I “nomadi stanziali”.

Recentemente a Savona si è accesa una discussione sull’imminente proposta di regolamento comunale per “regolamentare” la sosta nel noto campo nomadi della “Fontanassa” in Savona. E’ di per sè un pò divertente che si regolamenti la sosta stanziale di nomadi, una contraddizione in termini ma la realtà è che questo in effetti avviene da anni e quindi la questione è stata affrontata.

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Ma il problema, se così lo vogliamo definire, non è tanto i soggetti che occupano l’area, ma il modello che si è venuto a creare, un modello dove a livello nazionale vi è assoluta carenza di regolamentazione per un fenomeno che avviene in tutte le città dove ognuna, a seconda della forza politica che governa, adotta dei provvedimenti, a volte diversi, a volte simili, a volte contrastanti. Pertanto la prima riflessione che faccio è la necessità di un intervento normativo che disciplini quantomeno a livello regionale la sosta delle popolazioni nomadi che peraltro in Savona è decisamente contenuta mentre in grandi città come Roma, o Milano e probabilmente anche a Genova, manifesta criticità ben superiori.

L’altra considerazione che vorrei fare è sul cercare di superare le classiche contrapposizioni sinistra e destra: questo è uno di quei temi, come l’immigrazione, in cui si torna a fare campanilismo politico ricompattando le fila nel nome della battaglia ideologica. Battaglia con la quale non ci mangiamo e non ci facciamo riduzione dei costi, per cui non serve ma serve capire come risolvere praticamente le questioni.

Senza entrare nel dettaglio del regolamento, è evidente che nasce da un punto ormai critico: una situazione di fatto non a norma di persone anche residenti che vivono in un contesto sanitario e sociale al limite, in un area che era peraltro destinata a tutt’altro, come parcheggio per l’adiacente campo della Fontanassa. A questo punto il rischio di un possibile sgombero avrebbe messo l’amministrazione, di sinistra (credo…), sotto una luce mostruosamente negativa e da lì l’intervento di un regolamento per dare una impomatata al tutto con un investimento contenuto. Dico contenuto perché in effetti i “famosi” 100.000 Euro per la messa a norma di quest’area dal punto di vista tecnico (luce, acqua, scarichi etc…) possono essere facilmente recuperati da una riduzione dei premi di produzione dei dirigenti o dalla riduzione del personale di staff del Sindaco, quindi a favore di una azione dal punto di vista sociale ben più elevato (o no?).

Dal punto di vista personale non credo affatto che sia questa la strada corretta, o meglio, da un lato se parliamo di integrazione anche per le popolazioni nomadi che non vogliono più essere nomadi, perché di questo parliamo, andrebbero inserite come tutti nel circuito dei soggetti residenti, in regola con le normative di soggiorno e contribuenti, alla ricerca di alloggi/case popolari quando ne hanno diritto.

E’ altresì vero che però ci confrontiamo con una cultura che vuole mantenere la sua identità e per questo probabilmente ricerca volutamente aree differenti e fuori dalle zone centrali, quindi è accettabile vi sia un area dedicata? Dipende unicamente dal costo per la collettività. Se il costo è sostenibile e a questo contribuisce a copertura dello stesso chi la utilizza con una quota di “affitto” tramite il canone che il regolamento introduce, non vedo alcun problema. Se per questa la collettività si sobbarca sulle proprie spalle costi senza alcun controllo allora abbiamo un problema.

In ultimo, nel caso specifico un paio di riflessioni ulteriori. Mi domando, a fronte del regolamento, cosa succederà quando ci saranno casi di non pagamento delle bollette, chi controllerà che la famiglie richiedenti accesso al campo non abbiano già alloggi di edilizia residenziale sull’intero territorio nazionale, o la non titolarità di altre zone di sosta sul territorio nazionale. Cosa succederà dopo i 4 anni massimi di permanenza consentiti per i residenti a Savona o dopo i 10 mesi per i non residenti.

Molto lavoro per la Polizia Municipale, molti costi in più per noi cittadini?