservare per legge il 50% o qualunque altra percentuale alla presenza di donne in un qualunque posto, pubblico e privato che fosse. Da un punto di vista squisitamente pratico ci sono aree dove le donne sono meno presenti, penso ad esempio al mondo dell’ingegneria, in questo caso forse anche per attitudini diverse alla materia, ma se qui si imponesse una percentuale è realmente applicabile per avere poi in una qualunque selezione o ricerca del personale “il meglio per capacità” disponibile? Idem per la politica, oggettivamente le donne che fanno politica sono meno, imporre per legge il 50% è realmente la strada per avere i più capaci e meritevoli?

In fondo gli unici “driver” dovrebbero essere questi.

Quindi si pone il vero problema, che è a monte. Le donne nella nostra cultura sono messe nelle condizioni di sviluppare nel mondo universitario e lavorativo, le proprie capacità al meglio con gli stessi strumenti degli uomini?

La risposta, in Italia, è no.

Ma non perché mancano le quote rosa, ma perché mancano tutte le condizioni perché dal punto di vista culturale si cambi. Nel mondo lavorativo ci sono ad esempio ancora ostacoli enormi per le donne, soprattutto nella fase più delicata in cui arrivano dei bambini, per superare questo è necessario ci siano maggiori strumenti di supporto che vanno da più facilità di accesso agli asili/scuole, maggiore flessibilità nelle assenze per malattia dei bambini e dei congedi e SOPRATTUTTO gli stessi strumenti devono essere disponibili per i padri affinchè in base alle esigenze possano alternarsi senza alcuna limitazione:

avete mai pensato ad esempio che le assenze sul lavoro per malattia dei figli dopo un certo periodo non sono retribuite e che si deve per forza scegliere chi meno ci rimette? Questi aspetti non sono banali, ma mettono i paletti per lo sviluppo di una carriera lavorativa, in condizioni di inseguire sempre e inevitabilmente fare poi delle scelte nell’ineluttabile bivio famiglia/lavoro. Possibile non vi sia una via di mezzo? O una alternativa?

Sull’aspetto culturale, si parte nelle scuole, centro nevralgico per formare una cultura diffusa, fornendo gli strumenti per realizzare il concetto di pari opportunità sotto tutti i punti di vista perché questo è un tema applicabile a tanti aspetti delle nostra vita, dalla persona con un handicap alla persona di un’altra etnia o cultura. La riflessione va’ fatta soprattutto su noi stessi, nessuno dice che è facile e scontato e tutti noi abbiamo più o meno marcati pregiudizi che vanno dalla battuta della donna al volante fino ad arrivare alle declinazioni più violente che devono giustamente essere punite con severità, ed infatti è ancor più grave un comportamento delittuoso verso un soggetto che in certe condizioni è più debole, ma devono essere superate nelle discussioni, nelle azioni e nei comportamenti quotidiani.

Viva le donne e i Viva i giorni di NON festa della donna.