Non ho parenti che risultino partigiani, non ho storie di eroi da raccontare o aneddoti di famiglia che siano allettanti per qualche sezione dell’ANPI da presentare in commemorazioni del 25 Aprile.

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Mio nonno paterno rimase ustionato in casa dopo un bombardamento che aveva causato una forte perdita di gas che provocò un grave incendio nel palazzo dove abitava. Mio zio bambino, che mai ho conosciuto, a circa 12 anni morì mentre andava a scuola sotto un bombardamento alleato a Genova. Questi i fatti storici e freddi che nella mia famiglia si ricordano strettamente legati alla guerra.

Io però ascolto sempre con piacere e con molto interesse i racconti e le considerazioni sulla Resistenza, sul 25 Aprile e sulla libertà.

In questi giorni ho avuto modo di ascoltare a Genova, grazie all’organizzazione di una RSU aziendale, un lungo intervento del genovese Giordano Bruschi, partigiano, giornalista, sindacalista ed anche politico. Persona di esperienza infinita, oltre 90 anni, una lucidità incredibile con i racconti di lavoro, il lavoro ai tempi del fascio e della tessera indispensabile per sopravvivere. Eppure, ad esempio, nella storica fabbrica della San Giorgio di Sestri Ponente, ai tempi guidata da 2 ingegneri ebrei, non era necessaria e lì si ritrovarono a lavorare tutti gli operai che non accettava il ricatto “occupazione” di quella tessera, di quel regime, fino a quando gli stessi direttori non furono deportati. E ancora tutte le storie di coloro che iniziarono a ribellarsi, perdendo il lavoro e la vita e che combatterono, combatterono per mettere fine a quel regime e come molti diedero vita alla Resistenza.

Nell’occasione è intervenuto il prof. Guido Rodriguez, esperto di scienze neuropsichiatriche, che ha fatto un intervento sulla memoria, il proprio ambito. Ma la memoria non è solo quella che permette di ricordare dei fatti, ma che consente di avere un ricordo comune di avvenimenti e storie, di come si sono svolti accadimenti storici e che lascito culturale hanno prodotto. Nel caso specifico, durante l’occupazione prima e la resistenza dopo, l’Italia vide sotto il proprio cielo il periodo più buio della propria storia.

Un periodo in cui vi furono scelte drammatiche, di cui ora, con la memoria collettiva, ne conserviamo tutti o quasi il significato, quel misto tra valore storico e valore simbolico. Un passaggio che ho trovato interessante è la testimonianza medica di come, nel caso dei reduci ebrei dalle deportazioni,  inizialmente vi erano negazioni della verità stessa tra chi aveva vissuto e chi ascoltava e non credeva.

Una memoria collettiva è necessaria perché tutti credano e ricordino i fatti. Ma anche qui un passaggio storico ci deve ricordare che non tutti erano partigiani, non tutti hanno fatto la resistenza: se si arrivò allora ad oltre venti anni di dittatura fascista è perché gli italiani stessi lo scelsero, o comunque buona parte di essi. Ed anche questo và ricordato e và contestualizzato nella vita odierna.

Poi, in ultimo, ho partecipato alla tradizionale fiaccolata che si conclude in Piazza Martiri a Savona, dove la sera del 24 viene dedicato un momento ai caduti e alla Resistenza con una fiaccolata di gruppi provenienti da tutti i quartieri, organizzata dall’ANPI. All’evento è intervenuto il dottore Giovanni De Luna, uno storico italiano che insegna Storia contemporanea all’Università di Torino. Ha fatto alcune considerazioni che ho trovato molto lucide, come uno storico deve fare, prima fra tutte quella che in quegli anni, ci furono come scritto prima della grandi scelte. Le scelte di coloro che per salvaguardare se stessi e i propri cari scelsero di rimanere ai margini evitando il confronto, la scelta di coloro che si schierarono anche durante la Repubblica di Salò con i nazifascisti, anche perché rappresentavano il potere, esercitato con la forza militare. Ed infine la scelta di coloro, si stima circa 6000 in tutto il nord Italia, che andarono sui monti, ed iniziarono a combattere. Lo storico, come tale, ha giustamente ricordato che il 25 Aprile è l’apice di un processo iniziato con l’8 Settembre 1943 in cui l’Italia dei Savoia, del Duce e di Badoglio si arrese, il “sogno straccione” dell’Impero sognato da Mussolini si dissolse come neve al sole e nulla fu più come prima.

Ebbene tutto questo è nostro patrimonio collettivo che dobbiamo tramandare per ricordare, una appunto “memoria collettiva” che và vissuta e raccontata correttamente per insegnare il sacrificio fatto da alcuni, ma gli errori fatti da molti: non erano tutti partigiani e non erano tutti fascisti. Ma molti erano italiani che hanno semplicemente accettato le cose come stavano, con il tempo, si sono assuefatti ad avere chi pensava loro per tutto: dalla culla alla tomba. E senza l’informazione vera, hanno accettato senza voler vedere, la privazione della libertà. Un ulteriore spunto è stata la successiva esplosione di “vis politica” dopo anni che non era stata più libera, dal ’45 in poi tornarono a fare politica i cittadini, per ricostruire un paese, tutti, dai socialisti ai democristiani, dai comunisti ai repubblicani. Poi il tempo e la storia recente ci hanno lasciato un panorama di desolazione e fallimenti che ora paghiamo caro, ma rimane la memoria di quel tempo.

A Savona tale manifestazione è a forte caratterizzazione di sinistra e un po’ mi diverte partecipare e vedere alcune facce stupite per la presenza di un “grillino”. Io però ci penso e mi chiedo come mai. Io ad esempio ero stupito di vedere molti rappresentanti del partito democratico, forse stonavano più loro che il sottoscritto. Ed ero stupito dal discorso del Sindaco che ha citato l’immigrazione, la libertà di culto e il campo nomadi della Fontanassa: per giustificare spese che approvano in ben pochi. Un tripudio di ipocrisia quale ultimo baluardo per trovare un senso di appartenenza agli ideali espressi da chi 70 anni fa combatteva per la libertà di voto, di partecipazione. Ecco, la memoria collettiva servirebbe anche per questo: per non dire stupidaggini, si fa miglior figura.

Buon 25 Aprile.