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Diario di un Covid-19 normale.

Diario di un Covid-19 normale.

Con l’esito dell’ultimo tampone ho ricevuto il pedigree che attesta la non presenza del virus che, ai primi di Marzo, si era affacciato per poi essere attestata con tampone dell’ASL la positività al virus SARS-CoV-2 ed avviare la quarantena.
Devo dire che se non esistesse potrei raccontare di una fastidiosa e lunga influenza con una serie di sintomi tipici del Covid ma contenuti, un paio di giorni di febbre, un po di tosse (poca) molta molta stanchezza e gusto e olfatto spariti, tutt’ora scarsamente funzionanti. Ricordo che nel ‘96 a militare ci fecero il classico vaccino che si usava a inizio “naja” attraverso il quale non ho mai avuto influenze fino al 2021….  nessuno sapeva chi era il produttore e non c’era dibattito. Quella volta in una caserma di 700 ragazzi almeno 400 con la febbre post vaccino a 40. Ero stato decisamente peggio.

Alcune riflessioni ho avuto il tempo di farle e provo a elencarle in ordine sparso.

La presa in carico di chi ha il Covid-19 sul territorio è identica a Marzo 2020. Ci sono 2 modalità ON/OFF. O stai male male e chiami soccorso e allora si parte con il ricovero altrimenti attendi in casa chiamando i centralini ASL per fare il primo tampone, poi il secondo di controllo e poi cerchi di capire se puoi uscire tu o i tuoi familiari, in mezzo poco o niente quanto un monitoraggio regolare sui sintomi, non pervenuto. Mi domando se ci fosse più potenza di fuoco, ovvero se non fosse stato smantellato il servizio sanitario, avremmo forse avuto un controllo sul territorio più accurato e una presa in carico a prescindere migliore che potrebbe intercettare evoluzioni peggiori e prevenirle prima che tali richiedano il ricovero.

Alcuni pongono la domanda “da chi lo hai preso” come se qualcuno volontariamente avesse sparato a bruciapelo un colpo di saliva nell’occhio. Non lo so. Per non prendersi un virus bisognerebbe stare chiusi in un bunker da soli con un sistema di approvvigionamento sterile dei beni di prima necessità, qualunque altra opzione apre a questioni meramente “probabilistiche” con anche tutte le precauzioni del caso. Mi pare che si tenda a una caccia all’untore a prescindere.

lockdown is for babies, 3 settimane di quarantena in appartamento is for men“, nel mio caso ho fatto anche un tampone che ha fatto cilecca e quindi si sono allungati i tempi. Mi viene in mente quando nel lockdown 2020 c’erano le faide tra quelli che a norma di DPCM scendevano a fare nei pressi di casa attività sportiva e quelli che non lo tolleravano (e magari avevano case con bei grandi giardini…). Era allora ed è tutt’ora nei casi non gravi il trionfo dei pigri.

Curioso come si stia creando una corrente di talebani al contrario per i quali se ti ammali è perché sicuramente hai sbagliato tu o non hai seguito le regole (“te la sei cercata”): come un tempo chi contraeva l’HIV era necessariamente un omosessuale drogato. Questi sono pericolosi tanto quanto quelli che ignorano ogni regola perché se i secondi sono irresponsabili, i primi sono quelli che se gli dai potere poi godono nell’esercitarlo senza senso, forse sono gli stessi che controllano dalla finestra chi esce e mette la mascherina;

L’alto livello di contagio è indubbio, però dal punto di vista percentuale, benché i numeri siano alti,  evidenzia che sintomi gravi sono per una fetta molto contenuta sulla massa dei positivi.

Rapport tra positivi e ospedalizzati positivi (quindi con sintomi più gravi), aggiornato al 23 Marzo:

Il dato percentuale (non l’assoluto) al 5,7% per il 23 Marzo è importante perché a mio avviso la questione è il dimensionamento e quindi la capacità di gestione dei malati nei sistemi sanitari dei paesi ricchi (come il nostro). Con il passare del tempo non sono state prese reali contromisure di potenziamento dell’assistenza sul territorio e della forza lavoro ospedaliera, chiaramente se i numeri assoluti crescono si può arrivare a troppi casi di ricovero difficile da gestire, ma il valore percentuale indica che la patologia crea problemi più seri per circa il 5,7% delle persone. Non voglio né sottodimensionare il problema né tantomeno fare un ragionamento semplicistico, valuto solamente la casistica e come viene gestita sulla percentuale degli affetti con complicanze che richiedono il ricovero.

È probabile che il virus circoli anche fra i giovani e i bambini che fortunatamente non hanno sintomi o sintomi lievissimi. E probabilmente il contagio arriva in casa ma il tema rimane e non può che essere proteggere i soggetti “deboli”, in primis con opportune azioni adottate dai soggetti “non deboli”. Le misure di contenimento vanno rivolte soprattutto alle fasce deboli o con patologie mentre deve essere possibile maggiore elasticità alle altre tipologie di soggetti anche per ragioni di lavoro, di tutti i lavori.

Questo potrebbe essere un dibattito già visto in tante occasioni, ovvero tra “salute e lavoro”; nella nostra storia sono tanti i casi di lavoro che ha causato danni alla salute, esempi attuali potrebbero essere l’Ilva di Taranto, oppure le centrali a carbone come a livello locale fu la questione Tirreno Power di Vado Ligure, e tanti altri. Il delicato rapporto tra questi 2 pilastri della nostra stessa Costituzione si ripropone nella gestione della pandemia, in modo molto più ampio.

Le scuole devono essere aperte, devono andare avanti. La didattica a distanza va bene a piccole dosi ma obiettivamente oltre a togliere un valore inestimabile per i ragazzi e i bambini, la socialità, evidenzia tanti (troppi) che si perdono per strada per i più svariati motivi.

Vaccinarsi senza se e senza ma. Personalmente non ho timori di sorta, tantomeno fretta visto che sono fresco di guarigione, e ritengo sia innanzitutto a proprio vantaggio, quindi ben venga quando arriverà il mio turno. Non c’è spazio in una pandemia per i novax ideologici, se non ci sono patologie di sorta accertate che rendano pericolosa la somministrazione. Ho comunque alcuni dubbi generali. Non credo ad esempio che a settembre sia possibile arrivare all’80% di copertura nel nostro paese. Non tanto per incapacità organizzative, ma più che altro perché non c’è alcun controllo nell’approvvigionamento della materia prima, il vaccino. La più grande pandemia moderna è combattuta con dei vaccini creati da aziende private con le quali gli stati fanno dei contratti: se ci pensiamo direi che hanno un bel potere contrattuale, le aziende.
Non è chiaro poi se ogni anno dovrà essere rifatto, come il vaccino influenzale stagionale. Mi chiedo inoltre se la vaccinazione non verrà perseguita a livello globale, la cosiddetta immunità di gregge complessiva non potrà esserci quindi la circolazione nel mondo rimarrà ancora sottesa a diverse limitazioni.

In Liguria la gestione dei vaccini è fra le peggiori ma soprattutto pare disordinata. Per non parlare delle file apparentemente privilegiate che intere categorie stanno avanzando, alcune francamente imbarazzanti. Voglio però essere ottimista auspicando che sia data precedenza senza troppi giri di parole agli anziani e mi aspetto che si possa ripartire per il periodo estivo a una sorta di normalità.

Purtroppo, questa vicenda, al netto dell’impatto sulle persone e sulla salute che è stato oggettivamente pesante per molte, sta marcando gli aspetti peggiori delle comunità perché porta all’isolamento, alla cultura del sospetto e un po’ di egoismo latente. Vorrei però che non fosse dimenticato di porre al centro delle politiche di ogni livello il potenziamento ed il miglioramento del servizio sanitario come anche la ricerca: uno degli insegnamenti di questa pandemia per gli stati moderni è questo, per il nostro paese anche il modello organizzativo con la sanità regionalizzata che ha mostrato evidenti disparità di trattamento e gestione incompatibili con lo spirito di uno stato nazionale che dovrebbe essere unico.

Riflessioni sulle elezioni amministrative di Savona 2021.

Riflessioni sulle elezioni amministrative di Savona 2021.

La proroga delle elezioni amministrative ricorda per certi versi lo scenario vissuto nelle scorse elezioni regionali. Ci sono alcuni vantaggi e alcuni svantaggi.

Per i primi chi non ha ancora elaborato proposte, idee e strategie ci sarà più tempo, per i secondi è proprio averli già elaborati e il trascorrere del tempo a logorarsi nell’attesa. Personalmente ritengo credibile la proposta del Patto per Savona, ma soprattutto credibile come collante civico di una ampia area di persone e di forze politiche: questo in realtà è il vero elemento su cui lavorare perché ci sia una coalizione che comprenda tutte le forze civiche e politiche accomunate da una visione dove si riconoscono in diversi temi chiave, non solo per essere “contro” quelli di adesso o di prima, ma per essere proattiva per la comunità di Savona e dei savonesi.

Nel tempo ho letto e leggo critiche alle proposte del Patto, per alcuni ritenute poco chiare o critiche sulle persone che vi hanno aderito e provengono da esperienze pregresse, vorrei fare alcune considerazioni su questo.

Spesso chi si interessa di politica sostiene la tesi che ci debba essere un indirizzo, una direzione in cui tracciare poi la proposta politica vera propria, tale mi sembra che sia l’approccio del Patto. Non credo bastino le semplici liste della spesa, chiunque può vedere cosa non va in città e dire che si deve cambiare. Se dovessi sostenere che la città è sporca e va pulita, direi di avere centrato un punto del programma con facilità. Ma come arrivo a questo obiettivo? Quali azioni vanno introdotte? Come si deve organizzare il sistema nel suo complesso? È il modo con cui si vuole intervenire che fa la differenza.

Ho letto attraverso i media che secondo alcuni le proposte del Patto non ci sono o non sono puntuali. Premesso che ritengo ce ne siano, alcune puntuali altre correttamente applicabili nel momento in cui si possono disporre di tutte le informazioni, devo anche dire che nel panorama politico locale, lo scrivo garbatamente, non vedo molte proposte concrete all’orizzonte, a parte alcuni NO o SI a prescindere essenziali per dare risposte verso il proprio elettorato di riferimento. In sostanza mi pare che al Patto si voglia pregiudizialmente criticare l’assenza di proposte quando le stesse non arrivano da chi muove queste osservazioni: parrebbe più un modo per muovere critiche a prescindere, un po’ approccio savonese.

Leggo inoltre di osservazioni perché alcuni aderenti che hanno fatto esperienze politiche pregresse seguono o sostengono il Patto. Esperienze in alcuni casi negative, a livello amministrativo, non a caso bocciate dagli elettori. Allora qui dobbiamo capire cosa si intende, perché o per qualcuno vanno tolti i diritti civili a chi ha avuto o fatto esperienza politica pregressa, e allora lo dichiari pubblicamente e vediamo l’esito oppure deduco che ragioni per “opportunità”. Posso condividere l’osservazione solo se l’opportunità si valuta eventualmente nel tipo di ruolo o incarico che mai in futuro dovesse venire, se mai dovesse esserci un futuro. Fintanto che come qualunque cittadino si partecipa ad un progetto dove si propone e si discute, sfido chiunque a muovere questioni. Peraltro, spiace rilevare che pur avendo pubblicato l’elenco di chi collabora con il Patto, potrei dire un centinaio di persone, per alcuni il tema siano 4 o 5 persone.

Io auspico e invito le forze politiche di area a intensificare il confronto fra loro e il Patto per Savona sui temi, sulle proposte cogliendo questo tempo per dare una proposta collettiva di ripartenza per la nostra città che sappia essere anche puntuale ma non si limiti ad una lista della spesa, io credo debba esserci a monte un’idea di sviluppo e la voglia di mettersi in gioco.

Sfruttamento minerario di titanio nel parco Beigua.

Sfruttamento minerario di titanio nel parco Beigua.

Come noto con il decreto 1211-2021 Regione Liguria ha autorizzato le attività di esplorazione e ricerca di minerali, in particolar modo il titanio, nelle aree che da molti anni sono oggetto di interesse della CET, la Compagnia Europea per il Titanio.
Ricordo bene che già nel 2015 ci trovavamo in una situazione simile, con allora un procedimento di VIA in corso al quale partecipai direttamente depositando delle osservazioni volte a scongiurare questa ipotesi. Tale fu anche l’interesse dei comuni come quelli di Urbe e Sassello che le varie associazioni ambientaliste che l’ipotesi allora sembrava fosse tramontata definitivamente. Purtroppo così non è stato e nuovamente si riapre questa scelta, con l’aggravante che in questo caso non si è passati per una procedura di Valutazione di Impatto ambientale, complice anche il fatto che nella scorsa legislatura la giunta Toti ha di fatto abrogato la legge regionale che disciplinava la VIA regionale creando guarda caso le condizioni per questo genere di atti: nulla è mai casuale se si seguono le vicende sia politiche che amministrative.
Ad una lettura attenta del decreto, che è pubblico, ci sono diversi punti non chiari, uno fra tutti è l’area che si vorrebbe autorizzare, confrontando infatti il testo nella parte del “considerato che si riporta che la richiesta insiste su 458 ha di cui 229 ricadenti in area parco e di questi 46 sono in area protetta ZSC:

Nella parte di decreto vero e proprio però si autorizza per 229 ettari, e non per i soli 183 al di fuori sia della zona parco che della zona ZSC.


Ben fanno ad avviare un ricorso su questo provvedimento perché non è solo, da un punto di vista politico, sbagliato ma anche da un punto di vista amministrativo manifesta alcuni limiti.
E non posso fare a meno di pensare alla vicenda dell’ingresso del comune di Urbe nel Parco del Beigua, vicenda per la quale avevo presentato un emendamento al piano regionale che disciplina i parchi e i confini, richiesta bocciata senza alcuna ragione tecnica: non vi erano osservazioni da nessun ufficio tecnico, dai comuni e dall’ente parco che non fossero a favore di questa scelta. Scelta che vedeva contraria la parte politica regionale senza apparenti motivazioni. Benchè la richiesta di ingresso nel parco comprendeva un’area contenuta del comune di Urbe, per un 2% circa della superficie ed in particolare nei pressi del passo del Faiallo, si era creato un dibattito tale che non era allora comprensibile la ragione di questa avversione. Non era comprensibile allora, ma se invece fosse legata ad avere più libertà nel concedere in un prossimo futuro la possibilità di una miniera di titanio nei pressi del parco?
Credo sia una scelta sbagliata e spero che tutti gli attori che hanno gli strumenti per intervenire e fermare questa ipotesi si attivino in tutte le sedi.

Draghi Vs Conte

Draghi Vs Conte

La crisi di governo non è inspiegabile, al netto della miccia che è stata accesa da Italia Viva, da tempo era evidente il fermentare di spinte variegate per dare una spallata alle attuali forze di governo.
Peraltro facendo un passo indietro, a valle delle elezioni politiche 2018, già si era palesato non esserci una maggioranza netta e solo grazie alle scelte dei partiti, Lega, M5S, e poi PD, si sono create delle condizioni parlamentari perché ci fosse un governo, al netto che per i rispettivi elettorati e gli stessi partiti, siano state impreviste o comunque dettate dal timore di ritornare alle urne, complice una legge elettorale poco funzionale.
Questo già di per sé era un campanello di allarme sulla qualità della proposta politica ma soprattutto sulla capacità di governare con un indirizzo chiaro.
La crisi pandemica, dal punto di vista politico, ha di fatto acuito questo scenario mostrando la difficoltà oggettiva di rappresentare una maggioranza chiara con un altrettanto indirizzo politico. Non condivido la tesi per cui se le regioni sono per gran parte di orientamento di centro destra, necessariamente il paese sia orientato in quella direzione, ne tantomeno che si dovesse votare anticipatamente, avremmo altrimenti una sola votazione nazionale mentre invece ci sono più livelli e possono normalmente esserci differenti maggioranze, tra comuni, regioni e stato. A mio avviso tutto ruota sulla effettiva e iniziale assenza di una maggioranza chiara in sede parlamentare che si era creata in modo artificiale con scelte oggetto di profondo dibattito, acuite ora dall’emergenza sanitaria e dalle scelte che nell’arco di quest’anno dovranno essere intraprese anche e soprattutto in campo economico.
È evidente che per passaggi così sensibili il coperchio, già in equilibrio precario, saltasse: non è Renzi il punto; ha fatto da semplice detonatore di pulsioni e pressioni interne ed esterne. Interne alla politica, presumibilmente dalle stesse forze politiche di centro destra, esterne, da molteplici categorie, gruppi economici o “think tank” di ogni genere.

La scelta del Presidente della Repubblica, dalle dichiarazioni, la trovo ragionata con alcuni limiti di tipo politico. Condivido che le elezioni anticipate, in questi mesi, vadano a contrapporsi con le priorità di gestione emergenza sanitaria. Non condivido però che sia un governo tecnico a sancire come indirizzare il più importante piano di investimenti economici del dopoguerra ad oggi. Perché questo è un indirizzo politico, dovrebbe essere una rappresentazione delle istanze degli elettori per come vorrebbero sia disegnata l’Italia del futuro.
Per questo spero si valuti lo spiraglio di sciogliere le camere sul limite del semestre bianco di Mattarella, traguardando quindi Giugno come periodo perchè successivamente non si potrebbe fino a nuovo Presidente della Repubblica, andando quindi al 2022. Abbiamo già visto come il periodo estivo abbia minore diffusione del contagio, e potrebbe essere il momento adatto per i tempi canonici di una campagna elettorale e le varie prassi di avvio nuova legislatura.
Cosa dovrebbe fare un eventuale governo tecnico nei mesi da Febbraio a Giugno, quindi un governo a tempo determinato?
Gestire sicuramente l’emergenza sanitaria e il piano vaccini. Tenere aperto il dialogo con l’Unione Europea per tutti i fondi di cui si discute, circoscrivendo gli accordi per avere un indirizzo su come il paese intende investirli ma trattare perché siano raffinati e ratificati da Settembre in poi, con un governo politico nuovo e soprattutto un nuovo parlamento.
Mettere in sicurezza alcune questioni di impatto sociale rilevante, tra cui i vari ristori e il blocco dei licenziamenti per tutto il 2021 con il contestuale finanziamento delle varie forme di cassa integrazione. E fare una legge elettorale, coerente con la riduzione dei parlamentari, possibilmente che consenta maggiore stabilità.

In sintesi credo si debba andare al voto e si possa fare durante questa estate prendendo atto che questo parlamento non esprime una maggioranza. E credo che i partiti abbiamo mostrato ancora una volta l’incapacità di superare i momenti più difficili o forse il coraggio di fare scelte perdendo consenso, scelte che guardino al bene comune e non alle proiezioni dei sondaggi.


In ultimo ringrazio il Presidente Conte, io credo abbia fatto del suo meglio in condizioni francamente proibitive per chiunque, con serietà e impegno.

Centro ictus a Savona

Centro ictus a Savona

Tutte le iniziative per attivare in via definitiva un centro ictus a Savona sono utili.
Nello specifico stiamo parlando di una “stroke unit di primo livello”, questione che avevo posto all’attenzione del consiglio regionale già a inizio del 2016 con una interrogazione, prima, e con una mozione nella metà dello stesso anno approvata all’unanimità a parte di tutto il consiglio, funzione prevista per qualunque ospedale DEA di primo livello, come l’ospedale di Savona è inquadrato.

Non mi consola vedere che siamo ancora fermi, peraltro in più momenti successivi era stata sollecitata l’attivazione formale; la raccolta firme idem già svolta, ricordo che il comitato che segue questa vicenda anni addietro l’aveva portata “fisicamente” in via Fieschi. A onor del vero va detto che una parte di attività viene svolta con la massima professionalità anche se non è formalmente configurato e riconosciuto come centro ictus e manchino alcuni elementi per essere effettivamente inquadrato come prevedono gli standard ministeriali. Purtroppo chi allora ricopriva il ruolo di commissario straordinario presso ASL2, successivamente trasferitosi, non aveva mai nascosto una certa diffidenza nell’adottare formalmente il mandato politico trasformandolo in un atto amministrativo della stessa azienda sanitaria. E su questo rimpallo c’è stata un evidente latenza da chi allora guidava politicamente la sanità regionale, senza di fatto andare a chiudere il cerchio. Prima della conclusione del mio mandato avevo però sondato una diversa e nuova percezione con maggiori aperture da parte di chi oggi ricopre il ruolo di commissario straordinario presso ASL per affrontare con spirito più collaborativo la definitiva formalizzazione del centro ictus.
Ora, oltre al dibattito in consiglio regionale sarebbe utile a mio avviso veicolare questo tema anche nelle sedi di confronto tra l’azienda sanitaria e i comuni del territorio attraverso la conferenza dei sindaci, il cui comune capofila è Savona, sollecitando i consigli comunali ad attivarsi verso i rispettivi sindaci perché si affronti e si dia attuazione a quanto da anni è rimasto un impegno preso ma mai adottato. Parallelamente andrebbe definitivamente chiarito che tipologia di stroke unit si vuole disporre a Savona, ovvero una di primo livello dovuta ad un ospedale DEA di primo livello, o una stroke unit di secondo livello, prevista e presente se non è cambiato nulla negli ultimi mesi, negli ospedali DEA di secondo livello, come Pietra Ligure.
Questo per essere coerenti mettendo a fattor comune e in equilibrio le esigenze sanitarie locali e una pianificazione regionale coerente con esse.

Savona e il campo nomadi.

Savona e il campo nomadi.

Il campo nomadi di Savona ha una storia lunga come le più longeve serie di successo, peccato che non raccolga lo stesso entusiasmo, salvo i momenti pre elettorali.

E’ da anni che se ne discute, ricordo quando erano di fronte al Priamar, per poi arrivare all’attuale collocazione nel parcheggio della Fontanassa, parcheggio che è nato chiaramente allo scopo di essere a servizio del campo di atletica.
Quindi è oggettivamente indiscutibile che non sia un luogo adatto per un camping “diversamente in regola”. La recente discussione in consiglio comunale ha visto un corto circuito fra le forze di maggioranza di chi governa la città nella capacità di prendere una decisione chiara e condivisa, di cui a me personalmente interessa poco per questo aspetto, più di tipo politico.
Mi preme sottolineare che rimane un’altra questione lasciata purtroppo sottotraccia: la volontà delle persone ad abbandonare quell’area.
E’ evidente sia una anomalia, è altrettanto evidente che siano persone che hanno una cultura differente, in generale molti di noi amano il camping nelle vacanze ma certamente non ci vivono normalmente.
Invece qui si sono insediati in forma irregolare ma per scelta. Perché gli strumenti al fine di inserire molte di queste famiglie in alloggi popolari esistono da anni, spesso e volentieri ne hanno pieno diritto in quanto cittadini residenti, ma non è ciò che vogliono.
Giusto quindi dare spazio e contesto adeguato al campo di atletica, che peraltro grazie al lavoro del CUS Savona sta salendo agli onori delle cronache sportive nazionali, ma obiettivamente una comunità non dovrebbe decidere le sorti di altre persone con emendamenti, mozioni e quant’altro, senza che sia stato avviato un vero dialogo di confronto per capire realmente come accompagnare ad altre soluzioni le persone direttamente coinvolte.
Sia che si parli di maggioranza che di opposizione, sono temi sensibili che andrebbero affrontati nel tempo e con proposte concrete da parte di tutti, così come avvenuto mi pare poco serio e, vestita come la si vuole, rimane di fatto uno sgombero a colpi di atti di consiglio comunale, magari più gentile, ma pur
sempre tale è.

Ampliamento per la centrale turbogas di Vado Ligure.

Ampliamento per la centrale turbogas di Vado Ligure.

Il Piano Nazionale integrato per l’energia e il clima (PNIEC) è un documento di indirizzo programmatico del nostro paese in termini di politica energetica, concertato con l’Unione Europea, che ha preso vita grazie all’adozione, nel 2017, della nuova Strategia Energetica Nazionale (SEN).


Su alcuni elementi vale la pena porre attenzione, fra questi la transizione a fonti energetiche green, con un progressivo abbandono delle fonti fossili, in primis il carbone.
E’ importante però ricordare alcune questioni tecniche che sono imprescindibili, tra cui:
– l’attuale copertura di fonti rinnovabili per i fabbisogni del nostro paese, ancora molto al di sotto del necessario;
– l’intermittenza delle stesse fonti che per loro natura hanno degli alti e bassi produttivi.
Cosa è intervenuto nel frattempo? Il capacity market, ovvero quel sistema compensativo a favore delle centrali elettriche tradizionali, quindi alimentate a gas e in alcuni casi ancora a carbone, che si rendono disponibili a intervenire immettendo energia quando le fonti rinnovabili non sono sufficienti: questo è indispensabile perché la rete elettrica deve avere un costante equilibrio tra immissione energia e utilizzo della stessa.
Nel processo di transizione, che traguarda il 2030 come primo importante step di de-carbonizzazione e il 2050 come quasi totale de-carbonizzazione, rimane presente l’utilizzo quale fonte energetica del gas, cui si traguarda di affiancare l’idrogeno trattato in forma green.
Del gas ora ci sono nuove tipologie di utilizzo e impatti nelle emissioni estremamente contenuti, ma, volendo sintetizzare il concetto, per alcuni decenni è vi sarà necessità di mantenere sul territorio nazionale un certo numero di centrali alimentate
con gas: questo per garantire la necessaria quantità di energia in ogni momento.
Ed è altrettanto facilmente ipotizzabile che diversi produttori avvieranno proposte di transizione delle loro centrali a carbone, passando al gas.
Venendo quindi al dibattito locale che si è avviato sull’ipotesi di un raddoppio a gas, perchè un gruppo è già presente ed operativo, della centrale di Vado Ligure di proprietà Tirreno Power, è plausibile che sia in linea con la politica energetica tracciata e che la dislocazione, al netto del preciso luogo fisico, è insita nella necessità di avere un certo numero di centrali disponibili nelle diverse zone in cui è suddiviso il mercato elettrico italiano, oltre che per alcune ragioni fisiche, anche per ragioni di prezzo del mercato elettrico, al netto dei contributi ricevuti se si aderisce al “capacity market”.
Credo che il dibattito non possa quindi essere se nel nostro paese ci devono essere ancora centrali a gas o meno, perché a mio avviso la risposta non può che essere affermativa, ma piuttosto se a seconda di determinati parametri e tecnologie utilizzate, tali possano essere localizzate nei pressi di centri abitati.
Questo è un elemento corretto di ragionamento politico, ma non deve essere viziato ne dalla preclusione aprioristica, non tecnicamente percorribile, ne dal concetto inglese NIMBY “Not In My Back Yard”, letteralmente “Non nel mio cortile sul retro”.

Covid 19: Appunti dalla Commissione Sanità

Covid 19: Appunti dalla Commissione Sanità

Questa settimana, dal punto di vista dei lavori in Consiglio Regionale, ha avuto qualche risvolto positivo, se non altro dopo diverse insistenze e superati alcuni problemi organizzativi naturali per questa fase, sono ripartiti i lavori delle commissioni regionali e ci apprestiamo a fare la prima seduta di Consiglio in videoconferenza.

Abbiamo iniziato con un ciclo di audizioni in terza commissione, prima con l’assessore allo Sviluppo Economico, poi con l’assessore al Lavoro e Trasporti e infine con l’assessore all’Istruzione e Sport, per indicare le deleghe principali.
Sabato mattina invece abbiamo ripreso con la seconda commissione, Salute e Sanità, che per ovvie ragioni è stata la più intensa e complessa.
Quali considerazioni potrei fare? Me lo sono chiesto anche io e devo fotografare luci e ombre.
Luci perché ritengo come ho sempre detto che non sia il momento per fare sofismi o polemiche spicciole, francamente è facile dire “se ci fossi io avrei fatto…” ma 1) non ci sei 2) devi avere tutti i dati completi per dirlo. Registro poi un dato oggettivo di un forte impegno nell’aumentare i posti letti delle strutture ospedaliere, sia di terapia intensiva che semi-intensiva oltre che i bandi per mettere a disposizione del personale medico, strutture alberghiere dove poter alloggiare e lasciare in sicurezza i propri familiari nel malaugurato caso di contagio o accogliere il personale aggiuntivo in corso di assunzione.

Vorrei però fare una breve riflessione sempre sulla parte sanitaria, per le ombre che ho rilevato dal punto di vista politico e organizzativo.
È evidente che non fossimo preparati: dallo Stato alle Regioni. L’amico e Senatore Mattia Crucioli ha fatto una breve ma interessante analisi degli atti principali prodotti sul tema, focalizzando uno dei temi più controversi che è quello delle forniture di Dispositivi di Protezione Individuale (DPI), partendo dal Piano Nazionale (PN) che suddivide le fasi della pandemia e individua compiti e responsabilità dei vari enti coinvolti in ogni fase dove rimanda alle regioni di “richiamare l’attenzione sulle misure di controllo dell’infezione e distribuire lo stockpile dei dispositivi di protezione individuale” (cfr. pag. 56 del PN).
Nella fase successiva (ovvero in periodo pandemico in atto), spetta alle Regioni “mantenere la capacità di controllo della trasmissione dell’infezione” e “mantenere gli operatori sanitari aggiornati sull’uso dei DPI” (par. 69 del PN), nonché “rimpiazzare stock di farmaci, attrezzature e equipaggiamenti essenziali” (pag. 70 del PN).
Lo stesso PN “detta anche linee guida per la stesura dei Piani Pandemici Regionali (PPR), imponendo a ciascuna regione l’obiettivo di adottare misure di prevenzione e controllo dell’infezione. Tra le misure di sanità pubblica che le linee guida nazionali attribuiscono ai PPR vi è quella di “stimare il fabbisogno di DPI e di kit diagnostici e mettere a punto piani di approvvigionamento e distribuzione”.
Sulla base di quanto riportato, Regione Liguria, con DGR n. 572 del 1/6/2007, ha approvato il proprio “Piano regionale di preparazione e risposta ad una pandemia influenzale”.
Riporto ancora testualmente dallo scritto di Crucioli “In particolare, al punto 2.2.2 di pag. 9 del predetto PPR, si legge che “la regione ha provveduto al censimento dei DPI presso le aziende sanitarie e disposto l’eventuale incremento delle scorte dei dispositivi di protezione in base al fabbisogno, in proporzione al personale sanitario, che può venirsi a creare in caso di conclamata pandemia”.

Lascio ulteriori approfondimenti, per chi fosse interessato, alla lettura del documento nella sua interezza:

Fai clic per accedere a B_000000085907272O00.pdf

Chiaramente trattasi solo di 1 aspetto che da solo non determina alcunchè dal punto di vista della pandemia attuale, per la quale l’arma principale adottata ovunque nei paesi evoluti è il distanziamento sociale, mi pare solo un esempio per comprendere come il sistema si sia trovato impreparato a questa ondata.

A valle della commissione regionale sanità svoltasi Sabato, trovo alcune criticità in pochi semplici dati: abbiamo un tasso di mortalità per Covid fra i più alti del Paese e i contagi tutt’ ora non sembrano avere intrapreso una chiara curva discendente. I dati oscillano ancora tra aumenti e lievi diminuzioni di contagi, apparentemente più rilevati a domicilio che ricoverati. Ben venga che si stia riducendo la casistica di ricoveri, ma….abbiamo ancora un problema aperto. Ci diciamo che siamo fra le regioni con l’età media della popolazione fra le più alte d’Europa, ed è vero, ma non mi convince in toto. Anche perché le altre regioni pur con “pance” di età media differenti, non sono nel Nord Italia così differenti. Non ho le competenze tecniche medico scientifiche, credo solo che dal punto di vista organizzativo Regione Liguria sia stata in affanno fin dall’inizio, coordinandosi con altre regioni certamente ma provando ad adottare strategie e soluzioni DOPO le altre, forse questo potrebbe essere il motivo per cui vediamo o vedremo gli auspicati risultati migliorativi sempre dopo gli altri, forse abbiamo pagato dazio per un ritardo strutturale nelle scelte che altre regioni adottano sempre prima, a volte anche sperimentando.
Mi viene in mente la collaborazione con i Medici di famiglia, che forse verrà sbloccata lunedì (6 Aprile) o l’uso delle terapie domiciliari con il protocollo di medicinali autorizzato da AIFA a metà Marzo che altre regioni come Lombardia, Veneto e Piemonte stanno provando e regione Liguria sembra ancora indietro.

Come le squadre di Unità Speciale di Continuità Assistenziale, come previste dal decreto Cura Italia del 9 marzo, declinate in Liguria con il nome di GSAT (Gruppi Strutturati di Assistenza Territoriale), che a breve dovrebbero essere operative in modo sempre più diffuso sul territorio, in collaborazione con personale che potrà effettuare tamponi a domicilio e il supporto dei medici di famiglia. Tutti attori di un sistema che dovrebbe essere più strutturato e organizzato, con protocolli di lavoro precisi e che affrontino quella che appare essere una delle strategie su cui puntare, ovvero intercettare i soggetti con i primi sintomi al loro domicilio e su questi intervenire con le prime cure per evitare l’evolversi del Covid in forma più aggressiva. Vedremo se con questa strategia e la distribuzione di strumenti di controllo a domicilio, come ad esempio i saturimetri per controllare il grado di saturazione di ossigeno all’interno del sangue e intercettare prima l’evoluzione negativa sulla parte respiratoria, ci saranno meno aggravamenti e quindi meno emergenza ospedaliera.

In commissione si è parlato molto degli esami sierologici per intercettare la presenza di anticorpi: appare quest’ultima una delle strade su cui si vuole lavorare inizialmente sul personale sanitario e che altre regioni stanno seguendo. Dal tampone, che fatto correttamente attesta o meno la positività al Covid, il test sierologico verifica se sono presenti anticorpi, quindi può informare se si è stati colpiti dal virus o meno, a prescindere dall’avere o meno manifestato i sintomi, benché anche su questo vi sia un dibattito scientifico in corso, come anche sulla validità della copertura di anticorpi che non è dimostrato consenta di ritenere il soggetto immune da un nuovo contagio dopo un certo periodo.

Questa strada è comunque sul tavolo di diverse regioni, anche quelle che inizialmente avevano ipotizzato tamponi a tappeto su tutta la popolazione, anche il ministero della salute con le sue diramazioni dovrebbe avvallare la scelta. Direi che il problema è capire 1) l’efficacia dei test , ci sono varie modalità di effettuazione e deve essere intercettata la giusta carica virale per affermare se sono o non sono presenti anticorpi 2) la certezza della copertura degli anticorpi ovvero quanto accennavo prima su quanto e come possono “proteggere” da un nuovo contatto con il virus.

Credo che ora non debba passare il messaggio che sei hai gli anticorpi sia tutto risolto, purtroppo ancora molti elementi sono in corso di studio e analisi. Sicuramente si potrà capire quanto più o meno ampia sia la fetta di popolazione che è stata colpita dal virus, a prescindere dall’avere sviluppato più o meno sintomi e quindi analizzare meglio le strategie da adottare per traguardare il raggiungimento del R0, il fattore di contagio che si deve appunto azzerare.

Ad oggi sono effettuati a pagamento con dei prezzi variabili e che personalmente dopo la prima sperimentazione e compreso meglio l’aspetti clinico, farei passare al SSR e li farei erogare al più ampio campione possibile di popolazione. Se poi fosse dimostrato che sono validi i farmaci come gli antivirali di cui si discute ed altri con cui attenuare le evoluzioni più critiche della patologia, forse avremmo una luce in fondo al tunnel oltre al distanziamento sociale che in questo momento appare essere la nostra principale difesa.

Mai come oggi dobbiamo fare affidamento alle medicina e alla Scienza, quella con la S maiuscola e non le catene in rete o altre belinate del genere.

Covid-19, Tu quoque

L’evoluzione della situazione ha manifestato con gravità mai vista nel mondo occidentale moderno, quanto quella sottovalutazione fosse errata e di fatto abbia colto impreparati tutti noi. Per me è stato nel fine settimana del 7-8 marzo, quando già erano attivi provvedimenti del Governo e delle regioni del Nord Italia ma tant’è ancora in tanti non comprendevano la reale portata del fenomeno, dove ho preso coscienza che il problema fosse serio e c’era un reale e concreto pericolo per la salute di tutti, nessuno escluso.

Cosa è successo dopo, a parte le reazioni di ciascuno di noi, è notizia di cronaca: l’OMS dichiara la pandemia, la diffusione globale del virus, i decessi, le progressive e sempre più stringenti misure di chiusure, il cosiddetto “lock down”etc…misure che hanno radicalmente cambiato le nostre vite, tra l’altro ricordando quanto ciascuno di noi abbia una vita sociale, anche i più “orsi” caratterialmente, come il sottoscritto. Come alcuni sanno ho un ruolo pubblico, come consigliere regionale, che svolgo dal 2015 quando allora fui eletto, per cui più di altri in questo periodo ho avuto ed ho tutt’ora relazioni con molti soggetti, ora tutte “virtuali”, ma soprattutto la responsabilità quantomeno di rappresentare delle istanze, dei problemi o anche delle proposte, da trasferire a chi governa, al netto di essere in minoranza in regione Liguria; quindi ancor più sentito è stato ed è un sentiment, una percezione più ampia dei problemi non tanto per particolari capacità ma semplicemente per le informazioni che acquisisco, come chiunque in questo ruolo.

Visto lo stato attuale delle cose, alla data in cui scrivo siamo al 27 marzo, gli ordini di problemi sono ovviamente 2: l’aspetto sanitario strettamente correlato a quello epidemiologico, e l’aspetto economico, conseguenza diretta del primo.

Sul primo punto credo che non si possa fare altro che mantenere rigide le misure di contenimento sociale, la curva dei contagi sta rallentando e nell’arco dei prossimi 10 giorni potremo misurare, come auspicato da tutti, una riduzione, frutto semplicemente dei minori contatti sociali. E’ una mera questione statistica, di grandi numeri, ci saranno zone con curve di rallentamento più o meno accentuate, ma la Cina ha dimostrato che un rigido protocollo di lock down porta a ridurre drasticamente i contagi. Protocollo che la Cina, anch’essa con qualche ritardo, ha adottato verso le fine di Gennaio e conta di rimuovere i primi di Aprile, dopo oltre 2 mesi.

Della nostra sanità, della capienza di posti letto, della disponibilità di personale etc.. scriverò successivamente, ci basti sapere che sono meno rispetto a diversi anni fa su tutti i fronti, come sono meno le risorse economiche disponibili.

Ma la riflessione che vorrei fare in questa sede è quanto mi abbia colpito un aspetto. Al 2020, con i big data, la rete, l’intelligenza artificiale, la possibilità di andare nello spazio, le macchine elettriche, i super computer e chi più ne ha più ne metta, un virus, come altri in passato, sta penetrando nelle nostre società più avanzate e ricche, e l’unica arma per combatterlo è….stare a casa. Di cotanta tecnologia, siamo di fatto nelle condizioni di rispondere al picco più alto del contagio come bene o male si poteva fare secoli e secoli addietro.

E’ una considerazione agrodolce questa, che ci ricorda alla fine quanto siamo piccoli nell’universo, ricorda a chi ha il dono della fede il nostro spazio all’interno di un grande disegno non sempre comprensibile, ricorda come alla fine niente è assolutamente certo e scontato. Non vorrei cadere però nel pessimismo, caratteristica che non mi appartiene, personalmente ho grande fiducia nella scienza e nella ricerca scientifica e sono certo verranno individuate contromisure importanti, il tema vero è che trattasi di una guerra anche contro il tempo e i danni epidemologici e sanitari saranno maggiori tanto quanto il tempo per trovare delle soluzioni scientifiche andranno lunghe.

L’altra riflessione, come accennato, è di carattere economico. E’ stato detto da persone molto più illustri del sottoscritto: siamo in guerra. Le guerre si combattono con strumenti straordinari. E’ evidente che l’impatto del Covid sia duplice, il primo è l’alto tasso di infezione comporta una sempre più ampia fetta di cittadini che nella migliore delle ipotesi sono costretti a casa per la malattia, nella peggiore come purtroppo avviene, in ospedale. Il secondo aspetto è che le stesse misure di contrasto, ovvero di contenimento sociale, hanno fermato tout court un’ampia fetta del nostro mondo produttivo ed economico, che ovviamente non può passare indenne da una prova di questo genere, mai vista dal dopoguerra ad oggi.

Ed allora la politica, auspicabilmente quella più alta, entra in gioco per mettere in campo soluzioni prima emergenziali e poi, parallelamente ad una sperata riduzione del contagio, di rilancio di tutti i settori. Vedo in quest’ottica il dibattito a livello europeo vera chiave di volta. L’Italia, e forse nessun paese europeo da solo, può avere tutti gli strumenti necessari per ripartire azzerando quanto avvenuto, vorrei essere ottimista ma i dati economici del nostro paese al netto del “coronavirus” non erano incoraggianti prima e tantomeno lo potranno essere dopo. E’ quindi inevitabile che ci sia un ruolo chiave dell’Unione Europea, che siamo anche noi. Ed allora oggi si misurerà se questo organismo che nei decenni è cresciuto ed ha acquisito ruoli sempre più importanti nelle vite dei propri cittadini europei, è in grado di fare quel salto di qualità da molti auspicato; chi scrive è un europeista convinto, per una Europa vera, unita e solidale che nella propria carta fondante ha i valori di coesione sociale una colonna portante della propria ragion d’essere e che purtroppo ad oggi mostra ancora grossi limiti.

Quella che viviamo è la più grande “crisi” dell’epoca moderna, alcuni riconducono il significato di crisi (dal greco antico κρίσις ) a “opportunità, che è più l’interpretazione cinese Io, pessimo studente al liceo classico, rimarrei sul presunto significato originale dal greco antico di “separazione” o “scelta”: credo sia, per l’aspetto economico – politico, il momento delle scelte in chiave europeista e l’evoluzione del dibattito ci dirà quale sarà la scelta che dovremo fare.

Per ora non possiamo che ringraziare tutto quel personale ospedaliero che in prima linea combatte per noi.

Per aspera ad astra.

Cairo: ospedale di area disagiata.

Vorrei ripercorrere la storia, quantomeno dal mio punto di vista, supportato da alcuni dati,  di una vicenda di attività politica che mi ha appassionato tra la fine del 2015 e la metà del 2016.

Durante la campagna elettorale per le elezioni regionali del 2015, da diligente candidato erro viaggiante per il territorio cercando di comprendere le necessità, i punti deboli e le potenzialità. In questo girovagare entro, come altri ovviamente, in contatto con la realtà valbormidese che pone molti temi territoriali e fra essi l’ospedale di Cairo Montenotte, certamente rilevante proprio per la conformazione dell’area chiamato a coprire per esigenze sanitarie.Superato lo shock elettorale e l’avvio dei lavori in consiglio regionale, torno a bomba sulla “vessata questio” dell’ospedale e di quale strumento individuare per invertire il destino decadente che la Giunta Burlando del Partito Democratico gli aveva dato, privandolo di un elemento fondamentale nel sistema di emergenza, ovvero il pronto soccorso.

Sul pezzo era presente anche il Comitato Sanitario Locale, un gruppo eterogeneo di cittadini che da tempo, a prescindere dagli schieramenti politici, segue le vicissitudini dell’ospedale.

Studiamo la materia e ci viene in aiuto lo stesso (e temuto) decreto ministeriale 70/2015 che dal nazionale impone degli standard ospedalieri in funzione del bacino di utenza. Nelle pieghe del testo viene descritta la casistica degli ospedali di area disagiata, che prevede secondo alcuni requisiti il riconoscimento di questo “status” e la conseguente possibilità di disporre soprattutto del tanto desiderato (e necessario aggiungo) Pronto Soccorso, con annessi una serie di servizi necessari allo stesso.

Constatato questo, a fine 2015, decidiamo anche con un po’ di timore, di costruire un percorso quanto più condiviso possibile, partendo dal fatto che in consiglio regionale siamo in minoranza e, in Valbormida, non abbiamo alcun consigliere comunale eletto. Non demordo e insieme al prezioso e fondamentale aiuto di alcuni attivisti impegnati sul territorio valbormidese che fanno parte di quelli che noi chiamiamo Meetup, avviamo 2 percorsi distinti e paralleli.

Nel primo entriamo in contatto formalmente con diversi comuni della valle e ne incontriamo una piccola delegazione a Carcare, piccola ma per popolazione ben rappresentata. Dal punto di vista politico decisamente eterogenea: l’unica certezza era non fossero del Movimento, lo sapevamo a priori ma per noi era di interesse il raggiungimento dell’obiettivo cercando la più ampia condivisione. Illustriamo in quella sede la nostra mozione agli intervenuti (alcuni sindaci, vice e consiglieri), mozione già agli atti del Consiglio Regionale e condividiamo con loro che se ci fossero delle prese di posizione formali, anche attraverso delle delibere comunali per manifestare questa esigenza del territorio, il nostro atto non sarebbe una voce solitaria ma un canto corale.

Contestualmente ci confrontiamo con il Comitato di cui sopra che aveva a suo tempo già sollevato il tema dell’ospedale di area disagiata. Durante un incontro, avvenuto sempre a fine 2015, conveniamo serva una presa di posizione della comunità valbormidese nella sua interezza ed il Comitato propone di avviare una petizione. Sfondano una porta aperta e parte la raccolta firme che dura 4 mesi e oltre.

La raccolta firme ha un avvio formale durante i giorni dell’Epifania 2016, dove mi ritrovo in un incontro nei pressi dell’ospedale, con cittadini e tanti Sindaci del territorio, compreso l’ex sindaco di Cairo, Briano, e il consigliere regionale Vaccarezza cui molti sindaci valbormidesi sono legati per sponda politica. Ci sono alcuni interventi, tocca poi a me e dico semplicemente che noi l’atto lo abbiamo predisposto, la richiesta senza girarci intorno, di avere riconosciuto lo status di area disagiata la portiamo “alla prova dei voti” in Consiglio Regionale, annesso avevamo prodotto anche uno studio stimato dei costi aggiuntivi per il SSR che si attestava a circa 800-900 mila euro annui, il costo di Alisa, la nuova super ASL, creata dalla Giunta Toti. Altro non credo ci fosse bisogno. Firmano tutti la petizione.

Parallelamente partono moltissimi consigli comunali che deliberano a favore non tanto del nostro atto, ma per il riconoscimento di ospedale di area disagiata: l’obiettivo!

Nel frattempo avviamo una campagna mediatica a sostegno di questa iniziativa, per la parte soprattutto politica che in consiglio regionale ci avrebbe visto coinvolti e per la quale il nostro atto era l’unico presente. Mentre sul territorio la raccolta firme prosegue con forza, appaiono dopo un po’ di tempo alcune prese di posizione potenzialmente a favore, ovviamente non del nostro atto ma dell’obiettivo, dei circoli del PD locale, come singulti cui non fa seguito nulla di chiaro.

La raccolta firme prosegue bene, l’Assessore Viale non si espone definitivamente, ma ci sono i primi indizi di chi ritiene smarcarsi da questo proposta. In un convegno della CGIL Sanità emerge dall’organizzazione sindacale una posizione fredda sull’ipotesi di ripristino del Pronto Soccorso attraverso il riconoscimento di ospedale area disagiata: presente l’Assessore Viale che rincara la dose. Il mio sesto senso mi dice che butta male.

I consigli comunali deliberano invece compatti, il primo fu Plodio del sindaco Badano dove mi recai anche per un pizzico di soddisfazione nel vedere condiviso da altri un obiettivo comune e l’avvio di un percorso. Nel giro dei consigli comunali che intendono deliberare arriva poi il turno di Carcare che rispetto agli altri organizza un consiglio comunale straordinario dove invitano i consiglieri regionali della provincia. Ho capito che queste occasioni o anticipano qualcosa di molto positivo o di molto negativo.

Vado con spirito positivo, sono inesperto e in quell’occasione me ne rendo conto.

Presente la Giunta guidata dal sindaco Bologna​, molto vicino politicamente al consigliere Vaccarezza, legge la proposta di testo da adottare in consiglio comunale per il tema ospedale di area disagiata, il Vice Sindaco. Il testo è lungo, differente da quello che gli altri comuni avevano adottato e la parte finale mi mette in allarme perché è di una vaghezza sconcertante, poco chiara nel chiedere quanto più orientata “nel valutare anche….”. Il consiglio lascia spazio ai nostri interventi, in ordine De Vincenzi per il PD, Vaccarezza per la maggioranza di centrodestra ed il sottoscritto.

De Vincenzi per il PD interviene ma si percepisce che non ha percorso la questione in profondità e parla genericamente che al di là delle sigle bisogna fare, etc…. Le sigle contano perché previste dalle leggi e ad esse devono essere associati dei servizi, dovrebbe saperlo bene perché vale anche per la classificazione Dea di primo e secondo livello.

Interviene poi Vaccarezza perché segnala di dover andare via a breve. Il suo intervento mi illumina, in negativo. Di fatto propone che si adotti il testo dell’ordine del giorno proposto dal sindaco Bologna e, come se nulla fosse, propone che lo sottoscrivano anche i consiglieri regionali di minoranza ovvero io e De Vincenzi. Salto sulla sedia perché Vaccarezza sapeva benissimo e conosceva la nostra mozione già agli atti per cui capisco in quell’istante che Cairo non avrà il pronto soccorso attraverso la classificazione di area disagiata, perché tale non sarà mai avvallata dalla Giunta Toti. Vaccarezza esce anticipatamente “perdendosi” il mio intervento se non altro perché in una delle mie rare occasioni perdo le staffe.

L’ordine del giorno del sindaco Bologna di Carcare ha rappresentato la breccia per consentire alla maggioranza di centrodestra in consiglio regionale di bocciare la nostra richiesta ma di lasciare quelle formule che in politica purtroppo colpiscono tutti indistintamente, con degli intenti vaghi e inconsistenti. Ma come dice Mourinho….zero tituli.

La storia successivo è nota, il PD arriva copiando alla buona il nostro atto per chiedere le stesse cose che loro stessi, come forza politica, avevano tolto. Il centrodestra propone un ordine del giorno con la chiarezza di un libro delle favole e si chiude con una raccolta firme depositata, ero presente, di circa 18000 persone, decine di delibere comunali e un pugno di mosche in consiglio regionale perché la nostra mozione non passa ed il resto è aria fritta.

Nel 2017 arriva la campagna elettorale per Cairo e l’ex sindaco Briano, Partito Democratico, propone di fare la stessa richiesta di ospedale di area disagiata attraverso una proposta di legge di iniziativa popolare, prevista dallo Statuto della regione.

Contestualmente l’Assessore Viale inserisce nello studio di “esternalizzazione a soggetti accreditati”  di interi ospedali anche quello di Cairo con il contentino di valutare le modalità con il soggetto privato di riattivare le funzioni di pronto soccorso, quelle che il PD aveva tolto per intenderci….esternalizzare e valutare di inserire il pronto soccorso fra i servizi offerti dal soggetto privato (accreditato con il SSR… specifico per non essere frainteso). Non mi esprimo sulla reale probabilità che accada.

In conclusione che dire. Nella commissione sanità di cui sono membro troverò il testo della proposta di legge che chiede lo status di ospedale di area disagiata, come era nella nostra mozione. E da come promossa da vari rappresentanti locali del PD sembra una iniziativa nuova, mai avviata da nessuno, a targa di “partito”, ma io mi chiedo​ per chi arrivò per primo a scegliere di chiudere il pronto soccorso e per ultimo a chiedere di riaprirlo, perché dal punto di vista politico dovrebbero essere cambiati gli scenari della Giunta Toti? Me lo dicano perché se è così semplice allora basta ogni anno ripresentare gli stessi atti. Oppure ci sono informazioni che non abbiamo, ci mancherebbe!

Sia chiaro, siamo assolutamente a favore, nemmeno da discutere, lo abbiamo chiesto oltre un anno fa ma il mio sesto senso mi dice di fare attenzione, in fondo fra i comuni proponenti non c’è Carcare…