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Cairo: ospedale di area disagiata.

Vorrei ripercorrere la storia, quantomeno dal mio punto di vista, supportato da alcuni dati,  di una vicenda di attività politica che mi ha appassionato tra la fine del 2015 e la metà del 2016.

Durante la campagna elettorale per le elezioni regionali del 2015, da diligente candidato erro viaggiante per il territorio cercando di comprendere le necessità, i punti deboli e le potenzialità. In questo girovagare entro, come altri ovviamente, in contatto con la realtà valbormidese che pone molti temi territoriali e fra essi l’ospedale di Cairo Montenotte, certamente rilevante proprio per la conformazione dell’area chiamato a coprire per esigenze sanitarie.Superato lo shock elettorale e l’avvio dei lavori in consiglio regionale, torno a bomba sulla “vessata questio” dell’ospedale e di quale strumento individuare per invertire il destino decadente che la Giunta Burlando del Partito Democratico gli aveva dato, privandolo di un elemento fondamentale nel sistema di emergenza, ovvero il pronto soccorso.

Sul pezzo era presente anche il Comitato Sanitario Locale, un gruppo eterogeneo di cittadini che da tempo, a prescindere dagli schieramenti politici, segue le vicissitudini dell’ospedale.

Studiamo la materia e ci viene in aiuto lo stesso (e temuto) decreto ministeriale 70/2015 che dal nazionale impone degli standard ospedalieri in funzione del bacino di utenza. Nelle pieghe del testo viene descritta la casistica degli ospedali di area disagiata, che prevede secondo alcuni requisiti il riconoscimento di questo “status” e la conseguente possibilità di disporre soprattutto del tanto desiderato (e necessario aggiungo) Pronto Soccorso, con annessi una serie di servizi necessari allo stesso.

Constatato questo, a fine 2015, decidiamo anche con un po’ di timore, di costruire un percorso quanto più condiviso possibile, partendo dal fatto che in consiglio regionale siamo in minoranza e, in Valbormida, non abbiamo alcun consigliere comunale eletto. Non demordo e insieme al prezioso e fondamentale aiuto di alcuni attivisti impegnati sul territorio valbormidese che fanno parte di quelli che noi chiamiamo Meetup, avviamo 2 percorsi distinti e paralleli.

Nel primo entriamo in contatto formalmente con diversi comuni della valle e ne incontriamo una piccola delegazione a Carcare, piccola ma per popolazione ben rappresentata. Dal punto di vista politico decisamente eterogenea: l’unica certezza era non fossero del Movimento, lo sapevamo a priori ma per noi era di interesse il raggiungimento dell’obiettivo cercando la più ampia condivisione. Illustriamo in quella sede la nostra mozione agli intervenuti (alcuni sindaci, vice e consiglieri), mozione già agli atti del Consiglio Regionale e condividiamo con loro che se ci fossero delle prese di posizione formali, anche attraverso delle delibere comunali per manifestare questa esigenza del territorio, il nostro atto non sarebbe una voce solitaria ma un canto corale.

Contestualmente ci confrontiamo con il Comitato di cui sopra che aveva a suo tempo già sollevato il tema dell’ospedale di area disagiata. Durante un incontro, avvenuto sempre a fine 2015, conveniamo serva una presa di posizione della comunità valbormidese nella sua interezza ed il Comitato propone di avviare una petizione. Sfondano una porta aperta e parte la raccolta firme che dura 4 mesi e oltre.

La raccolta firme ha un avvio formale durante i giorni dell’Epifania 2016, dove mi ritrovo in un incontro nei pressi dell’ospedale, con cittadini e tanti Sindaci del territorio, compreso l’ex sindaco di Cairo, Briano, e il consigliere regionale Vaccarezza cui molti sindaci valbormidesi sono legati per sponda politica. Ci sono alcuni interventi, tocca poi a me e dico semplicemente che noi l’atto lo abbiamo predisposto, la richiesta senza girarci intorno, di avere riconosciuto lo status di area disagiata la portiamo “alla prova dei voti” in Consiglio Regionale, annesso avevamo prodotto anche uno studio stimato dei costi aggiuntivi per il SSR che si attestava a circa 800-900 mila euro annui, il costo di Alisa, la nuova super ASL, creata dalla Giunta Toti. Altro non credo ci fosse bisogno. Firmano tutti la petizione.

Parallelamente partono moltissimi consigli comunali che deliberano a favore non tanto del nostro atto, ma per il riconoscimento di ospedale di area disagiata: l’obiettivo!

Nel frattempo avviamo una campagna mediatica a sostegno di questa iniziativa, per la parte soprattutto politica che in consiglio regionale ci avrebbe visto coinvolti e per la quale il nostro atto era l’unico presente. Mentre sul territorio la raccolta firme prosegue con forza, appaiono dopo un po’ di tempo alcune prese di posizione potenzialmente a favore, ovviamente non del nostro atto ma dell’obiettivo, dei circoli del PD locale, come singulti cui non fa seguito nulla di chiaro.

La raccolta firme prosegue bene, l’Assessore Viale non si espone definitivamente, ma ci sono i primi indizi di chi ritiene smarcarsi da questo proposta. In un convegno della CGIL Sanità emerge dall’organizzazione sindacale una posizione fredda sull’ipotesi di ripristino del Pronto Soccorso attraverso il riconoscimento di ospedale area disagiata: presente l’Assessore Viale che rincara la dose. Il mio sesto senso mi dice che butta male.

I consigli comunali deliberano invece compatti, il primo fu Plodio del sindaco Badano dove mi recai anche per un pizzico di soddisfazione nel vedere condiviso da altri un obiettivo comune e l’avvio di un percorso. Nel giro dei consigli comunali che intendono deliberare arriva poi il turno di Carcare che rispetto agli altri organizza un consiglio comunale straordinario dove invitano i consiglieri regionali della provincia. Ho capito che queste occasioni o anticipano qualcosa di molto positivo o di molto negativo.

Vado con spirito positivo, sono inesperto e in quell’occasione me ne rendo conto.

Presente la Giunta guidata dal sindaco Bologna​, molto vicino politicamente al consigliere Vaccarezza, legge la proposta di testo da adottare in consiglio comunale per il tema ospedale di area disagiata, il Vice Sindaco. Il testo è lungo, differente da quello che gli altri comuni avevano adottato e la parte finale mi mette in allarme perché è di una vaghezza sconcertante, poco chiara nel chiedere quanto più orientata “nel valutare anche….”. Il consiglio lascia spazio ai nostri interventi, in ordine De Vincenzi per il PD, Vaccarezza per la maggioranza di centrodestra ed il sottoscritto.

De Vincenzi per il PD interviene ma si percepisce che non ha percorso la questione in profondità e parla genericamente che al di là delle sigle bisogna fare, etc…. Le sigle contano perché previste dalle leggi e ad esse devono essere associati dei servizi, dovrebbe saperlo bene perché vale anche per la classificazione Dea di primo e secondo livello.

Interviene poi Vaccarezza perché segnala di dover andare via a breve. Il suo intervento mi illumina, in negativo. Di fatto propone che si adotti il testo dell’ordine del giorno proposto dal sindaco Bologna e, come se nulla fosse, propone che lo sottoscrivano anche i consiglieri regionali di minoranza ovvero io e De Vincenzi. Salto sulla sedia perché Vaccarezza sapeva benissimo e conosceva la nostra mozione già agli atti per cui capisco in quell’istante che Cairo non avrà il pronto soccorso attraverso la classificazione di area disagiata, perché tale non sarà mai avvallata dalla Giunta Toti. Vaccarezza esce anticipatamente “perdendosi” il mio intervento se non altro perché in una delle mie rare occasioni perdo le staffe.

L’ordine del giorno del sindaco Bologna di Carcare ha rappresentato la breccia per consentire alla maggioranza di centrodestra in consiglio regionale di bocciare la nostra richiesta ma di lasciare quelle formule che in politica purtroppo colpiscono tutti indistintamente, con degli intenti vaghi e inconsistenti. Ma come dice Mourinho….zero tituli.

La storia successivo è nota, il PD arriva copiando alla buona il nostro atto per chiedere le stesse cose che loro stessi, come forza politica, avevano tolto. Il centrodestra propone un ordine del giorno con la chiarezza di un libro delle favole e si chiude con una raccolta firme depositata, ero presente, di circa 18000 persone, decine di delibere comunali e un pugno di mosche in consiglio regionale perché la nostra mozione non passa ed il resto è aria fritta.

Nel 2017 arriva la campagna elettorale per Cairo e l’ex sindaco Briano, Partito Democratico, propone di fare la stessa richiesta di ospedale di area disagiata attraverso una proposta di legge di iniziativa popolare, prevista dallo Statuto della regione.

Contestualmente l’Assessore Viale inserisce nello studio di “esternalizzazione a soggetti accreditati”  di interi ospedali anche quello di Cairo con il contentino di valutare le modalità con il soggetto privato di riattivare le funzioni di pronto soccorso, quelle che il PD aveva tolto per intenderci….esternalizzare e valutare di inserire il pronto soccorso fra i servizi offerti dal soggetto privato (accreditato con il SSR… specifico per non essere frainteso). Non mi esprimo sulla reale probabilità che accada.

In conclusione che dire. Nella commissione sanità di cui sono membro troverò il testo della proposta di legge che chiede lo status di ospedale di area disagiata, come era nella nostra mozione. E da come promossa da vari rappresentanti locali del PD sembra una iniziativa nuova, mai avviata da nessuno, a targa di “partito”, ma io mi chiedo​ per chi arrivò per primo a scegliere di chiudere il pronto soccorso e per ultimo a chiedere di riaprirlo, perché dal punto di vista politico dovrebbero essere cambiati gli scenari della Giunta Toti? Me lo dicano perché se è così semplice allora basta ogni anno ripresentare gli stessi atti. Oppure ci sono informazioni che non abbiamo, ci mancherebbe!

Sia chiaro, siamo assolutamente a favore, nemmeno da discutere, lo abbiamo chiesto oltre un anno fa ma il mio sesto senso mi dice di fare attenzione, in fondo fra i comuni proponenti non c’è Carcare…

Unione Industriali a Savona, e la Comunità?

Unione Industriali a Savona, e la Comunità?

Sono stato al recente incontro organizzato da Unione Industriali Savona, gentilmente invitato dagli organizzatori come Consigliere Regionale, incontro al quale ho partecipato volentieri perché sono convinto che ogni soggetto rappresentante di interessi collettivi, vada ascoltato e vada compreso per meglio indirizzare l’attività di chi ricopre ruoli all’interno delle istituzioni. Lo faccio con lo scopo di avere coscienza di quali siano le aree di collaborazione e quali siano le divergenze, d’altronde viviamo in una comunità ed è quindi determinante comprenderla in tutte le sue sfaccettature. Unione Industriali ha la rappresentatività conferita dai propri iscritti di molte medio-grandi imprese del territorio quindi ne diventa uno degli attori con cui confrontarsi.

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Il discorso del Presidente Guglielmelli è stato decisamente chiaro, ovviamente a nome dell’associazione, facendo una serie di evidenti richiami alla politica in senso lato. Fra questi alcuni mi hanno colpito.

Senza dubbio il j’accuse ai cosiddetti “comitati del no”. Va da sè che la stessa Confindustria nazionale si è schierata inspiegabilmente per il SI del referendum costituzionale, scelta incomprensibile visto che il processo legislativo si complica ancor di più, il potere verrebbe accentrato ad una maggioranza non rappresentativa del paese e di conseguenza un Presidente del Consiglio di cui tutti non si può essere amici e sperare in qualche gentile cortesia. Capiamoci….

Ma qui si parla dei casi nostrani di contrapposizione ad opere e imprese ritenute interessanti dal punto di vista degli investimenti per Unione Industriali che trova sostanzialmente riprovevole la presenza di gruppi che non condividono questa tesi. Grazie a Dio c’è ancora la possibilità di dissentire e in termini assoluti credo debba essere accettata la contrarietà ad una proposta soprattutto se questa viene calata dall’alto, ovvero se l’avvio di investimenti sul territorio non sono condivisi forse è il caso di capire se effettivamente sono utili, ben congeniati, compatibili, portano benessere e perchè no, intelligenti (smart).

Di fatto non ci può essere stupore se un investimento produttivo porta benessere a pochi e danni diretti o indiretti a molti, mi pare ovvio che nasca del dissenso,ovvero come se chi governa fa scelte sbagliate e non condivise, viene naturalmente criticato e magari non più votato.

Se nel savonese abbiamo avuto e tuttora abbiamo investimenti discutibili, a dir poco, il “comitato del no” diventa la voce di questi investimenti potenzialmente sbagliati manifestando quindi la normale pluralità di un insieme di attori. E fin qui la premessa, un pò lunga in effetti. Perchè il presidente Guglielmelli, non me ne voglia, crea un nesso causale tra questi fattori e la crisi del savonese. Qui purtroppo una caduta di stile che a certi livelli non si può avere: veramente qualche imprenditore pensa che questi siano la causa? Peraltro nel savonese quanti “comitati del no” hanno effettivamente bloccato degli investimenti o delle stesse aziende? A me risulta tecnicamente nessuno e quindi mi domando su quali fatti concreti si fondano queste affermazioni. Perchè se nel resto dell’Italia del Nord la crisi non colpisce così duro come da noi, veramente Unione Industriali pensa siano questi le cause? Spero vivamente di no.

Ma non posso nemmeno accettare questa tesi come una scusante della categoria. Perchè se una comunità intera è oggettivamente in difficoltà, le cause e le responsabilità sono condivise e diffuse e chi fa impresa dovrebbe essere il primo ad assumersi le sue.

Saranno queste mie, parole impopolari nella categoria che si domanderà cosa avete fatto voi, cosa fate, solo “vaffa” etc….. però non si può tacere di fronte al fatto che se il savonese è stagnante, un bagno di umiltà lo si faccia tutti, ma proprio tutti. In passato durante una intervista mi chiesero perchè il Movimento 5 Stelle è contro le grandi opere. Io serenamente risposi che non sono, non siamo contro le grandi opere ma contro le opere (imprese) inutili, che non hanno un ROI (return of investment – ritorno dell’investimento) che ne giustifichi la realizzazione, e per una comunità il concetto di ritorno dell’investimento è molto ampio. Approccio che qualunque imprenditore adotta quando intende spendere i propri soldi per fare crescere la sua azienda. E quindi di cosa parliamo? E’ o non è una visione politica che deve indirizzare la direzione degli investimenti? Perchè il punto è questo. Decide il mercato in totale autonomia o la politica che deve “tessere” una trama con tutta la comunità.

Io propendo per la seconda ipotesi, non penso sia compito “completo” del mercato indirizzare lo sviluppo ma debba essere la sintesi fatta attraverso la politica che indirizza lo sviluppo all’interno di una ampia forbice con regole chiare dove il mercato si può muovere. Concordo pienamente nella richiesta di ottenere lo status di “area di crisi complessa”, strumento previsto dal d.l. 83/2012 “Misure urgenti per la crescita”. Concordo sia con la richiesta sia con chi ammette che non possa essere il punto di arrivo. Anzi, a tutti gli effetti è una resa. Non siamo riusciti a costruire alternative senza iniezioni di denaro, ancora non certe peraltro, che da un certo punto di vista sfalsano la nostra reale capacità di fare sviluppo, in alcuni casi perchè siamo in contesti che travalicano certamente confini provinciali (Bombardier, Piaggio, Tirreno Power), ma in altri casi, come la piattaforma Maersk, mi domando se qualcuno è disponibile a mettere la propria testa sulla ghigliottina con la certezza che quell’investimento, per lo più pubblico, possa portare sviluppo e occupazione, tralasciando l’impatto ambientale di portata enorme che rischia di causare danni ad altri settori, come quello turistico – balneare. Perchè a Genova anche in sede istituzionale, la stessa rappresentanza sindacale Maersk lamenta cali di lavoro importanti, procedure di licenziamento etc…. Recentemente Hanjin, importante compagnia di shipping è entrata in crisi.

In un sopralluogo lungo l’intera area portuale genovese, eseguito durante i lavori della Quarta Commissione Ambiente – Territorio – Energia di cui sono membro, abbiamo incontrato l’amministratore delegato di PSA che è il terminalista del porto VTE di Pra-Voltri. Alla luce della presenza delle nuove gru con qui sono in grado di caricare – scaricare qualsiasi nave, lui stesso, ovviamente di parte, si domanda la necessità di una simile operazione a 40 km scarsi. Un dubbio lecito, quantomeno.

E su questo fronte, nel discorso del Presidente Guglielmelli si è fatto cenno all’altro tema importante, gli accorpamenti delle Autorità Portuali. Ebbene io sono pienamente d’accordo nella scelta effettuata dal Presidente Toti di avvallare e formalizzare la richiesta di proroga nella procedura di accorpamento, come prevede la riforma dei porti. A questa pare che il ministero abbia in generale risposto a tutti minacciando più o meno velatamente,  possibili commissariamenti, peraltro Genova lo è già. Sbaglia il ministero e sbaglia chi intende la proroga come strumento per mantenere posti al sole. Dal mio punto di vista tale deve essere unicamente intesa come fase tecnica in cui si perfezionano le modalità di governance di un solo soggetto che nasce dalla fusione di 2 o piu soggetti: procedure normalmente usate nelle grandi aziende, nelle multinazionali che spesso impiegano semestri per la definitiva fusione e la definizione dei processi aziendali.

Sono sufficientemente convinto che se Genova e Savona si propongono nel Mediterraneo e nel mondo come un unico grande porto, potremmo averne benefici tutti, per questo condivido che il processo di fusione sia costruito bene nell’interesse delle 2 realtà.

Non ho potuto fare a meno di notare la corretta critica alla Giunta Toti che nell’ambito della promozione turistica ha deliberato, il 5 agosto con atto nr. 775, che tutti i comuni liguri siano inseriti nell’elenco delle località turistiche. Questo di fatto comporta, per la normativa nazionale di settore, che tutti possano istituire la tassa di soggiorno. Va da sè che è evidente la discrasia tra l’elenco e la reale vocazione turistica di molti comuni, quindi è un provvedimento ingiustificato perchè non fotografa una reale situazione e non può certo considerarsi volano di sviluppo per un comune che, se non ha nulla di “turistico”, con i pochi alberghi o B&B o agriturismi che abbiamo diffusi, certamente non potrà con questo trasformarsi in comune turistico.

E’ sostanzialmente un balzello applicato in maniera trasversale. L’approccio appare contraddittorio, le voci dei comuni sono a macchia di leopardo favorevoli, contrari ma quali effettivamente sono comuni a vocazione turistica? Quali sono enormi conglomerati di seconde case, che peraltro sono l’antitesi del turismo di qualità che regioni come il Trentino hanno saputo governare. E la regione tutta è nelle condizioni di offrire, a fronte di una tassa di soggiorno, una proposta? Sempre il Trentino, a chi risiede nelle strutture ricettive che aderiscono, offre la “Trentino Guest Card” che ricambia con sconti, mezzi di trasporto gratuiti, impianti di risalita estiva gratuiti etc…. Ecco perchè il percorso deve essere esattamente l’opposto. Prima si studia a tavolino cosa si può offrire ai visitatori e dopo si istituisce la tassa per sostenere economicamente l’investimento. Qui si fa il contrario, e si rischia di disincentivare quel poco di turismo che sta germogliando fuori dalle solite vecchie e stanche seconde case.

Ed infine, quando si dice che turismo e industria nel nostro territorio possono convivere temo non si guardino i dati percentuali sul peso che aveva l’industria turistica nel savonese con altri territori, anche di altre regioni, che sul turismo fanno “spessore economico.” Mi auguro che per turismo non si consideri solo l’accesso agli stabilimenti balneari: va bene che noi savonesi “si va a spiaggia” anzichè al mare, ma fino ad oggi questo non èè stato sufficiente per lo sviluppo di un settore turistico pesante. E allora viene il momento delle scelte, di cosa si intende per impresa sul nostro territorio, di come la si vuole sviluppare e di chi ne è capace. Ecco, parliamo un pò di qualità dei nostri imprenditori, perchè molto speso le colpe sono della politica, della qualità dei politici. Sacrosanta verità, ma della qualità dei nostri imprenditori?

Alcuni effettivamente dimostrano di avere le qualità, ma altri, tolti dai legami facili con una certa politica che agevola, favorisce e facilita perchè “di parte”, hanno dimostrato di non essere in grado di competere in un mercato che è agguerrito, difficile, a volte globale.

Ho compreso che c’è un principio di coscienza di questo elemento, e ho compreso che viene chiamata in causa la politica. Lo condivido, ma se questa chiamata è per fare favoritismi lo respingo, se è per favorire uno sviluppo compatibile con le richieste di una comunità intera, allora ben venga.

Sul caso del campo di Legino

Sul caso del campo di Legino

 Sul caso del campo di Legino, quartiere di Savona, che la Prefettura con la Curia vorrebbe adibire ad “hub” di smistamento profughi, credo si debba fare un ragionamento scevro da umori di pancia ma di ciò che si può o non si può fare in base alla normativa vigente, a prescindere da che piaccia o meno, perché per cambiarla si deve intervenire principalmente a livello nazionale ed europeo.

> Oltre ciò che è di buon senso fare.

> La prima riflessione è la questione ovviamente nazionale di flussi migratori verso il nostro paese che è oggettivamente fuori controllo, lo è per responsabilità della politica europea e lo è per parte preponderante, per la politica nazionale. Il governo Renzi ed Alfano non decidono, si limitano come si dice in Liguria, a fare “tappulli”. Ma un problema del genere, perchè di problema si parla se un fenomeno così non è governato, non si risolve a tappulli ne tantomeno si limita.
La conseguenza immediata è la ricaduta sugli enti locali, attraverso le Prefetture che in alcuni casi attivano freddamente circolari ministeriali. Ed il caso di Legino diventa un casus belli su cui si accende la discussione, con toni anche sopra le righe.
Non credo e non voglio pensare che Savona, la mia città, sia una città intollerante, come alcuni vorrebbero far credere. Penso invece sia giusto porsi il problema dell’accoglienza contestualmente a come viene strutturata e come viene pubblicizzata alla cittadinanza.

Nel caso specifico quasi come un fulmine a ciel sereno si propone, per disponibilità della Curia e interesse della Prefettura che il campo sportivo abbandonato in zona

Legino possa divenire una sorta di centro accoglienza per tutti quei soggetti migranti che fanno richiesta di asilo politico.

La prima domanda che và posta, ed il Comune di Savona non deve perdere tempo, è esattamente quale tipologia di centro accoglienza si prevede, si tratta si quelli temporanei attivati dai Prefetti ai sensi dell’art. 11 d.lgs. n. 142/15 (comunemente denominati Centri di Accoglienza Straordinaria – CAS)? Perchè se così fosse si vuole fare una iniziativa che è già “obsoleta” nel senso che ora tali interventi dovrebbero essere effettuati dallo SPRAR, destinato a divenire, quando adeguatamente ampliato, l’unico sistema di seconda accoglienza. Per arrivare a questo obiettivo, è previsto un graduale riassorbimento dei CAS, per assicurare l’omogeneità degli standard qualitativi di accoglienza e dei servizi erogati.
Cosa rappresenta lo SPRAR?

Dovrebbe essere lo strumento per richiedenti protezione internazionale, regolato dal d.lgs. n. 142/15, che all’art. 14 prevede, per la fase di seconda accoglienza, l’applicazione del sistema di accoglienza territoriale SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) attraverso interventi di “accoglienza integrata”, che vanno oltre il vitto alloggio. Ricordando che è comunque sempre finanziato con fondi pubblici di concerto con gli Enti Locali che si rendono disponibili.

Nel territorio ligure, tranne l’area genovese, non sono stati ancora sottoscritti protocolli di intesa per attivare lavori socialmente utili ai migranti richiedenti asilo, evitando di lasciarli nell’inattività negativa per loro e per chi vede inevitabilmente bighellonare persone che potrebbero rendersi utili.
Stante i dati del Ministero si stima che per il 2016 possano arrivare circa 170.000 migranti, che è mediamente simile al 2014. Di questi, per pari numeri al 2014 si erano avute circa 60.000 richieste di asilo, ad oggi nel 2016 sono state presentate 40.512 richieste di asilo in Italia (35mila da parte di uomini), il 58% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Le commissioni d’asilo hanno esaminato quest’anno 40.699 domande di protezione: lo status di rifugiato è stato concesso al 4%, la protezione sussidiaria al 13%, quella umanitaria al 18%, il 5% è risultato irreperibile ed i non riconoscimenti sono stati il 60%, un dato in crescita.

La distribuzione dei richiedenti asilo sul territorio ligure, è cresciuta dall’1 al 3% del totale delle domande sull’intero territorio nazionale, dal 2013 al 2015, la Liguria risulta essere la quattordicesima regione per percentuale di numero migranti rapportato con il numero complessivo di migranti accolti nel nostro paese, non viene però preso in considerazione il peso sulla popolazione residente, dato invece importante per capire la densità di presenze sul numero di abitanti che è uno degli elementi socialmente critici. Non basta a mio avviso ragionare sul numero di abitanti ma anche sulla densità per superficie.
I richiedenti asilo rientrano quindi in un percorso di accoglienza che dura quantomeno il periodo in cui le commissioni territoriali analizzano la domanda e accolgo o respingono la richiesta di asilo, periodo che ha durata variabile e durante il quale non sono rari i casi in cui le persone si danno alla macchia.
Composto questo quadro, e sfruttando anche quanto previsto dal decreto legislativo 142/2015, si dovrebbe fare un piano a livello regionale delle previsioni di arrivi e della capacità di accoglienza del territorio, ed ogni territorio dovrebbe a sua volta farlo per le singole provincie quantomeno, mettendo a fattor comune tutti gli enti locali che “preventivamente” con la Prefettura possano mettersi ad un tavolo e affrontare il nodo: chi, quanto e dove si possono accogliere migranti richiedenti asilo politico (compresi rifugiati da zone di guerra).
Recentemente l’assessore regionale Sonia Viale ha dichiarato la volontà di convocare il tavolo di coordinamento regionale che dovrebbe fare proprio questo: bene, dopo un anno e dopo che la patata bollente è arrivata a Savona, ora amministrata dal centrodestra, c’è la consapevolezza che abbiamo un problema: tranne Ventimiglia dove faceva gioco facile scaricare su Alfano ora però l’asticella si è alzata, l’Assessore non si preoccupi di cosa decideranno i 5 Stelle a Roma e Torino, siamo in Liguria.
Dico anche che il comune di Savona se vuole evitare di subire deve uscire dal suo aureo isolamento che lo contraddistingue da anni e assumere, se questa amministrazione ne è capace, nutro dubbi ma mi riservo giudizi dopo un tempo minimo di lavoro del nuovo Sindaco, un ruolo di leadership nel territorio provinciale senza arringhe “da tavolo” alla Ripamonti, ma con metodo e politica, quella equilibrata che consente di ragionare andando oltre lo spostare il problema ad un’altro ma di condividerlo e trovare soluzioni, prime fra tutte quelle compatibili con le condizioni socioeconomiche di un territorio, il savonese, che soffre una crisi economica e di conseguenza sociale senza precedenti, non a caso è in itinere la richieste di “stato di area di crisi complessa”.
Oggi si deve avere un quadro chiaro di quali siano tutti i soggetti coinvolti nella fase di seconda accoglienza, le varie cooperative e Caritas che siano, per monitorare il lavoro svolto e la qualità dei servizi offerti, perchè è inutile nascondere il fatto che diversi ci lucrano. E quindi ancor più importante conoscerli tutti, capire chi lavora bene e chi lavora male: con i primi fare un percorso collaborativo insieme ai Sindaci e le Prefetture, con i secondi indirizzarli altrove, magari dalla magistratura. E si deve avere un quadro delle strutture potenzialmente disponibili su tutto il territorio provinciale, facendo uno screening puntuale.
In ultimo, tornando al caso del campo di Legino, come ho scritto precedentemente, al di là della definizione tecnica, è un sistema di seconda accoglienza sbagliato perché passa attraverso la logica dello spazio di “confino” che tutto ha ma non certo di un potenziale percorso di integrazione; benchè comprenda il ragionamento della Prefettura di avere una base temporanea di appoggio prima delle sistemazioni definitive, non è il percorso corretto che la Prefettura, longa mano del Governo, dovrebbe assumere. La diffusione sul territorio il più ampio possibile di disponibilità di strutture è la chiave per evitare le tensioni sociali che innegabilmente ci sono, a onor del vero come in qualunque caso dove arrivino numerosi perfetti sconosciuti da zone di guerra delle quali non vi sono notizie e di cui in alcuni casi ci sono criticità legate anche al terrorismo che esiste, non và dimenticato.
Non è quindi nemmeno con il buonismo che si affronta la questione perché non ci sono le condizioni; pragmatismo e cultura di accoglienza governata con lucidità sono le uniche chiavi, il resto è demagogia.

Ospedale di Albenga o GSL? Questo è il problema.

Ospedale di Albenga o GSL? Questo è il problema.

Nei giorni scorsi ho partecipato ad un importante incontro ad Albenga, presso il Teatro San Carlo, organizzato dal Sindaco Cangiano, che ringrazio per l’invito. Da quando sono in carica come Consigliere Regionale per il Movimento 5 Stelle ho partecipato a diversi momenti come questo per i più sensibili problemi del territorio, credo siano delle valide iniziative di incontro e confronto. Utili anche per capire come e quali sono le idee dietro ai problemi, le proposte ed anche le critiche. Se ci si pone nella visione costruttiva che a mio avviso deve avere la politica, credo ci stia tutto.

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Nel caso specifico ci si è trovati a discutere su un tema ampiamente dibattuto nel quale è importante ricordare i gravissimi fatti di cronaca giudiziaria che hanno accompagnato tutti i soggetti attivi nel rapporto contrattuale tra la ditta privata GSL e la Regione Liguria. È bene ricordarlo perché se un rapporto contrattuale sul quale poi si sono manifestate irregolarità importanti tali da decapitare i vertici della stessa ditta GSL, dell’ASL2 e indirettamente della regione con l’ex Presidente e l’ex Assessore, non posso esimermi dal registrare una situazione quantomeno rischiosa per l’Ente e per la collettività. Ho percepito da molti che questi aspetti debbano andare in secondo piano. Mi spiace ma non condivido affatto e credo che nell’indirizzo politico tali aspetti debbano essere seriamente presi in considerazione per tutte le valutazioni del caso.
Alla luce di quanto sopra, prendendo atto della scelta della Giunta regionale di rescindere il Contratto di riferimento, che legava l’esperienza di Ortopedia privata con GSL all’interno dell’ospedale pubblico di Albenga, per il mancato raggiungimento dell’obiettivo previsto dal contratto di riduzione delle “fughe” di pazienti di ortopedia protesica dal territorio ligure, si delineano 2 punti che compongono lo scenario complessivo.

Il primo è il modello di governance ed utilizzo dell’ospedale di Albenga all’interno del quadro complessivo provinciale, e regionale. Al tempo, dopo l’inaugurazione del 2008, mi si perdoni l’estrema semplificazione, fu valutato che per ragioni economiche l’ospedale di Albenga dovesse erogare un servizio, nel caso fu scelto l’ortopedia elettiva, per sostenere di fatto la sua stessa esistenza, anche attraverso chi si propose con determinazione per esserne l’attuatore, ovvero il gruppo GSL. Certamente un ospedale deve essere utilizzato bene, nei principi dell’efficienza e dell’efficacia che guidano, o dovrebbero, qualunque amministrazione; peraltro certamente condivisibile che non solo un ospedale appena costruito con soldi pubblici non venisse messo in dubbio, ma visto l’importante comprensorio di riferimento dovesse essere valorizzato con tutti i servizi necessari per il territorio di riferimento.

Le scelte adottate successivamente sono tutte invece ampiamente discutibili, e non mi riferisco solo al depotenziamento del Pronto Soccorso: tema che oltretutto abbiamo condotto con forza nel valbormidese reputando necessario un presidio per la gestione dell’emergenza ora assente, emergenza che ad Albenga è stata depotenziata rispetto al passato divenendo un Punto di Primo Intervento, anche se non come la realtà di Cairo e con numeri di tutto rispetto. Ed infine su forte spinta della Giunta regionale di allora guidata dal Partito Democratico si valutò che l’unica strada per “occupare” l’ospedale di Albenga fosse un affidamento a privato di un servizio di ortopedia protesica all’interno dell’ospedale. Giova ricordare che lo stesso tipo di servizio fu, ed è per certi versi, lungamente e con apprezzamenti svolto nell’ospedale di S. Corona a Pietra Ligure.

Di fatto fu avviata dalla giunta Burlando la competizione tra pubblico e privato che ora nuovamente la Giunta Toti propone: quindi mi pare ovvio e palese che su questo punto ci sia piena convergenza tra Centro sinistra e centro destra. Sia chiaro: non lo scrivo con vena polemica, è una constatazione di fatto, ciò che mi preme è non sentire critiche provenienti da una parte verso l’altra su un modello di sanità privata che ambedue gli schieramenti vedono di buon occhio.

Non fu valutato allora un ampliamento invece delle funzioni già svolte nel S. Corona riversandone una quota parte ad Albenga: in sintesi se da una parte, a Pietra, si facevano dei numeri ma forse non sufficienti a trattenere i pazienti o a coprire le esigenze provenienti da fuori comprensorio, dall’altra si poteva “potenziare” il pubblico con investimenti simili a quelli erogati nel contratto di affidamento all’operatore GSL, utilizzando l’ospedale albenganese. In un equilibrio costi/ricavi mi domando se fu fatto un business plan serio che prendesse in esame l’opzione o, per ragioni di natura politica, si andò come treni verso la privatizzazione del reparto.

Oltretutto dubito fortemente che il solo comprensorio albenganese sia affetto da esigenze di ortopedia protesica tali da sostenere da solo una ortopedia costruita per attrarre pazienti da tutta regione e non solo, per ovvie ragioni non può essere altrimenti, quindi per sua natura il servizio non è solo per i pazienti del comprensorio albenganese ma è di natura più ampia, però “scambiato” con la sopravvivenza dell’ospedale stesso.

Vorrei però affermare che GSL non è l’ospedale di Albenga e l’ospedale di Albenga non è GSL e che per il territorio è importante avere un ospedale che risponda in primis alle esigenze sanitarie del territorio stesso, fatto salvo che in una potenziale specializzazione ciò non esclude strutture potenziate per erogare prestazioni a pazienti provenienti da più parti. La scelta però di incapsulare un operatore privato all’interno dell’ospedale ha posto le condizioni per creare artatamente un cul-de-sac da cui ora uscire è certamente e oggettivamente complesso. Eppure lo stesso ospedale manifesta eccellenze in settori pubblici come il “Centro Specialistico Regionale Malattie Infettive e Ortopedia Settica S.C. MIOA”, noto anche come MIOS, che ho avuto modo di visionare privatamente più volte per ragioni personali.

E se il concetto alla base è il trattenere i chirurghi di fama per trattenerne i presunti pazienti, tale per estensione potrebbe essere applicato a qualunque specialità: quindi con la stessa logica si dovrebbe intervenire in tutti i settori allo stesso modo? Medici che decidono di agire fuori dal pubblico sono di fatto lavoratori che lecitamente possono scegliere come tutti, mi domando quindi se dobbiamo disegnare la sanità intorno a loro o se dobbiamo farla funzionare bene? Quando si accerta che una stessa protesi un privato la compra ad un prezzo e il pubblico ad un altro ben più alto, chi sta lavorando male? Se il privato giustamente fa profitto con la stessa operazione, magari con un chirurgo pagato molto di più che il collega nel pubblico e la stessa operazione nel pubblico costa di più dove sta il problema? Nel Privato? No. E’ doveroso intervenire nel pubblico e fare quanto necessario perché funzioni bene, non però abdicando a favore del privato, laddove possibile ovviamente. Questo in termini assoluti non significa che non ci possono essere convenzionamenti per altri servizi che per varie ragioni il pubblico non ha modo di erogare.

Quando però si parla di Sanità pubblica il primo obiettivo è il bene comune, che in questo caso corrisponde all’erogazione di cure alla collettività. Quando si parla di Sanità privata il primo obiettivo è il profitto, attraverso l’erogazione di servizi. E’ bene ricordarlo sempre prima di attuare ogni scelta.

Questa lunga digressione per affermare che un potenziale percorso da adottare poteva vedere nella valorizzazione della sinergia con l’ospedale S. Corona il punto cardine con il quale avere una specializzazione dei reparti di Albenga attraverso una importante equipe medica con rapporto diretto nel pubblico e con le opportune risorse che rispondesse alle richieste dei pazienti puntando ad assorbire i numeri necessari per l’economia dell’ospedale albenganese. Una sostanziale condivisione del Servizio di Ortopedia mantenendo così l’ospedale di Albenga un punto di eccellenza e specializzazione in equilibrio con il S. Corona, nel caso specifico di ortopedia ma non solo vista appunto la presenza del reparto Mios, nella Sanità pubblica, integrato con Pietra.

Anche se in termini assoluti credo che se il territorio, e condivido la richiesta, spinga per mantenere vivo ed operativo il proprio ospedale, tecnicamente parlando che ci sia un reparto di ortopedia pubblica o privata purchè le esigenze sanitarie del territorio siano corrisposte attraverso l’ospedale, dovrebbe essere fattore non determinante.

Ma tutto questo io credo non avverrà: la richiesta dei sindaci che capisco in virtù del delicato ruolo che assolvono, temendo la chiusura dell’ospedale senza il reparto di ortopedia protesica, presumo spingerà l’Assessore ad adottare strumenti idonei per fare un nuovo bando, sperando quantomeno esente da qualunque dubbio nella fase di affidamento. E tale avverrà a favore, presumo, di un nuovo soggetto privato. Commento amaro….“È così che muore la libertà: sotto scroscianti applausi.” (citazione tratta da un noto film di fantascienza).

Scelta peraltro pienamente in linea con l’attuale Giunta ampiamente favorevole all’introduzione del privato e la cosiddetta competizione pubblico/privato, come precorso dalla Giunta Burlando a targa PD, anche questa valutazione è una mera constatazione di un impronta politica mai nascosta.

Si arriva quindi all’altro punto, certamente importante ed emergenziale, che è la questione occupazionale. Una cinquantina di persone professionali e dedite al loro lavoro sono alle prese con una azienda che ha oggettive difficoltà a garantire occupazione. Dico questo per chiarire che purtroppo siamo di fronte ad una realtà che ha impostato il suo business con un solo cliente con il quale aveva un contratto ”sperimentale” e certamente a scadenza determinata, a prescindere dalla rescissione anticipata. Non vorrei pensare che in questo frangente i lavoratori, e non sarebbe la prima volta, diventino “merce” di contrattazione anziché risorse da tutelare.

Purtroppo la crisi sta colpendo molte realtà, abbiamo Bombardier con 600 addetti e indotto, Piaggio con 900 addetti e indotto, Tirreno Power con 160 addetti e indotto, i precari ASL2 circa 26 e tanti altri. Per tutti servono giuste opportunità e soluzioni.
Vero è che l’assunzione in ASL diretta non è possibile, salvo passare da bandi aperti a tutti e che non possono certamente dare garanzie, vero anche che possono esserci, nei limiti di legge, dei titoli preferenziali ma non garantiti. Vero anche che qualunque soggetto privato differente dall’attuale datore di lavoro non può essere obbligato ad assumere nessuno, si possono certamente costruire accordi di programma e percorsi ma è bene non creare illusioni o certezze che le norme non consentono. Comprendo anche la posizione delle organizzazioni sindacali che vogliono avere occupazione, d’altronde come potrebbero sostenere il contrario.

La mia speranza è che vi possa essere un percorso di potenziamento più ampio delle risorse in ASL2 con concorsi che possano dare risposte alle necessità della nostra sanità, trovando nel rispetto della legge eventuali formule di titoli preferenziali che diano priorità a chi ha esperienze importanti. Non solo, la Regione potrebbe favorire il dialogo fra i vari operatori privati in convenzione per creare dei percorsi di assorbimento del personale fuoriuscito. E certamente, pur non condividendo la scelta politica, qualora subentrasse un nuovo soggetto privato, dovrebbe attraverso opportuni accordi, favorire il reimpiego dei lavoratori. Tutte strade incerte, comunque. Spero che nessuno si spenda in garanzie certe quando ora di certo non c’è nulla. Ed infine un invito all’Assessore: è il momento delle scelte, chi Governa ne ha il dovere per incarico conferito dagli elettori e lo deve fare con chiarezza. Ma lo deve fare guardando oltre il mandato della propria legislatura; se oggi siamo arrivati a questa situazione è perché non si è valutato appieno il sostanziale “ricatto” in qui ora è costretto a muoversi l’ospedale di Albenga per la sua stessa sopravvivenza.

Ci troveremo probabilmente il modello lombardo, che ci ha lasciato diverse indagini ed inquisiti importanti, ci siamo trovati un modello GSL- Regione Liguria, con diverse indagini ed inquisiti importanti, se ci trovassimo un modello ligure dove non c’è nulla di tutto questo ci farebbe tanto schifo?

Vengo”no” dopo, il PD. A Villa Zanelli e non solo.

Vengo”no” dopo, il PD. A Villa Zanelli e non solo.

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Diceva un noto ritornello di molti anni fa “Vengo dopo il TG” e il gioco di parole mi torna utile per fare una riflessione sula questione villa Zanelli. Il sottoscritto, con il proprio gruppo in consiglio regionale, aveva riproposto politicamente il tema sotto il punto di vista più importante, vista la proprietà che vanta la regione tramite ARTE sull’intero bene, ovvero se sia possibile evitarne la vendita e fare in modo che il bene rimanga di proprietà pubblica ridando vita e dignità a favore della collettività.. In quel frangente l’assessore competente, Scajola, aveva condiviso l’impostazione ed avviato le indagini con ARTE al fine di identificare alternative per coprire comunque l’importo che ARTE deve incassare, attraverso altre vendite escludendo però Villa Zanelli.
Da qui apriti cielo: il vice Sindaco di Savona riscopre Villa Zanelli ed in chiave buonista anziché prevederne una asfaltatura completa del parco attraverso gli oneri di urbanizzazione futuribili delle prossime operazioni edilizie sul lungomare, ne propone su facebook provocatoriamente una pulizia coinvolgendo la cittadinanza.
Di primo acchito giudicai l’idea una boutade come altre a cui ci ha abituato Di Tullio, ricordo l’ospedale unico a Legino fra alcune delle perle che serbo nel cuore, ma devo riconoscere che non scherzava affatto ed in un successivo incontro in regione, cui ho partecipato come invitato insieme ad altri consiglieri regionali del savonese, il Vice Sindaco illustrata la sua idea all’Assessore, ne ha ottenuto il nulla osta.
L’iniziativa di per sé potrebbe essere una proposta interessante se provenisse da una amministrazione e da una forza politica che negli anni avesse dimostrato ogni sforzo per salvare il bene, non svenderlo ed anzi recuperarlo. E invece arriva dal Partito Democratico, in chiave squisitamente elettorale, in risposta al rischio provocato da una iniziativa nata da altri soggetti politici, come noi ad esempio, che vorremmo realmente salvare Villa Zanelli e non vendere e farci un albergo di lusso. E arriva di corsa, dopo anni di totale incuria e disinteresse.
E arriva chiedendo ai cittadini di fare quello per cui una società del comune, ATA, è appositamente creata ad hoc per eseguire la pulizia. Società che viene pagata da tutti noi contribuenti, con operatori anche specializzati. Quindi perché coinvolgere i cittadini? Servono perché ATA non ha risorse economiche sufficienti per fare una 2 giorni di pulizia peraltro parte integrante del proprio “business core” (come dicono gli inglesi). O il Comune ovvero noi cittadini, non ha risorse per effettuare tale pulizia in accordo con la Regione Liguria?
Il coinvolgimenti dei cittadini serve per renderli partecipi della problematica? E non lo si poteva fare negli ultimi 20 anni con sensibilizzazione sul tema? Serve per fare gruppo per le prossime elezioni? Serve per raccogliere militanti?
A cosa serve? Ad evitare di perdere troppo consenso dopo la questione bitume dove, anche in regione, il Partito Democratico ci è venuto dietro disconoscendo il proprio operato pregresso?
Poi mi dicono che siamo in campagna elettorale. Si, ma alcuni sono molto, molto preoccupati…

To “bitume”, or not to “bitume”: that is the question.

To “bitume”, or not to “bitume”: that is the question.

Senza voler scomodare William Shakespeare con una citazione ironicamente storpiata, fare un commento su una vicenda come questa, del bitume a Savona, rischia di essere visto come una delle tante polemiche sterili della politica, lo scrivente però ora è in effetti parte attiva della politica nelle istituzioni di conseguenza deve dosare le parole perché siano chiari i messaggi e i destinatari.

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Prima di tutto vorrei fare un commento da cittadino savonese, quale che sono, con la mia famiglia che vive e paga le tasse a Savona. Ebbene, siamo rimasti fortemente scottati dalla vicenda Tirreno Power, non possiamo come cittadini ignorare il tradimento delle istituzioni a discapito di tutti noi, ci hanno lasciati soli. Da questo purtroppo si deve partire e fare i conti ogni qual volta nel nostro territorio vi sia una potenziale installazione dannosa per la salute, ma non solo. In questo caso, ed è sempre il cittadino savonese che scrive, trovo inconcepibile pensare di avere “dietro casa”, un deposito di bitume maleodorante laddove spesso e volentieri vado come molti savonesi a trascorrere le serate libere, nella vecchia darsena, ricca di locali e luoghi di ritrovo, importante centro turistico della nostra città e fonte di lavoro per molti. Il maleodore è un problema, ma certamente non l’unico: le esalazioni possono avere impatti peggiori se non controllate opportunamente, con rischi nocivi in taluni casi. Sono poi rimasto fortemente colpito da casi come quello nei pressi di Ancona dove un deposito di bitume è esploso alzando colonne di fumo e ceneri a centinaia e centinaia di metri, anche più. Non si dovrebbe pensare male perché porta male, così si dice, tant’è il pensiero lì finisce.

Ora alcune riflessioni del cittadino Andrea Melis prestato alla politica. Questa pratica ha visto i primi vagiti alla fine del 2011 in seno all’Autorità Portuale di Savona, successivamente è passata attraverso tutti gli enti coinvolti, dal Comune, la Provincia, la Regione e infine il Ministero dello Sviluppo Economico, questi tra il 2012 e il 2013 con code al 2014. A tutti i livelli nessun ente si è espresso con contrarietà al progetto. Per chiarezza il comune di Savona a trazione PD, Sindaco Berruti, la Provincia a trazione centrodestra, presidente Vaccarezza, ora consigliere regionale, la regione sempre PD con presidente Burlando.

Attori e forze politiche in gioco, questi erano e questi ora ci dicono che si deve cambiare, si deve intervenire, i cittadini hanno ragione etc…

Facciamo però ordine e mettiamo in sequenza i fatti. I primi a sollevare la questione a Maggio 2015, non appena venuta alla luce questa pratica che fino ad allora era rimasta all’oscuro dei più, sono stati alcuni consiglieri comunali savonesi tra cui il Movimento 5 Stelle e un gruppo locale civico che promuove l’elettrificazione delle banchine del porto savonese. Non il Partito Democratico ne il Centro Destra alcuno. A Giugno, per esattezza il 10, usciva su alcune testate on line anche un comunicato del sottoscritto che segnalava il problema (http://www.ivg.it/2015/06/bitumi-in-porto-a-savona-melis-m5s-bomba-ecologica-a-danno-dei-cittadini/).

Successivamente si avviava una intensa raccolta firme sia su piattaforma on line “change.org” sia cartacea che in poche settimane ha raggiunto la ragguardevole cifra di oltre 6000 firme.

Come Movimento 5 Stelle abbiamo avviato: una interpellanza in comune per chiedere come si sia potuto arrivare a questo punto, una interrogazione parlamentare e in regione una mozione per chiedere alla Giunta di impegnarsi formalmente a non sottoscrivere alcun protocollo di intesa con il Ministero dello Sviluppo Economico. Passaggio previsto dalla legge 35/2012 che disciplina l’intero processo.

Da qui in poi è venuto alla luce il profondo corto circuito del PD che ha capito di giocarsi molto, quasi tutto a Savona città viste le imminenti elezioni comunali 2016, con questo progetto che non ha saputo o voluto controllare visto che nella stessa regione amministrata da Burlando ha dato il benestare. Cerca di salvare la faccia con la richiesta di una nuova procedura di Valutazione Impatto Ambientale, quasi che fosse la panacea di tutti i mali e di cui i termini sono tecnicamente decorsi: il procedimento è concluso da circa 250 giorni e non si può riaprire per i capricci di un partito che prima ha chiuso non uno ma ben due occhi ed ora crede di vendere soluzioni al problema con una procedura che, oltre a non potersi fare, ha come finalità l’entrata in esercizio dell’impianto. Perché mai il contrario è stato dichiarato.

Poi è arrivato il centro destra che forse ha fiutato, con alcuni esponenti politici di lungo corso, l’opportunità di fare campagna elettorale sia sul PD che sul Movimento 5 Stelle. Questo lo scrivo perché a mio modo di vedere la discussione della mozione in regione, avvenuta il 4 Agosto, poteva arrivare a dare un segnale concreto per invertire la rotta e fissare alcuni paletti da cui ripartire. Così non è stato, peraltro utilizzando il regolamento del consiglio regionale con una prassi inusuale è stato di fatto impedito di andare al voto della mozione da noi presentata e rimandato tutto a Settembre, non come a scuola per gli esami di riparazione, ma in Commissione IV – Territorio e Ambiente. Ci voleva più coraggio che è del tutto mancato all’Assessore e alla maggioranza.

La realtà è che quelle migliaia di firme rappresentano il malcontento per un modello di gestione politica della città di Savona, vanno oltre il caso specifico che è la classica goccia che fa traboccare il vaso. Rappresentano la necessità di essere ascoltati prima, non a giochi fatti. Questi sono gli errori collezionati dalla politica locale. Come anche il rapporto con l’Autorità Portuale di Savona.

Sono intervenuto nel dibattito presso il consiglio monotematico convocato dal Presidente del Consiglio comunale savonese su istanza di alcuni gruppi consiliari, e una parte del mio intervento è stata proprio indirizzata a questo importante soggetto che nella città dovrebbe integrarsi ed invece in molte occasioni ha dato luogo a rapporti conflittuali (nuova sede, piattaforma Maersk, nuovo ponte in darsena, acquisizione quote VIO per citarne alcuni) che il PD locale non è stato mai in grado di gestire, forse perché non ne aveva la forza o forse perché non aveva la libertà di farlo.

Savona deve ripartire, ripartire con un progetto di città nuovo, che veda la luce fra 15 o 20 anni gettando le basi ora. Il bitume non può e non deve farne parte.

Consiglio regionale del 1 Luglio 2015.

Consiglio regionale del 1 Luglio 2015.

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Dopo un mese esatto dalle elezioni regionali 2015, possiamo dire di essere effettivamente partiti con i lavori della decima legislatura del Consiglio Regionale ligure, definito anche quale Assemblea Legislativa della Liguria. Ed in effetti alla regione, quale organo previsto in seno alla nostra Costituzione, compete potere legislativo in tutta una serie di ambiti che toccano la nostra società in modo profondo e sensibile.
Ebbene la novità comunque la si voglia vedere siamo noi, del Movimento 5 Stelle, mai prima d’ora presenti all’interno di questa importante istituzione, novità a parer mio più sensibile dell’inaspettato esito elettorale che dopo 10 anni ha riconsegnato il governo della regione al centro destra. Scrivo questo perché la storia recente ci insegna che la differenza tra le politiche dell’uno o dell’altro schieramento si sono un assimilate le une con le altre, un po’ come succede tra 2 compagni di scuola che si frequentano sempre, sia durante la scuola che poi nel dopo scuola: alla fine si finisce con il somigliarsi. Vedremo nel proseguo dei lavori che direzione prenderà il governo regionale.
Una seduta senza dubbio ricca di tanta emozione per chi come il sottoscritto non aveva mai vissuto in prima persona il ruolo di portavoce presso una assemblea consiliare, per di più regionale. Superate le formalità di rito con le foto di noi consiglieri da pubblicare sul sito istituzionale, si è dato avvio alla seduta.
Presiedeva il consigliere più anziano in carica, Barbagallo (PD) che, come previsto dal regolamento, ha chiamato a supportarlo nelle formalità i 2 consiglieri più giovani, Garibaldi (PD) e la mia collega di gruppo Alice Salvatore (M5S). Il primo punto all’ordine del giorno è state quelle di notificare al consiglio che poi votava per alzata di mano la scelta del consigliere Bruzzone (Lega Nord) di ricoprire il proprio mandato per la circoscrizione di Savona, di fatto consentendo al genovese Puggioni (Lega Nord) l’accesso all’assemblea legislativa.
Il secondo punto all’ordine del giorno era la votazione della Giunta per le Elezioni, organo permanente composto da 5 consiglieri che ha il mandato di controllare cause di incompatibilità alla carica di tutti i membri del consiglio, cause sia presenti che sopravvenute. Sono stati votati 3 membri di maggioranza e 2 di opposizione tra cui il sottoscritto.
Si è poi giunti al piatto forte di questo consiglio, ovvero la votazione dell’Ufficio di Presidenza che si svolge in 2 sessioni separate: nella prima si vota il Presidente del Consiglio, il più votato assume la carica ed il secondo diventa Vice Presidente. Qui “bagarre” in aula, quanto meno dal punto di vista virtuale (per ora…). Come Movimento 5 Stelle ci eravamo proposti apertamente candidando Alice Salvatore per ricoprire il ruolo che ha per definizione una caratura istituzionale, quindi di garanzia. E francamente noi ce lo possiamo permettere serenamente. Ci hanno criticato per la nostra lettera indirizzata a Toti: personalmente ritengo che pur essendo un rappresentante della maggioranza, è anche il Presidente della Regione, che ci piaccia o meno, pertanto è uno dei soggetti con cui relazionarsi nei rapporti istituzionali.
Comunque sia è andata a Bruzzone (Lega Nord) la carica di Presidente e a Rossetti (PD) quella di Vice. Pronti via “Altra Liguria” con Pastorino che ha dato piena fiducia a Rossetti: insomma il potenziale terzo gruppo di opposizione si è sciolto come neve al sole in circa 30 minuti. In effetti faceva caldo, sarò per questo….
Si è poi passati alla votazione del Segretario Consigliere dell’Ufficio di Presidenza: in virtù del nuovo assetto di questo ufficio, ora con 3 membri prima 5, di fatto la maggioranza “pretende” che 2 siano propri rappresentanti. E’ stato quindi votato Muzio (Forza Italia). Anche qui, pur essendoci proposti, non ho fatto a meno di notare l’astensione dal voto delle altre 2 opposizioni, di fatto un benestare a procedere in questi termini. Etichetta politica o rituali che siano, si poteva osare di più.
E su questo assetto dell’ufficio di presidenza credo si debba fare un ragionamento e medio termine perché sia ampliato quantomeno a 4 membri. L’esito delle elezioni regionali infatti ci ha consegnato 3 poli presenti nell’assemblea legislativa ligure: la maggioranza, e i 2 gruppi di opposizione, il PD e noi del Movimento 5 Stelle. I criteri di voto per l’Ufficio di Presidenza (un voto a testa per consigliere) sono tali per cui la seconda “opposizione”, quindi noi guardando dal punto di vista squisitamente numerico dei seggi occupati, siamo rimasti fuori dalla carica di Vice Presidente. Se ve ne fossero stati 2 e pertanto il terzo classificato avesse potuto ricoprire il ruolo di secondo Vice Presidente, si dava adeguata rappresentanza in questo importante ufficio che, ricordo, stabilisce alcuni determinanti aspetti dei lavori consiliari quali ad esempio i punti all’ordine del giorno di ogni consiglio regionale, e non è poca cosa, anzi. Ma non solo.
Non farne parte non ci rende giustizia per il peso percentuale di poco inferiore a quello del Partito Democratico.
All’insediamento il Presidente Bruzzone ha avviato la sua guida ai lavori del consiglio con un discorso ampio dove c’è stato un interessante passaggio che ha, senza troppi giri di parole, aperto ad una informale “ma non troppo” partecipazione ai lavori dell’ufficio di presidenza del nostro gruppo che abbiamo accolto positivamente: sia una mera cortesia istituzionale o sia effettivamente la volontà di dare il giusto spazio alle opposizioni, è un segnale concreto di rispetto verso la rappresentanza elettorale che portiamo in dote. Questo sarà un ulteriore strumento per noi affinchè il Consiglio regionale possa essere sempre al centro dell’attenzione nelle scelte di indirizzo politico, va da sé che lo è nell’attività legislativa in quanto a differenza del governo centrale, spesso in “concorrenza” con il Parlamento, la Giunta regionale, non può sostituirsi al Consiglio regionale, per cui non può produrre né decreti legislativi né decreti-legge.
Ad maiora!

Ponente che vai, gente che trovi

Ponente che vai, gente che trovi

Vorrei fare alcune riflessioni sul ponente savonese, le cittadine costiere che abbracciano l’arco territoriale da Finale ad Andora, passando per Pietra, Loano, Borghetto Ceriale, Albenga. Per poi arrivare ad Andora e Alassio. Senza dimenticare Bergeggi, Noli e Varigotti.
Un’area nota a tutti quantomeno per il turismo, il mare e i centri storici delle diverse cittadine, in alcuni casi perle di bellezza uniche conosciute ovunque. In questo periodo ho cercato di comprenderle meglio parlando con le persone che le vivono e le conoscono, fermo restando che non può bastare così poco tempo, ci sono alcuni temi comuni che si possono raggruppare in una sorta di elenco che le tocca tutte con sfumature diverse.
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Turismo sì, ma di seconde case: si può affermare senza essere smentiti che quasi tutte queste cittadine hanno una popolazione residente di un certo numero, ma che nel periodo estivo raddoppia ed oltre. Non solo, ad esso è strettamente correlato un eccesso di cementificazione selvaggia nell’immediato entroterra proprio per dare spazio a nuove abitazioni, una sorta di fenomeno di “rapallizzazione” tipico della cittadine costiere liguri, non a caso il termine è stato coniato proprio per Rapallo nella riviera di Levante.
Infrastrutture. Senza girarci intorno, in molte di queste cittadine è aperta la questione della tratta ferroviaria su 2 diversi ordini di problemi: il raddoppio e lo spostamento o “ribaltamento a monte”. Il tratto a binario unico è un’offesa ai cittadini liguri che sulla dorsale ferroviaria che attraversa tutta la regione, devono contare come strumento indispensabile per spostarsi, per lavoro e per turismo. Come risolvere la questione? Ad oggi presenti sul sito delle ferrovie si possono vedere i progetti di raddoppio con ribaltamento a monte, per intenderci ad esempio ciò che fu fatto negli anni settanta nelle cittadine tra Arenzano e le Albissole le cui aree costiere tornarono a nuova vita e si diede uno slancio importante per il litorale con splendide “passeggiate a mare” e impulso ad un turismo qualitativamente superiore.
L’alternativa che viene posta sul tavolo è il raddoppio in sede, ovvero laddove necessario ampliare il tratto ferroviario nella sua sezione per ricavare il secondo binario. Certamente gli investimenti necessari sarebbero più contenuti come anche gli impatti sul territorio. A queste opzioni non c’è alternativa e la scelta può e deve essere fatta con il coinvolgimento dei cittadini tutti, sia coloro che sono su area costiera sia coloro che potenzialmente sarebbero impattati dal ribaltamento a monte. Non solo, ogni scelta và effettuata con approccio scientifico prevedendo prima analisi e controlli del territorio, poi condivisione con la cittadinanza ed insieme le decisioni del caso.
E rimanendo nell’ambito infrastrutture, abbiamo certamente ancora aperto il tema depuratori che in alcune zone, come l’albenganese, non trova soluzione definitiva e permane quindi il potenziale rischio, come altrove a macchia di leopardo, degli sversamenti soprattutto in periodo estivo: chiaramente per aree che del turismo balneare si giocano una importante fetta di entrate economiche non è accettabile ed oltretutto non è linea con le direttive europee che impongono reti di depuratori sui territorio o in alternativa le cosiddette fosse IMOF (fosse chimiche).
Nel Ponente savonese si gioca poi una partita delicatissima sul fronte sanitario, di cui in altri articoli ho già fatto cenno. I 2 ospedali di Albenga e Pietra Ligure sono al centro di continue discussioni, oggetto di pellegrinaggi continui da parte di tutte le forze politiche con annessi regali di penne, borsette e altri piccoli oggetti. Al di là del cattivo gusto, che pare più da avvoltoi che si aggirano intorno alla loro preda, o al cadavere, io credo che i 2 ospedali debbano convivere e sopravvivere. Lunga vita ai 2 ospedali! Ma pienamente integrati, con i servizi e le specialità equamente distribuiti per massimizzare personale e macchinari. Offrire un servizio pubblico eccellente significa saperlo valorizzare, puntando a chirurgia elettiva in uno e magari in chirurgia traumatica nell’altro. Avere 2 ospedali a distanze ravvicinate non significa necessariamente sprechi: è “semplicemente” una questione di organizzazione ben fatta da promuovere e raggiungere. Dobbiamo puntare a fornire eccellenze per invertire le fughe fuori regione ed anzi saper attrarre sul nostro territorio pazienti che cercano servizi di qualità.
E poi il capitolo lavoro, legato a casi noti come la questione Piaggio e i cantieri Rodriquez, ferite aperte sul fronte occupazionale ma anche potenziali mire speculative per la solita edilizia quando invece, con le giuste leve come la riduzione dell’IRAP o le stesse infrastrutture di cui sopra, si poteva avere di più e meglio. Ma non solo, il lavoro nel settore primario, forte nell’albenganese, è spesso a rischio per un delicato equilibrio sul territorio che causa dissesto idrogeologico risponde come può manifestando le evidenti responsabilità di chi non ha programmato e rispettato il territorio stesso.
Un territorio quindi delicato, che ha però ampi margini di miglioramento ad esempio nel turismo stesso che non può essere solo balneare, ma deve mettere a fattor comune le bellezze dell’entroterra, ricco di borghi e paesaggi da visitare. Metterli a fattor comune, in un contenitore che li promuova a livello internazionale insieme ad un marchio che identifichi il nostro territorio e la bellezza che può offrire.
Non per ultimo e non da ignorare le infiltrazioni malavitose, vi invito a fare una ricerca con il Google e le parole chiave “ponente savonese”: l’esito vi stupirà, forse tranne gli addetti ai lavori. Una partita difficile che su trasparenza, onestà e legalità può trovare la chiave per vincere.
Queste ed altre idee sono un libro dei sogni per alcuni, una idea chiara di sviluppo per noi.

Valle dell’Eden o Valbormida?

Valle dell’Eden o Valbormida?

Alcune settimane fa, ho partecipato ad un incontro a Carcare con diverse associazioni del territorio, incontro organizzato dal gruppo locale del “Meetup Amici di Beppe Grillo Valbormida”. Faceva seguito ad una breve visita fatta a priori sul territorio, condizione necessaria ma non sufficiente per avere una visione di insieme di quella che potrebbe essere una perla del nostro entroterra e che invece, a conti fatti, risulta essere un area fortemente a rischio.

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Sono rimasto colpito in particolare da una testimonianza puramente casuale raccolta durante il sopralluogo nei pressi dell’Italiana Coke. Un abitante del luogo stava pulendo il bordo della strada insieme al figlio per rendere scorrevole lo scolo delle acque, con lui abbiamo incominciato a discutere e, osservando le case sparse nei dintorni, elencandole una a una, ha fatto il resoconto delle malattie mortali che in ognuna di esse si sono introdotte. Ecco, io vorrei partire da questo.

La presenza di una realtà industriale oggettivamente obsoleta e al di fuori di ogni limite del consentito e del buon senso, facilmente collegabile al degrado delle condizioni ambientali causa di svariate patologie anche gravi, rende de facto necessaria una efficiente struttura ospedaliera di area per cura e soprattutto prevenzione delle patologie.
Affermare e pretendere che l’ospedale di Cairo Montenotte debba essere dichiarato “ospedale di area disagiata” avendone i requisiti tecnico-giuridici prefissati dall’ex ministro della salute Balduzzi oltre che per necessità oggettive derivanti dall’ampiezza del bacino di popolazione servito dalla struttura (40.000 abitanti), dalla posizione geografica all’interno dell’appennino ligure e dalla precarietà della viabilità locale, è la “conditio sine qua non” perché sia rispettato il territorio e i cittadini che lo vivono.
Non solo, per quanto riguarda l’ambiente e gli effetti nocivi che su di esso causano insediamenti produttivi osceni che si sono visti nell’area, ricordiamo l’ACNA di Cengio in primis, nodo ancora da sciogliere, è indispensabile intervenire nell’ accertare entità, gravità della situazione e responsabilità attraverso mirate campagne di monitoraggi ambientali e efficaci indagini epidemiologiche con la massima trasparenza coinvolgendo i rappresentanti delle associazioni e i cittadini tutti.
Vorrei ricordare che la Regione ha potenzialmente già a disposizione in mezzi per farlo, ovvero l’ARPAL per la parte di monitoraggio, le ASL per la parte di indagini epidemiologiche, e DATASIEL per la parte di analisi dati con sistemi informativi.
Ciascuno di questi 3 soggetti è però messo nelle condizioni di non poter operare efficientemente ed efficacemente, vuoi per inefficienze o cattiva gestione, vuoi per totale assenza della politica regionale e locale che pare voglia girare la testa dall’altra parte.
Vediamo come evidentemente ci siano delle carenze oggettive nella gestione e l’utilizzo di queste aziende o enti pubblici citati che in un territorio come quello della Valbormida potrebbero fare molto: se ad oggi non è stato fatto nulla o quasi, potremmo pensare che qualcuno o ci è o ci fa. Viste le gravi problematiche dell’area, le lacune e il disinteresse degli amministratori regionali, ricordando chiaramente che negli ultimi dieci anni hanno condotto le danze in solitaria Burlando con la sua attuale metamorfosi paitiana e il Partito Democratico calpestando gli interessi della collettività, il sospetto è che sia area volutamente messa in disparte.
Ne è ulteriore indizio il devastante piano regionale dei rifiuti della Paita che fa sospettare che questa valle possa essere adibita, in un futuro non molto lontano, ad un grosso centro di trattamento e smaltimento dei rifiuti del nord Italia. E ad esso si aggiunge la certezza del biodigestore di Ferrania, in corso di realizzazione, evidentemente sovradimensionato rispetto alle esigenze del territorio, che non apporterebbe significativo impatto occupazionale ma il rischio di generare ulteriori problemi ambientali in un’area abitata già martoriata da decenni di industrializzazione ottocentesca fuori controllo che ha lasciato rovine e problemi, progetto quindi respinto al mittente e da rivedere in toto.
In Val Bormida, come nel resto della nostra regione, non si devono insediare ulteriori attività eco incompatibili ma occorre progettare un futuro nel quale siano avviate campagne di bonifica dei siti inquinati e conversione di attività ora dannose per l’ambiente trasformando industrie inquinanti e oramai destinate alla chiusura per crisi finanziaria o di mercato in attività eco-compatibili costituite da piccole medie imprese a forte impatto occupazionale, magari nelle energie alternative e nell’efficienza energetica che tanta occupazione stanno dando all’estero con esempi virtuosi.
Ed inoltre, come altre aree del nostro entroterra, penso ai paesi come Stella da cui provengo e il relativo entroterra, è importante mettere a disposizione una rete viaria adeguata per zone che durante la stagione invernale possono lamentare difficoltà e che, nel caso specifico, possono contare anche sulla rete ferroviaria Savona – Torino sulla quale andrebbero svolte migliorie e ribadita la necessità di potenziare la frequenza dei treni, fornendo stazioni di interscambio con il trasporto locale per agevolare la mobilità sul territorio e rendere appetibile lo stesso a nuovi insediamenti o aziende del terziario avanzato.
Chiudo questo testo da come ho iniziato: è ormai imprescindibile riprogettare lo sviluppo sul territorio in modo che non vi siano più case da indicare con drammatici lutti al proprio interno.

Fare, dire, ricordare

Fare, dire, ricordare

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Ho letto il recente articolo del Secolo/Stampa (Stampecolo?) in cui il giornalista stila una sorta di classifica dei principali attori presenti attualmente in Giunta nel Comune di Savona. In alcuni passaggi pure divertente, uno spottone elettorale per alcuni di essi, il Sindaco è fuori dai giochi ed è in corso di costruzione il personaggio che dovrà prenderne il posto nello scacchiere politico locale, peraltro segue un precedente articolo dello stesso giornalista che sparava una serie di nomi, sempre per il partito democratico. E giornalisticamente parlando è comprensibile, però che noi, sempre gli stessi….
http://www.ilsecoloxix.it/p/savona/2015/05/02/ARjkkQJE-nonostante_premiata_sondaggi.shtml
Articolo

Non è chiaro però il giudizio di merito perché tutte le persone elencate sono, più o meno, sulla barca da quasi un decennio e il prodotto “Savona” non dà alcun segno di restyling, anzi, ristagna nelle secche della tassazione, le banche che fanno circolare pochi soldi e le solite operazioni immobiliari che aumentano le case sfitte. Niente di nuovo sul fronte occidentale insomma.
Ma è un’altro l’aspetto che mi colpisce.
Non posso infatti notare il solito cenno ai grillini che non fanno abbastanza, peraltro leit motiv nazionalpopolare che viene abbondantemente utilizzato a livello nazionale e, in questo caso, a livello localissimo.
Il fare o non fare dipende se si valutano i soli risultati finali o se si valutano anche le iniziative dal principio, ovvero si possono fare diverse considerazioni ma dipendono dal punto di vista, assumendo sia un punto di vista “obiettivo”, in caso contrario non c’è speranza a difesa di chicchessia.
Vorrei fare qualche considerazioni su tematiche che, andando puramente a memoria, ricordo siano state proposte/supportate da questi brutti ceffi di cui faccio parte:
(PARTECIPAZIONE) In consiglio comunale dopo un iter più lungo di una gravidanza, è stata portata al voto la proposta di istituzione dei referendum comunali che consentirebbero anche ai cittadini di contare qualcosa. Certo, per alcuni “i cittadini” sono un noioso fastidio utile solo nelle tornate elettorali, della serie amiamo il popolo ma ci fa schifo la gente, tant’è noi però continuiamo a credere nel loro valore. Ebbene, proposta bocciata, anche dalla citata lista civica che avrebbe preso il posto dei grillini nell’immaginario erotico dei savonesi, che siede “de facto” in maggioranza insieme al Partito Democratico. E gli altri cosa dicono a riguardo? Boh….
(SCUOLA) Un’altra considerazione, pure essa recente. I “grillini nullafacenti” sono andati a fare una ispezione al centro cottura CAMST, visita preannunciata su un servizio che il Comune affida in gara per un appalto di oltre 5 milioni, tanta roba quindi. La visita ha trovato una partita di farina scaduta, si è data comunicazione ma, domando, se un articolo viene messo in quinta pagina dopo la pubblicità, di chi è la responsabilità? Non si è fatto abbastanza o non è stato divulgato abbastanza? E gli altri cosa dicono a riguardo? Boh….
(EDILIZIA SCOLASTICA) Sempre scuola, l’anno scorso, grazie ad un emendamento del Movimento 5 Stelle alla legge di stabilità 2014 è stata proposta l’adesione del Comune che, bontà loro, è stata approvata. Ebbene, avranno fatto tutte le procedure necessarie per attingere ai fondi? E gli altri cosa dicono a riguardo? Boh….
(INFRASTRUTTURE – SALUTE – SICUREZZA) Ancora, tramite una interrogazione parlamentare e una interpellanza comunale erano state sollevate già oltre un anno fa tutte le problematiche che ora stanno emergendo con i lavori in corso dell’Aurelia Bis: livelli amianto nello smerino, lavoro non in sicurezza, rischio crolli. Tutto verificabile e “agli atti”. Anche qui, la domanda retorica è: non è stato fatto o non è stato divulgato? E gli altri cosa dicono a riguardo? Boh
(GESTIONE RIFIUTI) Aggiungo che questi “grillinacci ambientalisti addormentati” l’anno scorso avevano sottoposto una interrogazione per capire come e quali azioni intendeva fare il Comune di Savone per l’ulteriore passaggio di proprietà della discarica in mano a EcoSavona, di cui il Comune è azionista di minoranza. Tema peraltro affrontato fin dal 2012 la questione GEOTEA. Pochi giornali ne hanno compreso le implicazioni, l’unico che ha ripreso con la dovuta attenzione la questione è stato il sito NININ. E gli altri cosa dicono a riguardo? Boh.
(ENERGIA – SMART CITIES) Recentemente, i “sonnacchiosi”, hanno depositato una mozione insieme al gruppo NOI PER SAVONA per la promozione e lo sviluppo del cosiddetto “shore to ship”, l’elettrificazione dei porti che consente di ridurre le emissioni in inquinanti delle grandi imbarcazioni durante lo stazionamento nei porti. Nell’ultimo consiglio comunale, dopo scene degne di Shining con il consiglio comunale deserto, i consiglieri di maggioranza in fuga e riagguantati per avere il numero legale, è stato chiesto di ritirarla per riportarla in commissione. Ma quando è la Giunta che propone le deliberazioni fornendo il materiale a 4-5 giorni dal consiglio ed impedendo di fatto lo studio e l’analisi dei documenti? E gli altri cosa dicono a riguardo? Boh.

(RIDUZIONE COSTI) Ancora recentemente era stato nuovamente posta l’attenzione ai costi del personale dirigente non tanto per accanimento quanto per una migliore redistribuzione dei premi anche a favore dei dipendenti. Quindi?
Ho volutamente usato tra parentesi delle parole chiave per evidenziare a livello macroscopico le tematiche toccate, importanti, pur nel contesto comunale, ma a questo punto a me preme capire se conta più essere o apparire. Perché nel primo caso, tramite le attività all’interno dell’istituzione si possono fare delle azioni, condivisibili o meno è altra questione, nel secondo caso è sufficiente comunicare, poi fare o non fare diventa relativo però…..
Fare, dire, ricordare: prima fare, poi comunicare che si è effettivamente fatto. E se poi qualcuno questo lo volesse ricordare non sarebbe male.